Sorpassato il Giappone, ma guai a chi festeggia!
La notizia dello scorso ferragosto è che il PIL cinese ha superato quello giapponese e adesso la Cina è la seconda economia del mondo dopo gli Stati Uniti. Secondo i dati forniti dal governo giapponese, nel secondo trimestre del 2010 il prodotto interno lordo del Giappone è stato pari a 1.286 miliardi di dollari, mentre il PIL della Repubblica Popolare Cinese ha raggiunto nello stesso periodo la quota di 1.335 miliardi di dollari. E’ già accaduto in passato che in alcuni trimestri il PIL cinese abbia superato quello giapponese, ma i dati annuali hanno poi riconfermato la preminenza del Giappone. Questa volta gli economisti prevedono invece che per la fine del 2010 il sorpasso verrà confermato.
Trent’anni di crescita travolgente
I media occidentali hanno commentato l’avvenimento come epocale. “Il sorpasso sul Giappone segna il ruolo sempre più dominante della Cina nell’economia globale” ha affermato Eswar Prasad, senior fellow della Brookings Institution ed ex dirigente della China Division al Fondo Monetario Internazionale. Jim O’Neill, chief economist della Goldman Sachs, ha lanciato la previsione che la Cina supererà gli USA, attualmente la più grande economia mondiale, nel 2027.
Effettivamente la notizia dà adito ad importanti riflessioni. Innanzitutto, dal 1979 ad oggi l’economia cinese è cresciuta di 90 volte: un risultato davvero impressionante. La Cina ha attraversato due crisi economiche mondiali ed ha tenuto molto bene nell’ultima permettendo così ad altri paesi (specialmente, alle economie che si basano sulle esportazioni) di andare avanti nella sua scia. In secondo luogo, il sorpasso cinese marca l’apice di un periodo di stagnazione che l’economia nipponica sta attraversando già dai primi anni ’90, quando, in seguito allo scoppio della bubble economy, l’economia implose dopo vent’anni di crescita inarrestabile.
I giapponesi hanno appreso la notizia con grande aplomb. “Anche se alcuni possono provare un po’ d’invidia, questo rappresenta una grande opportunità per le aziende giapponesi” ha commentato Takashi Shiono, economista del Credit Suisse a Tokyo. Kyohei Morita, chief economist del Barclays Capital a Tokyo ha glissato: “Dovremmo preoccuparci del PIL pro-capite. Questo sorpasso è solo simbolico, niente di più”. Infine, un’inchesta del quotidiano Asahi mostra che più della metà dell’opinione pubblica ritiene che non è necessario che il Giappone sia una superpotenza globale.
Difficile credere che una rivalità così antica come quella tra Giappone e Cina si esaurisca con poche scarne battute. Ad ogni modo, è vero che, vista la prolungata stagnazione, molti se lo aspettavano da tempo e, dunque, hanno avuto modo di digerire la notizia. Sono tanti i problemi che il Sol Levante deve affrontare: l’invecchiamento della popolazione, la debole domanda interna, la deflazione, e uno yen troppo forte per trarre vantaggio delle esportazioni. Forse, come ha affermato Martin Schulz, economista del Tokyo’s Fujitsu Research Institute, “questo avvenimento può davvero dare la sveglia ai leaders giapponesi e farli smettere di guardarsi dentro”.
In Cina la notizia è presentata sottotono
Il fatto davvero sorprendente in tutto questo è che in Cina la notizia è stata accolta in modo piuttosto freddino. Dopo che Yi Gang, capo della SAFE (State Administration of Foreign Exchange) aveva affermato a fine luglio che la Cina era diventata la seconda economia mondiale, il Quotidiano del Popolo (principale organo del partito e responsabile di fornire le direttive ai media della RPC) aveva prontamente invitato tutti ad abbassare i toni e aveva criticato i media esteri, colpevoli di esagerare nel riportare trionfalmente la notizia. Pochi giorni dopo, il 13 agosto, un articolo firmato dell’agenzia Xinhua aveva ulteriormente ribadito: “Il fatto che il nostro paese in questi ultimi trent’anni abbia aumentato la propria influenza, soprattutto grazie alla robusta crescita economica, ha portato qualcuno a pensare che la Cina non sia più un paese in via di sviluppo”.
Anche giornali molto più business-oriented, quali l’autorevole rivista di economia e finanza Caijing, o l’indipendente Economic Observer, si sono astenuti dal fare commenti troppo ottimistici. Due articoli apparsi su Caijing rispettivamente il 18 e il 21 agosto, intitolati “La distanza tra Cina e Giappone è ancora grande” e “Perché il sorpasso della Cina sul Giappone riceve una fredda accoglienza”, commentano che la notizia non dovrebbe generare eccessiva suspence, come invece accade all’estero.
E’ vero che la Cina, con una popolazione quasi 10 volte quella del Giappone e molte più risorse, presenta un maggiore potenziale di crescita, ma non è questo il punto, e subito riportano l’attenzione sul fatto che le dimensioni del PIL, di per sè, non garantiscono alla Cina il secondo posto come paese più ricco al mondo. Il benessere di una nazione si misura con il PIL reale pro-capite, ovvero dividendo il valore del PIL per gli abitanti. E qui la realtà cinese non è nemmeno paragonabile a quella del Sol Levante: i giapponesi rimangono tra i più ricchi del mondo, con un prodotto pro-capite annuo pari a 37.800 dollari, contro i 3.600 dollari cinesi (dati del 2009). Questo riporta tutti con i piedi per terra, in un mondo dove la media è pari a 8.000 dollari e la Cina si trova al 99° posto, secondo le classifiche del Fondo Monetario Internazionale.
Quello che emerge leggendo i giornali e il web cinesi è la paura che l’economia possa andare incontro a grandi rischi prima che la società abbia raggiunto un livello di benessere stabile. Il Giappone, pur avendo una popolazione che sta invecchiando e un’economia in fase di stagnazione, è comunque una società ricca e lo è da più di vent’anni. “Se la Cina non riesce ad imbrigliare la sua politica monetaria e a frenare la bolla speculativa sui beni nazionali, il paese potrebbe collassare prima che il PIL pro-capite arrivi alla soglia dei 5.000 dollari annui e allora la popolazione potrebbe diventare vecchia prima di diventare ricca e sarebbero guai seri!” afferma un portavoce dell’Accademia delle Scienze Sociali, il think tank del governo.
Far finta di niente: prudenza o strategia di comunicazione?
Può darsi che la “fredda accoglienza” che governo e media hanno riservato alla notizia del sorpasso sia frutto della tendenza tutta cinese a non mettersi in mostra finchè non si è assolutamente sicuri di vincere, anzi di stravincere: “nascondi il tuo splendore e aspetta il momento buono per emergere”, come recita uno dei tanti adagi attribuiti a Deng Xiaoping.
“Attribuire alla Cina lo status di paese sviluppato equivale a caricarla di responsabilità che non le competono“(Xinhua). Essere un paese in via di sviluppo ha permesso finora alla Cina di beneficiare di notevoli agevolazioni, un esempio per tutti è l’aver avuto accesso all’Organizzazione Mondiale del Commercio in qualità di PVS. In tal modo, l’agricoltura cinese ha potuto sfruttare particolari condizioni agevolate e continuare a beneficiare dei sussidi statali. Conoscendo la rilevanza della Cina rurale sul totale del paese, la cosa ha attutito notevolmente l’impatto con i concorrenti globali e ha fornito garanzie ad un settore che già sconta condizioni critiche dal punto di vista economico e sociale.
Ridimensionare la grandezza economica potrebbe anche far parte di una strategia di comunicazione molto più articolata che mira a smussare l’immagine della “minaccia cinese” e ad evitare altre ire oltre alle tante che la Cina si è già attirata da parte dei suoi concorrenti. Secondo il parere di chi scrive, si tratta molto più probabilmente di un’azione dettata dal pragmatismo, con la quale il governo mira a non distogliere l’attenzione dagli avvenimenti davvero importanti. In fin dei conti, che la Cina avrebbe prima o poi superato il Giappone, lo sapevamo tutti e non è il caso di perdere tempo a gloriarsene. Chi si loda s’imbroda (e questo è un vecchio adagio del Bel Paese), dunque occorre rimboccarsi le maniche e fronteggiare le vere sfide: mantenere la stabilità, attutire le differenze sociali ed evitare bolle speculative, che proprio adesso sono in agguato.
Valeria Zanier è docente di Economia della Cina presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Come principale ambito di ricerca analizza continuità e innovazione nell’imprenditoria privata nella Cina contemporanea. Prima di intraprendere la carriera accademica ha curato diversi progetti di collaborazione economica e commerciale tra aziende ed enti italiani e cinesi.

A proposito di crescita cinese e dei due principali aspetti menzionati nel post (l’enorme differenza nel reddito procapite fra città e campagna e la crescita trentennale)Paul Krugman ha dato letture interessanti:
Sulla differenza di reddito: http://krugman.blogs.nytimes.com/2010/08/11/geography-and-chinas-surplus/
Sulle strategie di crescita:
http://krugman.blogs.nytimes.com/2010/08/16/killer-trade-deficits/
Personalmente ho sempre avuto molti dubbi sul fatto che il benessere di una nazione si misuri attraverso il PIL. Ci sono un sacco di cose che possono far salire il PIL ma non tutte coincidono con un aumentato “benessere”. Sbaglio?
L’anno del Dragone,
a titolo informativo, vi segnalo un’articolo di G.Gabellini, sull’argomento.
http://conflittiestrategie.splinder.com/post/23226438/lanno-del-dragone-di-g-gabellini
Penso che il dato che la Cina abbia superato il Giappone in termini di PIL … non voglia dire nulla.
Non conosco i dati esatti ma provo a fare alcuni esempi di non notizie’ che rientrerebbero nella stessa categoria
la Polonia ha sorpassato la Finlandia
la Romania ha sorpassato il Lazio
solo che in questo caso ci accorgiamo della scarsa significatività delle asserzioni. Perchè nel confronto del PIL Cina-Giappone no?
Semplicemente perchè i media ci hanno abituato a un mare di sciocchezze quotidiane con cui si (ci) illudono di dare delle risposte che non danno, semplicemente perchè le esprimono numeri. Che però sono numeri sciocchi (non dicono quello che implicitamente gli si vuol fare dire).
Esistono un confronto e una sfida in termini di rilevanza politica, influenza in Asia e nel mondo, consistenza tecnologica tra Cina e Giappone (come tra Cina e Usa, Cina Europa ecc)? Sì! Quindi, per dare una ‘misura esatta’ dell’andamento della sfida, pigliamo il PIL? Mi sembra assurdo: quanto a significatività,allora, potremmo prendere anche l’ampiezza della flotta commerciale in teu o il numero di gomme di ricambio prodotte ogni anno. Non credo che avremmo dei numeri molto meno pertinenti.
In effetti buona parte della composizione del PIL è fatta di beni e servizi che nulla hanno a che fare con la ‘potenza’ o la ‘influenza’ di un Paese ma piuttosto con i consumi della popolazione.
Allora pigliamo il Pil pro capite, che sarebbe una misura più significativa?
Neanche quello, mi sembra. Ai tempi di Kennedy il pil pro capite della Russia era sicuramente un piccola frazione di quello americano eppure il Paese ‘faceva paura’ e si temeva il ‘sorpasso’ russo (si contavano il numero di carri armati o i primati spaziali….).
Quindi?
Ci dobbiamo abituare a raccontare la Cina – anche sotto il profilo economico – per quello che è. Vale a dire un Paese che è diverso da tutti perchè ha dimensioni senza precedenti e quindi sfide inusitate che investono
- i divari geografici (e qui contano, semmai, i confronti interni del pil)
- il consumo di risorse naturali (unico caso, forse, in cui i confronti esterni del pil sono una grandezza pertinente)
- la ‘governance’ politica ed economica
ecc
L’aspetto speculare delle sfide sono le ambizioni:
- tecnologiche
- militari
- geopolitiche
ecc
della classe politica e dirigente cinese. Negli ultimi due casi il pil può essere un dato rilevante in quanto misura òparziale del sostrato produttivo che può finanziare queste stesse ambizioni. M
Caro Massimo, grazie per il post provocatorio!!
Effettivamente, credo che ci sia un’ansia diffusa. Adesso che gli USA sono in declino (il declino dell’impero americano?), urge trovare un successore alla potenza statunitense i e i numeri offrono certezze!!! anche se … a guardarli bene, non danno nessuna garanzia.
COndivido la tua affermazione finale. E’ importante conoscere quali sono le ambizioni della classe dirigente cinese. In questo, a fare un confronto con la nostra classe dirigente…troveremmo molta meno determinazione, a mio parere. Ma, siccome non voglio entrare nelle questioni politiche, mi limito a suggerire ai sinologi e ai simpatizzanti-sinologi di osservare più attentamente l’elite cinese. Penso che nel nostro paese la si conosca poco, invece potrebbe essere un buon argomento da analizzare da più prospettive.
VZ
Brevemente, riporto un’altra notizia dell’estate che non ha suscitato lo stesso interesse del sorpasso tra i PIL:
Secondo il Global Prosperity Index, che il Legatum Institute (UK) compila ogni anno coniugando gli indici relativi a crescita economica, benessere sociale e qualità della vita, la Finlandia è in testa alla classifica 2009, seguita da Svizzera, Svezia, Danimarca e Norvegia. Gli Stati Uniti sono al 9° posto, l’Italia è al 21° posto….e la Cina al 75°, addirittura 30 posizioni sotto l’India!!!
(L’Italia è fuori dalla classifica della prosperità (Il Sole 24 Ore) 4 luglio 2010)
Sono d’accordo con Massimo, il PIL, come molti altri indici quantitativi rimane ‘muto’ se non interpellato a dovere e posto nel giusto contesto. Come ogni strumento di dibattito pubblico, e quindi politico, anche il GDP contiene in se’ una dimensione fortemente ideologica. In regime di globalizzazione e neoliberisomo, sembra si debba necessariamente livellare sul PIL ogni riflessione sociopolitica per poi finire nel vicolo cieco delle ‘sciocchezze’di cui Massimo ci informava.
Vero e’ pero’ che PIL non e’ solo cattiva informazione, ma ha costituito da Bretton Woods in avanti uno dei piu’ sfruttati strumenti di gestione economica e politica. L’intera agenda di sviluppo economico della Banca Mondiale e’ incetrata sul PIL. Come dire: pur non dicendoci niente, usiamo il PIL per fare scelte concrete. In questo senso il PIL e’ uno dei maggiori responsabili della ‘depoliticizzazione’ della politica (gli esperti decidono per noi)a cui assistiamo dalla caduta del muro di Berlino in poi.
Bisognrebbe allora, piu’ che arrovellarci sulla natura ideologico/sostanziale del PIL, riportare l’attenzione sulle ricadute sociali determinate da un uso acritico della quantificazione economica. Nel link sotto trovate una pungente critica all’uso indiscriminato del PIL nelle strategie di sviluppo globali. Ci viene detto che la Banca Mondiale ricava i suoi indici aggregati da dati vecchi, raccolti in maniera approssimativa e spesso sitematizzati alla meno peggio. L’incongruenza (e quindi la a-scientificita’) la fa da padrona.
(http://www.rba.gov.au/publications/confs/2002/wade.pdf)
Forse all’ora e’ in questa luce che andrebbe visto il silenzio della dirigenza cinese. ‘Taciamo, perche’ qualsiasi cosa si dica sul PIL e’ una sciochezza’.
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