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Estremi Rimedi

di Ivan Franceschini | 3 gennaio 2010 | No Comment |

Una ricerca pubblicata ormai dieci anni fa da Sing Lee e Arthur Kleinman metteva in luce come la Repubblica Popolare Cinese fosse il paese dove si registrava il più alto numero di suicidi al mondo, con oltre trecentomila casi all’anno, pari al 42% di tutti i suicidi a livello mondiale e al 56% di quelli femminili. Questo studio si concentrava in particolare su due questioni, il fatto che il 90% dei suicidi in Cina avvenivano in zone rurali e il fatto che le giovani donne suicide risultavano essere almeno il doppio dei giovani uomini. Un rapporto rilasciato di recente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sostanzialmente confermato questi dati, pur ridimensionando la percentuale di suicidi cinesi al 26% del totale globale. Di fatto, in Cina il suicidio risulta essere la quinta causa di morte per la popolazione, la prima per la fascia d’età compresa tra i 15 e i 34 anni. Analizzando le ragioni alla base della particolarità cinese – la Cina infatti risulta l’unico paese in cui i suicidi femminili sono di gran lunga superiori a quelli maschili – Lee e Kleinman notavano come l’alto tasso di suicidi tra le ragazze rurali fosse un fenomeno peculiare e ipotizzavano che in questo caso “il suicidio [potesse] essere considerato come una strategia di resistenza da parte di donne che si sentono impotenti in situazioni di dominio politico e sociale”.

Il suicidio, in Cina come altrove, dunque non è solamente una via di fuga dalle pressioni di un’esistenza disperata, né la semplice conseguenza di qualche squilibrio psicologico, ma può essere anche utilizzato come una strategia estrema per far rivalere i propri diritti. Se da un punto di vista quantitativo nella Cina di oggi le ragazze di campagna sono senz’altro il gruppo sociale più portato a servirsi di questo strumento, ci sono testimonianze sempre più numerose di persone di differenti ceti sociali che scelgono di ricorrere al suicidio o alla violenza auto-inflitta per portare all’attenzione dell’opinione pubblica quelle che percepiscono come ingiustizie. Nel contesto di una società caratterizzata da un darwinismo sociale portato all’estremo e in una realtà in cui i canali legali ed ufficiali rimangono largamente inefficienti, per molti comuni cittadini questa è l’unica possibilità di far sentire la propria voce, ottenendo eventualmente una qualche forma di giustizia postuma o tardiva. Per riprendere il caso di Yang Yuanyuan, la studentessa trentenne che lo scorso novembre si è impiccata nel suo dormitorio universitario a Shanghai, nel suo caso il suicidio non è stato solamente un gesto di disperazione dovuto agli insulti che le erano stati lanciati dai guardiani del dormitorio, né una resa finale di fronte all’incapacità di provvedere alla sussistenza della propria famiglia. Piuttosto si è trattato di un atto di resistenza contro la decisione delle autorità universitarie di sfrattare la madre senzatetto dall’alloggio, quella decisione che aveva costretto la donna a passare una notte intera all’aperto. Con il suo suicidio, Yang Yuanyuan ha ottenuto il duplice risultato di screditare i vertici dell’università di fronte all’opinione pubblica e di garantire alla madre un minimo di risarcimento.

Quello dei “suicidi per la tutela dei diritti” (zisha weiquanzhe) è un tema che ricorre con una certa frequenza sui media cinesi. Non è raro di leggere le storie di lavoratori migranti che si arrampicano su qualche ponte o qualche edificio minacciando di suicidarsi pur di ottenere il pagamento dei salari arretrati. Spesso questo conduce ad interminabili blocchi del traffico, cosa che ha sua volta alimenta sentimenti contrastanti in seno all’opinione pubblica cinese: da un lato compassione per gli aspiranti suicidi, dall’altro fastidio e risentimento per i disagi e i ritardi. Nel 2006 un caso del genere successo su un ponte a Canton aveva causato una coda lunga oltre dieci chilometri e aveva portato un rappresentante della locale Assemblea Popolare a sottomettere una raccomandazione alla polizia affinché venissero adottate misure adeguate per gestire situazioni di questo tipo, limitando i disagi al traffico. Zhu Yongping, questo era il nome del delegato, era arrivato a dichiarare: “Questo tipo di ‘sequestro delle masse’ è un’azione illegale e pertanto va punita senza indugio!”.

L’ambivalenza dei sentimenti del pubblico nei confronti di questo tipo di azione risulta evidente se si considera la disavventura di Chen Fuchao, un imprenditore che lo scorso maggio si è arrampicato su un ponte di Canton minacciando di suicidarsi a causa dei debiti che aveva accumulato. Allora Lai Jiansheng, un sessantenne di passaggio, si era arrampicato sui piloni, apparentemente per convincere l’aspirante suicida a desistere, ma dopo aver stretto la mano di quest’ultimo, lo aveva spinto nel vuoto. A dispetto delle gravi ferite, Chen Fuchao era sopravvissuto e questo aveva dato il via libera ad un grande dibattito in seno all’opinione pubblica. Spiegando le ragioni del suo gesto ai giornalisti dell’agenzia Xinhua, Lai Jiansheng aveva affermato: “L’ho spinto giù perché saltatori come Chen sono davvero egoisti. Le loro azioni violano un sacco di interessi pubblici”. Questo dev’essere stato esattamente lo spirito dell’Ufficio della pubblica sicurezza di Xi’an quando, nel 2004, ha diffuso una circolare in cui si stabiliva che le azioni di coloro che si arrampicavano sugli edifici pubblici minacciando di suicidarsi per tutelare i propri diritti erano da intendersi come un danneggiamento dell’ordine pubblico e pertanto erano punibili con la detenzione fino a quindici giorni e con una multa fino a duecento yuan.

Il dibattito sulla questione del ricorso al suicidio e all’autolesionismo per tutelare i propri diritti rimane aperto in Cina. Recentemente tre storie drammatiche hanno contribuito a riattizzare l’attenzione del pubblico. Il primo caso ha coinvolto un lavoratore migrante di ventotto anni di nome Zhang Haichao. Nel luglio di quest’anno egli si è sottoposto volontariamente ad un intervento chirurgico per farsi aprire il torace, in modo dimostrare che soffriva di pneumoconiosi, una gravissima malattia occupazionale che colpisce i polmoni. Tutta l’evidenza mostrava come il male si fosse sviluppato negli anni di lavoro in una fabbrica di materiali abrasivi a Xinmi, nei pressi di Zhengzhou, ma i continui rifiuti da parte del datore di lavoro di fornire la documentazione relativa alle condizioni sanitarie e di sicurezza dell’impianto, così come la falsificazione della documentazione medica da parte di dottori collusi, non permettevano a Zhang di ottenere i risarcimenti previsti dalla legislazione in vigore. Nel luglio del 2009, ben due anni dopo aver scoperto di aver contratto la malattia, schiacciato da un debito di oltre 90.000 yuan e con due genitori anziani e un figlio piccolo da mantenere, egli ha deciso di sottoporsi a questo doloroso intervento al torace per dimostrare una volta per tutte la natura del male che lo stava consumando. Solamente nel settembre del 2009, dopo che la storia della sua operazione era stata riportata da tutti i principali media nazionali, il vecchio datore di lavoro di Zhang Haichao ha accettato di versare una somma di 615.000 yuan a titolo di rimborso, mentre sei funzionari sanitari locali e dottori sono stati licenziati dalle autorità.

Il secondo caso è il celebre “incidente della pesca” (diaoyu shijian), avvenuto a Shanghai nell’ottobre del 2009. Il 14 ottobre, mentre stava andando a prendere una persona per conto del proprio datore di lavoro, Sun Zhongjie, un giovane autista dello Henan, aveva accettato di dare un passaggio ad un uomo che affermava di essere malato e di aver bisogno di aiuto All’incrocio successivo una camionetta senza insegne aveva bloccato la vettura, mentre il passeggero aveva gettato una banconota da dieci yuan a Sun ed era saltato fuori dalla macchina, dandosela a gambe. Le persone uscite dal furgoncino si erano presentate come pubblici ufficiali incaricati del controllo del traffico e, sulla base di quella banconota da dieci yuan, avevano accusato Sun di essere un tassista illegale, sequestrandogli la vettura. Nel caso in cui l’accusa fosse stata provata, la multa da pagare per riavere l’auto sarebbe stata di diecimila yuan. La rabbia per il trattamento ricevuto, i rimproveri ingiustificati del datore di lavoro, i continui dinieghi delle autorità sul fatto che si sarebbe trattato di una trappola per incastrare il giovane nell’ambito di una campagna – una “pesca”, di cui il nome dello scandalo – contro i taxi illegali lanciata di recente, hanno spinto Sun Zhongjie a tagliarsi un dito in segno di protesta. Solamente a fine mese, dopo che i media avevano sollevato un gran polverone sulla vicenda, ponendo una notevole enfasi sul gesto autolesionista del giovane, le autorità locali avevano tenuto una conferenza stampa in cui avevano ammesso che la polizia si era servita di “metodi illegali” per raccogliere le prove contro Sun, avevano promesso a quest’ultimo un congruo risarcimento per la perdita del suo dito e si erano scusate con il pubblico per l’accaduto.

Il terzo e ultimo caso è quello dell’immolazione di Tang Fuzhen (tang fuzhen zifen zhijian), la signora di Chengdu che il 13 novembre del 2009 si è cosparsa di gasolio e si è data fuoco sul tetto di un edificio di sua proprietà nella periferia cittadina. A causa delle ustioni riportate, Tang è morta in ospedale più di due settimane dopo. All’origine del suo gesto c’era l’opposizione ad un’ordinanza di sfratto forzato messa in atto dalle autorità locali, ansiose di avviare un progetto di potenziamento della rete stradale locale. Il suicidio della donna è stato interamente ripreso da un telefonino e le immagini hanno avuto una grande diffusione sul web cinese, attirando l’attenzione dei media tradizionali (inclusa la televisione nazionale) e scatenando un acceso dibattito sulle norme relative alle demolizioni attualmente in vigore.

Il Nanfang Zhoumo nell’ultimo numero del 2009 ha reso omaggio a questi tre shenti weiquanzhe, “difensori dei diritti che si servono del proprio corpo”. Nelle pagine dello speciale dedicato all’anno appena passato si leggeva: “Essi hanno lottato per i loro diritti con la freschezza delle loro vite, hanno cercato la giustizia nella lama del coltello e nel fuoco, sono persone comuni che vagano qua e là nella loro esistenza, attori tragici del movimento per i diritti”. Sullo stesso tono, un commento pubblicato qualche giorno fa su un sito d’informazione della provincia dello Hunan intitolava: “Nel 2010 addio alla ‘strada tragica della protezione dei diritti’ che spezza il cuore della gente”. L’anonimo autore così scriveva: “Non so come comprendere la sofferenza interiore di queste persone. Mentre proviamo pietà nei loro confronti, ancora di più dovremmo avere aspettative verso il sistema, aspettative verso il perfezionamento di questo sistema, verso la sua razionalità, la sua umanità! Alcuni netizen dicono che [i termini utilizzati per indicare questi tre casi] sono parole calde dell’anno [appena concluso]. Ed esse davvero sono ‘parole dell’anno’, davvero spezzano il cuore della gente, anche se sono le storie alle spalle di queste parole a far soffrire più di tutto”. Come dire che a mali estremi si risponde con estremi rimedi, almeno fino a quando non arriveranno tempi migliori.

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