Abbandoni (II): la “tribù delle formiche” se ne va da Tangjialing
Mentre le imprese se ne vanno dai grandi centri della costa alla ricerca di maggiori margini di profitto per le proprie attività, altri nel loro piccolo sono costretti a trasferirsi molto meno volentieri in periferie sempre più remote, sempre più lontano dai centri urbani che hanno contribuito a costruire con le proprie forze e il proprio sudore.
Questi sono i perdenti dello sviluppo cinese, gli emarginati, i poveri, coloro che nel loro piccolo costituiscono il motore umano dello sviluppo economico cinese, non solo i migranti che costruiscono i grattacieli delle città, ma anche la “tribù delle formiche“, quei giovani istruiti che a causa del surplus di manodopera e della scadente qualità dell’istruzione faticano a trovare un’occupazione all’altezza delle loro aspettative e qualifiche.
E proprio le formiche sono i protagonisti della seconda storia che mi ha colpito nelle ultime settimane: lo sgombero forzato di Tangjialing.
Tangjialing, da villaggio a città
Pochi avranno sentito nominare Tangjialing, un piccolo villaggio a nordovest di Pechino, distante circa undici chilometri da Zhongguancun, la silicon valley cinese. Fino al 2000 era un’ordinaria comunità rurale come tutte le altre, situata in quella cintura di territorio che si colloca a metà strada tra la città e la campagna. Poi nell’ultimo decennio, man mano che i giovani istruiti impiegati nei centri nevralgici della capitale (Zhongguancun, Guomao, Jinrongjie, etc.) arrivavano sul posto alla ricerca di sistemazioni economiche, questa realtà ha subito una metamorfosi radicale. Ben servita dai trasporti pubblici e prossima al centro dell’industria hi-tech della capitale, Tangjialing era una sistemazione ideale per queste formiche alla ricerca di una base su cui fondare le proprie precarie esistenze.
A partire dal 2003 i contadini, fiutando l’affare, hanno smesso di coltivare i campi e hanno concentrato energie e risorse sull’ampliamento delle proprie case. Nel giro di pochi mesi palazzi sono sorti praticamente dal nulla, mentre edifici già esistenti hanno iniziato a crescere in altezza, arrivando a volte fino a sette piani. Nonostante i divieti espliciti delle autorità di villaggio e a dispetto delle più elementari norme di sicurezza, questo trend è continuato indisturbato negli anni, al punto che alcuni stimano che nel 2009, all’apice dello sviluppo, gli edifici illegali fossero ben cinque volte quelli legali. Con il boom edilizio, non è passato molto tempo prima che le formiche soverchiassero numericamente gli abitanti locali, tanto che un’indagine condotta lo scorso anno ha contato non più di 2.800 residenti locali e oltre 37.000 affittuari esterni.
Portato all’attenzione dei media da un noto studio etnografico (“La tribù delle formiche” di Lian Si, fenomeno editoriale dello scorso anno) e finito nelle mire di immobiliaristi e funzionari della pianificazione urbana, questo villaggio ormai ha i giorni contati. Da settimane le sue stanze vanno svuotandosi, mentre quegli squallidi palazzi sorti dal nulla vengono abbattuti uno dopo l’altro per far spazio ad una capitale che si sta espandendo incessantemente in tutte le direzioni. Entro la fine dell’anno tutti gli edifici dovranno essere sgombrati, mentre la scadenza per la conclusione dei lavori di ricostruzione è già stata fissata per gli ultimi mesi del 2012.
Se la città si allarga la formica si trasferisce
Per invitare quelli che ormai sono diventati inquilini indesiderati ad andarsene, il comitato di villaggio ha scritto una lettera aperta rivolgendosi in terza persona ad un’ipotetica formica: “Forse lei ha abitato a Tangjialing per molti anni anni e sente questo posto come una seconda casa, o forse ha vissuto qui solamente per un semestre o due o tre mesi: gli abitanti del villaggio le saranno comunque grati in eterno per il suo contributo. Di fronte a questo grande ambiente in via di ristrutturazione, in quanto ospite di Tangjialing, la invitiamo a collaborare attivamente al lavoro di sgombero, affrettandosi ad andarsene da Tangjialing, a trovare una nuova residenza e ad iniziare una nuova vita. Fuori da Tangjialing il mondo è grande.”
E si tratta di un vero e proprio addio, visto che gli edifici della nuova Tangjialing non saranno più squallidi e cadenti come prima e difficilmente le formiche potranno permettersi gli affitti maggiorati delle nuove sistemazioni. L’esodo di questi giovani verso i villaggi dei dintorni è già iniziato.
Ma non sono solamente le formiche a doversi spostare in continuazione da un posto all’altro. All’inizio dell’anno lo Xin Shiji Zhoukan pubblicava un pezzo in cui si descrivevano le difficoltà dei lavoratori migranti nel trovare alloggio a Pechino. Stando a quanto veniva riportato, nel 2009 l’espansione della capitale verso est avrebbe coinvolto oltre 168.000 contadini locali e 442.000 lavoratori migranti. Con un salario medio che si aggira intorno ai 1400 yuan al mese, un lavoratore migrante non può neanche lontanamente permettersi di affittare un’abitazione nel centro della città, neppure nel sotterraneo di un palazzo, e pertanto è costretto a trasferirsi sempre più lontano dal centro.
Nell’articolo in questione, Lin Zhiwu, autrice di uno studio sulla situazione degli alloggi dei migranti di Pechino, sintetizzava così lo sviluppo urbano della capitale dal punto di vista dei migranti: “A Pechino, all’inizio i migranti vivevano in villaggi nel mezzo della città. In seguito alla riorganizzazione e all’abbattimento di questi villaggi urbani, nonché a causa della crescita dei prezzi, essi si sono spostati nei seminterrati; una volta che non potevano più permettersi neppure di vivere nei seminterrati, si sono spostati nei sotterranei. Ora anche la domanda dei sotterranei è molto elevata, la maggior parte dei migranti può solamente vivere nei villaggi nelle zone dove città e campagna si incontrano. Dal secondo anello ad oltre il terzo anello e ora fondamentalmente tutti stanno fuori dal quinto anello. La città sta continuando ad allargarsi ed essi non possono fare altro che trasferirsi sempre più lontano”. Un lavoratore migrante di Chengde di nome Li Jiatian ironizzava sulla situazione: “Dove possiamo trasferirci ancora? Ascolti in giro e senti che ad est stanno abbattendo le case, a nord pure, lo stanno facendo dappertutto. A Pechino non stanno anche sistemando il settimo e ottavo anello? Tanto vale che me ne torni direttamente a casa a Chengde [a circa trecento chilometri dalla capitale]!”.
La forza centrifuga dello sviluppo cinese
Che cos’hanno in comune la delocalizzazione della Foxconn e lo sfratto delle formiche di Tangjialing, la vicenda di una delle più grandi imprese in Cina e i piccoli drammi dei tanti emarginati che vivono nelle periferie delle città? Probabilmente niente. Eppure queste storie, lette nel loro insieme, non possono non stimolare una riflessione sulla direzione in cui si sta muovendo lo sviluppo cinese, uno sviluppo che si allontana sempre di più dai grandi centri urbani della costa, sorretto da una forza centrifuga che spinge manodopera e capitali sempre più lontano da quelle aree che hanno beneficiato maggiormente dalle riforme dell’ultimo trentennio.
Le imprese se ne vanno spontaneamente alla ricerca di nuovi lidi in cui incrementare i propri profitti, mentre i lavoratori sono obbligati a lasciare, spesso a mani vuote, le città che hanno contribuito a erigere attraverso anni e anni di duro lavoro. Si dirà che questo è parte di un processo naturale di sviluppo economico che sul medio termine si rivelerà benefico per quelle periferie che finora sono rimaste in disparte. Eppure è difficile non provare una certa amarezza nel vedere come gli artefici materiali di questo boom economico – i lavoratori cinesi, migranti, xiagang o formiche che siano – vengano ricacciati sempre più ai margini, senza godere minimamente del frutto delle proprie fatiche. Ed è triste vedere come le grandi imprese si muovono a loro piacimento sul territorio, abbandonando un luogo non appena i salari (e i diritti) crescono quel tanto da permettere ai lavoratori di condurre una vita dignitosa. Le leggi dell’economia, certo. Le dinamiche della globalizzazione, sicuramente. Ma che squallore.
photo credits: Zhou Wang










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