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Abbandoni (I): la Foxconn lascia Shenzhen

di | 8 August 2010 | One Comment |

Nel torpore causato dal gran caldo che ha colpito Pechino nelle ultime settimane, due storie hanno attratto la mia attenzione. Entrambe, in un modo o nell’altro, parlano di abbandono e, seppure da angolazioni differenti, offrono una prospettiva sulla direzione in cui la Cina si sta muovendo nel suo sfrenato sviluppo economico.

Foxconn, un trasferimento strategico

La prima storia riguarda la Foxconn, il gigante taiwanese della componentistica elettronica che nei mesi scorsi è finito nell’occhio del ciclone a causa di una drammatica serie di suicidi tra le fila dei suoi lavoratori. Additata, a ragione o a torto, come l’ennesimo caso di “fabbrica del sangue e sudore” (xuehan gongchang) e descritta come un perfetto esempio dei limiti del modello di sviluppo cinese basato sullo sfruttamento della manodopera da parte di imprenditori (preferibilmente stranieri) privi di scrupoli, questa colossale impresa con oltre quattrocentomila dipendenti era riuscita a risollevare la propria immagine promettendo un aumento del salario minimo per i propri lavoratori di base da 900 a 1200 yuan al mese (+33%), una cifra che qualche giorno dopo è stata ulteriormente elevata a 2000 yuan al mese (+66%).

In seguito a questa brillante mossa di pubbliche relazioni, lo scandalo – che i media cinesi e internazionali spesso e volentieri hanno accostato alla presunta ondata di scioperi nelle imprese straniere in Cina – si è gradualmente acquietato.

Ora però si viene a sapere che sin dall’inizio (almeno dal 2008), i vertici della Foxconn avevano intenzione di ridimensionare l’impianto produttivo di Shenzhen, trasferendo la produzione altrove, in altre zone dell’entroterra cinese, principalmente a Chongqing, Wuhan e Yantai. Questo comporterà un massiccio trasferimento di personale, macchinari e materie prime, dopodiché nulla alla Foxconn sarà più come prima.

In linea con il cambiamento strutturale che le autorità locali auspicano per la propria città – si sta cercando di passare da un modello economico ad alta intensità di manodopera ad un modello ad alta intensità tecnologica –, a Shenzhen dovrebbero rimanere solamente i dipartimenti di ricerca e sviluppo della Foxconn, nonché alcune linee produttive, in particolare quella della Apple. Si parla di un drastico ridimensionamento della forza lavoro, che dovrebbe passare da oltre quattrocentomila dipendenti a non più di centocinquantamila. L’impatto sulla zona industriale di Longhua, dove gli impianti oggi sono situati, sarà massiccio, così come drammatico sarà l’impatto sull’economia di Shenzhen nel complesso.

Bastano alcuni dati per dare un’idea delle potenziali conseguenze della rilocazione: le esportazioni della Foxconn oggi valgono complessivamente oltre 50 miliardi di dollari e contano per il 10-15% delle esportazioni totali di Shenzhen. Stando ad un documento rilasciato lo scorso aprile dall’ufficio doganale cinese le esportazioni delle nove aziende sotto l’ombrello del gruppo tecnologico Foxconn nel 2009 hanno superato i 40 miliardi di dollari, piazzando la Foxconn saldamente in testa tra gli esportatori cinesi.

Aumenti salariali e pubbliche relazioni

E i lavoratori? I lavoratori come sempre dovranno adattarsi. Innanzitutto l’aumento salariale promesso dai vertici della Foxconn per mettere a tacere lo scandalo si applica solamente ai dipendenti dell’impianto di Shenzhen e non ai dipendenti degli altri impianti, per i quali vigono i salari minimi locali, notevolmente più bassi. È stato stimato che la spesa aggiuntiva dovuta all’aumento dei salari sarebbe di circa 3,8 miliardi di yuan, meno dell’1% del fatturato totale della Foxconn, calcolo che però non tiene conto degli effetti del piano di rilocazione sulle spese per gli stipendi della forza lavoro.

La maggior parte dei dipendenti dei nuovi impianti sarà assunta in loco, con varie quote di assunzioni assegnate ai governi locali, e solamente ad alcuni lavoratori specializzati è stata offerta la possibilità di un trasferimento. Un giornalista del Diyi Caijing Zhoukan ha raccolto la testimonianza di uno dei lavoratori trasferiti dall’impianto di Shenzhen a quello di Lanfang, nella provincia dello Hebei: “In realtà quella dell’innalzamento dei salari del 66% è solo una copertura. Alcuni dicono che la Foxconn cancellerà il bonus di merito che viene corrisposto due volte all’anno, il quale ammonta a 5-8 volte il salario minimo: facendo due conti non è che abbiano alzato il salario di molto.” Di fatto, la busta paga di giugno di questo lavoratore includeva l’aumento del 30%, eppure la maggior parte dei lavoratori in loco avrebbe ricevuto un salario da praticanti di appena 760 yuan, destinato ad aumentare a 900 yuan al momento del passaggio in ruolo.

Rilocalizzare nell’entroterra, il Vietnam può attendere

Ma perché la Foxconn ha deciso di andarsene da Shenzhen? Alcuni hanno individuato due motivazioni “strategiche” alla base di questa decisione  in primo luogo, con il riposizionamento i nuovi impianti Foxconn si troverebbero nelle immediate vicinanze delle fabbriche di alcuni dei loro principali acquirenti stranieri; in secondo luogo, ciò getterebbe le basi per un massiccio attacco al mercato interno cinese. Altri si spingono oltre, leggendo in questa decisione il frutto di sotterranei contrasti con le autorità locali di Shenzhen, intervenute per calmare le acque in seguito allo scandalo dei suicidi. Eppure se ci si sofferma sul caso particolare si rischia di perdere di vista quello che sembra essere un trend più generale che si è manifestato negli ultimi anni.

Sono almeno un paio d’anni che in Cina sta montando un imponente movimento di capitali e impianti che si trasferiscono dalle zone costiere all’entroterra. Ricordo che già nel febbraio del 2009, quando mi trovavo a Shenzhen per intervistare i lavoratori riguardo all’impatto della crisi finanziaria, più di una volta mi è stato risposto che la fabbrica in cui avevano lavorato aveva chiuso e si era trasferita in un non precisato “interno” (neidi), lì dove la produzione costava di meno. E come potrebbe essere diversamente? Basta dare un’occhiata ad alcuni indici per capire la forza della competizione tra aree costiere ed entroterra: se a Shenzhen il salario minimo mensile consentito dalla legge è di 1100 yuan, a Zhengzhou è di 800 yuan, a Wuhan di 900 yuan; se a Shenzhen il costo della terra per utilizzo industriale è di 600 yuan per metro quadro, a Zhengzhou è di appena 384 yuan, a Chongqing dai 60 ai 480 yuan.

Apparentemente, prima ancora che in Vietnam e in altri paesi in via di sviluppo, la nuova frontiera della globalizzazione produttiva ancora una volta cade in Cina, con tutte le conseguenze che ciò comporterà per quelle aree che oggi si candidano a nuovi paradisi industriali. Questo con buona pace di coloro che nel 2007 denunciavano l’imminente entrata in vigore della nuova Legge sui contratti di lavoro, con le sue norme relativamente restrittive nei confronti dei datori di lavoro, come il preludio ad una fuga di capitali verso i paesi confinanti.

(continua…)

photo credits: business insider

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