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Il presunto risveglio dei lavoratori cinesi (due anni dopo)

di | 29 maggio 2012 | No Comment |

Stando a notizie apparse su media locali, lo scorso 29 marzo oltre cinquecento lavoratori dello stabilimento di Longgang (Shenzhen) della giapponese Ohms Electronics, una sussidiaria della Panasonic, sarebbero scesi in sciopero con una piattaforma di richieste riguardanti welfare e salari. Singolarmente, nel documento che elencava le rivendicazioni, oltre alle varie questioni economiche i lavoratori lamentavano anche la mancanza di rappresentatività del sindacato aziendale, un problema che sarebbe emerso con forza durante le trattative per gli aumenti salariali. Anche se non si hanno notizie sulla conclusione della vicenda, stando a testimonianze raccolte dai giornalisti del “Nanfang Dushibao”, l’azienda avrebbe infine risposto affermando chiaramente la propria volontà di tenere al più presto un congresso dei lavoratori per scegliere “un sindacato che rappresenti veramente gli interessi dei dipendenti”.

Scioperi come questo sembrerebbero confermare il discorso ormai dominante sul “risveglio” dei lavoratori cinesi, una nuova narrazione che si è affermata nell’ultimo paio d’anni, sulla scia dello sciopero dei lavoratori della Honda di Nanhai della primavera del 2010. In sostanza, dopo decenni in cui i lavoratori cinesi sono stati descritti come nient’altro che vittime passive del capitale globale, dal 2010 giornalisti, accademici ed attivisti hanno cominciato a far a gara nel descrivere i lavoratori migranti cinesi come portatori di una rinnovata consapevolezza giuridica, sottolineando come questo si traduca in proteste non più mirate ad ottenere benefici esclusivamente economici, in genere in linea con gli standard minimi stabiliti dalla legislazione in vigore, ma in un numero sempre maggiore di rivendicazioni di natura sindacale o richieste che vanno oltre quanto già previsto dalla Legge.

Un perno di questa nuova retorica sono i cosiddetti “lavoratori migranti di nuova generazione” (xinshengdai nongmingong), un termine relativamente nuovo con cui in genere si designano i migranti nati negli anni Ottanta e Novanta. Stando a quanto riportato in un’indagine del sindacato ufficiale ampiamente ripresa dai media cinesi, a differenza della generazione precedente, questi giovani si vedrebbero come lavoratori più che come contadini, non chiederebbero semplicemente il rispetto degli standard lavorativi minimi, quanto piuttosto un lavoro dignitoso e delle opportunità di sviluppo professionale e avrebbero una maggiore consapevolezza dei propri diritti, oltre che un atteggiamento più attivo nel perseguirli.

Propaganda sul diritto

Sorvolando su quella che è una palese esagerazione della frattura generazionale tra migranti nati prima e dopo gli anni Ottanta, scioperi come quello della Honda o della Ohms, con le loro rivendicazioni in campo sindacale, rimangono un’eccezione nel panorama industriale cinese. La stessa idea che negli ultimi anni la Cina sia stata soggetta a “ondate di scioperi” dovuti ad una crescente consapevolezza giuridica dei lavoratori, per quanto affascinante appare tutt’altro che scontata. Sembra infatti che esista una generale tendenza nei media, tra gli attivisti e in parte del mondo accademico a trasformare fatti particolari e ben circostanziati, come ad esempio lo sciopero della Honda, in tendenze generali, come se si trattasse di punti di svolta rappresentativi dell’evoluzione della società cinese.

Che grazie ad un’incessante opera di propaganda da parte sia dello Stato che della società civile, la consapevolezza del diritto si stia diffondendo tra i lavoratori cinesi è innegabile, ma tra il riconoscere questo fatto e l’affermare che i lavoratori migranti cinesi si sarebbero “risvegliati” il passo è lungo. Il punto è che i dati in merito scarseggiano e, in alcuni casi, si dimostrano notevolmente ambigui.

Per citare un esempio, stando ad uno studio di Linda Wong pubblicato di recente sul “China Quarterly”, circa il 70% dei 2.617 lavoratori intervistati dall’autrice sarebbe stato a conoscenza della Legge sul lavoro, mentre il 55% avrebbe affermato lo stesso per quanto riguarda la Costituzione. Il problema in questo caso è cosa si intende con l’“essere a conoscenza”: significa essere al corrente dell’esistenza di una Legge sul lavoro oppure conoscerne i meccanismi e i contenuti? Personalmente, mi è capitato più volte di intervistare lavoratori i quali sostenevano di essere a conoscenza della Legge, per poi scoprire che essi confondevano la Legge con i regolamenti interni dell’azienda.

Secondo lo stesso studio, di fronte ad una violazione dei loro diritti, nel 34,8% dei casi i lavoratori migranti sceglierebbero di cercare assistenza legale, contro un 34,8% che cercherebbe aiuto da parenti, amici o compaesani, un 19,1% che ricorrerebbe alla mediazione e all’arbitrato delle autorità, a un 8% che tollererebbe la situazione e a un 4,3% che chiederebbe aiuto al sindacato ufficiale. Se la sfiducia nei confronti del sindacato non è una grande novità, ci sono diverse ragioni per prendere questi dati con le pinze. Innanzitutto, nella lista delle risposte mancano almeno due opzioni fondamentali: in primo luogo, la possibilità di “votare con i piedi” (yijiao toupiao), cioè dare le dimissioni e cercare un nuovo posto di lavoro, sfruttando l’attuale “carestia di migranti”; in secondo luogo, la possibilità di rivolgersi ai manager dell’azienda per una mediazione. Poi, anche in questo caso esiste un problema terminologico: che cosa si intende con “cercare assistenza legale”? Si tratta del ricorso ad attori statali, come gli appositi centri di assistenza legale, oppure ad attori privati come avvocati professionisti, o ancora ad attori informali, come i cosiddetti “avvocati scalzi”?

Domande come questa, lungi dall’essere fini a se stesse, sono di importanza fondamentale per comprendere il rapporto tra i lavoratori migranti, la Legge e lo Stato e, di conseguenza, per azzardare un’interpretazione della loro consapevolezza giuridica. Al di là di ogni retorica e di ogni wishful thinking.

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