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Contraddizioni in seno al popolo

di | 1 January 2010 | No Comment |

Qualche giorno fa la Reuters ha battuto la notizia che Yang Huanning, vice-ministro della Pubblica Sicurezza del governo di Pechino, nel corso di una conferenza per funzionari della sicurezza tenutasi il 18 dicembre avrebbe richiamato l’attenzione del pubblico sul fatto che “le macchinazioni delle forze occidentali anti-cinesi per occidentalizzarci e dividerci, gli attriti e le dispute tra i paesi, le forze ostili che creano caos e sabotano rimangono importanti fattori che mettono a rischio la nostra sicurezza nazionale e la stabilità sociale”. La soluzione che proponeva era quella di “colpire duro contro le forze ostili nell’interno del paese e all’estero” e di “darsi da fare per anticipare e prevenire, ricorrendo ad attacchi preventivi”. Anche se tra le minacce citate in maniera esplicita ovviamente apparivano i movimenti separatisti nelle regioni di confine del Tibet e dello Xinjiang, il fatto che questo discorso sia stato reso pubblico appena tre giorni dopo la condanna di Liu Xiaobo lasciava ben pochi dubbi su quale sia il reale significato di queste parole.

Il Partito Comunista Cinese è ossessionato dall’idea di stabilità sociale (shehui wending) e non è disposto a soprassedere su qualunque minaccia in questo senso, percepita o reale che sia. Qualche giorno fa, gli specialisti dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno tenuto la consueta conferenza stampa annuale per presentare il nuovo “Libro Blu sulla Società Cinese nel 2010″, un volume che viene pubblicato alla fine di ogni anno per presentare quelle che, secondo gli analisti, dovrebbero essere le tendenze sociali in Cina per l’anno successivo. Uno degli argomenti fondamentali toccati dagli esperti in quest’ultima occasione era proprio quello della stabilità sociale, a partire dalla constatazione che anche se la società cinese nel 2009 è rimasta sostanzialmente stabile, al suo interno ha continuato a registrarsi una preoccupante tendenza all’aumento degli incidenti di massa (quntixing shijian). Anche se durante la presentazione del volume non è stato fornito alcun dato quantitativi sull’aumento di questi incidenti, possiamo constatare la realtà di questo fenomeno semplicemente prendendo in considerazione alcuni dati degli ultimi anni: se nel 1993 gli incidenti erano stati appena 8.700, nel 2005 il Ministero della Pubblica Sicurezza ne contava 87.000, nel 2007 circa centomila.

Nei lontani anni Cinquanta, un altro periodo di grande conflittualità sociale in Cina, Mao Zedong aveva tenuto un importante discorso in cui aveva distinto le tensioni all’interno della società cinese in due categorie molto nette: le “contraddizioni in seno al popolo” (renmin neibu maodun) e le “contraddizioni tra noi e i nostri nemici” (diwo maodun).  Mentre queste ultime erano considerate contraddizioni “antagoniste”, che andavano risolte attraverso l’uso della forza, le prime “esistevano sulla base di una fondamentale identità degli interessi del popolo” e quindi andavano risolte “attraverso i metodi della discussione, della critica, della persuasione e dell’educazione”. In una recente intervista rilasciata al settimanale Liaowang, Huang Huo, direttore dell’Ufficio di Chongqing dell’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, ha affermato: “Per definire gli incidenti di massa [nella Cina di oggi] sarebbe opportuno continuare ad utilizzare il vecchio modo di pensare delle ‘contraddizioni in seno al popolo’, evitando assolutamente di definirli in maniera ingiustificata e di ‘politicizzarli’”. Eppure, dopo oltre cinquant’anni, gli specialisti dell’Accademia delle Scienze Sociali hanno deciso di mandare in pensione questa teoria tradizionale della conflittualità sociale, proponendo una nuova chiave di lettura più adatta alla situazione reale della Cina di oggi. Nel nuovo Libro Blu infatti viene proposta una distinzione in due categorie: da un lato i “conflitti di massa non di classe e non legati ad interessi diretti” (fei jiecengxing de, wuzhi liyi de quntixing chongtu), dall’altro i “conflitti di massa con natura di classe e legati ad interessi diretti” (you jiecengxing de, you zhijie liyi de quntixing chongtu).

Consideriamo innanzitutto la prima categoria di incidenti di massa, quelli privi di natura di classe e non legati ad interessi diretti. Stando a quanto affermato dagli specialisti dell’Accademia: “‘Privi di natura di classe’ fa riferimento al fatto che i partecipanti provengono da qualsiasi aspetto della società; non legati ad interessi diretti significa che gli interessi dei partecipanti non hanno alcun legame con l’incidente in sé”. Secondo loro, tutto sarebbe riconducibili a questioni sociali originate dal processo di transizione innescato dalle riforme degli ultimi trent’anni – ristrutturazioni aziendali malfatte che hanno decimato la classe operaia, espropri di terreni ai danni dei contadini, sfratti forzati che hanno colpito la classe media urbana -, tutti problemi che avrebbero trasformato l’intera società in una polveriera pronta a scoppiare alla prima scintilla. Come ha affermato Huang Huo nella già citata intervista: “Le caratteristiche comuni agli incidenti di massa di oggi possono essere riassunte in questo modo: le contraddizioni sociali hanno già una certa base nella società e nelle masse, quindi non appena c’è una miccia adeguata, l’esplosione è rapida. Questo [processo] mette in luce le caratteristiche di una rapida escalation, di un confronto accesso, di una grande forza distruttiva contro la società e di una difficile gestibilità”.

Per illustrare questa prima tipologia, gli specialisti dell’Accademia hanno proposto due esempi di conflitto avvenuti negli ultimi due anni con dinamiche praticamente identiche, vale a dire l’incidente di Weng’an, verificatosi nel giugno del 2008 nell’omonima località della provincia del Guizhou, e l‘incidente di Shishou, avvenuto nello Hubei nel giugno del 2009. In entrambi i casi una persona era morta in circostanze misteriose – a Weng’an una quindicenne era annegata in un fiume in piena notte, a Shishou un giovane cuoco era stato trovato morto ai piedi dell’albergo in cui lavorava – e le autorità avevano dichiarato in tutta fretta che si era trattato di suicidio, alimentando la diffidenza dei famigliari delle vittime. Sempre in entrambi i casi, per ottenere giustizia i famigliari avevano deciso di difendere e conservare i corpi dei defunti fino al momento in cui la polizia non avesse deciso di avviare nuove indagini sulle circostanze della morte e questo aveva attirato l’attenzione della rete e dell’opinione pubblica. La scarsa trasparenza nella gestione di questi incidenti da parte dei governi locali, le voci incontrollate su presunti complotti messi in atto da funzionari corrotti per insabbiare l’accaduto e l’assenza di fonti d’informazione attendibili successivamente hanno portato ad un rapido deteriorarsi della situazione, causando incidenti di massa in cui sono state coinvolte decine di migliaia di persone, con conseguente assalti e violenze contro uffici e beni pubblici (in particolare a Weng’an).

Per quanto riguarda invece la seconda categoria di incidenti, quelli che hanno natura di classe e comportano il coinvolgimento di interessi diretti, gli specialisti dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno proposto un singolo esempio: l’incidente collettivo che nel luglio di quest’anno ha coinvolto i lavoratori dell’acciaieria Tonggang di Jilin e ha portato alla morte di Chen Guojun, il direttore generale della società. La situazione che ha originato lo scontro non è niente di eccezionale nel contesto della Cina delle riforme e, come è stato detto durante la conferenza stampa, “riflette il fatto che dopo che le politiche di riforma ed apertura sono state portate avanti per trent’anni, succede ancora che si vada a colpire in questo modo i diritti e gli interessi dei lavoratori”. La storia si è svolta in questo modo: il gruppo Jianlong, la più grande società privata nel campo dell’acciaio in Cina, nel 2005 aveva preso il controllo di una quota di minoranza nella Tonggang, una vecchia impresa di Stato, imponendo un piano di ristrutturazione doloroso che aveva portato al licenziamento di diverse migliaia di lavoratori. Per questa ragione il 24 luglio, quando si era diffusa la notizia che la Jianlong stava per assumere il controllo dell’acciaieria, alcuni lavoratori hanno attaccato Chen Guojun, il futuro direttore generale, ferendolo a morte. Questo incidente ha gettato una nuova luce sui lavoratori cinesi, tradizionalmente raffigurati come un’entità passiva e inerme e ora presentati come una massa violenta e minacciosa, tanto che il China Labour Bulletin, un’organizzazione non governativa basata ad Hong Kong, ha sentito la necessità di lanciare un appello per ricordare come in realtà “i lavoratori siano con molta maggiore probabilità le vittime di violenze, minacce, intimidazioni e abusi, piuttosto che i perpetratori di tutto ciò”.

Ma, al di là di queste distinzioni teoriche, quali sono le ragioni concrete che spingono i cittadini cinesi a riversarsi sulle strade a proprio rischio e pericolo? Per rispondere a questa domanda, è necessario far riferimento ad un altro documento dell’Accademia delle Scienze Sociali, l’edizione precedente del Libro Blu, pubblicata alla fine del 2008. In questo volume, che poneva fortemente l’accento sul problema della disoccupazione, considerata la più grande minaccia per la società cinese in un’epoca di crisi, gli autori esponevano i risultati di un’indagine sulle questioni che più avevano preoccupato i cittadini cinesi nel 2008: al primo posto si trovava l’aumento dei prezzi (63,5%), seguito dalle difficoltà nell’accesso al sistema sanitario (42,1%), l’aggravarsi dei divario nei redditi tra città e campagna (28%), la disoccupazione (26%), i prezzi eccessivi degli immobili (20,4%), la corruzione (19,4%) e la pensione (17,7%). Se ciò permette di stabilire a grandi linee quali sono le principali fonti di preoccupazione (e quindi di tensione) in seno alla società cinese, questo documento era ancora più esplicito riguardo alle ragioni alla base degli incidenti di massa, distinguendo sei ordini di cause: a) i governi locali infrangono gli interessi del popolo; b) l’allargamento del divario tra ricchi e poveri; c) la forte insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti dell’ingiusta distribuzione delle risorse e dell’irragionevole ricchezza di alcuni; d) la violazione degli interessi economici e dei diritti democratici del popolo; e) l’impossibilità per gli individui di trovare meccanismi per il negoziato e per la tutela dei propri diritti; f) l’inadeguatezza delle modalità di gestione sociale e dell’economia socialista di mercato rispetto alla crescente coscienza democratica del popolo e delle masse.

Stando ad un articolo pubblicato la settimana scorsa sul Nanfang Zhoumo, i manuali su come gestire gli incidenti di massa starebbero andando a ruba tra i burocrati del Partito e dello Stato, mentre le istituzioni incaricate di addestrare le nuove generazioni di funzionari starebbero adottando simili testi come lettura obbligatoria. Se si presta fede a quanto riportato in questo articolo, nel solo 2009 sono stati pubblicati ben otto libri sull’argomento, contro gli appena due del 2008. Inoltre, se prima del 2005 sull’argomento venivano pubblicati appena trenta studi accademici all’anno, nel solo 2006 il numero era schizzato a 170, per poi passare a 320 nel 2009. Questo non solo riflette una crescente apprensione da parte delle autorità cinesi, ma anche una sempre maggiore consapevolezza della necessità di gestire lo scontento della popolazione con misure ragionate che non si limitino semplicemente allo spiegamento della forza bruta delle armi. Eppure, se prima non si risolvono i problemi strutturali alle spalle degli incidenti di massa, in particolare quelle carenze dello stato di diritto che spesso non lasciano ai cittadini alcuna alternativa allo scendere in piazza, difficilmente sarà possibile mantenere la “stabilità sociale”. Come mi ha detto recentemente un noto avvocato impegnato nella tutela dei diritti delle fasce sociali più deboli: “Sai cosa dico quando un lavoratore mi chiama per chiedermi come può risolvere i suoi problemi? Gli dico di raccogliere quante più persone può e di scendere in strada a protestare, facendo più casino possibile. Non c’è altro modo”.

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