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	<title>Cineresie.info &#187; Attualità</title>
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		<title>Diritti umani in Cina: legge e ideologia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Nesossi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>

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		<description><![CDATA[È di qualche giorno fa la reazione furente dei media cinesi contro il rapporto annuale sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch. Che si tratti di vuota retorica, propaganda o reale indignazione, la risposta cinese offre alcuni spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il dibattito sui diritti umani in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo. Un'analisi di Elisa Nesossi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg"><img class="wp-image-5329 aligncenter" title="WR2012-300" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg" alt="" width="289" height="303" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È della scorsa settimana la <a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2012-01/29/content_14498408.htm">reazione furente </a>dei media cinesi contro <a href="http://www.hrw.org/world-report-2012">il rapporto annuale </a>sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch (HRW). La risposta cinese offre spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il <strong>dibattito sui diritti umani</strong> in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Stupirsi della reazione cinese sarebbe abbastanza singolare. Partiamo da un fattore molto semplice e immediato: l’aspetto pragmatico e <strong>ideologico</strong> della questione.</p>
<h2 style="text-align: justify;">HRW e PCC: ciascuno fa il suo lavoro</h2>
<p style="text-align: justify;">Stiamo analizzando la reazione del governo cinese al rapporto di un’organizzazione americana, che è nata e si è rafforzata significativamente durante la <strong>Guerra Fredda</strong> con un lavoro solerte di denuncia dei paesi del blocco sovietico. HRW oggi è ampiamente sostenuta e <strong>finanziata da George Soros</strong> proprio con lo scopo di scovare e denunciare abusi del genere: se non ci fossero violazioni dei diritti umani essa, al pari di altre organizzazioni internazionali, non avrebbe più ragione di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dinamiche dei gioco-forza tra HRW e la Cina sono sempre state queste. Una volta sola, qualche anno fa, a seguito di una pubblicazione di HRW sul <a href="http://www.hrw.org/news/2009/11/02/china-secret-black-jails-hide-severe-rights-abuses">sistema delle “prigioni nere”</a>, le autorità cinesi hanno prima <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html">rigettato a priori </a>il rapporto e poi &#8211; come se nulla fosse &#8211; qualche mese dopo hanno cominciato a <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html" target="_blank">denunciare apertamente</a> questa piaga nel sistema di amministrazione della “giustizia”. Chi ha osservato queste dinamiche da vicino, ha potuto ampiamente apprezzare l’<strong>involontaria comicità</strong> di tanta ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualsiasi analisi delle reazioni della scorsa settimana deve partire dal presupposto che in un’occasione come questa sia HRW che la stampa cinese hanno fatto adeguatamente il proprio lavoro, giocando il ruolo che ci si aspettava giocassero. Basandosi principalmente su dati empirici – fatti avvenuti durante l’anno, pubblicazioni e testi di legge vigenti – il rapporto di HRW sintetizza quelli che sono stati gli sviluppi, o l’assenza di sviluppi, nell’ambito della <strong>protezione dei diritti umani</strong> nel 2011, un anno in cui il governo cinese non si è certamente distinto in positivo. Francamente, a seguito di tutte <a href="http://www.nytimes.com/2011/03/12/world/asia/12china.html?_r=1">le sparizioni arbitrarie </a>di avvocati e attivisti, delle lacunose proposte per la<a href="http://dingjinkun.blog.caixin.com/archives/23918"> revisione del Codice di Procedura Penale</a>, della reclusione forzata di <a href="http://www.nytimes.com/2011/02/19/world/asia/19china.html">Chen Guancheng e di Liu Xia,</a> e di alcune ridicole forme di censura mediatica (guai a digitare il termine <a href="http://www.cpj.org/2011/02/china-detains-censors-bloggers-on-jasmine-revoluti.php">‘gelsomino’ </a>su Google!?), il governo cinese non poteva che aspettarsi qualche sferzata dall’occidente.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cina/Occidente, scontro sui diritti umani</h2>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione, gli articoli usciti la scorsa settimana sul China Daily confermano piuttosto banalmente le nostre aspettative sull’approccio del governo cinese verso un<strong> concetto internazionalmente riconosciuto</strong> di diritti umani e più in generale di <strong>legalità</strong>, e la postura difensiva ottenuta in risposta ci indica che di recente non si è verificato alcun significativo cambiamento. L’opposizione Cina/Occidente è rimasta pressoché invariata nel tempo e la<strong> retorica nazionalista</strong> contro “l’imperialismo occidentale” pare acuirsi anziché smorzarsi, rinnovandosi in forme sempre alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli articoli apparsi sul <em>China Daily</em> possono provocare reazioni differenti in un pubblico straniero, ma di sicuro non particolarmente positive. Può esserci sconforto: “Perché continuare a perdere tempo a leggere un’inutile propaganda che si ripete negli stessi termini da decenni?” Rabbioso sconforto: “Com’è possibile che ancora oggi influenti intellettuali ed accademici in Cina si prestino a dire fesserie del genere?” Oppure ironico sconforto: “Per fortuna c’e’ chi sa rettificare errori ad omissioni delle visioni imperialiste occidentali&#8230;”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Le corti sono indipendenti e la tortura non esiste</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma qualcosa di positivo possiamo sicuramente trarre e almeno noi ‘addetti ai lavori’ possiamo prenderci qualche minuto per riflettere sugli spunti che la reazione cinese ci offre.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Jie, autore del pezzo &#8220;<a href="http://www.chinadaily.com.cn/cndy/2012-01/30/content_14502312.htm" target="_blank">Una visione non obiettiva della Cina</a>&#8221; , smentisce con toni duri e definitivi il fatto che le <strong>corti non siano indipendenti</strong> in Cina, che la polizia abbia ancora un peso sostanziale nella gestione della giustizia e che faccia ricorso a metodi come la <strong>tortura</strong> per ottenere la confessione dell’imputato, che <a href="http://www.npc.gov.cn/npc/xinwen/lfgz/2011-08/30/content_1668503.htm">la proposta di revisione del Codice di Procedura Penale</a> contenga degli articoli vaghi e facilmente manipolabili dall’accusa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>unico supporto</strong> alle sue argomentazioni viene fornito dalla Legge scritta: <a href="http://news.xinhuanet.com/legal/2003-01/21/content_699668.htm">la Legge</a> dice che <strong>la tortura e’ proibita</strong> e quindi ovviamente tutti rispettano queste clausole e la tortura in Cina non esiste più; la Legge dice che gli organi del <em>gonjianfa</em> (polizia, procura e corti) devono <strong>lavorare congiuntamente</strong> ma indipendentemente l’uno dall’altro e quindi, di conseguenza, la polizia ha esattamente lo stesso peso di un giudice ma solo un diverso potere decisionale; la Legge dice che la famiglia dell’imputato deve essere informata dell’arresto e detenzione del proprio caro, e di conseguenza tutte le famiglie verranno prontamente informate eccetto proprio in quelle circostanze eccezionali e rarissime in cui sia impossibile effettuare la notifica o la notifica possa ostruire l’indagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora vi rimando all’affascinante  <a href="http://www.brill.nl/sovereign-power-and-law-china" target="_blank">Sovereign Power and the Law in China</a> di Flora Sapio, un testo che ci fa profondamente riflettere sulla <strong>pericolosità di queste eccezioni</strong> quando nella realtà esse diventano parte della Legge e sono gradualmente accettate come corso normale delle procedure. Ciò evidenzia anche la pericolosità di un discorso che supporta una ‘<em>thin rule of law</em>’. Sono infatti abbastanza evidenti i rischi inerenti ad un approccio che si limita ad <strong>applaudire la legge come tale</strong> senza riflettere sull’ideologia e i motivi ulteriori che la sostanziano, così come sulla sua applicazione pratica.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli accademici e il sistema legale ideale</h2>
<p style="text-align: justify;">In chiusura, due ultime brevi considerazioni sull’editoriale del <em>China Daily </em>scritto da Lu Jie. Mi è capitato spesso di parlare con avvocati, procuratori o poliziotti cinesi che <strong>guardano con scetticismo</strong> a ciò che gli accademici dicono a riguardo del sistema legale cinese. Gli accademici spesso si riferiscono ad altri sistemi o ad un <strong>sistema legale ideale</strong>, un utopico modello al quale il diritto cinese dovrebbe tendere. Una delle critiche più frequenti che ho sentito punta l’indice contro l’ignoranza nell’applicazione pratica del diritto – gli accademici sono destinati a non capire e a rimanere ancorati alla teoria pura della legge scritta semplicemente perché non hanno quasi mai accesso ai luoghi fisici in cui l’imputato si trova a tu per tu con le istituzioni. Se spesso c’è l’impossibilità reale di essere presenti durante gli <strong>interrogatori</strong> nelle stazioni di polizia o nei centri di detenzione, in altri casi si tratta di pura mancanza di volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">Come alcuni giuristi cinesi talvolta ammettono, è meglio scrivere dettagliati <strong>articoli teorici sui diritti umani</strong> o fare delle analisi comparate con altri sistemi giudiziari nell’isolata tranquillità del proprio studio. Non si corre nessun rischio e si pubblica in tempi brevi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Elisa Nesossi</em> <span style="color: #888888;">è ricercatrice presso il Centre on China in the World (CIW) della Australian National University (ANU). Si interessa principalmente di diritto cinese, diritto penale comparato e diritti umani. È autrice del volume “China’s Pre-trial Justice. Criminal Justice, Human Rights and Legal Reforms in Contemporary China” (2012).</span></p>
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		<title>Cosa ci insegna Wukan? Un editoriale dal Quotidiano del Popolo</title>
		<link>http://www.cineresie.info/cosa-cinsegna-wukan-editoriale-quotidiano-del-popolo/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane abbiamo seguito con attenzione l'evolversi della situazione a Wukan, il villaggio teatro di una ribellione contro i funzionari locali, protagonisti dell’ennesimo caso di abusi nella gestione di terreni collettivi. Ora che la situazione sta tornando alla normalità, è interessante osservare il discorso ufficiale sull’argomento. Dopo un lungo silenzio, sul Quotidiano del Popolo di ieri finalmente ha fatto capolino il nome del villaggio ribelle. Ma in quali termini? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: right;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/wukan.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5015" title="wukan" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/wukan.jpg" alt="" width="510" height="340" /></a></h4>
<h4 style="text-align: right;"><span style="color: #888888;">photo credits: associated press</span></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane abbiamo tutti seguito con attenzione l&#8217;evolversi della situazione a <strong>Wukan</strong>, il villaggio della provincia del Guangdong teatro di una ribellione contro i funzionari locali, protagonisti dell’ennesimo caso di <strong>cessione di terreni collettivi</strong> a costruttori senza fornire adeguata compensazione ai contadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scontri hanno raggiunto il culmine dopo la morte in carcere di uno dei leader della protesta, un macellaio locale di nome Xue Jinbo. Il fatto che ad oggi il suo corpo non sia ancora stato riconsegnato ai familiari non ha fatto altro che <strong>incendiare gli animi</strong> degli abitanti, barricati nel villaggio. I resoconti dei molti giornalisti internazionali, una volta tanto presenti sul posto, forniscono un quadro esauriente dell’evoluzione della situazione (su tutti si vedano i reportage del <a href="http://www.telegraph.co.uk/search/?queryText=wukan&amp;Search=">Telegraph </a>e del <a href="http://blogs.wsj.com/chinarealtime/tag/wukan/">Wall Street Journal</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni, dopo lunghe settimane di assedio, la situazione sembra evolversi verso la normalità. Come spesso accade in questi casi la <strong>successione degli eventi</strong> ha seguito una prassi abbastanza consolidata nel caso degli <a href="http://www.cineresie.info/contraddizioni-in-seno-al-popolo/">incidenti di massa</a> (ogni anno in Cina ci sono almeno <strong>centomila proteste</strong> così classificate).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le barricate, la soppressione della notizia sui media tradizionali e il filtro dei contenuti sulla rete, è arrivato l&#8217;<strong>intervento risolutore</strong> delle autorità, in questo caso provinciali, che hanno provveduto a sospendere i funzionari locali – messi sotto inchiesta in <a href="http://cin.sagepub.com/cgi/content/abstract/22/1/7">regime extra giudiziario</a> (<em>shuanggui</em>) – e a negoziare con i manifestanti, promettendo loro un&#8217;equa compensazione e la liberazione dei loro leader ancora detenuti. Le mele marce verranno punite, l&#8217;armonia sociale sarà salva e il Partito ancora una volta avrà mantenuto intatta la propria legittimità <strong>ergendosi a paladino</strong> della gente comune. Poi in un secondo momento, quando i riflettori dei media internazionali si saranno spenti, i leader locali vedranno di <strong>regolare i conti</strong>, in modo da non dare un’immagine di eccessiva debolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo che tanto è stato scritto su Wukan e sulla vera o presunta portata rivoluzionaria di questo evento, è interessante osservare le ultime evoluzioni del discorso ufficiale sull’argomento, finora puntualmente descritto dal <a href="cmp.hku.hk">China Media Project</a>. Dopo un lungo silenzio, a pagina nove del Quotidiano del Popolo di ieri, in una colonna non troppo appariscente, ha finalmente fatto capolino il nome del villaggio rivoltoso.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli interessi legittimi degli abitanti di Wukan</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://theory.people.com.cn/GB/16678229.html">L&#8217;editoriale</a>, firmato da Zhang Tie, si intitola “Che cosa c&#8217;insegna la risoluzione della situazione a Wukan” e nel sommario enuncia un leitmotiv che verrà ripetuto per tutto l&#8217;articolo, ovvero che “la chiave per la soluzione dei problemi sta nel tenere in considerazione gli interessi legittimi delle masse”. Insomma, come al solito secondo la  <strong>narrazione ufficiale</strong> la responsabilità è tutta delle autorità locali e per fortuna che salendo di grado nelle gerarchie del Partito (e passando al livello Provinciale del Guangdong) si trovano persone che sanno come si governa la società. Dopo i preamboli iniziali infatti leggiamo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Osservando l&#8217;incidente di Wukan ci rendiamo conto che le richieste degli abitanti del villaggio coincidevano proprio con la soluzione del problema. Gli appelli che gli abitanti locali portavano avanti sin da settembre originavano dall’insoddisfazione nei confronti del modo in cui i quadri locali avevano gestito la terra, da questioni economiche e dal ricambio dei leader arrivati alla fine del mandato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se solo gli interessi legittimi e le rimostranze della cittadinanza venissero ascoltate per tempo, se si giudicasse con imparzialità risolvendo prontamente le questioni senza procrastinare, allora non succederebbe che da piccole cose i problemi si ingrandiscano e si sommino l&#8217;uno all&#8217;altro, fino ad esplodere in conflitti sociali. Nel caso di Wukan ciò avrebbe portato i fatti a svilupparsi in una maniera differente. La situazione intricata che oggi si è determinata sta venendo risolta da un gruppo di lavoro provinciale che ha riconosciuto che “le richieste fondamentali della popolazione sono legittime”. Questo dimostra chiaramente che, nell&#8217;affrontare certi conflitti particolari, la chiave per la soluzione dei problemi sta nel considerare gli interessi delle masse.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;osservazione prima di proseguire nella lettura. L&#8217;<strong>interesse legittimo</strong> di cui si parla nel testo (<em>liyi</em>) rientra nel diritto soggettivo di ogni cittadino nei confronti della pubblica amministrazione. Gli abitanti di Wukan possono e devono reclamare il loro interesse privato nei confronti di un bene collettivo (la terra) su cui si fonda il loro sostentamento e per il quale hanno diritto ad un’equa compensazione nel caso in cui essa venga destinata ad altri usi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante i responsabili degli abusi siano quasi sempre <strong>funzionari</strong> locali del Partito, il garante di questi interessi legittimi è proprio il Partito stesso, una situazione che dà origine ad un cortocircuito istituzionale per moltio versi tipico di un contesto autoritario. Ciononostante, il Partito continua a fondare la propria legittimità su questo ruolo di <strong>garante degli interessi legittimi</strong> dei cittadini e della giustizia sociale e gioca sapientemente sulle divisioni tra i vari livelli della gerarchia per <strong>scaricare la responsabilità</strong> alla base e promuovere l’immagine delle alte sfere. Nel pezzo il concetto di <em>liyi</em> viene ripetuto per ben 26 volte!</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Cina odierna si trova ad affrontare un periodo di trasformazione sociale che inevitabilmente comporta dei conflitti, la moltiplicazione degli interessi, la diversificazione dei reclami, l&#8217;emergere di conflitti d’interesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che è accaduto è particolarmente rappresentativo e preoccupante proprio perché coinvolge la provincia del Guangdong, un’area all&#8217;avanguardia nel processo di riforme ed apertura, che ha saputo imporsi per la sua crescita economica, per la sua elevata apertura, per la rapidità delle trasformazioni sociali […]</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esplosione del conflitto legato alla terra è avvenuta a Wukan in un modo che raramente s&#8217;è visto in altre parti della Cina ed ha messo in evidenza un contrasto fra interessi personali legittimi e interessi della comunità, fra interessi e benefici di breve e di lungo periodo. Questo mostra come un conflitto apparentemente imponderabile avesse alle spalle le caratteristiche dell&#8217;inevitabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ci sia dietro una partita a scacchi fatta di interessi legittimi non deve spaventare. È proprio grazie a questo gioco di interessi legittimi che è possibile bilanciare meglio e armonizzare le dinamiche interne alla società.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio che le masse non possono avere reazioni estreme non appena sentono di dover fare delle rimostranze, finendo così per infrangere la legge. Di fronte a richieste ragionevoli è possibile dare una risposta che sia conforme alle leggi. I governi locali d&#8217;altra parte non possono trasformare quelle che sono normali rivendicazioni in contrapposizioni radicali reagendo attraverso divieti e pressioni sulla popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;incidente di Wukan, il primo errore commesso dal governo locale è stato quello di non confrontarsi immediatamente faccia a faccia con le richieste ragionevoli degli abitanti del villaggio, lasciando così che queste degenerassero in una contrapposizione radicale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo di lavoro provinciale, con la più grande determinazione, la più grande sincerità e il più grande impegno ha dimostrato responsabilità e fermezza nel dare una risposta ai ragionevoli appelli della popolazione e ha creato le condizioni per una soluzione dei problemi, la stabilità e l&#8217;armonia nell&#8217;area.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa capacità di correggere un atteggiamento inizialmente sbagliato è l&#8217;espressione di un&#8217;aspirazione del nostro Partito, che vuol adottare un unico principio per gestire il tutto (<em>yiyi guanzhi</em>): responsabilità nei confronti degli interessi legittimi delle masse, ovvero responsabilità verso la causa del Partito stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti incidenti di massa di questi ultimi anni nella maggior parte dei casi hanno avuto origine in situazioni in cui gli interessi legittimi delle masse non venivano soddisfatti. Questo ci mostra che quando siamo di fronte a una rivendicazione dei propri interessi legittimi da parte delle masse, anche in situazioni conflittuali, i governi locali devono avere un&#8217;elevata consapevolezza della situazione generale.</p>
<p style="text-align: justify;">[...]</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, che la <em>governance</em> sociale sia buona o meno non si valuta dall&#8217;insorgenza dei conflitti, ma dalla capacità di risolverli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel principio fondamentale del governo della legge (<em>fazhi</em>) come si attua una distribuzione equa degli interessi legittimi? Come si fa in modo che gli interessi legittimi si esprimano senza impedimenti? Come si garantisce la difesa di tali interessi?</p>
<p style="text-align: justify;">Se si risponde bene a queste domande, i conflitti verranno risolti come l&#8217;acqua che in un canale scorre verso una via d&#8217;uscita e non si scontra in prossimità di sbarramenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lenin usava dire che l&#8217;indole di ogni uomo è mossa dall&#8217;interesse personale. Il cambiamento di situazione a Wukan ci insegna che per diminuire la conflittualità sociale è necessario dare maggiore importanza alla <em>governance </em>sociale e risolvere la questione degli interessi legittimi delle masse.</p>
<p style="text-align: justify;">Zhang Tie</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Leggi l&#8217;articolo in cinese:</span> <a href="http://theory.people.com.cn/GB/16678229.html" target="_blank">乌坎转机提示我们什么</a></p>
<p style="text-align: justify;">
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Funzionari agguerriti: verso una personalizzazione della politica in Cina?</title>
		<link>http://www.cineresie.info/funzionari-agguerriti-verso-una-personalizzazione-della-politica-in-cina/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 15:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>

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		<description><![CDATA[Un recente articolo del Nanfang Zhoumo, subito rimosso dal web, raccontava le storie di alcuni funzionari dello Hunan, accomunati da un’unica caratteristica: l’aver avuto il coraggio di opporsi in pubblico a decisioni prese da propri superiori o colleghi. Che la provincia dello Hunan sia un’oasi di tolleranza, come l’articolo in questione lasciava intendere? O invece fenomeni del genere rappresentano il segnale di un cambiamento più ampio in atto nel panorama politico cinese? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/party.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4997" title="party" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/party.jpg" alt="" width="512" height="319" /></a></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Alcuni dicono che se si criticano i livelli superiori si rischia di perdere la propria posizione, se si criticano i propri pari si fa fatica a stabilire rapporti sociali, se si criticano i subordinati i voti si riducono, se si fa autocritica si va a caccia di guai. Se si permette a quest’atmosfera di diffondersi, all’interno del Partito non ci sarà una normale critica e supervisione e il lavoro di selezione e nomina dei funzionari rischia di finire sul binario sbagliato.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Questo scriveva Yuan Xinhua, vice-direttore del Dipartimento per l’Organizzativo del Comitato Provinciale del Partito Comunista Cinese dello Hunan, in <a href="http://wuxizazhi.cnki.net/Article/XXDO201118014.html">un commento</a> pubblicato lo scorso settembre sulla rivista ufficiale <em>Xinxiang Pinglun</em>.  Eppure, nonostante la solita enfasi ufficiale, nessuno si aspettava che alcuni funzionari locali avrebbero <strong>preso alla lettera</strong> questo avvertimento, guadagnandosi addirittura un <a href="http://www.infzm.com/content/64496">pezzo in prima pagina</a> sul <em>Nanfang Zhoumo</em>, importante settimanale della Cina meridionale. L’articolo, pubblicato all’inizio di novembre ma successivamente rimosso dalla versione elettronica della rivista, raccontava le vicende di <strong>cinque quadri</strong> di diverse amministrazioni locali dello Hunan, accumunati da un’unica caratteristica: l’aver avuto il coraggio di <strong>opporsi in pubblico</strong> a decisioni prese da propri superiori o colleghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo articolo si scopre l’esistenza di un funzionario come Lu Qun, vice-direttore dell’Ufficio per la prevenzione della corruzione del Comitato per la Disciplinare del PCC provinciale, che nell’ottobre del 2011 ha <strong>denunciato sul web</strong> il segretario di Partito della contea di Changsha per aver autorizzato l’uso delle forza contro un gruppo di lavoratori migranti impegnati in una disputa salariale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ci sono anche le storie di Liao Yaozhong, vice-direttore dell’Ufficio giudiziario della città di Hengyang, che avrebbe preso a pugni il suo diretto superiore per un disaccordo su alcune nomine; Zhang Hongfeng, vice-direttore dell’Ufficio per la protezione ambientale di un distretto cittadino di Xiangtan, che da anni denuncia su blog e microblog gli scandali che coinvolgono i funzionari locali; Hu Jinsong, presidente del sindacato della scuola di Partito di Xiangtan, che non esita ad alzare la voce contro i suoi superiori per <strong>difendere i diritti</strong> dei gruppi sociali più deboli; Gong Houqin, vice-direttore dell’Ufficio degli “amministratori urbani” (<em>chengguan</em>)<em> </em>di Zhangjiajie, che, a dispetto dell’opposizione della sua stessa famiglia, ha osato <strong>denunciare pubblicamente</strong> il sindaco della sua stessa città per uno scandalo di corruzione.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Criticare fa bene&#8230;</h2>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il sistema politico cinese favorisca la connivenza e l’omertà, in Cina non sono mai mancati funzionari critici. Eppure, come un alto quadro provinciale dello Hunan in pensione ha spiegato al giornalista del <em>Nanfang Zhoumo</em>, in passato “c’erano sì quadri che si criticavano a vicenda nelle riunioni a porte chiuse o facevano rapporto ai livelli superiori, ma fondamentalmente <strong>nessuno criticava altri quadri</strong> apertamente di fronte alla società intera”. Ancora più singolare è poi il fatto che nessuno dei quadri citati nell’articolo abbia avuto ripercussioni per la propria carriera. Anzi, nonostante si siano trovati ad affrontare un certo ostracismo sociale da parte dei propri pari, in alcuni casi essi sono addirittura stati <strong>promossi</strong> ad incarichi più importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Che la provincia dello Hunan sia un’oasi di <strong>tolleranza</strong> ed apertura nei confronti di questi fenomeni di dissenso ufficiale e <strong>personalizzazione della politica</strong>, come l’articolo del <em>Nanfang Zhoumo </em>sembra suggerire? O invece fenomeni del genere rappresentano il segnale di un <strong>cambiamento più ampio</strong> in seno al sistema politico cinese? Di fatto, come la stampa cinese e internazionale non ha mancato di rilevare, nell’ultimo periodo la politica cinese sembra essere attraversata da una nuova ondata di dinamismo, con varie personalità anche ai livelli più elevati del Partito che non esitano ad alzare la voce e ad attaccare i propri “concorrenti” in pubblico, nel tentativo di guadagnare credito politico in vista del rinnovamento della leadership previsto per il 2012.</p>
<h2 style="text-align: justify;">La rivalità più celebre: Bo Xilai e Wang Yang</h2>
<p style="text-align: justify;">Il caso più noto è indubbiamente quello dell’antagonismo tra Wang Yang, segretario del PCC della provincia del Guangdong, e Bo Xilai, suo omologo nella municipalità di Chongqing. Liu Yawei in <a href="http://www.jamestown.org/programs/chinabrief/single/?tx_ttnews%5Btt_news%5D=38660&amp;tx_ttnews%5BbackPid%5D=25&amp;cHash=8400a753575726d6003e9fbe4f3ad780">un articolo</a> pubblicato sul numero di novembre del <em>China Brief</em> ha ricostruito in dettaglio la “guerra di parole” in corso tra i due leader, ognuno dei quali si attribuisce la paternità di uno specifico “modello” politico ed economico. In particolare, la <strong>contrapposizione tra i due modelli</strong> si gioca su <a href="http://www.21ccom.net/articles/ztyj/hot/spec_2011081243099.html">due differenti visioni</a> dello sviluppo. Se secondo Bo Xilai l’enfasi va posta sulla <strong>distribuzione del benessere</strong> e sulla prosperità comune “dividendo la torta [economica] in maniera appropriata mentre la stiamo facendo diventare più grande”, secondo Wang Yang in questa fase l’enfasi va posta “sul <strong>fare una torta più grande</strong>, non sul come dividerla”. Si tratta di una differenza sostanziale con implicazioni notevoli sia per le politiche sociali, che per i rapporti tra Stato e Società.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha affermato Liu Jiawei, è ancora presto per dire se Bo Xilai e Wang Yang rappresentino soltanto due <strong>gruppi d’interesse</strong> all’interno della RPC, o se si possano, invece, inquadrare come i leader di due distinte piattaforme politiche nel quadro di una incipiente “<a href="http://www.brookings.edu/%7E/media/Files/rc/papers/2009/fall_china_democracy_li/fall_china_democracy_li.pdf">democrazia intra-partitica</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrerebbe però che accademici e commentatori cinesi si stiano allineando dietro all’uno o all’altro. Nondimeno, anche se le dinamiche interne al Partito continuano a rimanere ben nascoste nei corridoi del potere e dietro le mura di Zhongnanhai, è indubbio che Bo Xilai, Wang Yang, così come i funzionari “arrabbiati” dello Hunan, rappresentino un fenomeno nuovo sulla scena politica cinese. Si tratta di persone che utilizzano i media nuovi e tradizionali in maniera consapevole per portare avanti una <strong>propria personale battaglia politica</strong>, individui che si fanno portavoce di specifiche istanze politiche e sociali e in questo modo cercano di guadagnare credito per le proprie ambizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questa personalizzazione della politica cinese sia destinata a degenerare in populismo oppure a condurre la RPC ad un maggiore pluralismo sarà uno dei temi cruciali della vita politica cinese dopo il decennio di Hu e Wen.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">anche su <a href="http://www.iai.it/content.asp?langid=1&amp;contentid=575" target="_blank">Orizzonte Cina</a></span></p>
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		<title>Una proposta di modello cinese: &#8220;minbenismo&#8221; contro democrazia</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 06:16:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Fardella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[modello cinese]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo essersi interrogati per decenni sulle origini della propria debolezza di fronte alle pressioni straniere, gli intellettuali cinesi sembrano oggi più propensi a interrogarsi sulle ragioni del successo del loro paese. Tra le voci più eminenti vi è quella di Pan Wei, direttore del Center for Chinese and Global Affairs dell’Università di Pechino. Pan concentra la sua analisi sull’assetto istituzionale della RPC, sostenendo che proprio in questo si nasconda la chiave del successo cinese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/minben.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4983" style="margin: 8px;" title="minben" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/minben-300x300.jpg" alt="" width="213" height="213" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La “teoria del collasso” è un elemento che ha <a href="http://www.amazon.com/Chinas-Trapped-Transition-Developmental-Autocracy/dp/067402754X/ref=sr_1_sc_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1322904055&amp;sr=1-1-spell">costantemente accompagnato</a> il <a href="http://www.amazon.com/Coming-Collapse-China-Gordon-Chang/dp/037550477X">dibattito occidentale</a> sulla Cina contemporanea: dalla fondazione della Repubblica Popolare all’odierna crisi finanziaria non è mai mancato chi pronosticasse un <strong>imminente crollo</strong> del “Dragone dai piedi di argilla”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un riflesso legittimo che svela quanto sia difficile per l’Occidente, specie in un momento di crisi d’identità come quello attuale, accettare che la Cina possa effettivamente produrre una forma solida di <strong>modernità alternativa</strong> ai suoi modelli presunti “universali”. Da qui l’idiosincrasia per la parola “modello” associata al caso cinese: il sospetto che l’Occidente continua a nutrire per quel sistema politico-istituzionale gli impedisce di elevarlo ad esempio, temendo che esso possa consolidarsi, storicizzarsi e magari persino trasmettersi altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">In Cina ovviamente il dibattito assume un carattere diverso. Dopo essersi interrogati per decenni sulle origini della propria debolezza di fronte alle pressioni coloniali straniere, gli intellettuali cinesi sembrano oggi più propensi a interrogarsi sulle <strong>ragioni del successo</strong> del loro paese. Tra le voci più eminenti vi è quella del professor Pan Wei, Direttore del Center for Chinese and Global Affairs dell’Università di Pechino, che il 29 novembre scorso ha discusso la sua personale concettualizzazione del “modello cinese” con il pubblico di ThinkINChina.</p>
<p style="text-align: justify;">Pan concentra la sua analisi sull’<strong>assetto istituzionale della RPC</strong>. Per troppo tempo, all’estero ma anche in Cina, si è guardato ad esso come una delle ragioni principali dell’arretratezza del paese: Pan ritiene invece che sia proprio qui che si nasconde la chiave del successo cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono, nella lettura di Pan, tre elementi che caratterizzano una civiltà: l’elemento istituzionale, quello materiale e quello spirituale. Il primo serve a regolare le aspirazioni materiali del popolo, mentre il terzo chiede di sacrificarle alla prospettiva di un’illuminazione ultraterrena. La Cina è una delle <strong>civiltà più materialiste</strong> e meno spirituali della storia ed è per questo che ha dovuto sviluppare un assetto istituzionale adeguato a contenere le spinte dal basso e regolarle in una forma ordinata.  Essa è dunque, sottolinea Pan, una “civiltà istituzionale” il cui sistema, vero frutto della storia, grazie alla sua sofisticatezza e alla sua sorprendente flessibilità è stato capace come nessun altro di trasformare il caos in ordine amministrando per secoli sotto un unico governo una massa enorme e variegata di popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema istituzionale cinese si fonda su tre modi peculiari di organizzare la società, la politica e l’economia. Il modo in cui una società è organizzata ha un riflesso diretto sul suo sistema politico e a sua volta ispira la sua organizzazione economica. Pan parte dall’analisi della <strong>società cinese</strong> – che egli chiama <em>sheji</em> (社稷) dal nome del tempio sacro dove i pubblici ufficiali e il popolo si riunivano anticamente per celebrare i riti in favore delle messi e dell’armonia sociale – e lo fa analizzando le manifestazioni peculiari dei <strong>quattro elementi</strong> caratterizzanti di ogni società: l’unità sociale di base, i principi di etica sociale, le forme di organizzazione e le relazioni tra queste e il governo.</p>
<p style="text-align: justify;">In Cina l’unità di base, sia a livello sociale che economico, è sempre stata la<strong> famiglia</strong>. Nelle campagne la famiglia è ancora l’unità economica principale e nelle città cinesi più del 99% delle aziende registrate sono ancora piccoli business a carattere familiare: ciò ha creato una società per lo più indifferenziata dove, pur esistendo differenze economiche, non emerge una chiara coscienza di classe. L’etica familiare tradizionale – fondata sul principio di responsabilità anziché sul legalismo del “contratto sociale” – permea l’organizzazione sociale e amministrativa e la modella sulla base di comunità e unità di lavoro (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Danwei"><em>danwei</em></a><em>) </em>prive di coscienza di classe. Al posto di una chiara dicotomia tra stato e società, il sistema orizzontale di organizzazione sociale è profondamente interconnesso sin dalla base con la struttura amministrativa verticale producendo un modello “cubico” apparentemente equilibrato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/Grafico-1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-4924" title="Grafico 1" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/Grafico-1.png" alt="" width="463" height="172" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lo <em>sheji</em> influenza il sistema di organizzazione della politica interna alla Cina – da Pan inteso come <em>minben</em> (民本), ossia fondato sul popolo – in quattro aree: le idee sul modo di gestione dei rapporti tra il popolo e il governo; il metodo di selezione dei pubblici ufficiali; la natura dei principali organi amministrativi e i meccanismi per la prevenzione e la correzione degli errori dell’amministrazione. L’<strong>etica familiare</strong> influenza la prima categoria e impone il criterio della responsabilità del governo nei confronti dei cittadini: la sua esistenza ha come unico scopo quello di <strong>garantire il benessere</strong> per tutti, in caso contrario esso perde la sua funzione e con essa la ragione stessa della sua esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Al principio democratico della selezione tramite elezioni, in Cina si è tradizionalmente preferito il <strong>principio meritocratico</strong> della selezione dei pubblici ufficiali attraverso esami con il risultato di creare un sistema dominato dalle burocrazie che dissolve il pluralismo politico occidentale in un unico gruppo ispirato dal <strong>principio di responsabilità</strong> – ieri il gruppo governante confuciano, oggi il Partito Comunista. In questo sistema il criterio di <strong>divisione del lavoro</strong> – soprattutto oggi grazie al sistema amministrativo duale partito-stato – dovrebbe surrogare al principio democratico di separazione dei poteri per garantire la funzione di <em>check and balance</em> utile a prevenire e correggere gli errori dell’amministrazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/Grafico-2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-4925" title="Grafico 2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/Grafico-2.png" alt="" width="456" height="229" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il “<em>minbenismo</em>” (<em>minben zhuyi</em> 民本主义) – per Pan l’alternativa a ciò che chiama il “democratismo” occidentale – a sua volta si riflette sul <strong>sistema di organizzazione economica</strong> in quattro grandi aree: quelle dei tradizionali fattori di produzione – terra, capitale e lavoro –, con l’aggiunta del modello d’impresa. Lo stato controlla la terra, i materiali produttivi, le principali istituzioni finanziarie, le grandi aziende pubbliche per la costruzione delle infrastrutture e la gestione delle materie prime provenienti dall’estero ma anche le organizzazioni no-profit per la ricerca, l’educazione, la salute, la cultura etc.</p>
<p style="text-align: justify;">La gestione dei rapporti di lavoro, i flussi di capitale e le <em>commodities</em> sono invece lasciate a un <strong>mercato più libero</strong> e per lo più fondato su aziende familiari e collettive. Si tratta di un’equilibrata combinazione di settore statale e non statale – da cui il nome di <em>guomin </em>(国民), traducibile come Stato-Popolo –, di “capitalismo” e “socialismo” che, secondo Pan, trova origine nella storia cinese a partire dalla dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/Grafico-3.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-4926" title="Grafico 3" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/Grafico-3.png" alt="" width="457" height="171" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Visto nel suo insieme, dunque, il sistema cinese appare strutturato sull’interconnessione di questi tre livelli resa compatta dal principio guida del <em>minbenism</em>. Il suo venir meno determina le <strong>fasi di declino ciclico</strong> di questo sistema: se il governo si allontana da esso e si concentra solo sul proprio interesse particolare allora i sistemi di selezione meritocratica e i meccanismi di correzione-prevenzione degli errori si dissolvono erodendo le basi di legittimità della gruppo dirigente. Il network amministrativo inizia a scollarsi da quello sociale e il settore pubblico non riesce più a svolgere la sua funzione nell’economia del paese. È a questo punto, precisa Pan, che interviene il popolo <strong>rovesciando il gruppo al potere</strong> e insediandone uno nuovo il quale, però a sua volta, governerà ancora sulla base del sistema tradizionale.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/sistema-cinese.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4994" title="sistema cinese" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/sistema-cinese.jpg" alt="" width="486" height="336" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe questo, dunque, il “modello cinese”: una via alternativa alla distinzione occidentale tra <strong>stato e società civile</strong>, alla dicotomia politica tra <strong>democrazia e autocrazia</strong>, e alle concezioni economiche classiche che vedono l’intervento dello stato alternativo a quello del mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">È un modello che in questi anni ha sorpreso il mondo con la sua capacità di <a href="http://muse.jhu.edu/login?uri=/journals/journal_of_democracy/v014/14.1nathan.html">resistenza</a> e <a href="http://www.amazon.com/Chinas-Communist-Party-Atrophy-Adaptation/dp/0520260074">adattamento</a> alle trasformazioni traumatiche che una crescita così sostenuta necessariamente comporta. I successi cinesi, tuttavia, parafrasando <a href="http://www.qstheory.cn/hqwg/2011/201106/201103/t20110325_74156.htm">Zhang Weiwei</a> (张维为), non hanno ancora fatto “collassare la teoria del collasso”: l’Occidente crede ancora che,  nonostante le indubbie capacità  dei regimi autoritari nel guidare le società attraverso processi di rapida modernizzazione, la <strong>democrazia</strong> sia ancora il sistema migliore per rispondere alle sfide complesse della modernità.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina deve imparare dagli errori dell’Occidente ed evitare che l’entusiasmo per il proprio successo degeneri in <strong>autocelebrazione</strong>. Si corre il rischio, altrimenti, come scriveva negli anni Quaranta il filosofo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Aisiqi">Ai Siqi (艾思奇)</a>, di enfatizzare troppo la specificità della natura cinese e della sua rotta di sviluppo sociale eliminando così ogni spazio per i principi generali di umanità. Per usare le parole <a href="http://uncut.indexoncensorship.org/2011/11/murong-xuecun-caging-a-monster-%E6%8A%8A%E6%80%AA%E7%89%A9%E5%85%B3%E8%BF%9B%E7%AC%BC%E5%AD%90%E9%87%8C/">pronunciate di recente</a> dallo scrittore cinese <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Murong_Xuecun">Murong Xuecun</a>: “Chi dice che al popolo cinese non debba essere data troppa libertà a causa della situazione “speciale” della Cina è esso stesso fautore di tale situazione  &#8216;speciale&#8217;. Chi dice che la stabilità, non la libertà o i diritti umani, è ciò di cui la Cina ha più bisogno è il primo a contribuire all’instabilità del paese”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Enrico Fardella </strong><span style="color: #888888;">è research fellow del Bairen Jihua presso la Peking University, oltre che fellow dello Science and Technology Program China della Commissione Europea. Animatore e ideatore di ThinkINchina, è uno dei redattori capo della rivista Orizzonte Cina.</span></p>
<p><span style="color: #888888;">anche su <em><a href="http://www.twai.it/all-publications/">Orizzonte Cina</a></em></span></p>
<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/twailogo21.png"><img class="size-full wp-image-4977 alignleft" title="twailogo2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/twailogo21.png" alt="" width="211" height="77" /></a><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/twailogo2.png"><br />
</a></p>
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		<title>Movimenti ambientalisti: uno sguardo incrociato fra Cina e Occidente</title>
		<link>http://www.cineresie.info/movimenti-ambientalisti-uno-sguardo-incrociato-fra-cina-e-occidente/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 02:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[armonia]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[ong]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa dell’ambiente. Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di questi movimenti in Cina e in Occidente. Questi due scenari rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Un post scritto con Marco Tonino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I <strong>conflitti ambientali locali</strong> sono un fenomeno comune in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa della salute, dell’ambiente e, a volte, addirittura della stessa democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di movimenti locali in campo ambientale <strong>in Occidente e in Cina</strong>. Si tratta di due scenari che rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco da difendere, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Uno sguardo comparato è necessario per meglio comprendere le dinamiche in gioco e azzardare alcune ipotesi su quello che sarà <strong style="text-align: justify;">il futuro</strong> della Cina se si manterrà sul presente corso di sviluppo</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4959" title="China-Pollution-Problem" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg" alt="" width="521" height="694" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Ambientalismo &#8220;giovane&#8221; sul versante cinese</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>NIMBY</strong>. “<em>Not In My Backyard</em>”, non nel mio cortile. Questo acronimo, noto in Italia grazie a decenni di lotte contro opere che lo Stato ritiene di interesse pubblico ma che i cittadini osteggiano per timore di possibili <strong>ricadute su ambiente e salute</strong>, da qualche mese è un termine di uso corrente anche in Cina. Questo da quando, lo scorso 14 agosto, i <a href="http://globalvoicesonline.org/2011/08/14/china-large-nimby-protest-erupts-in-dalian/">cittadini di Dalian</a>, un centro urbano nel nordest del Paese, sono scesi in piazza a migliaia per chiedere la <strong>rilocazione di un impianto chimico</strong> per la produzione di parasilene, strappando alle autorità locali la promessa che la loro richiesta sarebbe stata esaudita. La mobilitazione era nata sulla scia dell’allarme scattato la settimana precedente a causa del cedimento di una diga protettiva della fabbrica durante un tifone e la voce si era poi diffusa a macchia d’olio attraverso il web e i cellulari.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto ampliamente pubblicizzato sui media internazionali, il caso di Dalian non è certo il primo esempio di protesta NIMBY in Cina. Già quattro anni prima, nel giugno del 2007, i <a href="http://www.zonaeuropa.com/20070601_1.htm">cittadini di Xiamen</a> si erano mobilitati a migliaia contro il progetto di aprire un altro impianto per la produzione del parasilene non lontano da una zona residenziale. La fabbrica in questione, che aveva ottenuto il supporto dei vertici dello Stato e aveva già attratto quasi 11 miliardi di yuan di investimenti, avrebbe arricchito enormemente le casse cittadine, tanto che si calcolava che il nuovo impianto avrebbe portato al prodotto interno lordo cittadino oltre 80 miliardi di yuan, un quarto del totale di allora. Anche in quel caso però <strong>migliaia di persone</strong> si erano date appuntamento nel centro cittadino per “fare una passeggiata” e protestare pacificamente contro il piano del governo locale. Non appena i cittadini erano scesi in piazza, il <strong>web si era mobilitato</strong> per coprire la protesta e i media nazionali avevano seguito a ruota, spingendo le autorità di Xiamen a fare un clamoroso passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando ancora più in là nel tempo, molti specialisti sono concordi nell’indicare come prima grande mobilitazione ambientale in Cina il caso della resistenza contro la costruzione di una serie di <a href="http://books.google.it/books?id=mdlSyAHSHrQC&amp;lpg=PA152&amp;ots=jzVo8RuVAo&amp;dq=nujiang%20protest&amp;hl=it&amp;pg=PA143#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">dighe sul fiume Nujiang</a>, nella provincia dello Yunnan, tra il 2003 e il 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo evento, che giustamente viene descritto come un punto di svolta per la società civile cinese, sia per il ruolo giocato in quell’occasione dalle ONG ambientali, sia per la (temporanea) capitolazione delle autorità centrali, tuttavia non è rappresentativo di quella che è la tendenza generale nelle proteste ambientali in Cina. Mobilitazioni per la preservazione dell’ambiente naturale, del paesaggio o dell’identità culturale, rimangono eventi molto rari. Anche casi di proteste NIMBY come quelle di Xiamen e Dalian – ma si potrebbero citare anche la lotta dei <a href="http://www.zonaeuropa.com/20091123_1.htm">cittadini di Panyu</a> contro l’apertura di un inceneritore nel 2009 o la resistenza dei <a href="http://www.reuters.com/article/2008/01/12/us-china-maglev-protest-idUSPEK32757920080112">cittadini di Shanghai</a> contro l’espansione del Maglev nel 2008 – per quanto significativi, <strong>rimangono un’eccezione</strong> più che la regola.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, al giorno d’oggi le mobilitazioni ambientali dei cittadini cinesi si configurano come lotte “a posteriori” per la salute o, addirittura, per la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha riconosciuto nel febbraio del 2009 <a href="http://www.hnhbjn.com/newsshow.asp?id=2214">Chen Xiwen</a>, un importante funzionario del governo centrale, “il problema dell’inquinamento ambientale è ormai diventato una delle cause principali che portano allo scoppio di incidenti di massa tra i contadini”. Timothy Hildebrandt e Jennifer Turner in <a href="http://books.google.it/books?hl=it&amp;lr=&amp;id=SDaEslFSP4oC&amp;oi=fnd&amp;pg=PA89&amp;dq=Timothy+Hildebrandt+green+activism&amp;ots=B-Dq2LqSLp&amp;sig=DWLpKdwfhEdxaH6X2SL0sQsRxwI#v=onepage&amp;q=Timothy%20Hildebrandt%20green%20activism&amp;f=false">uno studio</a> pubblicato nel 2009 hanno riportato alcuni indicatori particolarmente significativi: stando a dati diffusi dall&#8217;Amministrazione statale per la protezione dell&#8217;ambiente  (oggi Ministero della protezione ambientale), nel 2005 nell’intero paese avrebbero avuto luogo oltre <strong>51.000 proteste</strong> dovute all’inquinamento, molte delle quali dovute alle crescenti perdite economiche da parte di contadini impossibilitati a vendere i propri raccolti “tossici”; nel 2007, inoltre, il Ministero della salute avrebbe riportato che tra il 2005 e il 2007 il numero di coloro che hanno contratto il cancro a causa dell’inquinamento sarebbe cresciuto del 19% nelle aree urbane e del 23% in quelle rurali. Di fatto, <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">indagini ufficiali</a> condotte di recente su 7.555 progetti chimici di grandi dimensioni hanno dimostrato come ancora oggi l’81% degli impianti chimici si trovino in aree fluviali, zone densamente popolate e altri <strong>luoghi “sensibili” dal punto di vista ambientale</strong>, mentre il 45% sarebbero addirittura considerati “fonte di elevato rischio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è dunque da stupirsi se nell’aprile del 2009, <a href="http://bbs.ccvic.com/thread-120-1-1.html">uno speciale</a> sui cosiddetti “villaggi del cancro” (<em>aizhengcun</em>), pubblicato dalla rivista <em>Fenghuang Zhoukan</em>, riportava <a href="http://wx.house365.com/bbs/showthread.php?threadid=58338">una mappa</a> della Cina con ben 110 villaggi finiti nel mirino dei media cinesi nel decennio precedente a causa dell’elevato tasso di mortalità legato all’inquinamento. A margine della mappa si notava che “questi ‘villaggi del cancro’ per la maggior parte si trovano nelle cinture territoriali intorno ai parchi industriali delle città, a valle lungo il corso dei fiumi oppure nei pressi di miniere, e subiscono così l’inquinamento delle acque reflue industriali, dei gas di scarico, dei residui, dei rifiuti della vita quotidiana, così come dei metalli pesanti e di altre cause molteplici e combinate”. I giornalisti raccoglievano testimonianze drammatiche di genitori che avevano visto i propri figli morire di leucemia uno dopo l’altro, senza poter garantire loro alcuna cura medica, né ottenere alcuna forma di assistenza dallo Stato. Il tutto, a volte, a due passi dalla capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo un <a href="http://www.ndcnc.gov.cn/datalib/NewBook/2011/2011_09/newbook.2011-07-28.7817892265/">recente studio</a> dell’Accademia delle scienze sociali, nel biennio 2009-2010 in Cina avrebbero avuto luogo ventidue <strong>incidenti ambientali gravi</strong> – o, per usare l’eufemismo ufficiale, “con impatto elevato” (<em>yingxiang jiaoda</em>) – che in un modo o nell’altro hanno smosso l’opinione pubblica cinese. Di fronte a una situazione così drammatica, le proteste ambientali non possono che registrare una continua crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 2009, presentando l’edizione del Libro Blu sulla Società Cinese per l’anno successivo, <a href="http://news.qq.com/a/20091221/001334_1.htm">Li Peilin</a> rilevava come delle dieci grandi proteste per l’ambiente accadute nel decennio precedente, ben sei avessero avuto luogo nell’anno appena concluso. Stando a <a href="http://www.cass.net.cn/file/20101102286576.html">più recenti stime</a> della stessa Accademia delle Scienze Sociali, gli incidenti di massa causati dall’inquinamento ambientale stanno crescendo del 29% all’anno, una velocità ben superiore a quella degli incidenti dovuti ad altre cause. Inoltre tali incidenti sarebbero classificabili come “<a href="../contraddizioni-in-seno-al-popolo/">non di classe e non riconducibili ad interessi diretti</a>”, dunque si tratterebbe di situazioni repentine ed altamente imprevedibili, il genere di incidente che le autorità cinesi considerano più rischioso per la stabilità  sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">un sondaggio</a> condotto dal <em>Quotidiano del Popolo</em> nel febbraio del 2011, tra i “dieci problemi caldi del nuovo anno secondo i netizen”, l’inquinamento ambientale figurava al quinto posto, con 7.583 voti. Tra i 3.207 partecipanti ad un ulteriore sondaggio più specifico sulle questioni ambientali, il 93% riteneva che “in Cina i problemi ambientali fossero molto gravi” e, per quanto riguardava le cause di questa situazione, il 75% sosteneva  che “i governi locali hanno sacrificato l’ambiente per il profitto economico”, contro un 11% che riteneva che “la gestione non è all’altezza degli standard”. Dati simili, per quanto basati su un campione decisamente non scientifico, dimostrano come in Cina l’ambiente possa facilmente trasformarsi da questione di salute pubblica a <strong>problema politico</strong>, un fatto di cui il Partito è ben consapevole.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza occidentale</h2>
<p style="text-align: justify;">In Occidente, le prime forme di movimento in campo ambientale sono nate nella seconda metà del secolo scorso grazie ad una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica degli effetti spesso devastanti delle attività economiche sull’ambiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1962 viene pubblicato il libro  “<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=primavera%20silenziosa&amp;source=web&amp;cd=4&amp;ved=0CDYQFjAD&amp;url=http://books.google.com/books/about/Primavera_silenziosa.html?id=xsfa6U1O4M4C&amp;ei=X1beTqiBCoWB4gTE3eSLBw&amp;usg=AFQjCNELDWwyR4R-bdnsfdLU5nVjJFFbcA&amp;sig2=8l36_W9OsVJBw8GsxzWHpg&amp;cad=rja">Primavera Silenziosa</a>”, una denuncia alla distruzione di interi ecosistemi causati dall’uso indiscriminato dei pesticidi: scritto dalla biologa <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Rachel_Carson">Rachel Carson</a>, questo libro segna convenzionalmente l’inizio del movimento ambientalista. Durante gli <strong>anni Sessanta</strong> il movimento ambientalista vive un periodo di forte crescita in seguito all’acuirsi dei problemi di inquinamento, traffico, smaltimento dei rifiuti. L’interesse verso la questione ambientale subisce però un ridimensionamento a seguito della <strong>crisi energetica del 1973</strong>, quando i problemi dell’ambiente tornano in secondo piano, cedendo il passo alle questioni della ripresa e della crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l’Italia negli anni Settanta vive un’eclissi dei movimenti ambientali causata anche da contingenze storiche interne come i gravi problemi di ordine pubblico (agitazione studentesca, scioperi, criminalità organizzata, terrorismo). Di fatto, gli anni Settanta sono caratterizzati in generale da una lenta istituzionalizzazione dei valori ambientalisti nelle politiche pubbliche: vengono approvate leggi di tutela di aria, acqua, suolo, natura; inoltre si inseriscono criteri ecologici nella progettazione di opere destinate a modificare l’ambiente, cresce la ricerca e l’educazione ambientale. Questo è anche il decennio della nascita dell’<a href="http://www.exibart.com/Libri/dettaglio_libro.asp?IDLibro=1142872">ecologia politica</a>, che si sviluppa in due modalità: la prima riguarda l’adozione di temi ecologici nelle ideologie e nelle forze politiche tradizionali, la seconda riguarda la trasformazione dei movimenti ambientalisti in partiti definiti “Verdi”. Tale fenomeno ha avuto maggiori sviluppi in Europa dove, a differenza degli Stati Uniti, c’è la possibilità di presentare liste politiche monotematiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni Ottanta vedono una ripresa ed espansione del movimento ambientalista in tutto il mondo mentre si susseguono e moltiplicano le conferenze su temi ambientali a livello internazionale. Gli anni successivi vedono infine la progressiva istituzione di Ministeri dell’ambiente nei governi di tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente alla Cina, i paesi occidentali hanno una <strong>lunga tradizione</strong> di proteste per l’ambiente. Considerando i soli conflitti ambientali locali, diverse sono le poste in gioco che vengono messe in discussione da chi si oppone ad un progetto: la salute, il reddito, una specifica componente ambientale (e.g. l’aria, l’acqua, il suolo, una  particolare specie animale); più recenti sono le poste in gioco riguardanti il paesaggio (sia come parte di un ecosistema sia come rappresentazione dell’identità culturale), l’ambiente in senso più ampio e l’idea di uno sviluppo diverso del territorio. Quando una protesta sposta la sua attenzione dalla locazione del progetto alla tipologia di progetto allora non si parla più di protesta NIMBY (<em>Not in My Back Yard</em>) ma di <strong>NIABY</strong> (<em>Not in Anyone’s Back Yard</em>). Non vi è più dunque un atteggiamento di rifiuto spontaneo, “epidermico” ed egoistico ma si passa ad un’opposizione più consapevole, sostenuta da una conoscenza più specifica. Stando ad <a href="http://books.google.com.co/books?id=TcmKDsRLhbMC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">una ricerca</a> su sei città italiane, degli ottantanove comitati di cittadini censiti in uno studio del 2004, solo poco più di un quarto si mobilita secondo logiche NIMBY, mentre i restanti  tre quarti tendono ad ampliare il loro raggio territoriale e/o tematico della loro protesta.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda della <strong>protesta “NO TAV”</strong> della Val di Susa in Piemonte è un caso di opposizione ad un’opera infrastrutturale cominciato nel 1990 e da allora periodicamente all’attenzione dell’opinione pubblica. La Val di Susa rappresenta una situazione d’incontro di fattori predisponenti alla manifestazione del conflitto quali la bassa qualità ambientale e l’alto grado di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte territoriali. La valle, in cui è prevista la  costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, è infatti già sottoposta ad alto <strong>stress ambientale</strong> a causa dell’inquinamento dovuto ai viadotti ed alle aree industriali presenti; il degrado della zona interessata dal progetto e la partecipazione inadeguata alle procedure prevista dalla legge obiettivo 121/2001 hanno portato alla degenerazione in protesta del conflitto. Il difetto di partecipazione all’interno della procedura di valutazione del progetto è confermato dall’<a href="http://temi.repubblica.it/limes/litalia-presa-sul-serio">assenza degli stessi conflitti</a> nei cantieri sul versante francese: grazie al lavoro di ricerca del consenso compiuto in Francia i valligiani locali sembrano essere consapevoli dei benefici che l’opera potrà apportare al loro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nata come fenomeno locale, la protesta della Val di Susa è cresciuta diventando un movimento coordinato ed organizzato  sin a livello sovranazionale che ha elaborato <strong>proposte progettuali alternative</strong>. Se all’inizio del conflitto ambientale i valori da difendere erano la salute ed un’<strong>idea diversa di sviluppo</strong>, ora – soprattutto dopo il ricorso alle forza del governo nel presidiare e difendere i cantieri nella valle &#8211; la  posta in gioco è diventata la democrazia, così come la giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, nonostante l’esistenza di procedure che prevedono la <strong>partecipazione</strong> come strumento chiave per la pianificazione territoriale (VIA, VAS, Agenda 21 Locale) in Italia le situazioni di conflittualità ambientale sono in crescita, grazie anche alla facilità di creare reti e condividere esperienze offerte da internet e nuovi media. Nel solo Veneto, i conflitti ambientali identificati all’interno dell’<a href="http://www.veronainblog.it/wp/2011/11/10/legambiente-veneto-e-universita-iuav-di-venezia-redigono-l%D5-atlante-dei-conflitti-territoriali/">atlante del “malessere territoriale”</a> (redatto nel 2011 da Legambiente ed Università IUAV di Venezia) sono 49 e, di questi, 41 sono ancora in atto. La maggior parte dei conflitti riguarda progetti che minacciano il paesaggio.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Affinità, differenze e scenari futuri<br />
</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Quali conclusioni possiamo trarre da questa breve e incompleta panoramica?</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, possiamo notare alcune differenze sostanziali tra quello che sono le proteste ambientali in Cina e ciò che sono stati e sono ancora oggi i movimenti ambientalisti in Europa e negli Stati Uniti. Se in Occidente, questi movimenti si sono rapidamente <strong>evoluti in partiti</strong> (e poi come tali sono entrati in crisi), in Cina questa evoluzione al momento non è possibile a causa del monopolio politico da parte del Partito comunista. Per questa ragione la forma organizzativa più comune rimane quella della <em>grassroots organization</em>, ciò che in genere gli osservatori definiscono “ONG ambientale”.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, se in Occidente l’<strong>impianto normativo</strong> in campo ambientale è nato nel tempo come risposta a pressioni della società civile e del mondo accademico, in Cina questo è stato introdotto d’autorità dall’alto, senza un reale coinvolgimento dei cittadini. Infine, se in Occidente sempre più spesso le proteste ambientali sono riconducibili alla <strong>difesa di  valori profondi</strong> –la cultura e l’identità territoriale, una certa concezione di sviluppo, l’idea stessa della democrazia partecipativa – in Cina, nonostante si siano verificate mobilitazioni classificabili come NIABY, rimangono prevalenti le proteste legate a questioni ben più concrete come l’<strong>interesse economico</strong> o la <strong>salute</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, queste differenze non possono e non devono oscurare quelli che sono i <strong>punti in comune</strong> tra Cina e Occidente quando si tratta di proteste ambientali.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, in Cina come nel resto del mondo un ruolo sempre più importante nelle mobilitazioni dal basso stanno assumendo i <strong>nuovi media</strong>, come si è visto nel caso della TAV in Italia e nei casi di Dalian e Xiamen in Cina. In secondo luogo, in entrambi i contesti si è assistito e si sta assistendo allo sviluppo di movimenti a-partitici e a-politici che ruotano attorno ai principi della tutela dell’ambiente e dello <strong>sviluppo sostenibile</strong>. Infine, sia in Occidente che in Cina si è avuta una graduale <strong>assimilazione</strong> del discorso ambientalista da parte delle autorità. In Cina questo si è visto soprattutto nell’ultimo decennio, dopo l’ascesa al potere di Hu Jintao e Wen Jiabao e l’affermarsi di una nuova <strong>retorica ufficiale</strong> basata sull’idea di “società armoniosa” (<em>hexie shehui</em>). Non si può infatti dimenticare che una delle componenti fondamentali di questa &#8220;armonia&#8221; sta nel <strong>rapporto tra uomo e natura</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dei movimenti ambientali occidentali si dimostra particolarmente significativa per le autorità cinesi. A dispetto delle mille leggi adottate in materia, in assenza di canali di <strong>partecipazione democratica</strong> alla vita politica, in Cina esiste un rischio concreto che le varie istanze in campo ambientale evolvano in direzione di un movimento politico “verde” più o meno radicale. Se al momento questa eventualità sembra ancora lontana, resta da vedere se le autorità di Pechino riusciranno ad andare oltre la pura retorica e ad imprimere una <strong>nuova direzione</strong> al modello di sviluppo del paese, accogliendo gli stimoli provenienti dalla base e prevenendo che l’instabilità sociale degeneri. In fondo, lo aveva teorizzato per primo <strong>Mencio</strong> oltre duemila anni fa: le catastrofi naturali non sarebbero altro che un segnale divino secondo cui una dinastia ha perso il proprio “mandato del Cielo”, la propria legittimità a governare. Secondo questo antico ma mai dimenticato filosofo, in presenza di terremoti, inondazioni, raccolti tossici ed altre calamità, il popolo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di ribellarsi e mettere sul trono una nuova dinastia. Parole che, dopo millenni, suonano ancora minacciose alle orecchie di coloro che siedono ai vertici del potere a Pechino.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Scritto in collaborazione con </span><strong>Marco Tonino</strong><span style="color: #888888;">, dottorando in Scienze ambientali presso l&#8217;Università Ca&#8217; Foscari di Venezia. Si occupa principalmente di gestione integrata delle zone costiere e di processi partecipativi.</span></p>
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		<title>Tutti parlano di Sina Weibo</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 08:28:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluigi Negro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[popolo della rete]]></category>
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		<description><![CDATA[Si è già scritto molto sull’importanza di Sina Weibo, la piattaforma di microblog più popolare in Cina, vera e propria arena in cui si sono sviluppati i più importanti casi mediatici degli ultimi anni. Ma quali sono le ragioni alle spalle della straordinaria crescita di un servizio che poco più di due anni fa stava muovendo i suoi primi passi? Cosa possiamo aspettarci per il prossimo futuro? Il ritratto di uno strumento che sta rivoluzionando il modo di intendere la comunicazione in Cina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/weibo_cloud.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4899" title="weibo_cloud" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/weibo_cloud.jpg" alt="" width="571" height="452" /></a></p>
<p style="text-align: right;">photo credits: <a href="http://www.flickr.com/photos/anxiaostudio/5865152751/sizes/z/in/photostream/" target="_blank">anxiaostudio</a></p>
<p style="text-align: justify;">Si è già scritto molto circa l’importanza di <a href="http://www.weibo.com/" target="_blank">Sina Weibo</a>, la piattaforma di microblog più popolare in Cina, vera e propria arena in cui si sono sviluppati i più importanti <strong>casi mediatici</strong> degli ultimi anni. L’importanza di Sina Weibo, che recentemente ha festeggiato il traguardo dei <strong>250 milioni di utenti</strong>, è tale da far pensare che questo servizio presto supererà Twitter in termini di bacino di utenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure il successo di Sina Weibo è il frutto di un percorso avviatosi durante le celebrazione del <strong>ventesimo anniversario</strong> delle proteste di piazza Tiananmen. All’epoca si registrò una serie di <strong>oscuramenti temporanei</strong> che coinvolse la prima generazione di “cloni” cinesi di Twitter. Alcuni di essi tornarono ad essere accessibili dopo diversi mesi, altri, come lo stesso Twitter, ancora oggi rimangono inutilizzabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Una seconda ondata censoria si è scatenata nell’estate del 2009 durante gli <strong>scontri nello Xinjiang</strong> quando tutti i servizi di microblog furono chiusi. Ironia della sorte, in quel periodo lo scenario appariva molto vivace e competitivo, lo stesso Twitter infatti iniziava a confrontarsi con servizi locali quali <strong>Fanfou</strong>, servizio bloccato una settimana dopo gli scontri di Urumqi, e <strong>Digu</strong>, il sostituto di Fanfou nei novantanove giorni in cui quest’ultimo non è stato accessibile per “aggiornamento dei server”. Da annotare anche il temporaneo oscuramento di <strong>Zousa</strong>, probabilmente il sito graficamente più simile a Twitter, così come la definitiva chiusura di <strong>Jiwai.de</strong> il primo servizio di microblog in Cina.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Charles Chao e la sua creatura</h2>
<p style="text-align: justify;">Fu proprio in questo vuoto, nel luglio del 2009 che Charles Chao, presidente di Sina confermò la fine dei lavori per <a href="http://www.forbes.com/global/2011/0314/features-charles-chao-twitter-fanfou-china-sina-weibo.html" target="_blank">Pengyou</a> una piattaforma social, per far spazio a un nuovo progetto, un nuovo servizio di microblog da lanciare proprio nel momento in cui le autorità sembravano preoccupate più che mai per i rischi politici che sarebbero potuti scaturire da realtà del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu così che, nell’agosto del 2009, <strong>Sina Weibo</strong> fu inaugurato. Dopo pochi mesi, il nuovo servizio veniva identificato come nuovo fenomeno dell’internet cinese dal “<a href="http://english.peopledaily.com.cn/90001/90776/90882/7246031.html" target="_blank">2010 Annual Report on China Microblogging</a>” pubblicato dal Public Opinion Research Laboratory dell’Università Jiaotong di Shanghai. A parte Sina Weibo, il <strong>fenomeno dei microblog</strong> in Cina attirò l’attenzione dei media ufficiali tanto che, secondo un altro rapporto pubblicato nel 2010 dal China Youth Daily, il 93,3% dei soggetti intervistati aveva indicato che i microblog avevano cambiato loro la vita; l’87% aveva rilevato che accedeva al servizio solo per sapere cosa la gente pensava circa eventi o notizie di dominio pubblico e per poterle poi commentare; il 62,5% infine lo utilizzava esclusivamente per ritrovare persone scomparse e attività pubbliche simili lanciate dagli stessi servizi di microblog.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Una crescita inarrestabile</h2>
<p style="text-align: justify;">Ad appena due mesi dalla sua inaugurazione ufficiale, Sina Weibo contava già un milione di utenti. Dopo otto mesi, nell’aprile del 2010, i suoi utenti erano dieci milioni, mentre nell’ottobre dello stesso anno il numero sarebbe schizzato a cento milioni di utenti. La crescita della piattaforma continua incessante ancora oggi tanto che Ali Yong, un manager dell’area marketing, ha rilevato che la media è di dieci milioni di nuovi utenti al mese. Al momento, i cosiddetti “<strong>account certificati</strong>” sono sessantamila, un dato particolarmente significativo poiché indicativo di una delle strategie portanti di Sina Weibo, che fin dai primi mesi ha cercato di <strong>coinvolgere star</strong>, celebrità, cantanti, personaggi famosi nel mondo dei media e dell’economia in modo da attirare l’attenzione di milioni di utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vuoto lasciato da potenziali competitor ha costituito un vantaggio non da poco nella fase di lancio del servizio. A distanza di mesi è possibile sostenere che Sina Weibo è senza ombra di dubbio il leader di settore. Secondo <a href="http://www.slideshare.net/sinocismblog/way-of-the-weibo" target="_blank">un rapporto</a> pubblicato dall’agenzia di consulenza RedTech Advisors, Sina Weibo è usato dal 57% dei microblogger in Cina e sulla sua piattaforma si sviluppa l’87% dell’attività di microblog dell’intero paese. L’unico competitor credibile è <strong>Tencent Weibo</strong> con un 21% di microblogger cinesi e un 9% di utenti attivi. Fra gli altri servizi è tuttavia opportuno ricordare quelli offerti da grandi portali come Sohu e Netease, così come quello di Baidu, il motore di ricerca più utilizzato in Cina, che ha provato con scarsi risultati a sviluppare la propria piattaforma di microblog, come dimostra l’esperienza di <strong>Baidu Shuoba</strong>, chiuso l’8 agosto 2011. Altre interessanti esperimenti sono quelli condotti dai media ufficiali: nell’aprile 2011 Xinhua ha inaugurato <strong>Xinhua Weibo</strong> mentre il Weibo del Quotidiano del popolo, il <strong>Renmin Weibo</strong> è operativo dal 1 febbraio 2010.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene il numero di competitor continui ad aumentare, la crescita di Sina Weibo sembra inarrestabile. Nell’annunciare <a href="http://news.imeigu.com/a/1303874200787.html" target="_blank">i risultati finanziari</a> del secondo quadrimestre del 2011, l’amministratore delegato di Sina, Charles Chao, ha confermato che “Weibo.com è riconosciuto come un fenomeno online anche grazie ai suoi contatti online che hanno recentemente superato i duecento milioni”. Al fine di celebrare questo sorprendente successo, Sina ha deciso di far proiettare il <a href="http://technode.com/2011/08/23/2-years-old-200-millions-users-and-sina-weibo-is-on-nasdaq/" target="_blank">proprio logo</a> sullo <strong>schermo del NASDAQ</strong> allegando un saluto “condividi la felicità con duecento milioni di persone qui”, come a dire che il soft power tanto citato dai discorsi e dalle direttive ufficiali trova seguito anche nelle dinamiche meno istituzionali (e talvolta pure fuori confine).</p>
<p style="text-align: justify;">Il 19 settembre 2011 Charles Chao ha dichiarato che gli utenti di Sina Weibo supereranno presto quelli del portale Sina. Secondo <a href="http://news.ichinastock.com/2011/09/sina-weibo-beats-netease-in-alexa-traffic-rank/" target="_blank">le statistiche</a> proiettate da Alexa, Sina Weibo è il settimo sito internet più visitato in Cina. L’importanza di Sina Weibo come media mainstream è poi confermata da un <strong>flusso di informazioni</strong> che equivale a 750 milioni di news al giorno, dato che, sempre secondo Charles Chao, è destinato a crescere nei prossimi mesi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">I microblogger cinesi, un ritratto</h2>
<p style="text-align: justify;">Un rapporto pubblicato dalla Beijing Association of Online Media nell’agosto 2010 ha fornito un <strong>identikit degli utenti</strong> di Sina Weibo: la categoria più seguita è quella degli amici reali o dei compagni di classe (61,5%), seguita dagli amici conosciuti online (49,2%), dalle celebrità (48,4%) e dai professionisti (35,7%). Gli utenti di Sina Weibo sono giovani: il 36,4% ha un’età che va dai 18 ai 25 anni; il 30,2% dai 26 ai 30 anni. Interessante notare anche il livello d’istruzione: il 24,4% è composto da studenti iscritti al corso di laurea triennale, il 23,5% da studenti del college, l’11,4% ha una formazione tecnica, l’8,3% sono studenti iscritti a master o con un livello di istruzione superiore. Per quanto concerne il potere d’acquisto, va rilevato come esso sia abbastanza contenuto: il 36,1% dispone di un salario dai 3.000 ai 4.900 yuan; il 21,9% dispone dai 1.000 ai 2.999 yuan mensili, mentre il 15,3% può spendere meno di 1.000 yuan al mese.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Dal computer ai cellulari</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Come già accennato, lo sviluppo di Sina Weibo dipende da diversi fattori, uno dei quali è lo stato dello sviluppo del mercato della <strong>telefonia mobile</strong>. Attualmente, il PC è considerato il mezzo più popolare per accedere alle piattaforme di microblog (69,1%), mentre la telefonia mobile si attesta appena al 7%, ma vi è anche un 23,4% che usa entrambi i mezzi. Durante un’intervista rilasciata lo scorso aprile durante la Global Internet Conference a Pechino, il presidente di Sina si è soffermato sull’importanza del mercato della telefonia mobile: “Nel 2010 la vendita degli smartphone e dei tablet in Cina supererà i 200 milioni di pezzi. Le <a href="http://tech.gmw.cn/2011-05/07/content_1931378.htm" target="_blank">nostre previsioni</a> suggeriscono che alla fine del 2012 ci saranno 600 milioni di dispositivi con accesso mobile ad Internet e che entro il 2013 ci saranno più utenti di internet mobile che di PC”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Malumori e perplessità</h2>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente Sina Weibo ha le caratteristiche principali proprie di una piattaforma di microblog. Si tratta infatti un <strong>sistema ibrido</strong> in cui è possibile sviluppare sia una trasmissione di informazioni che una comunicazione interattiva. Tali caratteristiche hanno permesso a Sina Weibo di diventare una delle più attendibili fonti di informazione per molti utenti cinesi. Secondo il rapporto <a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2011-03/26/content_12230674.htm" target="_blank">Internet Real Time Public Opinion</a> pubblicato dalla Communication University di Pechino nel marzo del 2011, le piattaforme di microblog come Sina Weibo sono la terza risorsa di informazione più importante in Cina. Nel frattempo alcuni media ufficiali hanno iniziato a valutare i possibili <strong>usi impropri</strong> del microblog, mettendo in luce il rischio che i questi strumenti favoriscano la diffusione di notizie infondate sul web. Il 14 agosto del 2011 dalle pagine del <a href="http://www.globaltimes.cn/NEWS/tabid/99/ID/670846/Crusade-against-rumor-marred-by-cyber-polarization.aspx" target="_blank">Global Times</a> l’editorialista Wu Danhong ammoniva: “Forse sarebbe il caso che il governo si mobilitasse per evitare le voci infondate. La sicurezza di un’informazione attendibile è responsabilità del governo, sfortunatamente però le precisazioni fornite dal governo sono in ritardo e negligenti. La gente non ha più fiducia nel governo che tratta di questioni legate ad errori o alla stessa incompetenza delle autorità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai media ufficiali, malumori nei confronti di Weibo sono da individuare anche in <strong>gruppi “spontanei”</strong> (almeno all’apparenza) che denunciano la pericolosità della piattaforma di microblogging più popolare in Cina. Tra questi il più popolare è probabilmente l’Anti-rumor league (<em>piyao lanmeng,</em> di cui ha già scritto <a href="http://www.agichina24.it/repository/canali/ritagli-di-emma-lupano/notizie/il-39virus39-del-microblog-nasce-la-ldquolega-contro-i-rumorirdquo" target="_blank">Emma Lupano</a>), un movimento che, curiosamente, è attivo sullo stesso Sina Weibo con un proprio account e che si presenta come un “vigilante in cerca di verità con l’obiettivo di identificare e neutralizzare le bugie che si sviluppano nella sfera del microblog cinese”.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure secondo alcuni esperti di settore, la chiusura di Sina Weibo sembra essere poco realistica. Dalle pagine del suo <a href="http://blog.donews.com/keso/archive/2011/03/03/1583655.aspx" target="_blank">blog</a>, il noto esperto Keso (il cui vero nome è Hong Bo) sostiene che Sina Weibo rappresenta uno sbocco utile a tutti i cinesi che hanno bisogno di esternare i propri punti di vista ed emozioni. Uno sbocco visibile è sicuramente più sicuro di uno invisibile. Inoltre, non bisogna dimenticare che Sina Weibo è un servizio gestito da gente di fiducia agli occhi del Partito e che, aspetto da non sottovalutare, un blocco dello stesso potrebbe avere conseguenze notevoli per la <strong>stabilità sociale</strong>. Di fatto, il governo potrebbe usare Sina Weibo a proprio vantaggio, come si è avuto modo di constatare in occasione della <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424053111904279004576526293276595886.html" target="_blank">visita di Liu Qi</a>, membro del Politburo del PCC, lo scorso agosto ai quartieri generali di Sina Weibo. In quell’occasione egli aveva sostenuto che la piattaforma di microblog dovrebbe “implementare l’applicazione e la gestione di nuove tecnologie, così come mettere fine al proliferare di informazioni false”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Quali prospettive?</h2>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo Sina Webo continuerà a crescere anche nei prossimi mesi, cercando di focalizzare la propria strategia sulla telefonia mobile, ma non solo. Nell’aprile 2011, durante la terza Global Mobile Internet Conference tenutasi a Pechino, Chales Chao ha annunciato che Sina Weibo si svilupperà attraverso le tre direzioni del così detto<strong> “SOLOMO”</strong>, acronimo di <em>social</em>, <em>local</em> and <em>mobile</em>. In merito a questa evoluzione, è importante sottolineare che se il microblog inteso secondo gli standard occidentali rappresenta una piattaforma che si basa su relazioni deboli, Sina Weibo sembra differire da questo schema, in quanto mira a riflettere le relazioni che esistono nella vita reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella stessa circostanza, sempre Charles Chao ha rilevato che “piuttosto che uno scambio di informazioni, il microblog è da considerarsi relativamente debole nell’ambiente della comunicazione sociale, e il microblog sociale passa attraverso <a href="http://tech.gmw.cn/2011-05/07/content_1931378.htm" target="_blank">tre punti di snodo</a> che includono: il nodo della <strong>creatività</strong>, il nodo di <strong>collegamento</strong> tra utenti e in ultima istanza il nodo della <strong>&#8216;coda lunga&#8217;</strong>. Attraverso questi tre punti di snodo l’informazione ha la possibilità di agire come un’eccezionale comunicazione dalla copertura estesa. In virtù della sua capacità nel diffondere informazione, sarà il servizio più efficiente in termini di comunicazione di notizie”. Anche se, numeri alla mano, almeno in Cina, sembra già esserlo.</p>
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		<title>Lu Zhi e l&#8217;ecologia</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 19:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[Lu Zhi, docente dell'Università di Pechino e di Yale, è fra i ricercatori ed ecologisti cinesi più attivi. Diventata inizialmente famosa per i suoi studi sui panda, tanto da essere considerata la "Diane Fossey dei panda", ora si batte per la protezione del patrimonio ecologico cinese. Nicolò Di Marzo, attento osservatore delle dinamiche dell'ambientalismo in Cina, ci aiuta a conoscerla traducendo per noi un reportage uscito l'anno scorso sul Nanfang Renwu Zhoukan.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Lu Zhi è fra i ricercatori ed ecologisti cinesi più attivi in Cina. Nicolò Di Marzo, attento osservatore delle dinamiche dell&#8217;ambientalismo cinese, ci aiuta a conoscerla traducendo per noi questo interessante reportage uscito l&#8217;anno scorso sul Nanfang Renwu Zhoukan (Southern People Weekly).</span></p>
<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/09/%E5%90%95%E6%A4%8D_panda_1.jpg"><img class="size-full wp-image-4491 aligncenter" title="吕植_panda_1" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/09/%E5%90%95%E6%A4%8D_panda_1.jpg" alt="" width="566" height="324" /></a></p>
<p>articolo originale tratto da <a href="http://tech.sina.com.cn/d/2010-06-10/12044296248.shtml" target="_blank">Southern People Weekly</a></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Il classico dell&#8217;ecologia di Lu Zhi</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Andiamo a conoscere quella che può essere considerata la Dian Fossey dei panda: <strong>Lu Zhi</strong>. Docente di Scienze Naturali e direttore del Centro di Ricerca per lo Sviluppo sociale e la Protezione ambientale presso la Beijing University, direttore dello Shanshui Conservation Centre, ricercatrice presso il Dipartimento di Conservazione forestale della Yale University; membro della Global Agenda Council del Forum economico mondiale, nel 1999  è stata inserita dal “New York Times” nella lista delle sei giovani<strong> personalità cinesi</strong> da tenere d’occhio. Diventata inizialmente famosa per i suoi studi sui panda, adesso si batte per la protezione del<strong> patrimonio ecologico</strong> cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è chi dice che Lu Zhi sia l’essere umano ad essere entrato più a stretto contatto coi panda al mondo. Questa docente di Scienze Naturali della Beijing University, un tempo entrava e usciva liberamente dalla caverna in cui il panda femmina aveva appena dato alla vita il suo cucciolo e, imitando il verso della madre, riusciva persino a farlo arrampicare sul suo corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Zhi ha frequentato le vette di Qinling dal 1985 fino al 2000, quando ha deciso di affidare le sue ricerche sul campo ai suoi studenti. I panda da lei fotografati sono finiti sulla copertina del “National Geographic” americano, i suoi studi le hanno conferito grande fama  nell’ambito della <strong>protezione ambientale</strong>, eppure, non tutti sanno che prima di andare in Tibet, il suo atteggiamento nei confronti dell’ambiente è stato sempre disilluso.<br />
“Prima, quando mi occupavo di ambiente, nonostante lo facessi con molti sacrifici, devo ammettere che dentro di me non nutrivo grosse speranze, perché tutti ci vogliono guadagnare, nessuno veramente riflette sul futuro delle generazioni a venire” dice mentre apre sul suo computer un documento in power-point.</p>
<p style="text-align: justify;">Tre linee salgono rapidamente per poi abbassarsi lentamente, a rappresentare il rapporto tra consumo energetico per abitante e per unità di PIL di Stati Uniti, Giappone e Norvegia. Ai primi stadi della crescita economica, l’aumento del PIL è causa di un grosso spreco di risorse, ma dopo ogni “<strong>punto di svolta</strong>”, il consumo energetico tende a calare, e il PIL diventa verde. “Si tratta della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Curva_di_Kuznets" target="_blank">curva di Kuznets</a>, e la maggior parte degli economisti ritiene che il ‘punto di svolta’ si ottiene con un reddito pro-capite che oscilli dai 7000 ai 10000 dollari” Ci spiega Lu Zhi.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina si trova ancora su una linea che sale a tutta velocità, ma chiaramente, il resto del mondo non riesce ad aspettare che lei e il suo livello di <strong>consumo energetico</strong> raggiungano il ‘punto di svolta’. “ La Cina non ha scelta, al di là del fatto che questo sia giusto o no. C’è qualcuno che potrebbe dire, gli altri hanno consumato così tanto, perché non possiamo fare altrettanto? Non tollero questo tipo di ragionamento. Significa continuare a comportarsi male nonostante si sappia che ci si sta comportando male. E’ illogico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è forse possibile arrivare al ‘punto di svolta’ prima ancora di arrivare al <strong>benessere economico</strong>? Gli economisti scuoteranno la testa, eppure, l’esperienza di molte minoranze etniche dell’ovest cinese e del Tibet è in grado di sfidare la loro incredulità.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Zhi si reca per la prima volta in Tibet nel 1996. Visita le praterie del Qiangtang, poi Motuo e Chayu nel sud-est del Tibet, dove scopre che gli animali tibetani non hanno paura degli essere umani; in seguito va nella prefettura autonoma del Garzê, nel Sichuan, che la colpisce profondamente: qui la protezione dell’ ambiente sembra essere per i tibetani  qualcosa di estremamente naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ uno shock per lei. Quando si trovava a Qinling per le sue ricerche, la gente del luogo le chiedeva sempre incuriosita: “Perché da Pechino è venuta a fare la fame in questo villaggio di montagna dimenticato da Dio?” e lei rispondeva: “I panda sono così divertenti, così belli”. Loro non le credevano. Poi quando giornali e telegiornali hanno cominciato a parlare di lei, tutti hanno capito: “Ahhh, è venuta qui a fare la fame perché vuole diventare famosa!”. Quando ripensa a quel periodo, Lu Zhi ride: “ Purtroppo ha a che fare con la nostra cultura, la gente non crede alla <strong>semplicità della felicità</strong>”. Ma, in Tibet, “Se parli ai locali di proteggere gli animali selvatici, nessuno ti chiede perché”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Comprare i servizi che il tuo ambiente naturale offre</h2>
<p style="text-align: justify;">Lu Zhi continua a mostrarmi il suo power-point. Questa volta si tratta di una cartina della Cina che illustra le 600 specie di <strong>animali da proteggere</strong> suddivise per aree geografiche, in cui la tonalità di colore più scura sta ad indicare la specie animale più a rischio, “puoi vedere chiaramente dove sono i posti migliori, gli ultimi habitat”. La pianura del nord cinese ha un colore piuttosto sbiadito come il bacino del Sichuan e le aeree toccate dal Fiume Azzurro e dal Fiume delle Perle; le province del Fujian, del Guangxi e del Guizhou sono puntellate qui e li; una porzione colorata abbastanza estesa e accesa si trova nei pressi delle montagne Tianshan e Ar-Taishan in Xinjiang, vicino la catena montuosa del grande Khingan e della montagna Chanbai nel nord-est; anche se sono le montagne di Qinling e la catena montuosa dell’ Hengduan ad avere la quantità di colore più vasta e più scura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>estinzione</strong> di alcuni animali può avere conseguenze immediate sulla catena alimentare e quindi sull’uomo, ma allo stesso modo può causare danni momentaneamente poco visibili.  Come gli uomini del passato non avrebbero mai immaginato gli effetti dell’<strong>ingegneria genetica</strong> sull’uomo, allo stesso modo gli uomini del presente non riescono a immaginare come la scomparsa di alcuni animali possa influenzare il nostro futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Zhi propone un esempio: il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ochotona_alpina" target="_blank">pica</a> distrugge l’erba delle praterie, è un animale che nessuno apprezza, eppure in epoche di <strong>grandi carestie</strong>, gli uomini cacciandolo sono riusciti a sopravvivere. “Ci sono cose che esistono di cui nessuno sa l’utilizzo, spesso frutto della combinazione di altre, all’apparenza sembra che non abbiano nessun legame, ma non appena capita l’occasione, è facile capirne il filo rosso che le collega”. Il Buddhismo pone molto l’attenzione sul concetto di <strong>causa e effetto</strong>, secondo Lu Zhi, da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra scienza e religione. “Entrambe ricercano la verità, solo il modo e il motivo per cui la cercano sono diverse. Per quel che mi riguarda, l’obbiettivo che mi prefiggo è quello di preservare più cose possibili su questa terra”.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>fauna</strong> costituisce soltanto un aspetto del nostro ecosistema, un&#8217; ulteriore mappa mostra i mutamenti nei dati statistici della vegetazione cinese dal 2000 al 2009. Il grafico ci mostra il tracciato della concentrazione di clorofilla ottenuto attraverso i rilevamenti satellitari: &#8220;Perché dobbiamo iniziare a partire dal 2000? Perché lo stato ha interrotto la deforestazione a cominciare dal 1998, pertanto il 2000 è un anno importante. Ci consente di osservare se, in realtà, si sono registrati miglioramenti oppure peggioramenti. La catena montuosa del grande Khingan è visibilmente deteriorata, l’area del cosiddetto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Shangri-La" target="_blank">Shangri-La</a> come tutta la Cina del sud non godono nemmeno di buona salute, solamente le pianure al nord e la pianura di loess al centro registrano un aumento della densità di clorofilla, ma tutti sanno che li non ci sono foreste e praterie perché quello che aumenta è solo la terra coltivata.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il territorio cinese è molto diverso da quello europeo o da quello americano dove tutto è stato dapprima disboscato, se si prende ad esempio la foresta nera in Germania o la maggior parte delle foreste americane che sono state completamente rase al suolo per poi essere rimboscate. La Cina deve proteggere le sue foreste  perché il suo terreno è essenzialmente montuoso, non perché noi cinesi siamo più benevoli verso la nostra terra. E penso che questo sia probabilmente anche il volere del cielo.” Lu Zhi dice che loro hanno scelto di custodire il posto più bello della Cina: l’area collinare del sud-ovest, parte della zona tibetana dei Kampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza lei e il suo team, lo ‘<a href="http://www.hinature.cn/" target="_blank">Shanshui Conservation Centre</a>’, un’organizzazione non governativa che si propone di tutelare la bio-diversità, sperano di pianificare dei progetti per il governo o per il mercato “in modo che i loro soldi incontrino i bisogni dell’ambiente e le richieste della comunità. Stipulare dei contratti con i locali, ad esempio destinare i fondi che prima sparivano nelle casse del Dipartimento Forestale direttamente ai locali, in modo che quello che loro si prefiggono di fare venga specificato chiaramente nero su bianco.  Più che di un vero e proprio sistema contrattuale, in realtà si tratta di usare dei soldi per <strong>comprare i servizi</strong> che il tuo ambiente naturale offre”. Questi progetti non sono stati pianificati esclusivamente per la comunità tibetana, il loro potenziale economico è evidente, ma è la benevolenza che i tibetani nutrono verso la natura ad aver ispirato Lu Zhi: “il Dr. Shaller (studioso di fama mondiale che si occupa della salvaguardia della fauna selvatica) una volta mi disse, la tutela dell’ambiente dipende dal cuore umano, i nostri giovani ancora non lo capiscono, pensano sempre che si debbano usare metodi scientifici o strategie politiche. Se prendiamo tutti i posti in cui la protezione dell’ambiente ha avuto successo, è perché la gente lo ha voluto, e perché lo ha voluto, non per interesse, né per motivi reali o materiali.” “Tutto il nostro lavoro si basa su come riuscire a far diventare la gente comune la forza principale della salvaguardia ambientale”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Proteggere l’ambiente con la forza della religione</h2>
<p style="text-align: justify;">Circa dieci anni fa, <strong>Li Shengzhi</strong> conobbe Lu Zhi ad un evento, all’epoca lui non sapeva quale fosse la sua professione e la sera stessa, dopo essere tornato a casa, vide un servizio in televisione sulle <strong>10 personalità giovanili</strong> più di rilievo di tutta la Cina, e Lu Zhi era tra queste. Il giorno seguente, Li chiese a Lu di questa cosa, Lu dapprima non proferì verbo, e solo dopo un po’ gli disse imbarazzata: mi hanno detto di dargli una mia fotografia…<br />
“Prima lei era una persona timida e introversa, ma è cambiata a furia di eventi pubblici” ci dice Li Shengzhi.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito Li e Lu sono diventati colleghi al WWF, “All’epoca mi trovavo ancora all’Accademia di Scienze Sociali del Sichuan, negli anni novanta la maggior parte dei ricercatori universitari lavorava anche nelle ONG, un po’ per hobby, un po’ perché avevamo un sacco di tempo libero”. Adesso Li è supervisore delle ricerche sul campo dello ‘Shanshui Conservation Centre’.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2000, Li Shengzhi inizia a sentire Lu Zhi parlare di Tibet; nel 2003 Lu Zhi diventa rappresentante del Conservation International (CI) cinese, “fare il rappresentante nazionale ti da un sacco di autonomia, subito dopo infatti lei propose il progetto ‘Monte Sacro e Lago Santo’(così sono anche conosciuti il monte <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kailash" target="_blank">Kailash</a> e il lago Manasarovar)”. Nell’ottobre del 2004, iniziano le ricerche sul campo. Nell’arco di un mese, sei gruppi di ricerca  passano a setaccio 74 templi della Prefettura autonoma del Garze caratterizzati da una peculiare <strong>biodiversità</strong>, raccogliendo dati geografici relativi a 68 templi nei pressi del Monte Sacro e a 7 nei pressi del Lago Santo. Ne risulta che l’area esaminata ricopra approssimativamente il 51% della superficie dell’intero paese. Tre sono le principali scoperte riguardanti questa ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima, l’85 % dei templi è impegnato a diversi livelli in attività che mirano alla <strong>protezione dell’ambiente</strong>, di questi il 20 % ha addirittura standard molto vicini alla moderna definizione di ‘zona protetta’; la seconda, il sistema di protezione ambientale dei templi è molto simile a quello nazionale, persino il modo in cui le diverse sezioni territoriali sono amministrate (e, in base alle dinamiche della salvaguardia ambientale, suddivise in zona centrale, zona sperimentale, zona periferica ecc..) è pressoché lo stesso. Oltretutto, “le zone protette del nostro paese sono sempre a corto di personale e di fondi, questi templi invece ci dimostrano come sia possibile realizzare una tutela ambientale a basso costo” ci dice Li Shengzhi.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza scoperta è che comunque  i templi per salvaguardarsi hanno bisogno di un <strong>supporto e una guida</strong>, “i locali comprano dei pesci nell’entroterra che poi liberano qui in Tibet, ma la maggior parte dei pesci non sono abituati ai fiumi e ai laghi tibetani, di conseguenza liberarli qui significa ucciderli. Inoltre, specie estranee possono danneggiare quelle locali”. Per evitare “questioni sensibili”, Li Shengzhi evita di rivolgersi direttamente alla gente del tempio, ma lo fa invece tramite la guardia forestale locale, “sacrificare l’efficacia a volte è necessario”. Un problema però gli sta a cuore, la paura che opponendosi a qualsiasi tipo di minaccia esterna, come la costruzione di miniere ad esempio, la gente del luogo possa correre il rischio di non ricevere alcun tipo di<strong> supporto statale</strong> per la loro attività di salvaguardia ambientale.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Piccoli passi verso la salvaguardia ambientale</h2>
<p style="text-align: justify;">Yajiang è una piccola cittadina sulla <a href="http://www.nationalgeographic.it/dalgiornale/articoli/2010/05/17/news/la_via_del_t_e_dei_cavalli-25453/" target="_blank">statale 318</a> che da Chengdu porta a Lhasa. Rong Yan ci arrivò in viaggio nel 2008, passando per il tempio Zhaga e la vicina foresta vergine perfettamente protetta, che, seppe in seguito, verso la fine degli anni ottanta aveva attraversato un periodo di disboscamento efferato, “ma all’epoca Buddha non li lasciò abbattere, e la falegnameria addetta ai lavori fu processata”.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio di quest’anno, Rong Yan fa ritorno a Yajiang, non più come turista ma come volontaria del progetto ‘Uomini e animali a conflitto’ dello ‘Shanshui Conservation Centre’. Su iniziativa di Lu Zhi e sulla base dell’ ‘Accordo per la salvaguardia ambientale’, le comunità del Garze, di Yajiang e di tutto il circondario si sono organizzati in una squadra che pattuglia, sorveglia e protegge l’intera area, al fine di evitare che il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Psittacula_alexandri" target="_blank">parrocchetto pettorosso</a> cada preda dei cacciatori di frodo (la perlustrazione di marzo ha rinvenuto un enorme quantità di trappole appostate nella foresta). E il lavoro di Rong Yan consiste nell’assistere i collaboratori del progetto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Qui gli animali sono così intelligenti1”esclama sorridendo questa ragazza di Tianjin, che lavora a Yajiang da quasi un anno. Le scimmie si infilano di nascosto nelle case, ignorano solo il termos e gli apparecchi elettronici, ma mettono tutto il resto sottosopra; gli orsi neri rovesciano i pali della luce, entrano in cucina e si fanno da mangiare! Per un certo periodo i tibetani raccontavano che sempre più orsi neri scendevano dalle montagne e distruggevano i raccolti, “loro credevano che fossero gli orsi ad essersi moltiplicati, ma le nostre indagini hanno riportato che sono le bacche in montagna a diminuire non gli orsi ad aumentare, quindi visto che il cibo non basta, gli orsi sono costretti a contendersela con gi umani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sta pianificando quindi di stabilire un fondo con il quale ricompensare i locali per i danni subiti e allo stesso tempo assicurarsi il loro impegno nella protezione degli animali. “Lo stato avrebbe avuto difficoltà a risolvere questo tipo di problema” dice Li Zhengshi, “uno perché non ci sono i soldi per ripagare, e due perché è difficile misurare l’entità del danno. Ma noi vogliamo provare ad inserire una terza forza,  quella del tempio. Un tibetano non si sognerebbe mai di mentire al suo tempio, si risolverebbe così il problema di come avere la prova della loro sincerità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Maggio è la stagione del <a href="http://www.micomedicina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=122:unfungostraordinarioilcordycepssinensis&amp;catid=1:ultime&amp;Itemid=41" target="_blank">cordyceps sinensis</a>.  Prima ancora che tutti i villaggi della zona andassero alla ricerca di questo fugo,  la comunità di Yajiang ha indetto un incontro per discutere gli obblighi da rispettare stabiliti dall’ ‘Accordo per la salvaguardia ambientale’. Era interessante notare come il metodo per rispettare l’accordo fosse il giuramento: sono pochi i tibetani che prendono il giuramento sottobanco, essendo questo uno dei capisaldi del buddhismo lamaista.</p>
<p style="text-align: justify;">Inizialmente Rong Yan pensava che dopo la laurea avrebbe fatto l’insegnante a Tianjin, ma dopo aver insegnato nelle scuole di campagna del Qinghai e aver lavorato nelle ONG del Sichuan, si è piano piano abituata a <strong>vivere lontana dalla città</strong>, “Penso che la città non abbia bisogno di me, e poi li ci sono così tante persone che necessitano più di me di quel lavoro d’insegnante”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Zhi preme un tasto e il power-point ritorna alla sua immagine iniziale: un gruppo di tibetani che camminano per la <strong>foresta vergine</strong>. Gli alberi di Garzê sono così grandi che ci vogliono due, tre persone per abbracciarli. Lu Zhi riconosce che l’ ‘Accordo per la salvaguardia ambientale’ ha un raggio d’azione molto ampio che può fare gola anche a qualcun altro, ma “noi ragioniamo in maniera trasparente e ci muoviamo a piccoli passi. Siamo curiosi di vedere che forma prenderà questa cosa nelle mani del governo. E comunque, sarebbe sempre meglio di niente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><span style="color: #000000;">Nicolò di Marzo</span>, laureato in lingua cinese presso l’università L’Orientale di Napoli,  ha conseguito un master in Development and International Relations/Global Refugee Studies presso l’Università di Aalborg a Copenaghen. In passato ha curato la rubrica “Toutouwa” su Marraiafura, portale dedicato a sostenibilità e partecipazione.</span></p>
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		<title>Una &#8220;questione morale&#8221; cinese? I rischi di dar senso al disagio</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 15:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Enrico Pia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[armonia]]></category>
		<category><![CDATA[moralità]]></category>

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		<description><![CDATA[L'assenza di moralità è davvero un problema così grave nella società cinese contemporanea? Incidenti come quello avvenuto a Foshan, dove una bambina investita in un mercato non è stata soccorsa dai passanti, hanno spinto molti commentatori cinesi a riflettere e condividere il loro disagio. Ma quali sono le ragioni profonde di questa crisi percepita? E, soprattutto, come fare a porci le domande giuste?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/metro.jpg"><img class="size-medium wp-image-4852 alignleft" style="margin: 7px 9px;" title="metro" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/metro-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Verso le 5:30 del 13 Ottobre 2011 a Foshan, provincia del Guandong, una bambina di nome Yueyue <strong>viene travolta</strong> da un piccolo furgoncino fuori da un mercato cittadino. Il conducente si dà subito alla macchia. Nei minuti seguenti una delle telecamere di sorveglianza poste all&#8217;esterno dell&#8217;edificio riprenderà una decina di persone avvicinarsi, osservare e passar oltre Yueyue senza prestare il <strong>minimo soccorso</strong>. La bambina verrà in seguito assistita da una passante, Chen Xianmei, purtroppo invano.</p>
<p style="text-align: justify;">Le immagini riprese dalla telecamera vengono immediatamente riproposte dai media nazionali ed internazionali, analizzate da migliaia di blogger, stampate su carta in migliaia di giornali e commentate su internet da altrettante persone in tutto il mondo. La comunità cinese, entro i confini della Repubblica popolare e all&#8217;estero, viene profondamente colpita dall&#8217;accaduto. Sono una miriade i commentatori che hanno sentito la necessità di <strong>condividere il proprio disagio</strong> pubblicamente, volendo cogliere nell&#8217;incidente di Foshan la manifestazione tangibile di quello che molti ritengono essere il problema essenziale della società cinese contemporanea: l&#8217;<strong>assenza di moralità</strong>.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Una società in frantumi?</h2>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni in Cina si è assistito ad una crescente attenzione verso simili incidenti (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2008_Chinese_milk_scandal">lo scandalo del latte</a>, il <a href="http://www.huffingtonpost.com/2011/09/13/china-gutter-oil-crackdown_n_960594.html">&#8220;gutter oil&#8221;</a>, <a href="http://www.chinasmack.com/2010/pictures/bmw-driver-hits-small-boy-runs-him-over-4x-then-walks-away.html">il caso del conducente di BMW</a>, solo per elencarne alcuni), pezzi di un puzzle che rimandano l&#8217;immagine inquitenate di una società in frantumi, desolante per mancanza di <strong>coesione e solidarietà</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Yan Yunxiang ha <a href="http://www.ingentaconnect.com/content/bpl/soca/2009/00000017/00000001/art00002">scritto</a> recentemente in relazione al <strong>vuoto etico</strong> della società cinese in termini di &#8220;paradosso del buon samaritano&#8221;. Nei casi studiati da Yan, le persone che avevano prestato aiuto a vittime di incidenti stradali si sono poi viste <strong>denuciare</strong> dalle vittime stesse nel tentativo di <strong>estorcere loro denaro</strong>. In dodici casi su ventisei il giudice, nel portare la disputa a soluzione civile, avvalorava l&#8217;argomentazione dell’accusa: &#8220;Per quale motivo lo avresti aiutato se non sei colpevole?&#8221;. Ovviamente un tale discredito verso un comune senso di <strong>solidarietà</strong> reifica in certa misura l&#8217;immagine di una società nella quale negligenza, avarizia e falsità appaiono essere istinti primari.</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca verso una spiegazione plausibile di questo supposto e progressivo <strong>decadimento</strong> nella morale pubblica cinese ha riunito molti in quello che sembra un inevitabile esercizio espiatorio.</p>
<h2 style="text-align: justify;">La moralità, le leggi, lo stato</h2>
<p style="text-align: justify;">Per <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/oct/19/foshan-incident-unspoken-illness-china">Yajun Zhang</a> l&#8217;assenza di moralità nella Cina di oggi va ricondotta alla brutalità con cui la <strong>modernizzazzione</strong> ha spazzato via, negli ultimi trent&#8217;anni, qualsiasi traccia di una <strong>sensibilità condivisa</strong> dalla coscienza collettiva cinese: &#8220;C&#8217;è un vuoto spirituale nella Cina contemporanea e valori a cui un tempo eravamo legati come senso di comunità e armonia sociale sono stati sostituiti da egoismo ed individualismo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Lijia Zhang, l&#8217;autrice de<em> </em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=_ML6wv9EoM8">Il Socialismo è Grande</a>, è <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/oct/22/china-nation-cold-hearts">dell&#8217;opinione</a> che &#8220;tirar fuori la Cina da quella che è una vera crisi di moralità sarà una battaglia lunga. La domanda che bisogna porsi è come riuscire a far intervenire le persone in casi di emergenza e la risposta è attraverso la legge&#8221;. Come molti hanno sottolineato, in Cina ad oggi manca <a href="http://www.liberation.fr/monde/01012367051-la-chine-s-interroge-sur-son-egoisme-apres-la-mort-choquante-d-une-enfant">l&#8217;istituto dell&#8217;omissione di soccorso</a> e, come ha notato Benjamin van Rooij in una recente <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1918935">lezione</a> sull&#8217;inefficacia della regolamentazione volta alla tutela pubblica, allo stato attuale le multe inferte contro <strong>chi viola il codice</strong> – stradale, di tutela ambientale o di sicurezza sul lavoro e del consumatore – rimangono ridicolmente basse rispetto al <strong>danno</strong> che queste violazioni possono procurare.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure c&#8217;è una lettura di questi eventi, più sottile e spaventosa, che esula dall&#8217;avvento del capitalismo o dalla mera inefficacia della attività regolatrice dello Stato cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">In un recente <a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1467-8322.2011.00782.x/abstract">articolo</a> pubblicato su <em>Anthropology Today</em>, Hans Steinmüller e Wu Fei ricordano che è la <strong>nozione stessa di società</strong>,  intesa come una sfera associativa che si interpone fra stato e famiglia, ad aver latitato a lungo nella cultura cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel sentire comune, &#8220;entrare in società&#8221; (<em>zou shang shehui</em>) viene spesso immaginato da genitori iper-protettivi come un momento delicato nella vita dei <a href="http://books.google.com/books?id=NPI7wHge6CcC&amp;pg=PA48&amp;lpg=PA48&amp;dq=jing+jun+only+child+little+emperor&amp;source=bl&amp;ots=8H8K_KDtrA&amp;sig=xEZWxgpnCenMKHKdQz2Avxs_3iQ&amp;hl=en&amp;ei=Tmy_Toe1E4Lf0QGmlLkV&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=2&amp;ved=0CCcQ6AEwAQ#v=onepage&amp;q&amp;f=false">figli</a>, un momento in cui i rischi che albergano in uno spazio composto da sconosciuti e da interessi in competizione violenta tra di loro possono portare ad esiti tragici. Questo è uno spazio in cui lo Stato, padre senza autorità, è incapace di tutelare la sicurezza dei propri figli, per quello stesso motivo per cui le riforme promosse nelle decadi passate hanno voluto fare dell&#8217;insicurezza, della mobilità e del <strong>rischio</strong> la cifra del proprio sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Apparentemente, questo ritirarsi dello Stato, mossa comune nelle <a href="http://books.google.com/books?hl=en&amp;lr=&amp;id=F56JOP1HoU0C&amp;oi=fnd&amp;pg=PA144&amp;dq=nikolas+rose+Governing+%91advanced%92+liberal+democracies,+i&amp;ots=CmLki4V2GO&amp;sig=Rp9c7vuImd7GlxxNLc2WWcKfmQY#v=onepage&amp;q=nikolas%20rose%20Governing%20%C3%ABadvanced%C3%AD%20liberal%20democracies,%20i&amp;f=false">economie neoliberiste</a>, viene immaginato in Cina come il definitivo abbandono di quel progetto di rivoluzione Maoista &#8211; rivoluzione dei costumi e della mentalità &#8220;feudale&#8221; della società tradizionale cinese – che mirava mediante la politicizzazione di ogni evento pubblico alla responsabilizzazione dei cittadini cinesi in quanto <strong>copartecipi del bene pubblico</strong>, nonchè garanti della tutela di quest&#8217;ultimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sun Liping <a href="http://chinadigitaltimes.net/2009/03/sun-liping-%5F%5F%5F-the-biggest-threat-to-china-is-not-social-turmoil-but-social-decay/">critica</a> in questi termini il tentativo della dirigenza cinese di <strong>camuffare il disagio</strong> sociale che oggi si respira in Cina sotto l&#8217;ipocrita e propagandistica politica della &#8220;società armoniosa&#8221;, etichetta che maschera un <strong>ideale di stabilità</strong> basato sul consumo e sull’inevitabile allargamento dell&#8217;iniquità socioeconomica. Ideale che, secondo Sun, porterà la Cina al totale disfacimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta tornando di moda nel dibattito accademico cinese l&#8217;idea che esistano una serie di principi fondanti nella società cinese tradizionale e che questi princìpi possano non piacere e rappresentare un ostacolo per la modernizzazione del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Zhao Xudong in un recente <a href="http://www.amazon.cn/%5F%5F%5F%5F%5F-%5F%5F%5F%5F%5F%5F%5F%5F%5F%5F%5F%5F-%5F%5F%5F/dp/B004KNWW0Y">testo</a> sull&#8217;introduzione del concetto di diritto in Cina ha voluto riutilizzare Fei Xiaotong e l&#8217;idea di &#8220;modo di associazione differenziale&#8221; (<a href="http://en.cnki.com.cn/Article_en/CJFDTOTAL-SHXJ200604011.htm"><em>chaxu geju</em>)</a> per spiegare il particolarismo della moralità cinese tradizionale. In questo modello, la morale, il principio di reciprocità, sarebbe intimamente connesso alla rete di conoscenze (<em>guanxi</em>) che caratterizzano il modo in cui in Cina ci si &#8220;associa&#8221;, si fa società.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sentirò vicino, e quindi indebitato o in dovere di prendermi cura dell&#8217;altro, in maniera proporzionale alla posizione che quest&#8217;altro occupa nella mia <strong>rete di conoscenze</strong>. In altre parole baderò prima di tutti ai miei famigliari, ed in seguito in maniera decrescente ai miei vicini, ai miei coetanei, alla mia comunità fino arrivare agli estranei verso cui nulla devo e nulla importa. La società è qui equiparata alla rete di conoscenze personali, chi ne è fuori è banalmente d&#8217;intralcio. &#8220;Questo modo di concepire la morale si basa sul modello associativo (<em>chexu geju</em>) che è proprio della cultura cinese, ma questa è una realtà che spesso i legislatori cinesi non vogliono vedere&#8221; ammonisce Zhao, criticando implicitamente l&#8217;idea che la &#8220;questione morale&#8221; cinese possa risolversi con un semplice <strong>rafforzamento della legislazione</strong>.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Quale benessere conta davvero?</h2>
<p style="text-align: justify;">Fin qui abbiamo visto tre possibili letture del mancato soccorso alla bambina vittima dell&#8217;incidente di Foshan. La prima mette in prospettiva storica lo sviluppo economico cinese, rimandandoci l&#8217;immagine di un <strong>passato idilliaco</strong>, dove nulla di questo sarebbe potuto capitare.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda, legalista, vede in simili incidenti la prova di una mancante <strong>pressione regolatrice</strong> dello Stato cinese sui propri cittadini. Per troppo tempo in Cina al rispetto delle regole è stato preferito uno sviluppo economico ad ogni costo, consapevolmente deregolato, e queste ne sarebbero le conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima pone l&#8217;accento su una supposta <strong>matrice culturale</strong> di tale comportamenti: un campanilismo delocalizzato che porta alla noncuranza verso tutto ciò che gli è estraneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono, credo, diversi e concreti rischi nel porre in questi termini la discussione sulla moralità della società cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto perché ad ognuna di queste argomentazioni può essere mossa una critica. L&#8217;idilliaco passato è lo stesso della rivoluzione culturale. In molti casi è proprio il modo in cui il diritto civile ed amministrativo è <a href="http://www.cityu.edu.hk/slw/lib/doc/Frank_pub/6.pdf">costruito</a> in Cina a creare soppruso e mancanza di tutela per il bene collettivo. Infine, come <a href="http://www.lwdf.cn/wwwroot/dfzk/current/253320.shtml">discusso</a> di recente sul <em>Liaowang Dongfang Zhoukan</em>, spesso sono proprio le persone più vicine a noi nella nostra rete di conoscenze a subire violenza, piuttosto che gli estranei.</p>
<p style="text-align: justify;">Adottare acriticamente simili spiegazioni appare quindi riduttivo. Tutte inoltre sembrano accantonare l&#8217;idea che la possibilità di erigere una morale condivisa fra i cittadini dipenda in larga parte dalla misura in cui i cittadini stessi riusciranno a percepire l&#8217;agire morale come contributo essenziale al benessere della propria società. Benessere che per troppo tempo in Cina (e altrove?) è rimasto <strong>variabile dipendente</strong> della curva del prodotto interno lordo.</p>
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		<title>Hukou, esperimenti per una riforma della cittadinanza</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 06:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[La questione del sistema di registrazione familiare, il cosiddetto hukou, è uno degli aspetti più complessi delle riforme cinesi. Se sono anni che la comunità internazionale critica questa forma di discriminazione istituzionale, non altrettanto evidenti sono gli esperimenti di riforma delle autorità cinesi. Di fatto, nell’ultimo biennio diverse località si sono lanciate in audaci sperimentazioni in materia, prime fra tutte Shanghai, Chongqing, Chengdu e il Guangdong.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4806" title="hukou" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou.jpg" alt="" width="483" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più spinosi e complessi delle riforme nella Cina contemporanea riguarda la questione del <strong>sistema di registrazione familiare</strong>, il cosiddetto <em>hukou</em>. Nato alla metà degli anni Cinquanta come strumento di controllo della popolazione, questo meccanismo ancora oggi vincola la popolazione cinese al proprio luogo d’origine, distinguendo tra una forma di cittadinanza “agricola” (<em>nongye hukou</em>) e “non agricola” (<em>fei nongye hukou</em>). Se i residenti delle aree urbane, in quanto portatori di <em>hukou</em> non rurale, possono godere di un <strong>trattamento preferenziale</strong> dal punto di vista della sanità, degli alloggi, dell’educazione e delle pensioni, i portatori di <em>hukou</em> rurale continuano ad avere un accesso molto limitato ai servizi pubblici, quasi come se si trattasse di cittadini di seconda classe. Se poi si considera che attualmente decine di milioni di contadini – le <a href="http://news.163.com/11/1009/19/7FURNSIO00014JB5.html">ultime cifre</a> parlano di oltre 220 milioni di individui – sono emigrati nelle città per lavorare, la portata di questo problema sociale appare evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui non c’è niente di nuovo. Da anni la comunità internazionale e i media cinesi e stranieri criticano costantemente la discriminazione istituzionale derivante da questo sistema. Non altrettanto evidenti sono però gli esperimenti con cui le autorità cinesi stanno cercando di cambiare la situazione. Di fatto, nell’ultimo biennio molto è stato fatto per gettare le basi di un futuro cambiamento e, come di consueto, si è deciso di partire da alcune specifici esperimenti su base locale in diverse <strong>aree “campione”</strong>. In particolare, nel solo 2010 ben quattro località sono finite sotto i riflettori per le proprie innovazioni in questo campo: Shanghai, Chongqing, Chengdu e l’intera provincia del Guangdong.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Quattro luoghi, quattro esperimenti</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4807" style="margin: 5px;" title="hukou2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou2.jpg" alt="" width="180" height="280" /></a>Se <strong>Shanghai</strong> si è limitata ad adottare <a href="http://www.shanghai.gov.cn/shanghai/node2314/node2319/node12344/userobject26ai23100.html">nuove misure</a> finalizzate ad attrarre e trattenere manodopera qualificata, permettendo ad alcune categorie professionali di richiedere lo <em>hukou </em>urbano, decisamente più interessante è l’esperimento attuato dalla provincia del <strong>Guangdong</strong>, dove nel giugno del 2010 è stato adottato in via sperimentale uno “<a href="http://news.sina.com.cn/c/2010-06-07/195220428892.shtml">hukou a punti</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, il nuovo regolamento introduce un sistema in cui i lavoratori migranti, una volta raggiunto un determinato punteggio, possono richiedere lo <em>hukou </em>urbano. I criteri di valutazione comprendono un misto di indicatori decisi a livello provinciale e cittadino, pensati prendendo in considerazione la “qualità”, la partecipazione ai fondi previdenziali, il contributo alla società, la situazione occupazionale e fiscale dei singoli individui. Il tutto con l’obiettivo dichiarato di assorbire a pieno titolo nei centri urbani oltre 1,8 milioni di migranti entro la fine del 2012, una cifra non poi così notevole, se si considera che nell’intera provincia i lavoratori migranti sono quasi 30 milioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Una risonanza ancora maggiore hanno avuto gli esperimenti di riforma che stanno avendo luogo a Chongqing e Chengdu. Le autorità di <strong>Chongqing</strong> hanno deciso di adottare un <a href="http://baike.baidu.com/view/4272326.htm">approccio graduale</a> alla riforma, impegnandosi a creare nuovi alloggi, nuove scuole e nuovi posti di lavoro per accogliere la popolazione proveniente dalle campagne.</p>
<p style="text-align: justify;">I numeri ancora una volta sono massicci, tanto che si parla di 5-6 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di cinque anni, così come di oltre 30 milioni di metri quadri di nuove abitazioni e cento scuole medie ed elementari nello stesso arco di tempo. L’obiettivo è quello di avere 7 milioni di nuovi residenti urbani entro il 2020, il 60% della popolazione totale. Al contrario, <strong>Chengdu</strong> ha adottato un <a href="http://news.xinhuanet.com/politics/2010-11/28/c_12824443.htm">approccio più radicale</a>, attuando una serie di politiche mirate alla completa abolizione di ogni distinzione tra <em>hukou</em> rurale e urbano entro il 2012.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cosa ne pensano i cittadini cinesi?</h2>
<p style="text-align: justify;">La società cinese segue con grande interesse e partecipazione questi tentativi di cambiamento. In un’iniziativa senza precedenti, il primo marzo del 2010 ben tredici differenti testate sparse in tutto il paese hanno pubblicato uno <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703429304575095153343091306.html">stesso editoriale</a> richiedendo a gran voce un’<strong>accelerazione della riforma</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a href="http://baike.baidu.com/view/6232137.htm">uno studio</a> dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, nel maggio del 2011 erano oltre 18mila gli articoli sulla riforma dello <em>hukou </em>disponibili su <em>Baidu News</em>, per la maggior parte focalizzati sulla descrizione delle nuove politiche, ma con una non trascurabile vena critica. Secondo un <a href="http://news.sohu.com/20100604/n272557326.shtml">sondaggio d’opinione</a> condotto nel giugno del 2010 dal portale web Sohu.com, su 47.932 rispondenti il 49% riteneva che fosse necessario abolire il sistema dello <em>hukou</em>, permettendo ai cittadini una totale libertà di movimento; il 39% si schierava a favore di un avanzamento delle riforme, al fine di separare i diritti e il welfare collegati al sistema della registrazione e trovando un sistema di gestione della popolazione alternativo in modo da garantire flussi migratori ordinati; il 9% era assolutamente contrario a qualsiasi riforma; il 3% semplicemente non era interessato al problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, nonostante tutta quest’attenzione, nella società cinese rimangono <strong>notevoli resistenze</strong> ad una riforma radicale dello <em>hukou</em>. Da un lato, la popolazione urbana teme gli effetti che una mobilità incontrollata potrebbe avere sui servizi pubblici, dall’altro i migranti temono di perdere il <strong>diritto alla terra</strong>, quell’unica forma di sicurezza sociale che sostiene le loro famiglie in caso di crisi o disoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, la riforma dello <em>hukou </em>non è solamente una questione astratta di diritti, ma anche e soprattutto un processo strettamente legato alla questione della riforma della terra e alla disponibilità di risorse pubbliche da erogare nella forma di servizi. Si tratta di una complessità che a volte rischia di sfuggire all’osservatore straniero, ansioso com’è di articolare il discorso esclusivamente in termini di “diritti”. Il punto è che la situazione sta cambiando, lentamente ma sta cambiando. Sta a noi cogliere il significato e la portata di questo cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">anche su</span> <a href="http://www.twai.it/article/153/pubblicato-il-n.-11/2011-di-%3Ci%3Eorizzontecina%3C/i%3E">Orizzonte Cina</a></p>
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		<title>Essere giornalisti in Cina, una conversazione con Emma Lupano</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 06:26:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Voci]]></category>
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		<description><![CDATA[La settimana scorsa Emma Lupano ha ricevuto il premio internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli per la sua tesi di dottorato sui giornalisti freelance cinesi. Emma, che è giornalista professionista e insegna Lingua e cultura cinese all’Università degli Studi di Milano, ha vissuto in Cina per diversi anni, lavorando per testate sia italiane che straniere. Vista la sua vasta esperienza sul campo, le abbiamo rivolto alcune domande sulla situazione attuale della stampa in Cina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/emma.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4789" title="emma" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/emma.jpg" alt="" width="499" height="373" /></a></p>
<p style="text-align: justify;" align="justify">La settimana scorsa Emma Lupano ha ricevuto il premio internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli grazie alla sua tesi di dottorato sui giornalisti freelance cinesi. Oltre ad aver ottenuto un dottorato di ricerca della Sapienza di Roma, Emma è giornalista professionista e docente a contratto di Lingua e cultura cinese all’Università degli Studi di Milano. Ha vissuto in Cina per diversi anni, lavorando come corrispondente freelance per testate stampa, radio e web italiane e straniere e, tra le altre cose, è stata anche visiting researcher al <a href="http://cmp.hku.hk/">China Media Project</a> della Hong Kong University e redattrice al <a href="http://english.peopledaily.com.cn/">People’s Daily Online</a><span>. In italiano, ha curato il volume “<a href="http://www.amazon.it/Media-oggi-Testimonianze-orientamenti-punto/dp/8856817489/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1321902784&amp;sr=8-1">Media in Cina oggi</a>”, edito da Franco Angeli nel 2010. Vista la sua vasta esperienza sul campo, le abbiamo rivolto alcune domande sulla situazione attuale della stampa in Cina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #808080;">L’anno scorso sui “<a href="http://www.cineresie.info/shop/">Germogli</a>” avevi scritto un pezzo in cui facevi il punto della situazione della stampa cinese “tra controllo e apertura”. Controllo e apertura in Cina sono come due piatti di una stessa bilancia: a volte la censura e il controllo si inaspriscono e tante voci vengono zittite, a volte invece ci sono periodi di relativo disgelo e la censura sembra arretrare, il tutto in un equilibrio precario a seconda delle esigenze politiche del momento. Secondo te, al momento attuale da che parte pende l’ago della bilancia?</span></p>
<p style="text-align: justify;">Vista la neo-annunciata <strong>riforma del “sistema” culturale</strong> e viste le modalità con cui le autorità hanno cercato di gestire l’<strong>incidente ferroviario a Wenzhou</strong> quest’estate, mi pare che l’ago della bilancia stia pendendo dalla parte del controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi alcuni osservatori dicono, riferendosi alla riforma del sistema culturale, che l’ennesima stretta va inquadrata tra i preparativi per il prossimo congresso del PCC, nell’ottobre del 2012, quando verrà sancito il<strong> passaggio alla nuova “generazione” di leader</strong>. Non credo però si tratti (solo) di questo. Sarà che gli ultimi anni sono stati abbastanza impegnativi per la Cina e per la gestione della sua immagine interna e internazionale, ma mi sembra che si sia verificato un ripetersi di “emergenze” mediatiche che la leadership ha gestito con il pugno di ferro: a luglio c’è stato il novantesimo anniversario del PCC, prima dell’anniversario c’è stato il <strong>“movimento” dei gelsomini</strong>, prima dei gelsomini c’è stato il caso Liu Xiaobo, prima di Liu Xiaobo ci sono stati l’Expo, i sessant&#8217;anni della RPC e le Olimpiadi. E così via. Mi pare insomma che le autorità non vengano mai realmente meno al loro impegno nel controllare l’informazione dentro e fuori la Cina, e mi pare che sia andata sostanzialmente così dal 1978 a oggi, con momenti in cui la chiusura è stata particolarmente pesante, come dopo i fatti di Tian’anmen.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che questo sia in linea con il fatto che l’apertura della stampa e dei media non sia stata una svolta lucidamente pianificata, ma una <strong>inevitabile conseguenza</strong> delle riforme economiche. I vertici del Partito e del governo non hanno mai espresso la volontà di liberalizzare i contenuti dei media cinesi e ancora oggi fanno di tutto per evitare che esista una <strong>autonomia decisionale</strong> nell’area editoriale dei media. Sono stati alcuni direttori di testate, alcuni giornalisti, i blogger e i netizen a <strong>strappare spazi</strong> crescenti di libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">L’hanno fatto in modo disorganizzato, sperimentale, senza avere mai la certezza di come sarebbe andata a finire per loro. Ma l’hanno fatto in modo tutto sommato costante, spesso usando la strategia del “segnare punti sulla linea di campo” (<em>ca bian qiu</em>), metafora tratta dal pingpong che allude all’arte di pubblicare servizi in perfetto equilibrio tra ciò che lecito e ciò che è illecito scrivere. Per questo sono d’accordo con chi descrive il rapporto tra censura e giornalisti come un inseguimento tra gatto e topo. Se la cronaca non ci riportasse casi drammatici, potrebbe quasi sembrare un gioco.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Nell’ultimo anno si sono verificati tutta una serie di eventi che hanno messo sulla difensiva le autorità cinesi, penso in particolare al premio Nobel a Liu Xiaobo e ai “gelsomini”. Anche tu nell’ultimo periodo hai percepito quella che secondo alcuni è stata una notevole riduzione degli spazi di pluralismo sui media cinesi tradizionali, così come un affievolirsi del dibattito pubblico?</span></p>
<p style="text-align: justify;">Su alcuni temi non è permesso a nessuno esprimersi, né sui media tradizionali né sui blog (vedi ad esempio la “scomparsa” del post pubblicato pochi giorni fa da Han Han sul suo blog, in cui lo scrittore prendeva di mira proprio la riforma del “sistema” culturale). A me sembra che sui temi che non riguardano gli <strong>argomenti tabù</strong> (Tibet, Xinjiang, Taiwan, partito e di volta in volta eventuali casi specifici) ci sia ancora un buon margine di espressione sui media tradizionali e in particolare sulla stampa. Negli editoriali dei quotidiani capita di leggere critiche anche forti, riguardanti spesso casi locali e circoscritti, certo, ma che alludono chiaramente a questioni più ampie. È ovvio che autore e lettore devono essere in grado rispettivamente di codificare e <strong>decodificare questi rimandi</strong>, un aspetto di cui i giornalisti cinesi sono consapevoli e di cui parlano apertamente.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, mi sembra che chi osserva i media cinesi concordi sul fatto che in questi anni sia aumentata la <strong>tolleranza</strong> nei confronti dei “pesci piccoli”, cioè di giornalisti, commentatori e intellettuali che esprimono critiche moderate. Non c’è invece nessuna tolleranza nei confronti dei <strong>personaggi più noti e rumorosi</strong>, che si spingono in territori più sensibili degli altri e che magari sono anche famosi all’estero.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Da due anni a questa parte non si fa altro che scrivere di Weibo come se fosse un nuovo messia in grado di <span style="color: #808080;">p</span>orre rimedio ai tanti problemi sociali che affliggono la Cina di oggi, corruzione e malversazioni ufficiali in primis. Lo si è visto all’inizio del 2011 con la campagna lanciata da Yu Jianrong per soccorrere i bambini costretti a mendicare, se ne è avuta una conferma con l’ondata di indignazione seguita all’incidente ferroviario di Wenzhou lo scorso luglio. A tuo avviso l’emergere dei microblog in Cina è quel fenomeno rivoluzionario che tanti dipingono? Che implicazioni avrà per il dibattito pubblico e per le riforme?</span></p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero, mi pare che si parli del “miracolo” microblog in ogni parte del mondo, voglio dire che anche in Europa si parla di Twitter come di uno strumento capace di rivoluzionare il nostro modo di esprimerci, comunicare e socializzare. La “febbre” per i microblog mi sembra insomma globale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la Cina, a questo si aggiunge la <strong>speranza</strong> che i microblog permettano ai cinesi di aggirare finalmente il sistema di controllo. Sul “potere” di Weibo io rimango incerta. Da una parte, è vero che, per la sua <strong>velocità</strong>, il microblog ha una capacità di sfuggire alla censura che è nettamente superiore a quella di stampa, tv, radio, blog e siti, e che lo ha dimostrato in più casi, permettendo ad attivisti e non di far circolare notizie scottanti e di dare sfogo alla propria rabbia per iscritto. Dall’altra, però, il governo cinese non è certo inerme e, come dicono anche alcuni intellettuali cinesi, non è da escludere che abbia voluto, almeno all’inizio, permettere una certa libertà sui microblog in modo da garantire una <strong>valvola di sfogo</strong> al malcontento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora forse le autorità si sono accorte che gli “scontenti” sono in costante aumento e che forse la circolazione delle informazioni su Weibo non è così positiva per la stabilità del sistema. Ecco allora l’attacco, sferrato a partire dalla primavera e rilanciato a settembre, contro le notizie false e le “dicerie”. Per disincentivare l’uso “libero” di Weibo, del resto, basta imporre a tutti gli utenti di registrarsi con il proprio nome, misura di cui a Pechino si è parlato proprio di recente.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, per Weibo come per siti e blog, c’è una sorta di<strong> filtro “sociale”</strong> che fa sì che solo un certo tipo di persone, con certi interessi, un certo background e certe capacità, abbia accesso a informazioni e opinioni indipendenti. All’indomani della notizia del Nobel a Liu Xiaobo, lo scrittore Yu Hua affermò che l’assegnazione del premio probabilmente non avrebbe cambiato nulla nell’opinione pubblica cinese, perché solo una piccola parte del paese sa chi è Liu Xiaobo. Allo stesso modo, <strong>solo una parte dei cinesi</strong> ha al momento la capacità, la possibilità e l’interesse a utilizzare i media (Weibo incluso) in modo socialmente e politicamente attivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Qual è la tua lettura della “riforma del sistema culturale” decisa dal recente Plenum del Partito?</span></p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista dei contenuti, per quanto ho potuto vedere finora, mi sembra la reiterazione e la sistematizzazione di politiche e slogan già in circolazione da tempo. Nulla di realmente nuovo sotto il sole, dunque, anche se la sistematizzazione delle regole e delle direttive politiche dà il senso di una rinnovata e più <strong>consapevole “offensiva”</strong> della censura e della propaganda, dentro e fuori la Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">In ambito giornalistico, bisognerebbe chiedere a chi sta nelle redazioni cinesi se qualcosa sta davvero cambiando in peggio, o se bene o male si rischia di andare avanti come prima, nel solito clima di incertezza su ciò che si può o non si può dire e scrivere. Di certo c’è che la riforma assegna ai giornalisti il compito di rappresentare gli interessi di due <strong>opposti poli, il Partito e il popolo</strong>. È dai tempi di Mao che i giornalisti cinesi si sentono attribuire questa missione contraddittoria, e che devono fare i conti con la tensione tra quello che dovrebbero scrivere, per obbedire alla propria professionalità e per parlare in nome della gente comune, e quello che devono scrivere, per tenersi alla larga dalla censura.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Nel tuo articolo sui “Germogli” descrivevi il processo storico e politico che ha portato al declino dell’unità di lavoro e alla progressiva commercializzazione dei media, cosa che a sua volta ha portato all’emergere del fenomeno dei “liberi collaboratori editoriali” (<em>ziyou zhuangaoren</em>). La tua ricerca si è concentrata specificamente sull’aspetto dei giornalisti freelance. Tra i tanti personaggi che hai intervistato, quale ti ha lasciato un ricordo più vivido?</span></p>
<p style="text-align: justify;">Al di là dei nomi famosi che sono riuscita a incontrare &#8211; come Lian Yue, Zhang Ming o Micheal Anti &#8211; mi hanno colpito le storie “minime”, come quella di un freelance che si chiama Hu Chaoshe e che pubblica editoriali sul <em>Nanfang Dushi Bao</em>. Non è un freelance a tempo pieno, ma un esperto di IT che due o tre sere alla settimana, dopo il lavoro, si mette alla scrivania per scrivere commenti su temi di attualità sociale, criticando fatti di cronaca oppure esaminando problemi di cui viene a conoscenza attraverso il suo lavoro o attraverso i racconti di altre persone. Nel suo piccolo, Hu Chaoshe per me rappresenta un esempio edificante di come una persona normale, in Cina, può decidere di impegnarsi per <strong>tentare di cambiare il suo mondo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">A spingere lui, come molti dei freelance che nella tesi ho definito “impegnati”, è il desiderio di migliorare la società cinese dall’interno, aiutando le persone comuni a <strong>prendere coscienza</strong> dei propri diritti, denunciando storture e problemi e suggerendo soluzioni ai governanti. Hu Chaoshe e gli altri credono fermamente nella loro “missione” e credono che possa davvero essere utile. Del resto quelle degli editoriali sembra siano tra le pagine dei giornali più lette e apprezzate dal pubblico. E ci sono stati casi negli anni passati, come quello dello studente “migrante” <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Custody_and_repatriation#Sun_Zhigang">Sun Zhigang</a>,  in cui le pressioni degli opinionisti hanno spinto le autorità a prendere in considerazione e ad affrontare un problema grave come quello della popolazione fluttuante.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Pensi che nel prossimo futuro gli spazi di confronto e pluralismo sui media cinesi subiranno una riduzione o continueranno gradualmente a crescere?</span></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo di avere gli strumenti per fare previsioni. Mi sembra che il Partito, nonostante le aspettative (occidentali) di una inarrestabile apertura in seguito alla crescita economica, abbia dimostrato di non avere alcuna intenzione di allentare la stretta. Vero è che tra un anno il testimone passerà alla nuova leadership, ma il controllo dei media è stato storicamente strategico per il PCC, già prima della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, e credo che il vizio della <strong>“guida” dell’opinione pubblica</strong> sia trasversale alla dirigenza cinese. Però non sono pessimista sulla capacità e sulla voglia dei giornalisti cinesi di inventare sempre nuovi metodi per eludere la censura. Laggiù, nell’ombra, ci sono davvero tanti professionisti che credono in un <strong>giornalismo vero</strong> e che provano, nel loro piccolo, a realizzarlo.</p>
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