Il Cielo è malato: la crisi idrica nella Cina settentrionale
La scorsa settimana abbiamo toccato la questione della crisi idrica nella Cina settentrionale. Qui di seguito pubblichiamo un reportage sull’argomento che ci ha mandato Andrea E. Pia, commentatore fedele di Cineresie e analista delle problematiche legate alla siccità in Cina.
Il Signor Lin quel pomeriggio fumava una sigaretta dietro l’altra. Insistendo, ero riuscito a convincerlo a registrare un’intervista con me, invece di passare una delle poche giornate libere in compagnia della famiglia. Era la fine di febbraio di due anni fa. Nella sala centrale della casa dei Lin, il sole che filtrava dalla porta scorrevole in vetro ci riscaldava il viso. Il fumo delle sigarette di Lin rendeva l’aria sempre più densa. Lasciando per qualche momento la sigaretta a se stessa, finalmente incominciò: «Ma non è un problema dei pozzi, riguarda tutta la nazione, riguarda tutta la Piana del Nord. È il livello delle acque ad essere sceso dappertutto, o no?».
Lin, un ex agricoltore, aveva abbandonato il lavoro nei campi da qualche tempo. Negli anni ’90, a seguito della decollettivizzazione delle comuni agricole, aveva cominciato a cercare lavoro nella più vicina cittadina, Zhaitang, e per tre anni aveva vissuto di impieghi saltuari e poco pagati. «Lavoricchiavo (da gong)», mi disse, un’espressione usata da molti per descrivere un cambiamento di vita radicale: dai campi al lavoro in città. Nel 2000 aveva deciso di mettersi in proprio, acquistando un furgoncino e dedicandosi prima al trasporto di merci, poi a quello di passeggeri. Dalle montagne del Jingxi, un’area rurale ad una settantina di chilometri da Pechino, caratterizzata dal susseguirsi di minuscoli villaggi agricoli di epoca Ming, centrali a carbone e dighe, Lin parte e percorre la statale 109, tutti i giorni, raggiungendo scuole, aziende, mercati e poi ancora Mentougou, la città più popolosa di quest’area. Alle volte si spinge oltre e arriva in pianura, alla soglie dell’enorme Pechino.
«Prima si coltivava, è vero, ma dico, coltivando non si riesce più a tenere il passo con i bisogni della vita di oggi. Con questo tipo di economia non è più sufficiente. Non si riesce a star dietro alle necessità (da bu dao shenghuo de xuyao)». Oggi in Cina, queste parole valgono per molti. La sicurezza un tempo rappresentata dal lavoro nei campi, è poca cosa rispetto alle possibilità offerte da una economia in eterna espansione. I più ricchi tra coloro che si spostano dalla campagna alla città lo fanno per differenziare le proprie fonti di reddito e minimizzare il rischio di un cattivo raccolto. Ma anche per allontanarsi dal lavoro spesso massacrante nei campi o per gusto di fare nuove esperienze. I meno agiati invece, sono spesso costretti a “lavoricchiare” per garantire buone prospettive scolastiche ai figli. Lin è un caso a parte. A casa sua l’agricoltura è acqua passata proprio perché di acqua non ce n’è più.
L’area dello jingxi, infatti, insieme a Pechino e molte altre città ubicate sulla Piana del Nord (Huabei Pingyuan) sono affette da una cronica carenza idrica. Nel solo villaggio del Signor Lin, al mio arrivo non pioveva da due anni, e nei vent’anni precedenti, otto erano stati completamente privi di piogge. In queste condizioni gli unici prodotti che è possibile coltivare sono mais e legumi, piante resistenti alla siccità ma di scarso valore sul mercato. Il sussidio, una mensilità di 200 yuan (circa 20 euro) garantita alla cooperativa che gestisce gran parte dei campi del villaggio e così poca cosa che fa quasi sorridere la gran parte dei contadini che lavora in questa zona.
Carenza idrica, il Cielo c’entra poco
Sarebbe utile, a questo punto, chiedersi: ma di che cosa si parla quando si parla di carenza idrica nel jingxi? In queste zone carenza idrica non significa esclusivamente siccità. Qui il Cielo c’entra poco.
Percorrere la statale 109 è un buon modo per capire quanto di umano ci sia nella produzione di questa emergenza: il solo Yongding, il leggendario fiume di Pechino attraversato da Marco Polo al suo arrivo nella Capitale, è oggi ormai interamente canalizzato. Il suo letto vuoto costeggia la strada per poi sparire dietro una delle tre grandi riserve idriche congegnate per ottimizzare l’uso dell’acqua; un elemento che si fa ogni giorno più prezioso. A seguito della decollettivizzazione, nella seconda metà degli anni ’80, la totale indipendenza garantita ai contadini nella gestione dei campi “a responsabilità famigliare” (zeren tian), ha fatto sì che, durante i periodi di siccità, gli agricoltori potessero ricorre, anche smodatamente, alle pompe idrauliche. Sotto consiglio di alcuni quadri locali, trivellazioni sempre più profonde vennero effettuate per raggiungere livelli delle falde acquifere prima inviolati, con il risultato di consumare ben più acqua di quanto la Piana fosse disposta a concedere.
Ma Lin non è certo l’unico ad essere preoccupato. Il Ministero delle Risorse Idriche (Zhonghua Renmin Gongheguo Shuilibu) da anni si cimenta nell’impresa di ridurre il consumo e regolare in maniera definitiva la gestione dell’acqua. Il primo rapporto della Banca Mondiale sul problema della scarsità idrica della Piana del Nord risale al 2001. I redattori del rapporto furono schietti nel dichiarare che: «con questa crescita nei consumi, la Piana del Nord non sarà più in grado di supportare il trend demografico attuale». Nel 2009 un documento redatto dalla Asian Development Bank e sottoscritto dallo stesso Ministero, ha destato più di qualche dubbio circa la capacità del governo di risolvere la situazione. Nel documento, la carenza idrica è ritenuta responsabile del 48% delle perdite economiche del paese. Sia il Nord che il Sud del paese ne sono affetti: negli ultimi dieci anni quasi 620 città sparse per tutta la Cina hanno subito gli effetti di una netta riduzione di acqua potabile disponibile. Come se non fosse abbastanza, alcuni studi climatologici dimostrano che dal 1950 ad oggi i periodi di siccità nella Cina del Nord si siano allungati in maniera statisticamente rilevante.
Un ostacolo allo sviluppo cinese
La Cina starebbe dunque andando in contro ad un oggettivo e inaggirabile ostacolo alla sua crescita: il degrado ambientale; nello specifico, un consumo idrico ormai non più sostenibile. A riguardo, non si può certo dire che Il Governo cinese stia tentando di occultare la realtà dei fatti. Mentre nel 2006 solo Robert Saiget, giornalista della AFP, sembrava essere a conoscenza di quanto sava accadendo a Pechino e alle sue riserve tristemente in secca, negli anni successivi anche la stampa cinese non ha mancato di rendere nota l’emergenza, dando la propria interpretazione dei fatti. Il Partito nel 2008 si espresse in maniera molto esplicita a riguardo. La siccità di quell’anno fu indicata come la «peggiore degli ultimi 50 anni». La dichiarazione destò qualche perplessità dato che lo stesso Mao Zedong aveva usato un’espressione simile giusto cinquantanni prima per giustificare i terribili eventi della Grande Carestia (1958-1961) e per mascherare le colpe dell’irresponsabile campagna di sviluppo economico di quegli anni.
Porre l’accento sulla dimensione sociopolitica della crisi può risultare inopportuno e per quanto le notizie vadano date, è meglio attenersi alla vulgata ufficiale. Non a caso il Direttore della Beijing Diqiucun, una ONG ambientalista con sede a Pechino, mi assicurò che nella municipalità di Pechino il problema idrico era stato «completamente risolto (wanquan jiejue le)» e mi suggerì che se proprio avessi voluto occuparmi di siccità me ne sarei dovuto andare nell’ Hebei. Lì sì che la situazione era grave…
Per quanto possa risultare opportuno però, rimane difficile ridurre la crisi ad un elenco di indici pluviometrici. Alcuni studiosi, ad esempio, hanno voluto dare interpretazioni più complesse al fenomeno. Mark Elvin ha sostenuto che le radici della crisi idrica cinese risalgono almeno al tardo periodo imperiale. Per Elvin, il modello produttivo agricolo del tempo, capace sì di espansione, ma non di innovazione, avrebbe incominciato ad intaccare seriamente la disponibilità idrica già a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Judith Shapiro, riferendosi al modello di sviluppo economico del periodo Maoista, ha parlato invece di una vera e propria “guerra contro l’ambiente”. Vaclav Smil, che per vent’anni si è occupato di degredazione ecologica in Cina, ha descritto l’emergenza attuale come la diretta conseguenza della tradizionale attitudine dello Stato cinese ad attribuire priorità alla produzione agricola. «Sfamare il popolo», questo fu lo slogan che avrebbe portato, da parte del Governo, a sottovalutare le ricadute sull’ambiente di uno sviluppo incontrollato.
Canalizzare e indurre la pioggia
L’interpretazione dei dati è del resto una questione di modelli e il Ministero delle Risorse Idriche usa il suo proprio. Ciò che dobbiamo invece chiederci è in che modo questo modello proponga di affrontare il problema e quali risultati preveda di ottenere.
La soluzione, almeno nella sua logica di base, parrebbe venire dal passato. Un grande canale in grado di trasportare miliardi di litri d’acqua dal ricco Sud, all’assetato Nord, attingendo direttamente dal terzo fiume più lungo del pianeta: il fiume Azzurro. Secondo i dati ad oggi disponibili, il progetto di trasferimento idrico da sud a nord (nanshuibeidiao) che promette di convogliare 44,8 miliardi m³/anno sarà completato entro il 2012. Costato la bellezza di 62 miliardi di dollari, il progetto pare rifarsi direttamente al Grande Canale Imperiale (da yunhe); per secoli uno dei più sorprendenti lavori ingegneristici mai realizzati dall’uomo. Ma le soluzioni non si fermano qui. I celebri razzi allo ioduro d’argento e ghiaccio secco impiegati per “seminare le nuvole” ed indurre la pioggia, sono, a detta dei media, sempre più spesso utilizzati nella municipalità di Pechino, sebbene con risultati alterni.
Aspre critiche sono già state sollevate nei confronti di questa strategia, ritenuta da molti eccessivamente “scientista” e miope nei confronti delle conseguenze sul lungo periodo. In uno splendido libro intitolato “La Crisi Idrica Cinese” (Zhongguo Shui Weiji ), Ma Jun, ex giornalista del South China Morning Post, ha brillantemente dimostrato come la soluzione offerta dal grande canale non farà altro che iniettare nuove risorse nel mercato, generare nuova crescita economica e consequenzialmente determinare un nuovo aumento della domanda d’acqua, procrastinando così il problema.
Del resto i dati pubblicati in Water Footprints of Nations, sono eloquenti: il consumo domestico dell’acqua è in Cina allocato per il 73% in area urbana e solo per il 4% nel settore rurale. Sfruttando la Cina principalmente risorse d’acqua nazionali e considerato il rapido processo di urbanizzazione attualmente in atto nel paese (dal 1995 al 2005 l’area totale urbanizzata è salita da 20,465 a 32,520 km²), è evidente che lo stress idrico aumenterà drammaticamente nei prossimi anni generando grave ineguaglianza sociale.
La gestione idrica e il rubinetto della signora Lin
Ma se un approccio puramente tecnico al consumo idrico non è sufficiente, cosa bisogna fare per uscire dal pozzo in cui si è caduti e che appare sempre più asciutto?
Una soluzione potrebbe arrivare, a mio parere, dalla revisione della Legge sulle risorse idriche approvata nel 1988 e revisionata nell’Agosto 2002. Dando anche solo una veloce scorsa al testo della legge è possibile capire fino a che punto l’eccessivo centralismo nella gestione, la preferenza implicita per un allocazione favorevole al settore industriale e la generale ambiguità dei margini di sfruttamento commerciale dell’acqua, siano mali che impediscano una corretta comprensione del problema ubicato a monte (ma va detto che il numero di giugno 2009 dell’ International Journal of Water Resources Development è di tutt’altra opinione ).
Su altri monti, quelli dello jingxi, la crisi solleva risposte diverse, e per certi versi inaspettate. Per Lin, ad esempio, i diversi periodi siccità da lui vissuti non sono stati poi così terribili. Fu proprio in un anno di siccità che decise di mettersi a lavorare in proprio. E da quel giorno in avanti le cose sono migliorate. È riuscito a guadagnare a sufficienza da potere ristrutturare la casa e togliersi lo sfizio di avere un cane, che scorrazza allegro nel cortile interno. «Bado alle mie cose. Rispetto a prima le cose sono abbastanza migliorate» – «Va meglio?» – «È così, se si è liberi allora si sta meglio».
Ma nello stesso villaggio, per i membri della cooperativa agricola, tutti uomini sulla quarantina, le cose stavano diversamente. Il Signor Zhe, amico di Lin, mi confidò: «Siamo tutti disoccupati, il Cielo è malato, è secco». Ero confuso. Volevo provare a capire che cosa significasse lì, nel villaggio, la mancanza d’acqua, al di là di tutte quelle statistiche da manuale. La Signora Lin mi venne in aiuto. Un giorno, appena dopo capodanno, stava lavando alcune bluse. Una operazione che, in due mesi, mai le avevo visto fare. Non sempre infatti l’acqua arrivava al villaggio, sebbene l’acquedotto fosse nuovo di zecca. Le chiesi del rubinetto nel cortile che aveva aperto per sciacquare i vestiti. «Questo rubinetto è una di quelle cose che non puoi controllare. Anche se c’è acqua non lo puoi fare. Se non c’è acqua, i problemi che ne conseguono non sono mica colpa tua. È certamente una faccenda legata alla richiesta d’acqua. Ora di acqua c’è ne». La carenza idrica era nel villaggio qualcosa di quotidiano. Qualcosa a cui ci si deve adattare. «Qui da noi, anche se c’è acqua a disposizione, non la puoi controllare. Come dire…da noi si lavano i vestiti in tutta fretta, ecco».
Andrea Enrico Pia è dottorando in Antropologia alla London School of Economics. Ha condotto ricerche sul campo in Cina e si interessa principalmente di risorse idriche, migrazione e società rurale.










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