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Nell’ultimo periodo sulla stampa internazionale sono apparsi diversi articoli su “La mastodontica impresa di fondare un Partito” (jiandang weiye), il colossal cinematografico celebrativo del novantesimo anniversario della fondazione del Partito uscito qualche giorno fa. Se la maggior parte dei commenti apparsi sui media sono irrisori, vi proponiamo cinque motivi per cui questo film merita di essere visto, seguiti da altri cinque motivi per cui invece è meglio lasciar perdere.
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Zhang Guotao, uno dei fondatori del Partito comunista cinese, è stato il principale rivale di Mao Zedong nella lotta interna per il potere alla metà degli anni Trenta. Sconfitto dal rivale, passato ai nazionalisti e successivamente fuggito a Hong Kong, Zhang ha lasciato ai posteri una straordinaria autobiografia in cui ricostruisce l’ascesa del Partito comunista nel periodo tra il 1921 e il 1938. Il primo post di una trilogia su personaggi “eretici” o dimenticati del Partito delle origini.
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Negli ultimi giorni ha fatto parecchio discutere la vicenda della rimozione della statua di Confucio dal piazzale antistante la facciata nord del Museo nazionale, a pochi passi da Tiananmen. Ma qual è il significato di Confucio e del cosiddetto “confucianesimo” nella Cina di oggi? Per una curiosa coincidenza, lo stesso giorno in cui la statua scompariva, l’editore ObarraO faceva uscire nelle librerie un volume intitolato “Confucio, re senza corona”, curato da Silvia Pozzi.
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Ci sono anni che assumono valore simbolico, padri di eventi memorabili e per la Storia e per gli individui. Così per la Cina è stato l’Ottantanove del secolo scorso. Di quel buco nero che ha inghiottito la rabbia e la speranza degli studenti cinesi, negando loro sia la memoria che il lutto, parlano solo i romanzi degli esuli, come ad esempio “Un mattino oltre il tempo” di Yang Yi. Un piccolo romanzo, recentemente tradotto in italiano, che racconta l’«educazione sentimentale» di un’intera generazione di giovani cinesi segnati a vita dai terribili eventi di allora.
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“Operaie” è il titolo di un romanzo-reportage di Leslie T. Chang, recentemente tradotto da Adelphi. Risultato di un lavoro durato tre anni, il libro della giornalista sino-americana del Wall Street Journal, inquadra il microcosmo di Dongguan, un’emblematica città-fabbrica nella Cina meridionale, meta ogni anno di centinaia di migliaia di ragazze provenienti dalle campagne pronte a tutto pur di “avere successo”. Una recensione di Nicoletta Pesaro.
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In un’epoca in cui si discute se il giornalismo sulla carta stampata sia in via d’estinzione, Paul French ha scritto un libro in cui ricostruisce la storia dei corrispondenti stranieri in Cina dalle guerre dell’oppio alla fondazione della Repubblica popolare. Si tratta di uno sguardo al passato che non smette di porre nuovi interrogativi sul presente, una grande digressione che descrivendo il fascino di un mondo che ormai non esiste più mette in discussione l’attualità. Alcune riflessioni sul giornalismo di oggi a partire da questa lettura.
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In questi giorni esce nelle librerie italiane “Germogli di società civile in Cina” (Editore Brioschi), un volume curato da Ivan Franceschini e Renzo Cavalieri. In esso sono raccolti undici contributi di specialisti italiani che raccontano le trasformazioni avvenute in seno alla società cinese negli ultimi decenni, spaziando su temi che vanno dal dibattito politico alla riforma del sistema giudiziario, dall’emergere dei nuovi media alla trasformazione del mondo del lavoro, dalla nascita di un terzo settore alle lotte per l’ambiente.
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Giovani internauti cinesi realizzano un film contro la censura sul web. In breve tempo diventa un caso nazionale. Il film, intitolato War of Internet Addiction è stato recentemente premiato al Tudou Video Festival a Pechino. L’hanno realizzato, praticamente a costo zero, un gruppo di cento giovani patiti della saga di World of Warcraft, gioco on line diffusissimo in Cina. Proprio nei numeri e nella tipologia sociale dei produttori-fruitori, per lo più ventenni, si nasconde l’efficacia contestatrice del prodotto.







