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Accordi e disaccordi: la CGIL a Pechino vent’anni dopo

di | 31 August 2010 | One Comment |

Prima o poi la storia torna sempre sui suoi passi, spesso in maniera imprevedibile, disfacendo amicizie solidissime o ricomponendo divergenze apparentemente insanabili. Proprio in questi giorni, dopo oltre venti anni di freddezza e diffidenze reciproche, una delegazione della CGIL è in Cina per riallacciare i rapporti con la controparte cinese, la Federazione Nazionale dei Sindacati Cinesi (FNSC).

La relazione tra le due organizzazioni fu troncata in quella drammatica primavera del 1989, quando i sindacati occidentali facevano a gara per marcare le distanze dalla controparte cinese, sempre più allineata sulle posizioni di un governo che, all’indomani del quattro giugno, appariva violento e autoritario come non mai. Nessuno voleva avere a che fare con il complice dichiarato di una strage di stato e poco importava che la FNSC, l’unico sindacato ufficiale in Cina, avesse giocato un ruolo di primo piano nel sostenere le proteste degli studenti attraverso donazioni di denaro, petizioni alle autorità e discese in strada. Allora si diceva addirittura che la FNSC fosse sul punto di dichiarare uno sciopero generale – quello sì un evento senza precedenti nella storia della Repubblica Popolare – e alcuni sono arrivati persino a speculare che questa sia stata la ragione ultima per cui il gabinetto di Li Peng alla fine ha deciso di proclamare la legge marziale. Se quello sciopero fosse avvenuto molte cose sarebbero andate diversamente, ma purtroppo con i “se” non si fa la storia.

Questo “attivismo politico” da parte del sindacato ufficiale si ferma all’inizio di giugno di quel fatidico 1989, prima dell’irrigidirsi dei ranghi all’interno del Partito. Alla vigilia del massacro e nei giorni immediatamente successivi, anche all’interno della FNSC ci fu un regolamento dei conti, che portò all’epurazione di numerosi membri della corrente più attiva e progressista. Già il 2 giugno Ni Zhifu, allora presidente della FNSC, aveva tenuto un discorso in cui ribadiva il cambiamento di tendenza, sottolineando l’importanza della guida del Partito Comunista sul sindacato e attaccava duramente i sindacati autonomi. Il 12 giugno poi i vertici sindacali avevano diffuso una lettera destinata ai lavoratori e ai quadri di tutto il paese, un testo a suo tempo ampiamente diffuso dalla stampa ufficiale. I punti cardinali dell’attività sindacale post-quattro giugno erano diventati: “rispondere con decisione all’annuncio del Comitato Centrale sull’opporsi con convinzione ai disordini”, “portare alla luce e combattere con decisione i complotti in cui pochissime persone scatenano degli scioperi”, “lottare con decisione contro le organizzazioni illegali quali i cosiddetti ‘sindacati autonomi’”, “eliminare i vari disturbi, rimanere sul posto di lavoro, mantenere la produzione e garantire l’offerta”. Per un’organizzazione in piena crisi di rappresentatività qual era – ed è – il sindacato cinese, fu un vero e proprio disastro: l’indebolimento della corrente progressista e la radicalizzazione del dibattito interno cancellò qualsiasi prospettiva di riforma per molti anni a venire.

Ora, oltre due decenni dopo, la CGIL è tornata a Pechino con una delegazione di altissimo livello – a capo c’è il segretario generale uscente, Guglielmo Epifani – per riallacciare il filo di un dialogo interrotto. Non che sia stato un gesto particolarmente innovativo, considerato il fatto che segue tutta una serie di riconoscimenti ufficiali da parte di organizzazioni sindacali occidentali, ma nel contesto italiano è indubbiamente significativo, se si considera il fatto che la CISL continua ostinatamente a rifiutare ogni contatto con la controparte cinese, mentre la UIL, una singolare eccezione, ha sempre mantenuto aperti i propri canali con la Cina. Eppure, nonostante le buone premesse e gli innumerevoli contatti verbali avvenuti in sede ILO a Ginevra, qualcosa è andato storto e all’ultimo minuto l’incontro non si farà. Un problema diplomatico dovuto alla volontà della CGIL di muoversi autonomamente in Cina? La conseguenza di cambiamenti latenti all’interno del loro gruppo dirigente? Il timore di guastare i rapporti con la FIAT, presente in forze in Cina? Nessuno è in grado di dare una spiegazione convincente a questo improvviso voltafaccia.

Di fronte a questo incidente, forse starebbe bene una digressione sulle potenzialità della “diplomazia sindacale” internazionale ai fini di una riforma del sindacalismo cinese, su come (non) è cambiato il sindacato cinese negli ultimi anni, sulle prospettive di cambiamento e tutto il resto. Ma non la farò. Ne ho già scritto molte volte e ci sono ancora troppe questioni in sospeso per azzardare giudizi.

Vorrei invece chiudere questo post ricordando due persone, veri sindacalisti che hanno speso la loro vita nel sindacato cinese nella speranza di cambiarlo dall’interno. Entrambi sono morti recentemente, in tarda età, dopo essere stati allontanati dalla vita pubblica a causa della loro franchezza nell’esprimere le proprie opinioni. Il primo è Cheng Yongwen, direttore del Quotidiano dei lavoratori (l’organo ufficiale della FNSC) dal 1950 al 1958: furono gli articoli da lui pubblicati durante la Campagna dei cento fiori a lanciare un dibattito sul ruolo del sindacato nel sistema cinese, aprendo una delle prime crepe nel rapporto di dipendenza dal Partito. Come tante altre voci critiche emerse allora, venne etichettato come elemento di destra e fu spedito in una zona sperduta del Ningxia, prima di essere riabilitato all’alba delle riforme. È morto nel suo letto quasi novantenne nell’ottobre del 2007. La seconda persona è Zhu Houze, vice-presidente della FNSC nel 1989, una delle voci più forti a favore del movimento studentesco, successivamente rimosso dall’incarico e arrestato per il suo esplicito supporto alle proteste. È morto il 9 maggio di quest’anno in un letto d’ospedale, portando con sé le risposte alle tante domande su quanto realmente avvenne in quei giorni di vent’anni fa. È anche attraverso persone come queste che passa il rinnovamento del sindacato cinese.

Un Commento »

  • chiara said:

    adoro sempre più il vostro blog!Soprattutto perché mi permette di avere un quadro su delle realtà cinesi di cui non sono minimamente a conoscenza e di cui non sempre è facile informarsi.
    grazie di cuore!

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