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	<title>Cineresie.info</title>
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		<title>Il Treno della Libertà: binari di cooperazione tra Cina e Africa</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 18:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Inaugurata nel 1975, la Ferrovia della libertà è la prima grande testimonianza della moderna presenza cinese in Africa. Milleottocento chilometri di binario che percorrono a sud la fascia costiera della Tanzania per svoltare poi a occidente permettendo così allo Zambia di avere uno sbocco sul mare. Dall’inaugurazione lo scenario è completamente cambiato, ma rimane una costante: la Cina è in grado di dare alle nazioni africane ciò che l’Occidente si rifiutava di fare. Un estratto dal libro “Miracolo africano” di Riccardo Barlaam e Massimo Di Nola.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Per cortesia degli autori, pubblichiamo un estratto dal libro &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788863451405/barlaam-riccardo-di-nola/miracolo-africano-leader-sfide.html">Miracolo africano</a>&#8221; di <span style="color: #000000;">Riccardo Barlaam</span> e <span style="color: #000000;">Massimo di Nola</span>, edito da Il Sole 24 Ore Libri.</span> <span style="color: #808080;">Uno sguardo su un continente che è un convoglio in marcia: gruppi di stati diversi, immense risorse e una nuova rilevanza strategica. Quale <strong>ruolo per la Cina</strong>?</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/tazara_railway.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2332" style="margin: 5px;" title="tazara_railway" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/tazara_railway.jpg" alt="" width="576" height="328" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli amici di Pechino</h2>
<p style="text-align: justify;">Milleottocento chilometri di binario che percorrono a sud la <strong>fascia costiera della Tanzania</strong> per svoltare poi a occidente in direzione della Regione degli altopiani e delle montagne. E’ la <em>Freedom railways</em>, il Treno della Libertà: <em>Uhuru</em> in lingua swahili.</p>
<p style="text-align: justify;">La partenza avviene dai marciapiedi della grande stazione sopraelevata con il tetto a vela di Dar Es Salaam dove una grande scritta inneggia alla perenne amicizia del popolo cinese con la Nazione africana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo incontro, una volta lasciata la capitale della Tanzania e ciò che resta dell’antica foresta di Kazimzumbwi, sono gli elefanti e le giraffe del Parco del Selous. Instancabili, staccano a ciuffi le foglie dagli arbusti degli alberi di acacia e tamarindo. Poco più in là, placidi capannelli di bufali si bagnano nelle paludi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il treno sale e raggiunge il tratto più difficile e spettacolare nella<strong> regione montuosa</strong> tra il Regno degli Elefanti (Mlimba) e il Pascolo dei Tori (Makambako) Qui la linea dei binari attraversa diversi corsi d’acqua. Il momento più emozionante è il superamento del vertiginoso ponte sul fiume Mpamga che conduce verso gli altipiani costeggiato dalla catena montuosa del Kipengere che arrivano fino a 3mila metri. Questa è la regione dove si coltivano il miglior thè e caffè della Tanzania. Nella stagione umida, i campi sono tappezzati di fiori. Il convoglio effettua continue soste lungo il percorso, facendo salire uomini e donne di tutte le età carichi di ceste, borse, sacchi pieni di cipolle, patate, cavoli.  A Zakonde il treno passa la frontiera e poco dopo si ricongiunge con le ferrovie dello Zambia. Siamo a 1.400 metri di altezza. Lusaka, la capitale, non è lontana: meno di 200 chilometri a Nord. Ma ci vogliono altre sette ore di viaggio.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Un aiuto inaspettato</h2>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>Treno della Libertà</strong>, inaugurato il 26 ottobre del 1975, alla presenza di Kenneth Kaunda, primo presidente dello Zambia e Julius Nyerere, fondatore della moderna Tanzania, è anche la prima grande testimonianza della moderna presenza cinese in Africa.</p>
<p style="text-align: justify;">Un intervento che all’epoca era stato provvidenziale. Alla fine degli anni sessanta lo Zambia, secondo esportatore mondiale di rame (dopo il Cile), ma senza sbocchi al mare, era costretto a utilizzare la via del Sudafrica e della Rhodesia per importare i prodotti di cui aveva bisogno ed esportare le sue materie prime.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi due Paesi stavano vivendo la fase più cupa del razzismo, con la Rhodesia, la Svizzera d&#8217;Africa, che si era appena dichiarata indipendente dalla Gran Bretagna (oggi si chiama Zimbabwe ed è tornato a essere uno dei paesi più poveri del mondo) e il Sudafrica che maturava nuove leggi per rafforzare il regime di apartheid, la separazione per legge di bianchi e neri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il neo presidente zambiano Kaunda per evitare di subire pressioni e ricatti aveva rilanciato un antico progetto di ferrovia in direzione della Tanzania. Ma non aveva riscosso grandi consensi. Positivi i sopraluoghi tecnici, però la Gran Bretagna e la stessa Banca Mondiale si erano rifiutati di finanziare l’iniziativa con il pretesto che non sarebbe stata redditizia. Non importava che fosse politicamente indispensabile. L’idea di<strong> rivolgersi ai Cinesi</strong> venne suggerita a Kaunda dallo stesso Nyerere. Il leader tanzaniano era stato a Pechino, dove si respirava un’aria nuova.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Grazie, fratelli africani!</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Chiuso l’ultimo capitolo dell’era maoista, i dirigenti cinesi erano intenzionati a rialzare la testa. Nel Paese era cominciata l’era delle riforme economiche e il progetto di una grande <strong>opera infrastrutturale in Africa</strong> con un innegabile valore strategico, poteva lanciare un segnale di largo impatto. Negli anni &#8217;50 e &#8217;60 la Repubblica popolare cinese di Mao sosteneva le lotte di indipendenza dei paesi africani “dall&#8217;imperialismo, dal colonialismo e dall&#8217;egemonia occidentale”. Il primo Paese a stabilire relazioni diplomatiche con Pechino era stato l&#8217;Egitto, nel maggio 1956.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino ad allora la <strong>cooperazione</strong> ufficiale cinese con il Continente africano si era tradotta per lo più nell’invio di centinaia di medici e di cosiddetti volontari a supporto delle nazioni che si erano affrancate dal dominio coloniale. In modo non ufficiale, la Cina però sosteneva le lotte coloniali con armi e addestramento militare. Pechino si collocava come <strong>alfiere</strong> dell’emancipazione del cosiddetto <strong>Terzo Mondo</strong>. In cambio aveva chiesto all’Africa sostegno politico nelle arene internazionali. Aveva chiesto appoggio in occasione del voto per espellere Taiwan dalle Nazioni Unite, nel 1972, e lo aveva ottenuto. Mao una volta disse che la Cina era riuscita ad entrare nell’Onu (al posto di Taiwan) e ad avere un peso nelle decisioni internazionali “grazie ai nostri Fratelli africani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però i leader cinesi erano intenzionati a lanciare un messaggio più ambizioso: il loro Paese era in grado di dare alle nuove nazioni africane ciò che l’Occidente si rifiutava di fare.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Strada ferrata</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">I lavori della ferrovia iniziano nel 1970. In agosto nel porto di Dar Es Salaam attracca la nave Yao Ha. Dalla passerella sbarca una lunga fila di <strong>tecnici cinesi</strong>, accompagnati dai canti patriottici diffusi da altoparlanti gracchianti installati per l’occasione sul molo. I tecnici cinesi salutano la folla e vengono subito caricati su un convoglio di camion in attesa. Sono circa un migliaio e hanno il compito di preparare i cantieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Nove mesi prima, dodici di loro avevano già percorso, a piedi, l’intero tracciato per segnare le opere da fare e i luoghi dove insediarsi. Negli anni successivi attraccheranno altre navi e sbarcheranno altri uomini e materiali. Il numero dei <strong>lavoratori cinesi</strong>, con l’arrivo degli operai, salirà a<strong> 25 mila</strong> a cui si aggiungeranno quasi 50 mila tanzaniani e zambiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni 40 chilometri, lungo il percorso, viene insediato un campo base contornato di banani e papaye, che servono anche per dare vitamine agli operai. Il 26 ottobre del 1975, con due anni di anticipo sul programma, la ferrovia viene inaugurata. Il primo convoglio parte da Lusaka e raggiunge la capitale della Tanzania Dar Es Salaam, che vuol dire il luogo della pace. Sono state posate 300 mila tonnellate di rotaie, costruiti 300 ponti, 23 tunnel, 147 stazioni. Il <strong>costo dell’opera</strong> è tutto sommato contenuto: 500 milioni di dollari che i cinesi finanziano con un prestito ripagabile in 30 anni e senza interessi. L’Africa, per crescere, ha bisogno di soldi ma Pechino è disposta a venire loro incontro. Anche perché sa come rientrare nei capitali investiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni successivi, la ferrovia non manterrà le promesse in termini di trasporto del minerale di rame. In cambio porterà capacità di trasporto, <strong>mobilità sul territorio</strong> e sviluppo degli scambi in tutta la regione degli altopiani della Tanzania e dello Zambia. Che forse sono un risultato ancora più importante.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Trentacinque anni dopo</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Dall’inaugurazione del Treno della Libertà sono trascorsi 35 anni e rispetto ad allora è cambiato completamente lo scenario. Gli <strong>investimenti cinesi</strong> in Africa sono cresciuti in maniera esponenziale dal 2000 a oggi. Nel solo 2009 a una percentuale del 77,5%, anno su anno, stando ai dati dei primi tre trimestri. Gli investimenti hanno raggiunto i 20 miliardi di dollari: erano 7,8 miliardi nel 2008.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina è diventata il primo esportatore mondiale di prodotti industriali. La sua economia cresce a tassi mai conosciuti in precedenza con fabbriche e cantieri caratterizzati da un insaziabile bisogno di materie prime. Molte devono essere importate: petrolio, minerali (rame, bauxite, ferro, stagno, titanio), legname.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2008 le importazioni cinesi di questi prodotti dall’Africa ammontavano, in valore, a 56 miliardi di dollari, superiori a quelle degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel nuovo contesto infatti, il Continente ha assunto, per i leader di Pechino, un <strong>ruolo strategico</strong>: uno dei pochi luoghi del globo in cui esistono risorse minerarie e giacimenti di idrocarburi in parte conosciuti, in parte ancora inesplorati, ma comunque sfruttati solo in piccola parte. Sui quali le <strong>multinazionali cinesi</strong>, fortemente appoggiate dal Governo di Pechino, hanno allungato l’occhio, disposte a mettere sul piatto offerte generalmente più attraenti di quelle dei competitor occidentali già insediati sul territorio.  Il minerale di ferro in Liberia, il petrolio nel Golfo di Guinea, il rame in Zambia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Un mercato per crescere</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Non solo, ma con oltre un miliardo di consumatori a basso reddito, centinaia di grandi <strong>città da risanare</strong>, un enorme arretrato di infrastrutture da costruire o modernizzare, l’Africa è anche un immenso mercato per grandi e piccole imprese cinesi che possono fornire e realizzare tutto ciò di cui il Continente ha bisogno: dai vestiti ai televisori, dagli aeroporti alle reti di telefonia, dalle fabbriche di cemento a quelle di zucchero.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre nel 2008 le esportazioni cinesi in Africa ammontavano a 51 miliardi di dollari. Il conto tra import ed export era così quasi pareggiato.</p>
<p style="text-align: justify;">In pochi anni la Cina è riuscita quindi a <strong>decuplicare l’interscambio </strong>con i Paesi del Continente nero: dai 10  miliardi di dollari del 2000 ai 107 miliardi del 2008. Come ha fatto?</p>
<p style="text-align: justify;">Con la diplomazia del sorriso e soprattutto con <strong>pragmatismo</strong>. In Africa il maggiore ostacolo sono costi, tempi di realizzazione e disponibilità di finanziamenti. Per ognuno di questi problemi, il Sistema Cina è capace di dare una risposta. E’ in grado di offrire prodotti e tecnologia a prezzi imbattibili, non ha problemi a utilizzare la propria manodopera per garantire la realizzazione chiavi in mano delle opere programmate, e può mettere in gioco le sue banche per consentire ai clienti africani di<strong> pagare i loro debiti</strong> in natura.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte dei prestiti all’Africa delle banche di Stato cinesi infatti è garantita da contratti pluriennali di <strong>fornitura di materie prime</strong> a imprese cinesi: petrolio innanzitutto, ma anche rame, ferro, legname.</p>
<p style="text-align: justify;">Il circolo così si chiude: Pechino apre alle sue imprese petrolifere e metallurgiche nuove <strong>fonti di approvvigionamento</strong> e paga fornendo ai Governi africani le infrastrutture e i prodotti di consumo di cui hanno bisogno per promuovere lo sviluppo e raccogliere consenso politico nei rispettivi Paesi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Relazioni vantaggiose</h2>
<p style="text-align: justify;">“Con voi abbiamo saputo instaurare una relazione di mutuo vantaggio”, dichiara ai leader dell’Africa, il primo ministro cinese Wen Jiabao, in occasione di un appuntamento preparato da tempo: il FOCAC (Forum di Cooperazione Cina Africa). L’incontro, giunto ormai alla sua quarta edizione, questa volta si tiene in Egitto. E’ un <strong>vertice bilaterale</strong> un po’ particolare: tra uno stato sovrano, la Cina, appunto, e un intero continente. Partecipano i rappresentanti di 49 stati africani su 53. Pechino fa affari con tutti. Non tratta però con i governi che hanno relazioni diplomatiche con Taiwan. Per questo al non sono presenti i rappresentanti di Gambia, Burkina Faso, Sao Tome e Principe e Swaziland.</p>
<p style="text-align: justify;">In prima fila nella sala spiccano il presidente del Sudan, Omar el Bashir e quello dello Zimbabwe, Robert Mugabe. In Occidente e anche da una buona parte dei loro sudditi, sono <strong>considerati dei criminali</strong>. Il primo è ricercato dal Tribunale penale delle Nazioni Unite per i massacri di civili effettuati nel Darfur. Il secondo è stato messo al bando dagli Stati Uniti e dalla Ue e contestato anche dai Paesi contigui della Comunità dell’Africa Meridionale (Sadcc) per i ripetuti assassini e le continue violenze contro gli oppositori politici interni, oltre che per i <strong>brogli elettorali</strong> in occasione delle ultime elezioni. Nel suo discorso Wen, con la consueta pacatezza e un benevolo sorriso d&#8217;ordinanza, ribadisce che la Cina, a differenza dei Paesi Occidentali, non si interessa della <strong>politica interna </strong>dei Paesi con cui opera, non pone e non intende porre condizioni politiche ai suoi aiuti. E così mentre gli osservatori occidentali si limitano a criticare, i governanti cinesi, come tante formiche operose, si mettono al lavoro.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Grazie, facciamo da soli</h2>
<p style="text-align: justify;">Ormai, anche gli organismi internazionali sono obbligati a prendere atto del <strong>peso politico</strong> ed economico acquisito dalla Cina. Uno dei primi a prenderne atto è il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick che si reca a Pechino con l’obiettivo annunciato di coinvolgere China Investment Corporation,  il fondo Sovrano cinese finanziato con una parte delle riserve valutarie del Paese, in operazioni congiunte per sostenere lo sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo in generale e dell&#8217;Africa in particolare. Viene ricevuto con la usuale <strong>diplomazia del sorriso</strong>, ma i leader Cinesi restano fermi dove sono: preferiscono tenersi stretti la loro libertà d&#8217;azione piuttosto che farsi coinvolgere  dalle regole restrittive e dai complessi meccanismi burocratici decisionali che presiedono agli interventi della Banca.</p>
<p><em><span style="color: #808080;">foto credits:</span></em> <a href="http://www.flickr.com/photos/dodgyforeigner/5868898/sizes/z/in/photostream/" target="_blank">dodgyforeigner</a></p>
<p>Il libro:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/libro_miracolo_africano.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2335" style="margin: 5px;" title="libro_miracolo_africano" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/libro_miracolo_africano-203x300.jpg" alt="" width="183" height="270" /></a>Riccardo Barlaam</span></strong><span style="color: #888888;"> già caposervizio della redazione di Economia e politica  internazionale del Sole 24 Ore, oggi lavora presso la redazione online  del Sole 24 Ore.com e si occupa in particolare dell’Africa. Collabora  con Nigrizia e insieme a una rete di colleghi africani ha creato  AfricaTimesNews, sito di news in tempo reale, in francese e inglese. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><span style="color: #000000;"><strong>Massimo di Nola</strong></span> </span><span style="color: #888888;">già  responsabile speciali estero del Sole 24 Ore, gestisce il Notiziario  Farnesina dell’Agenzia Radiocor. Ha lavorato in passato a Libèration,  Radio Popolare ed è autore di un libro sulla crisi edito dalle Edizioni  del Sole 24 Ore. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">I ricavati dalla vendita del libro serviranno a finanziare il sito <a href="http://www.africa-times-news.com/who-we-are/">Africa Times News</a>, un portale sull&#8217;Africa che si propone di descrivere anche quel lato del continente che solitamente viene fatto passare sotto silenzio.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Cinesi all’Expo: è tempo di essere eleganti</title>
		<link>http://www.cineresie.info/cinesi-expo-shanghai-educazione/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 11:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice He</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertine]]></category>
		<category><![CDATA[armonia]]></category>

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		<description><![CDATA[“Dopo il divertimento, è il momento di essere eleganti”. Questo è il titolo della prima pagina che il Nanfang Zhoumo nelle edicole questa settimana dedica all'Expo di Shanghai. Descrivendo alcuni comportamenti discutibili tenuti dai visitatori cinesi, i giornalisti di questo settimanale riportano alcuni estratti dai discorsi ufficiali tenuti per le celebrazioni per il centesimo giorno dall’apertura, sottolineando come, non a caso, in quell’occasione le parole chiave siano state “civiltà”, “buone norme di comportamento” e “qualità”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/nfzm_02092010.jpg"><img class="size-full wp-image-2261  aligncenter" title="nfzm_02092010" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/nfzm_02092010.jpg" alt="" width="398" height="631" /></a><em> </em></h3>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Nanfang Zhoumo</strong>, </em><a title="Nanfang Zhoumo epaper" href="http://nf.nfdaily.cn/epaper/nfzm/content/20100902/ArticelA01002FM.htm" target="_blank">02.09.2010</a>, <em>Dopo il divertimento è ora di essere eleganti</em></h3>
<p style="text-align: justify;">Che molti cinesi abbiano alcune <strong>cattive abitudini</strong>, è risaputo: sputano, saltano la coda ovunque possono, se ne vanno in giro in pigiama o a pancia all’aria&#8230; Per le autorità questo è un incubo, specialmente nei casi in cui esse si trovano ad ospitare eventi di portata internazionale, occasioni nelle quali sarebbe opportuno dare al mondo un’<strong>immagine immacolata</strong> del paese. Sono anni che le campagne politiche per innalzare la “qualità” dei cittadini ed <strong>educare la popolazione</strong> alla “civiltà” &#8211; qualunque cosa questo significhi – si sprecano. Lo ha già fatto Pechino prima delle Olimpiadi del 2008 e lo sta facendo ora Shanghai in occasione dell’Expo. Senza troppo successo, almeno secondo il <a href="http://nf.nfdaily.cn/epaper/nfzm/content/20100902/ArticelA01002FM.htm" target="_blank">Nanfang Zhoumo</a>, che questa settimana intitola a caratteri cubitali: “Dopo il divertimento, è il momento di essere eleganti: l’Expo fa maturare la qualità dei cittadini cinesi”. Un dato di fatto o un auspicio?</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso del Nanfang Zhoumo è intriso di moralismo. Mentre tutto il mondo arriva in Cina per mostrare il meglio dei proprio paesi, i cinesi in visita all’Expo in molte occasioni non hanno dato il meglio di sè stessi, fomentando il caos, saltando le file, lasciando graffiti sui muri, rifiutandosi di <strong>seguire le regole</strong>. I giornalisti del settimanale raccontano come queste persone – che arrivano in massa in autobus dalle città e dalle campagne di tutto il paese – appena scese a terra inizino a correre da un padiglione all’altro, eccitati come dei bambini, telefonando a casa per dire a gran voce di essere arrivati “in un altro mondo”. Al momento di mettersi in coda, alcuni poi fingono di essere disabili per approfittare dei canali preferenziali e si racconta addirittura di una persona arrivata appositamente con una sedia a rotelle. C’è infine la cosiddetta “razza del timbro”, persone che tirano fuori una decina o addirittura un centinaio di pass per l’Expo e chiedono il timbro di ogni padiglione. Ben tre delle sei stanze del padiglione uruguaiano sono state trasformate in aree riservate ai timbri per <strong>visitatori ossessionati</strong>. Per un certo periodo, questi comportamenti hanno ricevuto una notevole attenzione da parte dei media sia cinesi che stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è dunque da stupirsi se in occasione del centesimo giorno dall’apertura dell’Esibizione, “civiltà”, “buone norme di comportamento”, “qualità” sono diventate le parole chiave dei discorsi celebrativi dei funzionari. “L’Expo non è una carnevalata, non ci si può divertire in maniera smodata e basta”, ha dichiarato <strong>Wu Jianmin</strong>, presidente dell’Ufficio internazionale dell’Expo. Negli ultimi giorni egli ha avuto modo di esprimere ai media il proprio punto di vista: “Quando noi parliamo di ‘civiltà’ e di ‘buone norme di comportamento’, in realtà parliamo della nostra via allo sviluppo e del modo con cui ci comportiamo col resto del mondo”. Secondo <strong>Wan Jifei</strong>, direttore del Comitato organizzatore dell’avvenimento, più che un progetto passeggero della durata di qualche mese, l’Expo è uno strumento con cui “ispirare il modo di pensare di un’intera generazione, ampliare gli orizzonti e i pensieri dei cittadini, elevare la qualità della popolazione”. Il tutto a partire da alcune elementari <strong>norme di comportamento</strong>.</p>
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		<title>Vignetta: Il potere degli studi classici</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 10:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vignette]]></category>

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		<description><![CDATA[Contesto: due giovani mendicanti chiedono l’elemosina, il foglio sotto alla ciotola per i soldi, per entrambi recita “aiuto, non ho soldi per mangiare”. Il ragazzetto di sinistra, quello che ha raccolto poche offerte, ha un biglietto scritto in caratteri moderni; quello di destra, invece, ha la scritta in jiaguwen, la grafia antichissima delle ossa oracolari e ha raccolto molti soldi. La vignetta nasce dal dibattito che ruota intorno ai guoxue gli studi sulla cultura tradizionale cinese...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/2010.9.04@国学.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2269" title="2010.9.04@国学" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/2010.9.04@国学.jpg" alt="" width="455" height="644" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Lo vedi ora il potere degli studi classici?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Contesto</strong>: due giovani mendicanti chiedono l’elemosina, il foglio sotto alla ciotola per i soldi recita “aiuto, non ho soldi per mangiare”. Il ragazzetto di sinistra, quello che ha raccolto poche offerte, ha un biglietto scritto in caratteri moderni; quello di destra, invece, ha una grafia arcaica. La vignetta nasce dal dibattito che ruota intorno ai <em>guoxue,</em> gli studi sulla cultura tradizionale cinese. Lo studio dell’antichità, incentivato spesso sin dall’infanzia, si inserisce ormai da qualche anno nel percorso di riscoperta dell’identità nazionale e del patrimonio della cultura classica così tanto bistrattato durante l’era maoista. Il revival della cultura, tuttavia, spesso si riduce a mercificazione, lasciando spazio a patacche, falsi clamorosi o ciarlatani che si spacciano per esperti di arti magiche – l’ultimo dei quali il <a href="../li-yi-santone-taoista-cinese-ciarlatano/">gran maestro  daoista Li Yi</a> .</p>
<p><span style="color: #888888;">Pubblicata  su</span> <a href="http://blogtd.org/2010/09/04/%E5%9B%BD%E5%AD%A6%E7%9A%84%E5%A8%81%E5%8A%9B/" target="_blank">blogtd.org</a> <span style="color: #888888;">il 4.09.2010.</span></p>
<p><strong>Li Xiaoguai</strong> (1974) è un  <strong>disegnatore satirico</strong> che vive nel Guangdong. Nel suo <a href="http://blogtd.net/">blog</a> commenta l’attualità attraverso  vignette e caricature. I suoi post sono spesso corredati da qualche link  alla notizia che fa da contesto. Li è ospite fisso di Cineresie.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sorpassato il Giappone, ma guai a chi festeggia!</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 00:56:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valeria Zanier</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>

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		<description><![CDATA[La notizia dello scorso ferragosto è che il PIL cinese ha superato quello giapponese e adesso la Cina è la seconda economia mondiale alle spalle degli Stati Uniti. Di questo sorpasso si è parlato per giorni sulle pagine dei giornali di tutto il mondo, con toni a volte trionfali, a volte apocalittici. Eppure, sorprendentemente, in Cina la notizia è passata sottotono. Un'analisi che cerca di interpretare le ragioni di questo strano silenzio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/ChinaJapan.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2239" style="margin: 5px;" title="ChinaJapan" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/ChinaJapan-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>La notizia dello scorso ferragosto è che il <strong>PIL cinese ha superato quello giapponese </strong>e adesso la Cina è la seconda economia del mondo dopo gli Stati Uniti. Secondo i dati forniti dal governo giapponese, nel secondo trimestre del 2010 il prodotto interno lordo del Giappone è stato pari a 1.286 miliardi di dollari, mentre il PIL della Repubblica Popolare Cinese ha raggiunto nello stesso periodo la quota di 1.335 miliardi di dollari. E’ già accaduto in passato che in alcuni trimestri il PIL cinese abbia superato quello giapponese, ma i dati annuali hanno poi riconfermato la preminenza del Giappone. Questa volta gli economisti prevedono invece che per la fine del 2010 il <strong>sorpasso</strong> verrà confermato.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Trent&#8217;anni di crescita travolgente</h2>
<p style="text-align: justify;">I media occidentali hanno commentato l’avvenimento come <strong>epocale</strong>. “Il sorpasso sul Giappone segna il ruolo sempre più dominante della Cina nell’economia globale” ha affermato Eswar Prasad, senior fellow della Brookings Institution ed ex dirigente della China Division al Fondo Monetario Internazionale. Jim O’Neill, chief economist della Goldman Sachs, ha lanciato la previsione che la Cina <strong>supererà gli USA</strong>, attualmente la più grande economia mondiale, nel <strong>2027</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Effettivamente la notizia dà adito ad importanti riflessioni. Innanzitutto, dal 1979 ad oggi l’economia cinese è <strong>cresciuta di 90 volte</strong>: un risultato davvero impressionante. La Cina ha attraversato due crisi economiche mondiali ed ha tenuto molto bene nell’ultima permettendo così ad altri paesi (specialmente, alle economie che si basano sulle esportazioni) di andare avanti nella sua scia. In secondo luogo, il sorpasso cinese marca l’apice di un <strong>periodo di stagnazione</strong> che l’economia nipponica sta attraversando già dai primi anni ’90, quando, in seguito allo scoppio della <a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Economy_of_Japan" target="_self"><em>bubble economy</em></a>, l’economia implose dopo vent’anni di crescita inarrestabile.</p>
<p style="text-align: justify;">I giapponesi hanno appreso la notizia con grande aplomb. “Anche se alcuni possono provare un po’ d’invidia, questo rappresenta una grande opportunità per le aziende giapponesi” ha commentato Takashi Shiono, economista del Credit Suisse a Tokyo. Kyohei Morita, chief economist del Barclays Capital a Tokyo ha glissato: “Dovremmo preoccuparci del PIL pro-capite. Questo sorpasso è solo simbolico, niente di più”. Infine, un’inchesta del quotidiano Asahi mostra che più della metà dell’opinione pubblica ritiene che non è necessario che il Giappone sia una superpotenza globale.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile credere che una <strong>rivalità così antica</strong> come quella tra Giappone e Cina si esaurisca con poche scarne battute. Ad ogni modo, è vero che, vista la prolungata stagnazione, molti se lo aspettavano da tempo e, dunque, hanno avuto modo di digerire la notizia. Sono tanti i problemi che il Sol Levante deve affrontare: l’invecchiamento della popolazione, la debole domanda interna, la deflazione, e uno yen troppo forte per trarre vantaggio delle esportazioni. Forse, come ha affermato Martin Schulz, economista del <em>Tokyo’s Fujitsu Research Institute</em>, “questo avvenimento può davvero dare la sveglia ai leaders giapponesi e farli smettere di guardarsi dentro”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">In Cina la notizia è presentata sottotono</h2>
<p style="text-align: justify;">Il fatto davvero sorprendente in tutto questo è che in Cina la notizia è stata accolta in modo piuttosto freddino. Dopo che Yi Gang, capo della SAFE (State Administration of Foreign Exchange) aveva affermato a fine luglio che la Cina era diventata la seconda economia mondiale, il <em>Quotidiano del Popolo</em> (principale organo del partito e responsabile di fornire le direttive ai media della RPC) aveva prontamente invitato tutti ad <strong>abbassare i toni</strong> e aveva criticato i media esteri, colpevoli di esagerare nel riportare trionfalmente la notizia. Pochi giorni dopo, il 13 agosto, un articolo firmato dell’agenzia <em>Xinhua</em> aveva ulteriormente ribadito: “Il fatto che il nostro paese in questi ultimi trent’anni abbia aumentato la propria influenza, soprattutto grazie alla robusta crescita economica, ha portato qualcuno a pensare che la Cina non sia  più un paese in via di sviluppo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche giornali molto più <em>business-oriented</em>, quali l’autorevole rivista di economia e finanza <em>Caijing</em>, o l’indipendente <em>Economic Observer</em>, si sono astenuti dal fare commenti troppo ottimistici. Due articoli apparsi su <em>Caijing</em> rispettivamente il 18 e il 21 agosto, intitolati “La distanza tra Cina e Giappone è ancora grande” e “Perché il sorpasso della Cina sul Giappone riceve una fredda accoglienza”, commentano che la notizia non dovrebbe generare eccessiva suspence, come invece accade all’estero.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero che la Cina, con una popolazione quasi 10 volte quella del Giappone e molte più risorse, presenta un maggiore <strong>potenziale di crescita</strong>, ma non è questo il punto, e subito riportano l’attenzione sul fatto che le dimensioni del PIL, di per sè, non garantiscono alla Cina il secondo posto come paese più ricco al mondo. Il <strong>benessere di una nazione</strong> si misura con il PIL reale pro-capite, ovvero dividendo il valore del PIL per gli abitanti. E qui la realtà cinese non è nemmeno paragonabile a quella del Sol Levante: i giapponesi rimangono tra i più ricchi del mondo, con un prodotto pro-capite annuo pari a 37.800 dollari, contro i 3.600 dollari cinesi (dati del 2009). Questo riporta tutti con i piedi per terra, in un mondo dove la media è pari a 8.000 dollari e la Cina si trova al <strong>99° posto</strong>, secondo le classifiche del Fondo Monetario Internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che emerge leggendo i giornali e il web cinesi è la paura che l’economia possa andare incontro a <strong>grandi rischi </strong>prima che la società abbia raggiunto un livello di benessere stabile. Il Giappone, pur avendo una popolazione che sta invecchiando e un’economia in fase di stagnazione, è comunque una società ricca e lo è da più di vent’anni. “Se la Cina non riesce ad imbrigliare la sua politica monetaria e a frenare la bolla speculativa sui beni nazionali, il paese potrebbe collassare prima che il PIL pro-capite arrivi alla soglia dei 5.000 dollari annui e allora la popolazione potrebbe <strong>diventare vecchia</strong> prima di diventare ricca e sarebbero guai seri!” afferma un portavoce dell’Accademia delle Scienze Sociali, il <em>think tank</em> del governo.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Far finta di niente: prudenza o strategia di comunicazione?</h2>
<p style="text-align: justify;">Può darsi che la “fredda accoglienza” che governo e media hanno riservato alla notizia del sorpasso sia frutto della tendenza tutta cinese a non mettersi in mostra finchè non si è assolutamente sicuri di vincere, anzi di stravincere: “nascondi il tuo splendore e aspetta il momento buono per emergere”, come recita uno dei tanti adagi attribuiti a Deng Xiaoping.</p>
<p style="text-align: justify;">“Attribuire alla Cina lo status di paese sviluppato equivale a caricarla di responsabilità che non le competono“(<em>Xinhua</em>). Essere un <strong>paese in via di sviluppo</strong> ha permesso finora alla Cina di beneficiare di notevoli agevolazioni, un esempio per tutti è l’aver avuto accesso all’Organizzazione Mondiale del Commercio in qualità di PVS. In tal modo, l’agricoltura cinese ha potuto sfruttare particolari condizioni agevolate e continuare a beneficiare dei sussidi statali. Conoscendo la rilevanza della Cina rurale sul totale del paese, la cosa ha attutito notevolmente l’impatto con i concorrenti globali e ha fornito garanzie ad un settore che già sconta condizioni critiche dal punto di vista economico e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ridimensionare la grandezza economica potrebbe anche far parte di una <strong>strategia di comunicazione</strong> molto più articolata che mira a smussare l’immagine della “minaccia cinese” e ad <strong>evitare altre ire </strong>oltre alle tante che la Cina si è già attirata da parte dei suoi concorrenti. Secondo il parere di chi scrive, si tratta molto più probabilmente di un’azione dettata dal pragmatismo, con la quale il governo mira a non distogliere l’attenzione dagli avvenimenti davvero importanti. In fin dei conti, che la Cina avrebbe prima o poi superato il Giappone, lo sapevamo tutti e non è il caso di perdere tempo a gloriarsene. Chi si loda s’imbroda (e questo è un vecchio adagio del Bel Paese), dunque occorre rimboccarsi le maniche e fronteggiare le vere sfide: mantenere la stabilità, attutire le differenze sociali ed evitare bolle speculative, che proprio adesso sono in agguato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><a href="http://www.cineresie.info/author/valeria-zanier/" target="_blank">Valeria Zanier</a> è docente di Economia della Cina presso l&#8217;Università Ca&#8217;  Foscari di Venezia. Come principale ambito di ricerca analizza  continuità e innovazione nell&#8217;imprenditoria privata nella Cina  contemporanea. Prima di intraprendere la carriera accademica ha curato  diversi progetti di collaborazione economica e commerciale tra aziende  ed enti italiani e cinesi.</span></p>
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		<title>Accordi e disaccordi: la CGIL a Pechino vent&#8217;anni dopo</title>
		<link>http://www.cineresie.info/accordi-disaccordi-cgil-pechino-cina-ventanni-dopo1989/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 22:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo oltre vent'anni di lontananza, in questi giorni è in Cina una delegazione della CGIL capeggiata dal segretario generale Guglielmo Epifani. Nonostante il programma fosse quello di riallacciare i rapporti con il sindacato cinese, rotti nel lontano 1989 dopo gli eventi di Tiananmen, all'ultimo minuto l'incontro è saltato. Una lettura che ci spiega perché le ragioni che due decenni fa causarono la rottura sono le stesse che oggi ci portano ad auspicare una ripresa del dialogo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/cgil_cina.png"><img class="size-full wp-image-2215  aligncenter" title="cgil_cina" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/cgil_cina.png" alt="" width="400" height="204" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Prima o poi la storia torna sempre sui suoi passi, spesso in maniera imprevedibile, disfacendo amicizie solidissime o ricomponendo divergenze apparentemente insanabili. Proprio in questi giorni, dopo oltre venti anni di freddezza e diffidenze reciproche, una <strong>delegazione della CGIL è in Cina</strong> per riallacciare i rapporti con la controparte cinese, la Federazione Nazionale dei Sindacati Cinesi (FNSC).</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione tra le due organizzazioni fu troncata in quella drammatica <strong>primavera del 1989</strong>, quando i sindacati occidentali facevano a gara per marcare le distanze dalla controparte cinese, sempre più allineata sulle posizioni di un governo che, all’indomani del quattro giugno, appariva violento e autoritario come non mai. Nessuno voleva avere a che fare con il complice dichiarato di una <strong>strage di stato</strong> e poco importava che la FNSC, l’unico sindacato ufficiale in Cina, avesse giocato un ruolo di primo piano nel sostenere le proteste degli studenti attraverso donazioni di denaro, petizioni alle autorità e discese in strada. Allora si diceva addirittura che la FNSC fosse sul punto di dichiarare uno sciopero generale – quello sì un evento senza precedenti nella storia della Repubblica Popolare – e alcuni sono arrivati persino a speculare che questa sia stata la ragione ultima per cui il gabinetto di Li Peng alla fine ha deciso di proclamare la legge marziale. Se quello sciopero fosse avvenuto molte cose sarebbero andate diversamente, ma purtroppo con i “se” non si fa la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo “attivismo politico” da parte del sindacato ufficiale si ferma all’inizio di giugno di quel fatidico 1989, prima dell’irrigidirsi dei ranghi all’interno del Partito. Alla vigilia del massacro e nei giorni immediatamente successivi, anche all’interno della FNSC ci fu un regolamento dei conti, che portò all’<strong>epurazione di numerosi membri </strong>della corrente più attiva e progressista. Già il 2 giugno Ni Zhifu, allora presidente della FNSC, aveva tenuto un discorso in cui ribadiva il cambiamento di tendenza, sottolineando l’importanza della guida del Partito Comunista sul sindacato e attaccava duramente i sindacati autonomi. Il 12 giugno poi i vertici sindacali avevano diffuso una lettera destinata ai lavoratori e ai quadri di tutto il paese, un testo a suo tempo ampiamente diffuso dalla stampa ufficiale. I punti cardinali dell’attività sindacale post-quattro giugno erano diventati: “rispondere con decisione all’annuncio del Comitato Centrale sull’opporsi con convinzione ai disordini”, “portare alla luce e combattere con decisione i complotti in cui pochissime persone scatenano degli scioperi”, “lottare con decisione contro le organizzazioni illegali quali i cosiddetti ‘sindacati autonomi’”, “eliminare i vari disturbi, rimanere sul posto di lavoro, mantenere la produzione e garantire l’offerta”. Per un’organizzazione in piena <strong>crisi di rappresentatività</strong> qual era – ed è – il sindacato cinese, fu un vero e proprio disastro: l’indebolimento della corrente progressista e la radicalizzazione del dibattito interno cancellò qualsiasi prospettiva di riforma per molti anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, oltre due decenni dopo, la CGIL è tornata a Pechino con una delegazione di altissimo livello – a capo c’è il segretario generale uscente, Guglielmo Epifani – per riallacciare il filo di un dialogo interrotto. Non che sia stato un gesto particolarmente innovativo, considerato il fatto che segue tutta una serie di riconoscimenti ufficiali da parte di organizzazioni sindacali occidentali, ma nel contesto italiano è indubbiamente significativo, se si considera il fatto che la <strong>CISL</strong> continua ostinatamente a <strong>rifiutare ogni contatto</strong> con la controparte cinese, mentre la <strong>UIL</strong>, una singolare eccezione, ha sempre <strong>mantenuto aperti</strong> i propri canali con la Cina. Eppure, nonostante le buone premesse e gli innumerevoli contatti verbali avvenuti in sede ILO a Ginevra, qualcosa è andato storto e all’ultimo minuto <strong>l’incontro non si farà</strong>. Un problema diplomatico dovuto alla volontà della CGIL di muoversi autonomamente in Cina? La conseguenza di cambiamenti latenti all’interno del loro gruppo dirigente? Il timore di guastare i rapporti con la FIAT, presente in forze in Cina? Nessuno è in grado di dare una spiegazione convincente a questo <strong>improvviso voltafaccia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a questo incidente, forse starebbe bene una digressione sulle potenzialità della “diplomazia sindacale” internazionale ai fini di una riforma del sindacalismo cinese, su come (non) è cambiato il sindacato cinese negli ultimi anni, sulle prospettive di cambiamento e tutto il resto. Ma non la farò. Ne ho già scritto molte volte e ci sono ancora troppe questioni in sospeso per azzardare giudizi.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei invece chiudere questo post ricordando due persone, <strong>veri sindacalisti</strong> che hanno speso la loro vita nel sindacato cinese nella speranza di cambiarlo dall’interno. Entrambi sono morti recentemente, in tarda età, dopo essere stati allontanati dalla vita pubblica a causa della loro franchezza nell’esprimere le proprie opinioni. Il primo è <strong>Cheng Yongwen</strong>, direttore del Quotidiano dei lavoratori (l’organo ufficiale della FNSC) dal 1950 al 1958: furono gli articoli da lui pubblicati durante la Campagna dei cento fiori a lanciare un dibattito sul ruolo del sindacato nel sistema cinese, aprendo una delle prime crepe nel rapporto di dipendenza dal Partito. Come tante altre voci critiche emerse allora, venne etichettato come elemento di destra e fu spedito in una zona sperduta del Ningxia, prima di essere riabilitato all’alba delle riforme. È morto nel suo letto quasi novantenne nell’ottobre del 2007. La seconda persona è <strong>Zhu Houze</strong>, vice-presidente della FNSC nel 1989, una delle voci più forti a favore del movimento studentesco, successivamente rimosso dall’incarico e arrestato per il suo esplicito supporto alle proteste. È morto il 9 maggio di quest’anno in un letto d’ospedale, portando con sé le risposte alle tante domande su quanto realmente avvenne in quei giorni di vent’anni fa. È anche attraverso persone come queste che passa il rinnovamento del sindacato cinese.</p>
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		<title>Liu Zhuiheng, l’eroe bombarolo</title>
		<link>http://www.cineresie.info/liu-zhuiheng-l%e2%80%99eroe-bombarolo/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice He</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertine]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[giornali]]></category>

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		<description><![CDATA[Liu Zhuiheng è sospettato di aver fatto saltare in aria lo scorso 30 luglio l'ufficio tributario del distretto di Furong a Changsha, causando 4 morti e 19 feriti. Il settimanale Xin Shiji Zhoukan ricostruisce la sua vita sin dall'infanzia negli anni Cinquanta, raccontando la storia di una follia che continua da almeno trent'anni. L'interrogativo è pesante: dal momento che c'erano tutti i segnali della pericolosità dell'uomo, perchè nessuno è intervenuto? E intanto in rete Liu il bombarolo è diventato un eroe.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/xinnshiji_zhoukan_23082010.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2178" title="xinnshiji_zhoukan_23082010" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/xinnshiji_zhoukan_23082010.jpg" alt="" width="353" height="472" /></a><em><strong> </strong></em></h3>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Xinshiji Zhoukan</strong>, </em><a href="http://magazine.caing.com/2010/cw414/" target="_blank">23.08.2010</a><em> Il bombarolo Liu Zhuiheng<br />
</em></h3>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Sulla copertina dell’<a href="http://magazine.caing.com/2010/cw414/">ultimo numero</a> del Xin Shiji Zhoukan campeggia la foto del “bombarolo” Liu Zhuiheng, sospettato di aver fatto saltare in aria lo scorso 30 luglio l&#8217;ufficio tributario del distretto di Furong a Changsha, causando 4 morti e 19 feriti. Nella didascalia si legge la sostanza della sua storia: “Una personalità distorta e una vita fallimentare sono diventate il palcoscenico di una tragedia sociale – il sospetto per l’esplosione di Changsha ha alle spalle una storia di trent’anni di pazzia”. Dopo l’attentato Liu è riuscito a far perdere le proprie tracce e ora sulla sua testa pende una taglia di centomila yuan.</p>
<p style="text-align: justify;">Liu Zhuiheng è un perfetto rappresentante di quella che alcuni hanno definito la “<strong>generazione perduta</strong>” cinese. Nato nel 1959 a Hengyang, nella provincia dello Hunan, da piccolo dovette patire la fame a causa della carestia causata dal Grande balzo in avanti. La Rivoluzione culturale, scoppiata nel 1966, poi lo privò della possibilità di ricevere una buona educazione tanto che, ancora oggi, dopo trent’anni, le sue lettere ai famigliari sono piene di errori. La morte del padre nel 1969 spezzò la famiglia: i fratelli e le sorelle se ne andarono e lui rimase a vivere con la madre e il nuovo marito di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>follia</strong> tuttavia emerge molto più tardi, nei primi anni Ottanta, quando Liu lavorava come guardia notturna in un ospedale. Una notte del 1981 egli fu aggredito e ferito gravemente da un gruppo di criminali, i quali probabilmente volevano vendicarsi del fatto che un paio di settimane prima uno di loro fosse stato da lui catturato. In quell’occasione Liu scrisse una lettera al direttore dell’ospedale, chiedendo di essere lodato come un eroe, ma la sua richiesta non venne accolta. Da allora iniziò a credere di essere perseguitato da una divinità malevola e il suo equilibrio psichico andò in pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo bersaglio di Liu è stata la sorella, sottoposta a continue minacce di morte per non aver insistito con il direttore dell’ospedale perché il fratello ottenesse il titolo di “eroe”. Nell’agosto del 2005, in una lettera a lei indirizzata Liu esprimeva l’intenzione di “lavare Hengyang o Changsha nel sangue, uccidendo un centinaio di persone”. Lo stesso mese, la sorella si è recata alla polizia con la lettera, chiedendo l’intervento del governo, ma nessuno le ha prestato attenzione. Dal 2005 a oggi, Liu poi ha fatto tutti i preparativi per la sua vendetta nei confronti della società: nel luglio del 2008, dopo che il figlio era entrato all’università, ha prontamente divorziato, lasciando tutti i beni alla moglie e prima della Festa di primavera ha ordinato alla sorella di trasferire la proprietà della casa al figlio. Il 30 luglio 2010 infine l’attentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni i <strong>casi criminali </strong>avvenuti in luoghi pubblici sono cresciuti in maniera esponenziale, basta pensare agli <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=98&amp;ID_articolo=530&amp;ID_sezione=180&amp;sezione=" target="_blank">attacchi contro gli asili</a> che hanno sconvolto la Cina negli ultimi mesi. Molti sono convinti che questo rifletta le tensioni interne alla società cinese, quasi come se si trattasse di un meccanismo di sfogo per una frustrazione latente da parte degli strati più poveri ed emarginati. Eppure, in questo caso l&#8217;interrogativo è ben più pesante: nonostante ci fossero tutti i segnali della pericolosità dell&#8217;uomo, perchè nessuno è intervenuto? Perchè non gli è stata garantita un&#8217;adeguata assistenza?</p>
<p style="text-align: justify;">La storia di questo bombarolo presenta anche un altro interessante risvolto, in quanto essa – esattamente come avvenne nel 2008 con <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yang_Jia" target="_blank">Yang Jia</a>, il killer dei poliziotti di Shanghai – dimostra quanto sia radicato nel popolo cinese l’odio nei confronti del mondo ufficiale, in particolare verso gli organi tributari e di pubblica sicurezza. Molti netizen sono convinti che la ragione per cui Liu ha deciso di compiere l’attentato sia stata l’impossibilità di sopportare le <strong>ingiustizie subite</strong> da parte dell’ufficio delle tasse. In un <a href="http://bbs.money.163.com/bbs/agu/183656419.html" target="_blank">sondaggio in rete</a> sul sito Wangi, il 65,98% dei netizen ha risposto che non avrebbe mai denunciato Liu, neppure per un compenso di centomila yuan.</p>
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		<title>Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</title>
		<link>http://www.cineresie.info/nuova-schiavitu-italia-cina-relativismo/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 19:13:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>

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		<description><![CDATA[Zaher, 18 anni, afgano, clandestino, morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto per arrivare in Italia, è solo uno dei tanti. Come lui molti altri. Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza: le storie della nuova schiavitù sono a due passi da casa nostra. Al di là di ogni relativismo e senza far sconti a nessuno, val la pena chiedersi: perchè solo la Cina per noi fa scandalo?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/afgani.jpg"><img class="size-full wp-image-2145   aligncenter" style="margin-top: 6px; margin-bottom: 6px;" title="afgani" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/afgani.jpg" alt="" width="449" height="305" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #888888;">foto <span style="color: #3366ff;"><a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></span></span></p>
<p style="text-align: justify;">A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi<strong> Zaidullha</strong>, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. <strong>Amir</strong>, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi <strong>schiavi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo <strong>in Italia</strong>, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/operaio_senegalese_muore_sul_lavoro_a_campi-6390518/index.html?ref=search">un lavoratore senegalese</a>, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?</p>
<p style="text-align: justify;">E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i <strong>nuovi barbari</strong>, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostre <strong>politiche sull’immigrazione</strong>. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni<em> sono</em> il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso <strong>orientalismo</strong> strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su <a href="http://www.cineresie.info/torture-cinesi/">questo stesso blog</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande <strong>giustificazione</strong>. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml">Corriere della Sera</a> un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il <strong>relativismo</strong> dei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce i <strong>limiti dello sviluppo cinese </strong>non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo <strong>sfruttamento</strong>, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/marco-rovelli/">Marco Rovelli</a>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788807171772/rovelli-marco/servi-il-paese-sommerso.html"><em>Servi</em></a>, edito da Feltrinelli]</p>
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		<title>Vignetta: Fragole giganti e Coca Cola</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 18:57:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vignette]]></category>

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		<description><![CDATA[Fragole e Coca-cola. Notizie dal settore alimentare. Uno strano tipo di fragole incredibilmente grandi ha invaso il mercato ortofrutticolo in molte zone della Cina e pare essere molto apprezzato dai consumatori. Il gusto insipido, la “pancia” vuota e la brevità del periodo di conservazione, tuttavia, hanno fatto sorgere molti dubbi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/2010823fragole-e-cocacola.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2113" title="2010823fragole e cocacola" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/2010823fragole-e-cocacola-724x1024.jpg" alt="" width="405" height="573" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><span style="color: #888888;">[giovane sx ] </span><em>Anche io assaggio le fragole giganti che vendono i contadini…</em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #888888;">[vecchio dx] </span><em>Anche io assaggio le bibite d’importazione che si vendono in città…</em></p>
<p style="text-align: left;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Contesto</strong>: Fragole e Coca-cola. Notizie dal settore alimentare. Uno strano tipo di fragole incredibilmente grandi ha invaso il mercato ortofrutticolo in molte zone della Cina e pare essere molto apprezzato dai consumatori. Il gusto insipido, la “pancia” vuota e la brevità del periodo di conservazione, tuttavia, hanno fatto sorgere molti dubbi. Alcuni esperti <a href="http://www.ln.xinhuanet.com/xwzx/2010-05/06/content_19708328.htm" target="_blank">intervistati</a> da un giornalista del <em>Liaoshen wangbao</em> hanno fatto notare che potrebbe trattarsi di fragole gonfiate grazie all’aggiunta di sostanze chimiche “dopanti” in fase di coltivazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul fronte bibite invece, una <a href="http://news.163.com/10/0311/17/61GT90GQ00011229.html">recente inchiesta</a> giornalistica condotta nelle province dello Henan e Shandong e pubblicata su <em>Huashang wang</em>, ha rivelato un’enorme quantità di bibite con marchio falsificato vendute a prezzi stracciatissimi. Un problema noto alle autorità cinesi, vero e proprio esempio di <em>shanzhai</em> alimentare che colpisce sia i prodotti del mercato interno che quelli di più noti marchi stranieri. Questo a grandi linee è il background; per trovare l’ironia nella vignetta… dovete far da soli.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">[Aggiornamento del 25.08, grazie a Beatrice]</span> Non avevo notato che sull&#8217;etichetta taroccata della bottiglia di Cocacola nella vignetta si legge <em>keri kele </em>(anzichè <em>kekou kele</em>). L&#8217;aggiunta di un solo tratto al carattere <em>kou</em> &#8220;bocca&#8221; trasforma il senso dell&#8217;etichetta in &#8220;potendo fottere si è felici&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Pubblicata su</span> <a href="http://blogtd.org/2010/08/24/%E5%B0%9D%E4%B8%AA%E9%B2%9C/">blogtd.org</a> <span style="color: #888888;">il 24.08.2010.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Li Xiaoguai</strong> (1974) è un <strong>disegnatore satirico</strong> che vive nel Guangdong. Nel suo <a href="http://blogtd.net/">blog</a> commenta l’attualità attraverso vignette e caricature. I suoi post sono spesso corredati da qualche link alla notizia che fa da contesto. Li è ospite fisso di Cineresie.</p>
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		<title>Li Yi, il daoista ciarlatano</title>
		<link>http://www.cineresie.info/li-yi-santone-taoista-cinese-ciarlatano/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 09:29:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice He</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertine]]></category>
		<category><![CDATA[giornali]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi giorni un nuovo scandalo sta suscitando grande interesse nell'opinione pubblica cinese: la caduta del santone daoista Li Yi. Già capo di un gruppo di acrobati, sedicente medium ed imprenditore fallito, negli ultimi anni egli ha fondato un impero economico sulla propria fama di “grande maestro daoista”. Ora che diversi ex-discepoli lo accusano di essere un truffatore e una studentessa lo ha addirittura denunciato per stupro, questo “Immortale” viene additato alla pubblica vergogna. Tempi duri per i daoisti cinesi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Mentre gli strascichi della <strong>tragedia di Zhouqu </strong>continuano ad occupare le prime pagine dei giornali cinesi, un nuovo scandalo sta suscitando un notevole interesse nell&#8217;opinione pubblica: il caso di Li Yi, <strong>santone daoista</strong>, abate del tempio di Shaolong a Chongqing e vicepresidente dell’Associazione daoista cinese. Ne parlano, tra gli altri, il <a title="articolo in cinese" href="http://www.infzm.com/content/49038" target="_blank">Nanfang Zhoumo</a>, il <a href="http://3g.nddaily.com/t2/news/detail.aspx?nid=584210&amp;cid=0&amp;sid=119&amp;sec=nd96&amp;pw=all&amp;ver=&amp;uid=&amp;ucd=&amp;city=" target="_blank">Nanfang Dushibao</a> e il <a href="http://epaper.bjnews.com.cn/html/2010-08/17/content_138004.htm?div=-1" target="_blank">Xinjingbao</a> (vedi immagine).</p>
<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/Xinjingbao_17082010_me.jpg"><img class="size-full wp-image-2048   aligncenter" title="Xinjingbao_17082010_me" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/Xinjingbao_17082010_me.jpg" alt="" width="460" height="651" /></a><em><strong> </strong></em></h3>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Xinjingbao</strong>, </em><a href="http://epaper.bjnews.com.cn/html/2010-08/17/content_138004.htm?div=-1" target="_blank">17.08.2010</a><em> Il &#8216;gran maestro&#8217; Li Yi ha falsificato le sue credenziali </em></h3>
<p style="text-align: justify;">Gratis per una lezione di prova di tre giorni, 3.800 yuan per un corso di mantenimento della salute di cinque giorni, 9.000 yuan per una lezione sulle cure mediche daoiste, 9.800 yuan per un trattamento nella Sala dell’alchimia, 16.800 yuan per un corso intensivo sul Daodejing, 39.800 yuan per un corso sui classici cinesi destinato ai dirigenti aziendali: questi sono solo alcuni degli stratagemmi con cui Li Yi negli ultimi anni si è arricchito ed ha ottenuto una grande fama in Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, anche se da tempo si fa chiamare “Immortale”, Li Yi è diventato formalmente daoista solamente quattro anni fa, dopo aver tentato, senza troppo successo, diverse strade. Era stato capo di un <strong>gruppo acrobatico</strong>, aveva partecipato a una missione esplorativa per trovare popolazioni selvagge, si era presentato come un medium con capacità paranormali, aveva gestito una clinica per la medicina daoista ed era stato socio e rappresentante di varie aziende.</p>
<p style="text-align: justify;">Li Yi ha costruito la propria “carriera” di santone daoista sulla base di questi <strong>passati insuccessi</strong>. I suoi primi seguaci sono stati proprio i membri del suo gruppo acrobatico, i quali hanno continuato a mettere in scena gli stessi spettacoli per convincere la gente a seguire questo “grande maestro”. Inoltre, nonostante fosse un fallimento come uomo d’affari, negli anni ha accumulato molte esperienze che poi gli sono tornate utili per gestire la sua nuova “impresa daoista”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/Xinjingbao_17082010_inside.jpg"><img class="size-full wp-image-2054   aligncenter" title="Xinjingbao_17082010_inside" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/Xinjingbao_17082010_inside.jpg" alt="" width="450" height="637" /></a></p>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Xinjingbao</strong>, </em><a href="http://epaper.bjnews.com.cn/html/2010-08/17/content_138004.htm?div=-1" target="_blank">17.08.2010</a><em> Il &#8216;gran maestro&#8217; Li Yi ha falsificato le sue credenziali,  imbrogliava la gente con le sue &#8216;arti magiche&#8217;<br />
</em></h3>
<p style="text-align: justify;">Sin dall’inizio le <em>guanxi </em>sono state il suo cavallo di battaglia. Grazie all’appoggio dei funzionari locali, Li Yi è riuscito ad ottenere l’incarico di ricostruire il tempio Shaolong di cui poi sarebbe diventato abate. Grazie all’influenza delle persone famose che frequenta – tra cui Ma Yun, il fondatore del sito <a href="http://china.alibaba.com/" target="_blank">Ali Baba</a> – egli è riuscito ad accrescere in breve tempo il numero dei propri discepoli e ad avviare corsi sempre più frequentati e sempre più costosi. Ha avuto anche un’ampia copertura da parte dei media tradizionali della Cina continentale, finendo <a href="http://v.youku.com/v_show/id_XMTY1OTYyNjY0.html" target="_blank">più volte in televisione</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora il suo <strong>impero economico</strong> sta andando in frantumi. Nell’ultimo mese Li Yi è stato coinvolto in vari scandali, con più di un ex-discepolo che lo accusa di essere un <strong>truffatore</strong> che raccoglie i soldi in nome della religione e addirittura una studentessa universitaria che lo ha denunciato per stupro. E l’opinione pubblica sta a guardare, godendo della caduta di questo ennesimo millantatore.</p>
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		<title>La Foxconn lascia Shenzhen? Macchè, secondo il Corriere &#8220;raddoppia&#8221;!</title>
		<link>http://www.cineresie.info/foxconn-shenzhen-corriere-fabbrica-assunzioni/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 14:52:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.cineresie.info/?p=1994</guid>
		<description><![CDATA[Ancora un post sulla questione della Foxconn. I portavoce dell’azienda ieri hanno annunciato un piano per assumere oltre quattrocentomila nuovi dipendenti entro la fine del prossimo anno. Il Corriere della Sera in questo legge il risultato delle mobilitazioni operaie della scorsa primavera, una clamorosa vittoria dei lavoratori cinesi che ora “potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno”. Le ragioni per cui una simile lettura è a dir poco ingenua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/aas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2031" style="margin: 6px;" title="aas" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/aas-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>Sul sito del <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml">Corriere della Sera</a> di oggi si legge: “<em>Ipad city</em>, assunzioni di massa nella fabbrica dei suicidi”. E poi ancora, nell’occhiello: “Foxconn: quattrocentomila nuovi dipendenti per un orario di lavoro ‘normale’”. Sulla prima pagina del cartaceo invece  il medesimo pezzo, in prima pagina, è intitolato: &#8220;La fabbrica che assume quattrocentomila operai&#8221;, &#8220;In Cina la catena di montaggio più grande della storia&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho letto questi titoli, non ho potuto fare a meno di chiedermi: com’è possibile che l’<strong>impianto di Shenzhen</strong> della Foxconn stia assumendo altri quattrocentomila dipendenti? Ma se proprio qualche giorno fa su <a href="http://www.cineresie.info/abbandoni-i-la-foxconn-lascia-shenzhen/">questo stesso blog</a> stavo raccontando dell’imminente <strong>trasferimento</strong> della produzione in altre fabbriche situate nell’entroterra cinese? Non avrò preso una colossale cantonata?</p>
<p style="text-align: justify;">Con una certa apprensione, ho letto l’articolo. Quasi subito mi sono reso conto che il titolo  in realtà è ingannevole. Il giornalista nel testo precisa: “Il gigante taiwanese Foxconn<strong> </strong>che con i suoi 900 mila dipendenti &#8211; se si contano quelli in tutta la Cina &#8211; è già oggi il più grande produttore tecnologico al mondo ha annunciato ieri, all&#8217;indomani delle manifestazioni aziendali per ‘tirare su il morale’ delle tute blu cinesi, di voler assumere fino a 400 mila nuovi salariati da qui a un anno”. Dunque le assunzioni non riguarderanno solamente l’impianto di Shenzhen, ma le varie fabbriche della Foxconn <strong>sparse per il continente</strong>. La mia tesi di fondo è salva.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’occhiata ai <a href="http://www.cb.com.cn/1634427/20100820/144746.html">siti web cinesi</a> sembra confermare a grandi linee la storia: la Foxconn sta pianificando un aumento del 9% delle assunzioni nel 2010, a cui si aggiungerà un ulteriore 20-30% nel 2011. Se i dipendenti oggi in tutto sono circa 900.000, il totale di nuove assunzioni dovrebbe effettivamente aggirarsi intorno alle 400.000. Certo, forse il giornalista avrebbe dovuto specificare che questo avverrà<strong> nell&#8217;arco di quasi due anni</strong> negli impianti sparsi in tutto il continente e non solo a Shenzhen, in cui invece <a href="http://news.xinhuanet.com/fortune/2010-08/18/c_12460537.htm">l&#8217;organico verrà ridotto</a> dagli attuali 450.000 a 300-350.000, ma si sa che i giornali non badano a queste <strong>sottigliezze</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuo nella mia lettura. La Foxconn avrebbe giustificato questa nuova ondata di assunzioni spiegando che l’obiettivo sarebbe quello di “mantenere la produzione attuale pur riducendo al minimo le ore di straordinario”. Il giornalista del Corriere sembra abboccare a questa ennesima manovra di <strong>pubbliche relazioni</strong> dei manager del colosso taiwanese e scrive che “ora i 420 mila ‘iPad-operai’ della Foxconn potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno e così non arrivare a fine mese con i 140 dollari della vecchia paga base”. Ma come? Se l’impianto di Shenzhen sta riducendo il personale e le nuove assunzioni avverranno altrove sul continente &#8211; là dove i salari minimi sono notevolmente più bassi – è possibile sostenere una cosa del genere? Come ho <a href="http://www.cineresie.info/abbandoni-i-la-foxconn-lascia-shenzhen/" target="_blank">già scritto</a>, la maggior parte dei dipendenti dei nuovi impianti sarà <strong>assunta in loco</strong>, con varie quote di assunzioni assegnate ai governi locali, e solamente ad alcuni lavoratori specializzati è stata offerta la possibilità di un trasferimento. I lavoratori in loco saranno pagati il minimo legale, con un salario iniziale da praticanti – a Lanfang nello Hebei sono 760  yuan, una cifra destinata a salire a 900 yuan nel momento del passaggio in ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguo la lettura. Dopo le solite frasi di circostanza sulla durezza della vita del lavoratore migrante cinese, definita dal giornalista un “inferno in terra”, e le solite<strong> banalizzazioni</strong> sulla questione della “seconda generazione di poveri”, riecco un altro tema caldo degli ultimi mesi: la presunta “ondata” di <strong>scioperi </strong>della scorsa primavera. Il giornalista scrive: “Non è un caso che questa che sarà probabilmente la più grande assunzione di massa della Cina post-comunista, sia stata ottenuta grazie alla <strong>ribellione al sindacato tradizionale</strong> &#8211; che è legato al Partito Comunista e dunque, di fatto, filo-governativo”. Francamente, fatico ad individuare un nesso tra le strategie di sviluppo aziendale perseguite dalla Foxconn per penetrare sul mercato interno e ridurre i costi del personale e una supposta “ribellione” al sindacato di Stato. Che il sindacato ufficiale sia finito sotto accusa da parte dei lavoratori e dell’opinione pubblica nel corso delle recenti proteste è innegabile, ma da questo a dedurne che i manager assumono quattrocentomila nuovi dipendenti motivati da un’irrazionale paura degli effetti di una mobilitazione dal basso scatenata dall’insoddisfazione verso il sindacalismo giallo è a dir poco ridicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornalista prosegue notando che “quella cinese è stata un&#8217;estate caldissima di scioperi contro le organizzazioni tradizionali: oltre a Foxconn, anche le fabbriche locali di Toyota e Honda sono scese sul piede di guerra”. Forse mi sbaglio, ma al di là del clamore mediatico seguito alla serie di suicidi dei lavoratori, non mi risulta che ci siano stati scioperi o manifestazioni operaie di alcun genere alla Foxconn, a differenza di quanto invece è avvenuto negli impianti  cinesi di Honda e Toyota. Perché dunque mettere insieme casi completamente differenti che ben poco hanno a che fare gli uni con gli altri? Certo, anche autorevoli media internazionali a suo tempo hanno fatto questo accostamento, ma in ben altri termini. Ho già avuto modo di sostenere su <a href="http://www.cineresie.info/risveglio-lavoratori-cinesi-scioperi/">questo stesso blog</a> la mia tesi riguardo al ruolo del governo cinese e dei media ufficiali nella <strong>strumentalizzazione di questi incidenti</strong> – in realtà derivanti da problematiche molto varie, anche se tutti riconducibili al macro-tema del lavoro &#8211; e da allora non ho ancora cambiato idea.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, la conclusione dell’articolo: “Il caso [di questi scioperi] passerà alla storia per aver mostrato gli effetti socio-economici della <strong>fabbrica globale</strong>, dalle file notturne degli Apple-maniaci fuori dall&#8217;Apple Store di Manhattan alle catene di montaggio in Cina. E forse, anche se ci vorranno anni, è il prodromo della fine del lavoro low cost Made in China”. Se su questo posso anche essere d’accordo, in particolare su quella sfumatura di dubbio riguardo alla prossima fine del modello cinese basato sul low cost, ancora una volta non posso fare a meno di chiedere: ma dove eravate voi giornalisti negli anni scorsi quando i lavoratori protestavano a milioni e nessuno ne parlava?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits: <a href="http://www.flickr.com/photos/micgadget/4680084666/sizes/m/in/photostream/" target="_blank">MIC Gadget</a></span></p>
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