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Recentemente in Europa sono emerse diverse voci critiche nei confronti del discorso sui diritti in Cina. Anche se molti pensano di muovere una critica sincera a dei pregiudizi, in realtà assumere queste posizioni significa restare prigionieri di una pratica discorsiva che finisce per giustificare le detenzioni arbitrarie. Senza considerare il fatto che, in fondo, più che le opinioni personali sulla Cina o su Ai Weiwei, queste discussioni rivelano l’idea di ognuno di noi sui diritti in generale.
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Recentemente si è parlato di una proposta di legge per ridurre i reati punibili con la pena capitale in Cina. Seppur con diverse posizioni in gioco, il dibattito si è configurato in maniera prevedibile: si è trattato di un successo diplomatico dell’Unione Europea? Di un segnale del rafforzamento delle correnti politiche più progressiste? O un tentativo di razionalizzare un sistema vecchio e inefficiente? Nei giorni in cui negli Usa viene eseguita la condanna di Teresa Lewis, una riflessione sulla pena capitale in Cina.
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Una rivista trovata in treno, cortesia del passeggero precedente. Sfoglio leggendo di sbieco fin quando l’occhio non cade sulle parole “Cina” e “tortura”. Stando all’articolo sembra che in Cina la tortura sia ammissibile, permessa o addirittura legalizzata. Il vecchio clichè delle “torture cinesi” di tanto in tanto torna alla ribalta! Poco importa che due nuovi regolamenti antitortura siano entrati in vigore qualche settimana fa. Nei collettivi sogni ad occhi aperti degli “occidentali” la Cina è ormai la casa madre della tortura…
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Il 17 giugno sul blog di Laohumiao (“Tempio della Tigre”) è comparso un documento intitolato “Patto tra i Cittadini”, redatto da avvocati e attivisti per i diritti umani ben noti tanto al pubblico, quanto agli organi di pubblica sicurezza dello Stato. Coloro che firmano il documento si impegnano a tenere una serie di condotte già prescritte dalla legge, dall’astenersi dal violare i relativi divieti e a difendere valori morali non incompatibili con quelli propugnati dal Partito. Eppure tra le righe si può leggere qualcosa di più.
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L’8 giugno scorso le autorità cinesi hanno reso pubblico un Libro bianco su Internet in Cina, un documento programmatico che dovrebbe delineare gli sviluppi della rete cinese nel prossimo futuro. Se molti commentatori si sono soffermati sul fatto che l’edizione inglese del testo contiene un encomio a Twitter, il microblog bloccato in Cina, la gran parte del testo è volta in un’unica direzione: riaffermare la sovranità della RPC sul proprio spazio web. Una riflessione di Flora Sapio.
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Lo scorso 7 maggio a Tang Jitian e Liu Wei, avvocati per la difesa dei diritti civili, è stata revocata la licenza. Hanno difeso migranti, agricoltori espropriati della terra, persone sieropositive, le vittime dello scandalo del latte alla melamina e i membri del movimento Falungong. Se l’appello non verrà accolto entrambi rischiano di non poter più esercitare la professione. Flora Sapio analizza il loro caso, emblematico di quell’uso strumentale del diritto che finisce per limitare i diritti in nome di un più ampio e vago interesse comune.








