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		<title>Diritti umani in Cina: legge e ideologia</title>
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		<comments>http://www.cineresie.info/diritti-umani-in-cina-legge-e-ideologia/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Nesossi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>

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		<description><![CDATA[È di qualche giorno fa la reazione furente dei media cinesi contro il rapporto annuale sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch. Che si tratti di vuota retorica, propaganda o reale indignazione, la risposta cinese offre alcuni spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il dibattito sui diritti umani in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo. Un'analisi di Elisa Nesossi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg"><img class="wp-image-5329 aligncenter" title="WR2012-300" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg" alt="" width="289" height="303" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È della scorsa settimana la <a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2012-01/29/content_14498408.htm">reazione furente </a>dei media cinesi contro <a href="http://www.hrw.org/world-report-2012">il rapporto annuale </a>sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch (HRW). La risposta cinese offre spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il <strong>dibattito sui diritti umani</strong> in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Stupirsi della reazione cinese sarebbe abbastanza singolare. Partiamo da un fattore molto semplice e immediato: l’aspetto pragmatico e <strong>ideologico</strong> della questione.</p>
<h2 style="text-align: justify;">HRW e PCC: ciascuno fa il suo lavoro</h2>
<p style="text-align: justify;">Stiamo analizzando la reazione del governo cinese al rapporto di un’organizzazione americana, che è nata e si è rafforzata significativamente durante la <strong>Guerra Fredda</strong> con un lavoro solerte di denuncia dei paesi del blocco sovietico. HRW oggi è ampiamente sostenuta e <strong>finanziata da George Soros</strong> proprio con lo scopo di scovare e denunciare abusi del genere: se non ci fossero violazioni dei diritti umani essa, al pari di altre organizzazioni internazionali, non avrebbe più ragione di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dinamiche dei gioco-forza tra HRW e la Cina sono sempre state queste. Una volta sola, qualche anno fa, a seguito di una pubblicazione di HRW sul <a href="http://www.hrw.org/news/2009/11/02/china-secret-black-jails-hide-severe-rights-abuses">sistema delle “prigioni nere”</a>, le autorità cinesi hanno prima <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html">rigettato a priori </a>il rapporto e poi &#8211; come se nulla fosse &#8211; qualche mese dopo hanno cominciato a <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html" target="_blank">denunciare apertamente</a> questa piaga nel sistema di amministrazione della “giustizia”. Chi ha osservato queste dinamiche da vicino, ha potuto ampiamente apprezzare l’<strong>involontaria comicità</strong> di tanta ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualsiasi analisi delle reazioni della scorsa settimana deve partire dal presupposto che in un’occasione come questa sia HRW che la stampa cinese hanno fatto adeguatamente il proprio lavoro, giocando il ruolo che ci si aspettava giocassero. Basandosi principalmente su dati empirici – fatti avvenuti durante l’anno, pubblicazioni e testi di legge vigenti – il rapporto di HRW sintetizza quelli che sono stati gli sviluppi, o l’assenza di sviluppi, nell’ambito della <strong>protezione dei diritti umani</strong> nel 2011, un anno in cui il governo cinese non si è certamente distinto in positivo. Francamente, a seguito di tutte <a href="http://www.nytimes.com/2011/03/12/world/asia/12china.html?_r=1">le sparizioni arbitrarie </a>di avvocati e attivisti, delle lacunose proposte per la<a href="http://dingjinkun.blog.caixin.com/archives/23918"> revisione del Codice di Procedura Penale</a>, della reclusione forzata di <a href="http://www.nytimes.com/2011/02/19/world/asia/19china.html">Chen Guancheng e di Liu Xia,</a> e di alcune ridicole forme di censura mediatica (guai a digitare il termine <a href="http://www.cpj.org/2011/02/china-detains-censors-bloggers-on-jasmine-revoluti.php">‘gelsomino’ </a>su Google!?), il governo cinese non poteva che aspettarsi qualche sferzata dall’occidente.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cina/Occidente, scontro sui diritti umani</h2>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione, gli articoli usciti la scorsa settimana sul China Daily confermano piuttosto banalmente le nostre aspettative sull’approccio del governo cinese verso un<strong> concetto internazionalmente riconosciuto</strong> di diritti umani e più in generale di <strong>legalità</strong>, e la postura difensiva ottenuta in risposta ci indica che di recente non si è verificato alcun significativo cambiamento. L’opposizione Cina/Occidente è rimasta pressoché invariata nel tempo e la<strong> retorica nazionalista</strong> contro “l’imperialismo occidentale” pare acuirsi anziché smorzarsi, rinnovandosi in forme sempre alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli articoli apparsi sul <em>China Daily</em> possono provocare reazioni differenti in un pubblico straniero, ma di sicuro non particolarmente positive. Può esserci sconforto: “Perché continuare a perdere tempo a leggere un’inutile propaganda che si ripete negli stessi termini da decenni?” Rabbioso sconforto: “Com’è possibile che ancora oggi influenti intellettuali ed accademici in Cina si prestino a dire fesserie del genere?” Oppure ironico sconforto: “Per fortuna c’e’ chi sa rettificare errori ad omissioni delle visioni imperialiste occidentali&#8230;”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Le corti sono indipendenti e la tortura non esiste</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma qualcosa di positivo possiamo sicuramente trarre e almeno noi ‘addetti ai lavori’ possiamo prenderci qualche minuto per riflettere sugli spunti che la reazione cinese ci offre.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Jie, autore del pezzo &#8220;<a href="http://www.chinadaily.com.cn/cndy/2012-01/30/content_14502312.htm" target="_blank">Una visione non obiettiva della Cina</a>&#8221; , smentisce con toni duri e definitivi il fatto che le <strong>corti non siano indipendenti</strong> in Cina, che la polizia abbia ancora un peso sostanziale nella gestione della giustizia e che faccia ricorso a metodi come la <strong>tortura</strong> per ottenere la confessione dell’imputato, che <a href="http://www.npc.gov.cn/npc/xinwen/lfgz/2011-08/30/content_1668503.htm">la proposta di revisione del Codice di Procedura Penale</a> contenga degli articoli vaghi e facilmente manipolabili dall’accusa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>unico supporto</strong> alle sue argomentazioni viene fornito dalla Legge scritta: <a href="http://news.xinhuanet.com/legal/2003-01/21/content_699668.htm">la Legge</a> dice che <strong>la tortura e’ proibita</strong> e quindi ovviamente tutti rispettano queste clausole e la tortura in Cina non esiste più; la Legge dice che gli organi del <em>gonjianfa</em> (polizia, procura e corti) devono <strong>lavorare congiuntamente</strong> ma indipendentemente l’uno dall’altro e quindi, di conseguenza, la polizia ha esattamente lo stesso peso di un giudice ma solo un diverso potere decisionale; la Legge dice che la famiglia dell’imputato deve essere informata dell’arresto e detenzione del proprio caro, e di conseguenza tutte le famiglie verranno prontamente informate eccetto proprio in quelle circostanze eccezionali e rarissime in cui sia impossibile effettuare la notifica o la notifica possa ostruire l’indagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora vi rimando all’affascinante  <a href="http://www.brill.nl/sovereign-power-and-law-china" target="_blank">Sovereign Power and the Law in China</a> di Flora Sapio, un testo che ci fa profondamente riflettere sulla <strong>pericolosità di queste eccezioni</strong> quando nella realtà esse diventano parte della Legge e sono gradualmente accettate come corso normale delle procedure. Ciò evidenzia anche la pericolosità di un discorso che supporta una ‘<em>thin rule of law</em>’. Sono infatti abbastanza evidenti i rischi inerenti ad un approccio che si limita ad <strong>applaudire la legge come tale</strong> senza riflettere sull’ideologia e i motivi ulteriori che la sostanziano, così come sulla sua applicazione pratica.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli accademici e il sistema legale ideale</h2>
<p style="text-align: justify;">In chiusura, due ultime brevi considerazioni sull’editoriale del <em>China Daily </em>scritto da Lu Jie. Mi è capitato spesso di parlare con avvocati, procuratori o poliziotti cinesi che <strong>guardano con scetticismo</strong> a ciò che gli accademici dicono a riguardo del sistema legale cinese. Gli accademici spesso si riferiscono ad altri sistemi o ad un <strong>sistema legale ideale</strong>, un utopico modello al quale il diritto cinese dovrebbe tendere. Una delle critiche più frequenti che ho sentito punta l’indice contro l’ignoranza nell’applicazione pratica del diritto – gli accademici sono destinati a non capire e a rimanere ancorati alla teoria pura della legge scritta semplicemente perché non hanno quasi mai accesso ai luoghi fisici in cui l’imputato si trova a tu per tu con le istituzioni. Se spesso c’è l’impossibilità reale di essere presenti durante gli <strong>interrogatori</strong> nelle stazioni di polizia o nei centri di detenzione, in altri casi si tratta di pura mancanza di volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">Come alcuni giuristi cinesi talvolta ammettono, è meglio scrivere dettagliati <strong>articoli teorici sui diritti umani</strong> o fare delle analisi comparate con altri sistemi giudiziari nell’isolata tranquillità del proprio studio. Non si corre nessun rischio e si pubblica in tempi brevi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Elisa Nesossi</em> <span style="color: #888888;">è ricercatrice presso il Centre on China in the World (CIW) della Australian National University (ANU). Si interessa principalmente di diritto cinese, diritto penale comparato e diritti umani. È autrice del volume “China’s Pre-trial Justice. Criminal Justice, Human Rights and Legal Reforms in Contemporary China” (2012).</span></p>
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		<title>Nel pubblico interesse: una conversazione con Simona Novaretti</title>
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		<comments>http://www.cineresie.info/avvocati-pubblico-interesse-simona-novaretti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 09:29:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Voci]]></category>
		<category><![CDATA[avvocati]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’anno passato gli avvocati per l’interesse pubblico cinesi sono stati vittime di una serie di intimidazioni senza precedenti, con i media internazionali che per mesi hanno riportato storie di sparizioni e minacce ai danni di questi attivisti del diritto. Ma quali sono le ragioni di quest’ondata di repressione? Approfittando dell’uscita del libro “Le ragioni del pubblico: le ‘azioni nel pubblico interesse’ in Cina” di Simona Novaretti, abbiamo deciso di rivolgere alcune domande all’autrice.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/novaretti.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 8px;" title="novaretti" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/novaretti.jpg" alt="" width="210" height="198" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È uscito nei giorni scorsi nella collana dei Quaderni del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Torino il libro “<a href="http://www.edizioniesi.it/dettagli_articolo.php?id=3067&amp;tipologia=volumi_collane&amp;titolo=Le_ragioni_del_pubblico:_le_" target="_blank">Le ragioni del pubblico: le ‘azioni nel pubblico interesse’ in Cina</a>” di <strong>Simona Novaretti</strong>. Ne abbiamo approfittato per rivolgerle alcune domande sulla situazione degli avvocati per l’interesse pubblico in Cina.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><span style="color: #000000;">In genere quando in Occidente si pensa alla figura professionale dell’avvocato, l’idea dominante è quella che si tratti di un burocrate. In Cina invece un certo tipo di avvocati ha assunto connotati molto differenti, per alcuni versi “eroici”. Penso ad esempio a avvocati/attivisti noti come Xu Zhiyong o Pu Zhiqiang. Esistono differenze sostanziali nelle cause per l’interesse pubblico come vengono intese in Cina e in Occidente?</span></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se si pensa al modello classico di “cause nel pubblico interesse” (le <em>public interest litigation</em> statunitensi, sviluppatesi tra gli anni ’50 e i ’70 del XX secolo) è ovvio che le differenze non possano che essere importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contesto con il quale, oggi, si devono confrontare i gli “avvocati nel pubblico interesse” cinesi non potrebbe, infatti, essere più diverso da quello in cui operava la Corte Suprema USA nel 1954, quando – attraverso la decisione del caso <a title="wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Brown_v._Board_of_Education" target="_blank"><em>Brown v. Board of Education</em></a> &#8211; ha posto fine per via giudiziale alla <strong>segregazione razziale nelle scuole americane</strong>. Il rigido controllo esercitato dal governo sul potere giudiziario e la tradizionale debolezza delle corti cinesi, l’inoperatività della regola del precedente, un’avvocatura che solo recentemente ha cominciato a svilupparsi come professione indipendente, la presenza di disposizioni processuali che <strong>limitano le azioni collettive</strong> e definiscono il diritto di azione in modo restrittivo e – ovviamente &#8211; i numerosi vincoli alla libertà di associazione rappresentano solo alcuni degli ostacoli posti dal sistema giuridico (e politico) cinese all’affermarsi di un modello di <em>public interest litigation</em> aderente a quello originale statunitense.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo, però, <strong>la Cina non è sola</strong>. Negli ultimi anni, con la diffusione a livello globale delle <em>public interest litigation</em> (nei Paesi dell’Europa dell’Est, ad esempio, ma anche in Sud America, a Taiwan, in altre zone dell’Asia e in Africa), si può dire che non esista più un unico modello di <em>pil</em>: con questa espressione, ormai, vengono indicate modalità di risoluzione dei conflitti differenti da Paese a Paese, perchè adattate al contesto giuridico-politico locale.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Che cosa ti ha spinto ad approfondire l&#8217;argomento delle cause per l&#8217;interesse pubblico in Cina?</span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY">Mi ha colpita da una parte, il nuovo modo di intendere l’interesse pubblico (<em>gongyi</em>) che queste azioni presuppongono, e dall’altra la complessa relazione che lega questi avvocati “eroici”, come dici tu, al potere costituito. Non si tratta, forse, di caratteristiche (esclusivamente) cinesi; tuttavia – almeno a mio avviso – sono soprattutto questi tratti a rendere particolari le “azioni nel pubblico interesse” della Repubblica Popolare.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><span style="color: #000000;">Storicamente, quando sono cominciati ad emergere i primi casi per l’interesse pubblico in Cina? Secondo te è corretto parlare di “movimento per la tutela dei diritti” (<em>weiquan yundong</em>) o “movimento per l’interesse pubblico” (<em>gongyi yundong</em>) in Cina?</span><br />
</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Secondo la maggioranza degli autori, la prima “azione nel pubblico interesse” cinese <strong>risale al 1996</strong>: si tratta del “Caso da 1,20 yuan”, così ricordato perché a tale cifra ammontava il risarcimento chiesto da Qiu Jiandong, “operatore di base del diritto” (jiceng falü gongzuozhe) alla Amministrazione per le Poste e le Telecomunicazioni di Xinluo, colpevole di non aver applicato lo sconto sulla tariffa telefonica previsto durante le festività e le ore notturne.</p>
<p style="text-align: justify;">Tieni conto, però, che già <strong>a partire dai primi anni Novanta</strong> le Procure del Popolo hanno cominciato a promuovere (anche se in via sperimentale) vere e proprie “azioni nel pubblico interesse” civili, per porre rimedio a episodi di inquinamento ambientale, spoglio di beni di proprietà statale, concorrenza sleale ecc.. Si tratta di azioni di cui gli avvocati non amano molto parlare (le Procure restano, comunque, organi dello Stato, mentre si ritiene che l’aspetto innovativo delle gongyi susong risieda proprio nella scoperta dell’impegno civile da parte dei comuni cittadini cinesi) ma che sono sicuramente servite di ispirazione ai primi attivisti. È, comunque, negli anni Novanta che il diritto cessa, nella Repubblica Popolare, di essere visto come esclusivo <strong>appannaggio di chi detiene il potere</strong>, per divenire un mezzo (almeno teoricamente) alla portata di ogni singolo cittadino, che lo può impiegare per la difesa dei suoi interessi particolari tutelando, attraverso di essi, l’interesse pubblico sociale.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Secondo te è corretto parlare di “movimento per la tutela dei diritti” (<em>weiquan yundong</em>) o “movimento per l’interesse pubblico” (<em>gongyi yundong</em>) in Cina?</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Credo si possa certamente parlare dell’esistenza di un “movimento per i diritti”, in Cina. Si tratta, però di un “movimento” molto composito, e assolutamente poco organico. La sensazione che ho ricavato, parlando con gli avvocati nel pubblico interesse che ho avuto occasione di incontrare, è che essi siano piuttosto distanti dal costituire un vero e proprio network tra di loro e, in ogni caso, che preferiscano definirsi parte di un “<strong>movimento per la legalità</strong>”, o al limite di “movimento per il pubblico interesse”, piuttosto che di un “movimento per i diritti”. I <em>gongyi lüshi</em>, del resto, rappresentano <strong>la parte più moderata</strong> dei professionisti impegnati nella difesa dei diritti civili, in Cina, e ciò non solo per ragioni di opportunità politica, ma anche – e soprattutto &#8211; per una precisa scelta strategica.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Recentemente alcuni studiosi (<a href="http://www.huffingtonpost.com/john-wagner-givens/the-silent-majority-china_b_912135.html" target="_blank">John Givens</a> sull&#8217;Huffington Post e <a href="http://blogs.wsj.com/chinarealtime/2011/08/31/dont-overlook-chinas-ordinary-laywers/" target="_blank">Stanley Lubman</a> sul Wall Street Journal) hanno sostenuto la tesi secondo cui in Cina gli avvocati ordinari di fatto sarebbero molto più efficaci ai fini di un cambiamento politico di quanto non siano gli avvocati per l’interesse pubblico che in genere finiscono sulle prime pagine dei media internazionali.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sono d’accordo con John e con il prof. Lubman per quanto riguarda la maggiore efficacia dell’azione degli avvocati moderati, anche se non credo che gli avvocati a cui si riferisce John possano essere definiti “normali”. Non tutti i “normali” avvocati cinesi impiegano il loro tempo e le loro energie in <strong>cause spesso perse in partenza</strong>, per nulla (o molto poco) redditizie, e che – nella migliore delle ipotesi – non verranno neppure iscritte al ruolo del tribunale adito. Parlerei piuttosto, come Sida Liu e Terence Halliday, di “avvocati ordinari con valori politici”, definizione che, in generale, si addice agli “avvocati nel pubblico interesse” da me incontrati.</p>
<p style="text-align: justify;">I temi indicati da Givens (le espropriazioni forzate, ad esempio) sono tra quelli al momento più “caldi”, dal punto di vista politico, e mi stupisce che esistano – come lui sostiene basandosi su una ricerca del 2007 – diverse decine di migliaia di avvocati disposti ad occuparsene. In realtà, come mi hanno fatto notare alcuni dei professionisti con cui ho potuto parlare, salire agli onori della <strong>cronaca internazionale</strong> per aver toccato temi sensibili politicamente non è mai un bene, non solo per l’avvocato in questione, ma per la stessa causa: prendere “di punta” il governo, screditarlo all’estero non contribuisce che ad <strong>irrigidirne le posizioni</strong>, e rischia di diminuire, invece di aumentare, la visibilità e l’efficacia del movimento all’interno del Paese.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dunque una strategia d’azione “moderata” sarebbe preferibile per l’avvocato che si occupa d’interesse pubblico?</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Esattamente. E&#8217; una posizione dettata non tanto da ragioni ideologiche, o (peggio) da mancanza di coraggio, quanto piuttosto, come dicevo prima, frutto di <strong>precisa scelta strategica</strong>. Mi pare che, alla luce di quanto sta accadendo oggi in Cina, questa si sia rivelata una scelta vincente: l’approccio <strong>moderato</strong> sembra al momento l’unico in grado di influenzare in qualche modo il cambiamento sociale, e consentire (pur se in modo limitato) ai cittadini di <strong>partecipare alle scelte</strong> che li coinvolgono. Vero è che, negli ultimi anni, l’atteggiamento del governo nei confronti degli avvocati è mutato, rendendo la sottile linea che divide, in Cina, ciò che è considerato “sensibile” da ciò che non lo è sempre più confusa. Per il momento, tuttavia, almeno gli avvocati con cui sono in contatto stanno continuando a lavorare, e ad ottenere qualche risultato.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Già dal 2009, con il <a href="http://www.cineresie.info/tempi-duri-ong-cinesi/" target="_blank">caso della Gongmeng</a> in Cina si sono avuti i primi sentori che il clima stava cambiando per un certo modo di intendere la professione di avvocato. Grande dibattito poi ha suscitato lo scorso anno la vicenda della lotta alla criminalità a Chongqing e l’annesso caso di Li Zhuang, l’avvocato di uno degli imputati a sua volta incarcerato per il crimine, vero o presunto, di aver istigato il proprio cliente a mentire e ad inquinare le prove. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Questi eventi, in aggiunta ai casi di arresti e sparizioni di avvocati e attivisti avvenuti nel 2011, hanno portato molti osservatori e specialisti a parlare di un arretramento del diritto in Cina o addirittura di un voltafaccia delle autorità nei confronti dello “stato di diritto”. Secondo te, è corretto porre la questione in questi termini? Secondo te queste vicende rappresentano una manifestazione di forza o debolezza da parte dello Stato?</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La vicenda della Gongmeng, così come, ad esempio, la cancellazione, nel marzo del 2010, dell’affiliazione alla Università di Pechino del “Centro per i servizi e la ricerca sul diritto delle donne” – due ONG impegnate in ambiti piuttosto neutri dal punto di vista politico – hanno in effetti rappresentato chiari segnali della <strong>crescente preoccupazione della leadership</strong> per la stabilità sociale, e del desiderio, da parte di essa, di eliminare ogni elemento suscettibile di rendere, anche solo lontanamente, meno saldo il suo <strong>controllo sullo Stato</strong>. Non sono, però, stati i primi.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ a partire <strong>dal 2006</strong> che l’atteggiamento del governo nei confronti di un certo tipo di avvocatura (o, meglio: di un certo modo di esercitare un certo tipo di avvocatura) è cominciato a mutare, e che i leader cinesi hanno preso a ricordare agli avvocati di essere, innanzitutto “operatori del diritto socialista con caratteristiche cinesi”, invitandoli a non “usare la scusa dei diritti per sabotare il sistema”. Si tratta di temi che, a partire dalla primavera del 2009, sono stati – insieme al richiamo al rispetto dei Tre Supremi – integrati all’interno di vere e proprie <strong>campagne di (ri)educazione</strong> rivolte a tutti gli avvocati cinesi, mentre, in parallelo, agli avvocati ritenuti “scomodi” veniva, di fatto, impedito di lavorare, attraverso il rifiuto, da parte delle Amministrazioni giudiziarie preposte, del rinnovo annuale della licenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi pare che uno Stato che si sente forte abbia bisogno di <strong>mostrare i muscoli</strong> in questo modo. Tuttavia, come al solito, la situazione cinese è molto più complessa di quanto non appaia in superficie. A questi gravi segnali di arresto – se non di arretramento – nel cammino verso la costruzione di un Paese di <em>Rule of Law</em> si sono accompagnati, ultimamente, nuovi richiami all’importanza dello stato di diritto, e questa volta non da parte di attivisti o riformatori, ma – come nota, ad esempio, ancora Stanley Lubman, in un <a href="http://blogs.wsj.com/chinarealtime/2012/01/07/the-wukan-protests-and-the-rule-of-law/">recente post</a> &#8211; direttamente dalle colonne di una rivista del partito, la Yanhuang Chunqiu. Credo si tratti di un aspetto da non sottovalutare, come da non sottovalutare sono anche le <strong>sperimentazioni a livello locale</strong> (in Guangdong, ma non solo), ad esempio nel settore delle ONG.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tra i vari avvocati che hai intervistato per la tua ricerca, quale ti ha colpito di più?</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sembra una risposta diplomatica, ma tutti gli avvocati di cui parlo nel libro mi hanno colpito allo stesso modo, anche se per ragioni differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Hai detto che, in genere, gli avvocati in occidente vengono visti come dei burocrati, degli “Azzecca-garbugli” piuttosto che dei paladini della giustizia: questi avvocati, al contrario, sono quanto più lontano da un burocrate tu possa immaginare. “Ottenere il <strong>bene comune attraverso la protezione degli interessi individuali</strong>” è davvero quello che si propongono di fare: per loro il diritto può veramente contribuire a rendere la società più equa. Si tratta di un obiettivo che perseguono ogni giorno, sul campo, ciascuno a modo suo, approfittando di ogni minima apertura del sistema. L’impegno e la disponibilità di Huang Jinrong, l’altruismo di Wang Fang, la caparbietà di Hao Jinsong, l’estrema professionalità di Wang Zhenyu sono tutti al servizio del medesimo obiettivo: ricordare al governo cosa significhi, davvero, essere un Paese in cui vige la <em>Rule of Law</em> (non importa se “con caratteristiche cinesi”), utilizzando gli strumenti da esso stesso forniti e controllati per consentire ai cittadini di far sentire la loro voce.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Secondo te in futuro gli spazi in cui questi avvocati potranno muoversi sono destinati ad ampliarsi o a restringersi ulteriormente?</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Io credo che la leadership cinese sia perfettamente consapevole dei vantaggi che possono derivare, in generale, dall’”avvocatura per i diritti”, e che sia questa la ragione per la quale ai <em>gongyi lüshi</em> è stato concesso &#8211; e continua ad essere concesso &#8211; di operare, anche se con limiti sempre maggiori, e in una situazione sempre più precaria.</p>
<p style="text-align: justify;">In occasione delle <a href="http://www.cineresie.info/cosa-cinsegna-wukan-editoriale-quotidiano-del-popolo/" target="_blank">proteste di Wukan</a> molti studiosi hanno notato come le <strong>proteste di piazza</strong> siano, entro una certa misura, tollerate dal governo, perchè considerate un utile <strong>meccanismo di feedback</strong>, un modo per avere sotto controllo il “polso” della società, e comprendere per tempo quali siano i problemi più pressanti. Ecco: le <em>gongyi susong</em> possono servire al medesimo scopo, ma con rischi molto minori per la stabilità sociale e – dunque – per il mantenimento dello <em>status quo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Impedire ai cittadini di avvalersi di questo (al momento praticamente unico) <strong>strumento di partecipazione civile</strong> potrebbe significare, per il governo, privarsi anche di una formidabile (e sicura) valvola di sfogo per il malcontento dovuto alle crescenti tensioni sociali. Non penso che si vorrà correre questo rischio; ma certo, in questo momento, è difficile fare previsioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Simona Novaretti <span style="color: #888888;">è assegnista di ricerca presso la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università degli Studi di Torino, dove collabora alle cattedre di Diritto Cinese e Sistemi Giuridici Comparati. Dottore di ricerca in diritto comparato, si è laureata in Lingue e Letterature orientali a Ca&#8217; Foscari, e in Giurisprudenza presso l&#8217;Università di Torino. E’ membro della European China Law Studies Association, e ha pubblicato saggi in materia di: diritto e lingua cinese, diritto contrattuale cinese, e “avvocatura per il pubblico interesse” in Cina.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/libro-novaretti.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 6px;" title="libro-novaretti" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/libro-novaretti.jpg" alt="" width="173" height="246" /></a>titolo: Le ragioni del pubblico: le &#8220;azioni nel pubblico interesse&#8221; in Cina</p>
<p align="JUSTIFY">pubblicazione: dicembre 2011</p>
<p align="JUSTIFY">pagine: 306</p>
<p align="JUSTIFY">prezzo: 32 €</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Radio rassegna: viaggio a Sud, pena di morte per Wu Ying e opere scelte di Mao</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 14:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Radicioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[anniversari]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa settimana al centro della nostra consueta rassegna in collaborazione con Radio Radicale vi sono il ventesimo anniversario del "Viaggio a Sud" di Deng Xiaoping, la vicenda della condanna a morte dell'imprenditrice Wu Ying e la recrudescenza del dibattito sull'autenticità delle "Opere scelte di Mao Zedong".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="400" height="24" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/344752?30105" /><embed width="400" height="24" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/344752?30105" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Questa settimana al centro della nostra consueta rassegna in collaborazione con Radio Radicale vi sono il ventesimo anniversario del &#8220;Viaggio a Sud&#8221; di Deng Xiaoping, la vicenda della condanna a morte dell&#8217;imprenditrice Wu Ying e la recrudescenza del dibattito sull&#8217;autenticità delle &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Deng-1992.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-5282" title="Deng-1992" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Deng-1992.jpg" alt="" width="500" height="369" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Ventesimo anniversario del &#8220;Viaggio a Sud&#8221; di Deng Xiaoping</h2>
<p style="text-align: justify;">Sono passati vent’anni dal &#8220;Viaggio a Sud&#8221; di Deng Xiaoping, uno degli ultimi atti  pubblici compiuti dall’architetto delle riforme economiche cinesi. Nel giro di conferenze del <strong>gennaio 1992</strong>, Deng continuò a marcare l’importanza che la Cina proseguisse sul <strong>cammino di riforme</strong> e di apertura. Si è trattato di un gesto di portata epocale, soprattutto considerato il fatto che erano passati solo pochi anni dagli eventi della Primavera  del 1989, cosa che non solo aveva portato alla tragica repressione del movimento studentesco e operaio, ma anche ad una <strong>drammatica spaccatura</strong> all’interno del Partito e al temporaneo arresto di qualisiasi tentativo di riforma. Il <em><a href="[http://news.qq.com/a/20120118/001643.htm">Xinjingbao</a> </em>così ricorda il &#8220;Viaggio a Sud&#8221;:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dal 18 gennaio al 21 febbraio 1992, Deng Xiaoping viaggiò per Wuchang, Shenzhen, Zhuhai, Shanghai ed altri luoghi, tenendo una serie di “Conferenze sul viaggio a Sud”. Questi discorsi contribuirono a far avanzare la politica delle Riforme e dell’Apertura cinese, stabilendone i nuovi punti chiave e concludendo la lunga disputa sulla definizione “Capitalista Vs. Socialista” della Cina. La strada per le riforme era stata ritracciata e si spingeva per la <strong>messa in pratica</strong> di queste ultime a partire da quel momento. I “Tre vantaggi” [sviluppare le forze produttive della società, rinvigorire i Paesi Socialisti, migliorare gli standard di vita del popolo, <em>NdT</em>] erano da considerare come base comune della nuova fase di “liberazione del pensiero”, diventando degli importanti criteri per la valutazione e l’ orientamento  dello<strong> sviluppo dell’economia di mercato</strong> della Cina socialista a partire dagli anni ’90; nell’intera società c’era un’atmosfera di libera innovazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi dieci anni dopo, alla fine del 2001, la Cina si unì alla <strong>WTO</strong>: per la prima volta da più di un Secolo c’era stata un’iniziativa di legarsi al sistema economico globale alla guida dei Paesi sviluppati; avvicinandosi al ventennale, nel <strong>2011</strong>, il sistema economico occidentale è sprofondato più volte in una crisi socioeconomica che ha inglobato ogni cosa ed ha reso difficile liberarvisi, mentre l’economia cinese ha fatto diventare lo Stato la seconda potenza mondiale, e continua la <strong>tendenza al rapido svilupp</strong>o.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma proprio come molte persone credono, trent’anni dopo la politica di Riforme ed Apertura, la società cinese sta entrando in una fase chiave di “fortificazione”, continuando ad aver bisogno di prendere delle decisioni, aprire una nuova strada al passaggio delle riforme. <strong>Solo con le riforme si può ottenere una vera stabilità ed un vero sviluppo</strong>;  per “fare progressi mantenendo la stabilità”, ci vuole la stabilità e ci vuole anche il progresso.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche su Weibo non mancano i commenti. Ad esempio <a href="http://weibo.com/u/1496825941">Yang Jinlin</a>, personaggio noto nell’ambiente mediatico, capo di una stazione televisiva satellitare ad Hong Kong e già esperto di attualità alla Phoenix TV, ha commenato:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A più di trent’anni dalle Riforme e dall’apertura, a vent’anni dal viaggio a Sud di Deng Xiaoping, a quindici anni dal ritorno di Hong Kong alla Cina, le relazioni fra le due parti sono entratie in una fase di interazione pacifica per lo sviluppo; per il quinto anno i rapporti fra le due sponde e le quattro terre (Cina, Hong Kong, Macao e Taiwan) si avvicinano sempre più, cercando la riconciliazione, cercando di ottenere un’armoniosa coesistenza; un vantaggio per tutte le parti è già stato conquistato nelle prime fasi, e per i problemi che già esistevano si tenderà ad un’interazione da vicino, in modo da annullarli o da cercare un modo per risolverli; si deve stare attenti alla potenza del linguaggio dell’ultra-sinistra, che ora è in una posizione di riguardo.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sempre su Weibo, <a href="http://weibo.com/xzp9hmvmvhskcf8q">Lu Guoping</a>, noto opinionista, ha affermato :</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se diciamo che 20 anni fa, durante il viaggio a Sud, Deng Xiaoping avesse sostenuto la protezione dell’economia di mercato, liberando a fondo la forza produttiva e lasciando che la Cina diventasse davvero benestante, avrebbe lasciato questo alla generazione di vent’anni dopo: forse ci sarebbe stato bisogno di Governare secondo la Legge e di attuare lo sviluppo della democrazia, risolvere la “divisione  delle fette di torta” ed il problema dell’equilibrio dei poteri successivo allo sviluppo delle ricchezze, attraverso delle riforme strutturali del sistema politico. Altrimenti si sarebbe tornati ad uno stato di cose stabile ma dominato dal terrore, e prima o poi l’operato di riforma sociale della Cina del compagno Deng sarebbe andato sprecato, e la sua scelta di Riformare ed aprire sarebbe stata condannata.</p>
</blockquote>
<h2>La condanna a morte di Wu Ying</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Wu-Ying.jpg"><img class="alignleft  wp-image-5283" style="margin: 8px;" title="Wu-Ying" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Wu-Ying-291x300.jpg" alt="" width="206" height="212" /></a>Sta crescendo in questi giorni il <strong>dibattito in Cina sulla pena di morte</strong>. E’ di questa settimana la sentenza capitale per Wu Ying – una-tycoon cinese già indicata come la sesta donna più ricca della Repubblica Popolare – <strong>condannata a morte per truffa</strong> nella gestione della raccolta di fondi, per un reato economico e non di sangue. Sono in molti, nella blogsfera e sui social network cinesi, a ritenere che una condanna così severa sia la conseguenza del fatto che Wu Ying abbia coinvolto nello scandalo alcuni funzionari locali. L&#8217;avvocato Liu Xiaoyuan così ha commentato <a href="[http://blog.sina.com.cn/s/blog_49daf0ea0102dxay.html">sul proprio blog</a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Secondo quanto riportato dai media, il 18 gennaio 2012 la Corte suprema del Popolo della provincia del Zhejiang ha condotto la seconda udienza per il caso di raccolta fondi fraudolenta dell’imputato Wu Ying, respingendone l’appello, e confermando la condanna a morte già espressa nella prima udienza, dopo che il caso è stato rivisto dalla Corte Suprema. La Corte è convinta che la somma raccolta in maniera fraudolenta dalla signorina Wu Ying sia immensa, e rappresenti un’importante perdita per il Paese e per il popolo; la sinopsi del crimine è particolarmente grave, e la Legge prevede una pena importante. Dal maggio 2005 al febbraio 2007, Wu Ying ha raccolto illegalmente 770 milioni di Yuan, dei quali 380 milioni erano già impossibili da recuperare quando il caso è venuto allo scoperto, rappresentando un grande debito. Date le caratteristiche particolari del caso di Wu Ying, non solo molta gente segue la vicenda con interesse, ma anche all’interno della stessa Corte, la responsabilità penale e la misura della pena continuano senza sosta a scatenare dispute.</p>
</blockquote>
<div>Su Weibo il dibattito è acceso. <a href="http://weibo.com/liugecctv">Liu Ge</a>, noto commentatore economico, afferma che:</div>
<blockquote>
<div style="text-align: justify;">Riguardo al caso di Wu Ying, ritengo che: 1) anche se adesso le accuse hanno stabilito che la colpevolezza Wu Ying non debba essere punita con la pena capitale, è come se condannare Wu Ying a morte fosse un dispiacere delle amministrazioni cinesi; 2) Se le dispute all’interno dell’ economia popolare non prevedono l’intervento delle amministrazioni e dell’esecutivo, torniamo all’antico “Il popolo non chiede, il governo non investiga”; 3) Il monopolio delle banche non è il pretesto per un’azione di frode, il punto centrale del caso di Wu Ying è definire se il suo comportamento sia una “ raccolta illegale di fondi” oppure  una “frode bancaria”.</div>
</blockquote>
<div style="text-align: justify;"><a href="http://www.weibo.com/fanlixiang21">Fan Lixiang</a>, un altro commentatore economico, scrive:</div>
<blockquote>
<div style="text-align: justify;">(Secondo l’attivista Teng Biao, la vita di Wu Ying dipende da noi) “gli impostori vanno puntiti, ma chi usurpa il potere del Paese punisce gli altri. Le amministazioni della giustizia sono solo un’apparenza, vanno a caccia di persone da uccidere e strumentalizzare, e basta.” “Nella società ci sono troppe idee e dogmi rigidi, politiche e leggi arretrate, che vanno contro la natura umana” “Wu Ying è una che si muove sfruttando una falla dopo l’altra del Sistema. La disperazione ed il senso di impotenza mostrati quando lei ha sentito il verdetto di condanna a morte,  sono la nostra disperazione ed il nostro senso di impotenza.“</div>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">Dibattito sull&#8217;autenticità delle &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221;</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/poster-mao.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5285" style="margin: 6px 8px;" title="poster-mao" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/poster-mao-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>Sono quasi vent&#8217;anni che in Cina si discute dell&#8217;autenticità delle &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221;, che secondo alcuni sarebbero opera di un team di ghost writer. Recentemente un testo circolato in rete intitolato &#8220;La verità sulle opere scelte di Mao&#8221;, firmato da Luo Bing, ha portato ad una recrudescenza del dibattito. In <a href="http://apps.hi.baidu.com/share/detail/19568415">questo scritto</a> si leggeva:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A metà del giugno 1995, il Centro di Ricerca sulla Letteratura del Partito, il Centro Ricerche di Storia del Partito e la Scuola del Partito si sono coordinati per presentare al Segretariato della Commissione Centrale un rapporto scritto intitolato &#8220;Verifiche, idee e ricerche testuali sui manoscritti delle <em>Opere scelte di Mao Zedong</em> &#8220;.<br />
Secondo questo rapporto, &#8220;di tutti i 160 articoli nei quattro volumi delle <em>Opere scelte di Mao Zedong</em>, solo 12 sono stati scritti di suo pugno, 13 sono stati da lui rivisti, mentre il resto è stato redatto da altri leader del Comitato Centrale, oppure dagli uffici del Comitato Centrale e dai segretari di Mao».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non solo il termine &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221; è stato bloccato nelle ricerche su Weibo, ma questo ha portato ad un&#8217;immediata reazione da parte del <em>Quotidiano del Popolo</em>, che ha pubblicato un <a href="http://art.people.com.cn/GB/205643/206272/206275/16906890.html">lungo articolo</a> firmato da Qi Deping, specialista degli archivi del Comitato Centrale del Partito:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">I nostri funzionari degli Archivi confermano che  lo scritto “La verità sulle<em> Opere scelte</em>” è infondato. L’articolo dice che: <em>«Le opere scelte</em>» dal volume 1 al 4 sono state scritte di proprio pugno dal compagno Mao Zedong, principalmente durante il periodo della nuova rivoluzione democratica. Questi scritti, nell’esplorare  la via della rivoluzione in Cina, catturano la vittoria della nuova rivoluzione democratica, stabilendo la nuova Cina, rappresentando una profonda ed enorme influenza per il popolo. Si può tranquillamente affermare che nella storia moderna della Cina nessuno scritto di nessun personaggio storico può essere paragonato a questo come importanza. Il compagno Mao Zedong ed il suo pensiero sono la sublime immagine nel cuore del popolo cinese, sono qualcosa che nessuna forza, né fisica né di tipo intellettuale, riuscirà mai a calunniare. Chi prova a farlo, non fa altro che darsi la zappa sui piedi. I documenti sono prove storiche, e la storia non tollera manomissioni!</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>(in collaborazione con Beatrice He; traduzioni di Antonio Leggieri)</em></p>
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		<title>Libri &#124; Cina.net</title>
		<link>http://www.cineresie.info/cina-net-ivan-franceschini/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 10:27:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Da oggi è disponibile in libreria “cina.net – Post dalla Cina del nuovo millennio”, il nuovo libro di Ivan Franceschini pubblicato da O Barra O. Grazie alla disponibilità dell’editore e del prefatore, qui di seguito vi proponiamo la prefazione di Marco Del Corona, dal 2008 corrispondente da Pechino del Corriere della Sera e curatore del blog “Le vie dell’Asia”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Da oggi è disponibile <a title="amazon" href="http://www.ibs.it/code/9788897332183/franceschini-ivan/cina-net-post-dalla-cina.html" target="_blank">in libreria</a> </em>Cina.net – Post dalla Cina del nuovo millennio<em>, il nuovo libro di Ivan Franceschini. Grazie alla disponibilità dell’editore e del prefatore, qui di seguito vi proponiamo la prefazione di Marco Del Corona, dal 2008 corrispondente da Pechino del Corriere della sera e curatore del blog </em><a href="http://leviedellasia.corriere.it/" target="_blank">Le vie dell’Asia</a><em>.</em></p>
<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/cina-net.jpg"><img class="wp-image-5231 alignleft" style="margin: 9px;" title="cina-net" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/cina-net.jpg" alt="" width="198" height="326" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cina.net</strong>. O forse Cine.net. Perché dedicare l’occhio e l’attenzione alla Repubblica Popolare di oggi, soprattutto a quelli che in apparenza possono apparire come fenomeni minori o minimi, mostra una <strong>stratificazione di realtà</strong> che fanno della Cina una moltitudine di Cine. Spesso in contrasto con la narrativa usuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste, infatti, una Pechino che parla e si esprime attraverso la sua leadership, che dispiega le sue scelte economiche e geopolitiche e che ha preso atto di come un certo <strong>grado di trasparenza</strong> e di condivisione appartenga agli oneri e agli onori di essere la seconda potenza mondiale. Ma sotto il livello di quanto usualmente rientra nel radar dei media internazionali (e anche qui non è detto che tutto sia come appaia, il gioco delle interpretazioni incrociate resta vivacissimo), comincia la vera <strong>pluralità contraddittoria</strong> della Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Non che anche i media cosiddetti <em>mainstream</em> non tentino sondaggi e carotaggi di queste realtà profonde. Ma è comunque indispensabile un passo diverso, un intreccio di pazienza da studioso e prontezza da cronista, per quanto possano significare queste definizioni. Il libro che state per leggere esibisce un <em>.net</em> nel titolo che da solo è una dichiarazione di intenti, un annuncio programmatico. L’osservazione della Cina (delle Cine) <strong>passa attraverso il web</strong>. La Rete non tanto come destinazione originaria degli scritti qui riorganizzati, che effettivamente nascevano come post di blog, ma come coordinate necessarie, cornice di fenomeni, arena privilegiata.</p>
<p style="text-align: justify;">E però si va oltre. Il web cinese, con i suoi 500 milioni e passa di utenti non è – non è più – un ambito delimitato o un contropiano del mondo reale. Da qualche anno, come mostra nel dettaglio Franceschini, il web si è trasformato in un elemento di contrasto delle pulsioni e delle dinamiche che attraversano la società. Le contrapposizioni, su questo sfondo, risaltano meglio. Si può dire che non esista presa di posizione politica (anche da parte dei vertici), movimento artistico, dibattito sociale, scandalo, incidente, nulla che non si manifesti, non si espanda, non trovi sfogo in una Rete pervasiva e tentata dalla lusinga dell’onniscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste un meccanismo di <strong>doppia legittimazione</strong> – leggerete – che si consuma on line. Un doppio rispecchiamento. Le élite cercano nel web un riscontro e un appoggio e la Rete esercita una funzione quasi di controllo e verifica, pronta a andare più in là. I cortocircuiti sono frequenti e comunque non esauriscono la faccenda. Perché prima della Rete esistono le persone, la Cina fatta di carne, e le pagine che affronterete lì scavano, tenendo il web come una sorta di corda fissa. <em>Cina.net</em> dà conto della doppia spinta centrifuga che il Paese post-olimpico sta sperimentando: via dalle coste sviluppatissime, dove il costo del lavoro riduce i margini di profitto delle aziende che hanno cavalcato il boom, e via dalle città, nel senso non della distribuzione della popolazione nel Paese ma di una <strong>marginalizzazione progressiva</strong> di coloro – migranti ma non solo – che hanno messo insieme la formidabile crescita cinese. E’ <em>anche</em> sul web, non <em>soltanto</em> sul web, che i lavoratori cinesi assumono consapevolezza di essere “non più semplicemente la manodopera di oggi, quanto piuttosto i <strong>consumatori di domani</strong>”, una sottolineatura che i leader di Pechino forse stanno facendo propria, con mille contraddizioni, quando vagliano storture e limiti della crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">Emergono icone della nuovissima Cina fotografate con spietato nitore. Le cosiddette <strong>formiche</strong>, ovvero i laureati o comunque coloro che hanno studiato e non riescono a venire incorporati nei trionfali meccanismi della crescita. L’<strong>attaccabrighe</strong>, l’operaio che ha studiato da solo e si mette al servizio dei compagni che chiedono lumi sui propri diritti, ma soprattutto si mette al servizio di se stesso e dei propri bisogni. O gli autisti, ubiqui <strong>facilitatori</strong>, “presenza invisibile e silenziosa nella società cinese, una categoria che spesso ha accesso ad alcuni dei lati più oscuri di questa realtà”. E tuttavia non c’è piattaforma tecnologica, non c’è tessuto di contatti in grado di scalzare ingombranti eredità di una Cina che pare eterna. Il “sistema dei tiranni locali”, un reticolo asfissiante e – si vedrà – letteralmente letale che castra sul nascere ogni possibilità di funzionamento normale del sistema amministrativo e politico cinese: una<strong> prevalenza del locale</strong>, del particolare, dell’arbitrario che si fa gioco di ogni ambizione centralizzatrice e pianificatrice. O, ancora, la pratica d’origine imperiale delle <strong>petizioni</strong>, riesumata in un neonato Stato comunista e relegata oggi al confine tra irrilevanza (beffarda) e pericolo, visti le vessazioni e gli abusi patiti dai questuanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Rete in Cina consente di registrare questa costellazione di eventi. Tutto lascia traccia sul web, anche dopo i tentativi di censura, di “armonizzazione”, di raschiatura e ripulitura dei forum e dei microblog, operazione peraltro impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Franceschini si è appostato come su un punto sopraelevato e ha annotato con scrupolo dettagli e fatti (mostrando ad esempio come l’eccezionale ondata di scioperi della primavera 2010 non fosse né eccezionale né tantomeno un’ondata), per poi passare a interrogare alcune delle vicende riportate, rintracciando le persone, si direbbe, informate dei fatti. Il quadro che alla fine emerge pare la dilatazione di una delle categorie fattuali e di analisi che l’autore stesso ha impiegato, quella dello “Stato ombra”, ovvero una “serie di intermediari che si assicurano che l’economia informale si rifornisca a basso prezzo di beni, diritti e favori dallo Stato (o che semplicemente si rubano)”. La Cina come intersecarsi di Stati ombra, di <strong>interessi in contrasto</strong> gli uni con gli altri, di prodigiose aperture e misere arretratezze. La Cina è una rete, appunto: <em>net</em>. Cina.net è un titolo esatto.</p>
<p align="right"><strong>Marco Del Corona</strong></p>
<p align="right">Pechino, ottobre 2011</p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><span><strong>Marco Del Corona</strong> <span style="color: #888888;">dal 2008 ricopre l’incarico corrispondente da Pechino del Corriere della Sera. Ha cominciato a viaggiare in Asia nel 1986 e pubblicato i volumi “Strade di bambù” (EDT, 1999), “Cattedrali di cenere” (EDT, 2005) e “L’impero del mai” (con Giuseppina De Nicola, O Barra O, 2006). Sul sito del Corriere della Sera tiene il blog “<a title="blog Marco Del Corona" href="http://leviedellasia.corriere.it/" target="_blank">Le vie dell’Asia</a>”</span></span></p>
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		<title>Radio rassegna: elezioni a Taiwan, tasse, Wen Jiabao in Medio Oriente</title>
		<link>http://www.cineresie.info/elezioni-taiwan-tasse-wen-jiabao-medio-oriente/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:26:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Radicioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa settimana sono tre le notizie al centro della nostra consueta radio rassegna in collaborazione con Radio Radicale: le reazioni cinesi alla vittoria di Ma Yingjiu nelle elezioni taiwanesi; il dibattito sull’opportunità di abbassare le tasse al fine di rilanciare i consumi interni nel Paese e la visita del Primo Ministro Wen Jiabao in Medio Oriente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Questa settimana al centro della nostra consueta radio rassegna in collaborazione con Radio Radicale le reazioni cinesi al risultato delle elezioni a Taiwan, il dibattito sulla riduzione delle tasse e la visita del Primo Ministro Wen Jiabao in Medio Oriente.</p>
<p><object width="400" height="24" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/344159?30105" /><embed width="400" height="24" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/344159?30105" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" /></object></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Elezioni a Taiwan</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Le elezioni dello scorso 14 gennaio hanno assicurato a Ma Yingjiu un nuovo mandato di quattro anni alla Presidenza di Taiwan. Una vittoria quella di Ma Yingjiu che è stata letta dagli osservatori come una vittoria della linea politica di distensione tra i due lati dello stretto. Infatti, è stato proprio nei precedenti 4 anni della Presidenza di Ma Yingjiu che si sono firmati 16 accordi di cooperazione economica con Pechino e si sono riallacciati collegamenti postali, aerei, marittimi diretti con la Cina continentale. Oggi, all’indomani della sua vittoria, ciò di cui ci si interroga tra Pechino e Taipei – ma anche tra Washington e Tokyo &#8211; è se e quando il dialogo tra Cina e Formosa si sposterà dagli accordi economici ad accordi politici e culturali, dove il terreno sembra molto più friabile. In un editoriale intitolato &#8220;Ma Yingjiu vince le elezioni: nei prossimi quattro anni si avrà una svolta per le due sponde&#8221;, lo <em><a href="http://news.sctv.com/plpd/gnxwpl/201201/t20120116_1009106.shtml">Huanqiu Shibao</a> </em>scrive:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Persistendo sulla linea del ‘consenso del ‘92’ Ma Yingjiu ha battuto per la seconda volta l’opposizione del Partito Progressista Democratico che invece vuole negarlo, così riuscendo a consolidare un fatto: la separazione di Taiwan dalla Cina è totalmente irrealistica. I partiti di Taiwan non possono usare questo obiettivo per riuscire a mobilitare gli elettori, e anche le forze internazionali avranno difficoltà ad usare questo obiettivo come un’esca e tentando di forzare la società taiwanese verso di loro come un pegno di fedeltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la campagna elettorale di Ma Yingjiu si è manifestata la cautela nel voler tracciare una separazione con il continente, allo stato attuale anche Pechino non ha la forza sufficiente per una riunificazione pacifica con Taiwan. ‘Indipendentisti’ e ‘Unificazionisti’ hanno punto di contatto, tuttavia due sono realtà con profonde differenze. Pechino deve frenare le aspirazioni degli indipendentisti e allo stesso tempo mantenersi sufficientemente desti sulle difficoltà e le tortuosità della grande causa dell’unificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti tra i due lati dello Stretto prima o poi dovranno spingersi alle questioni politiche, tuttavia le condizioni non sono ancora mature, è necessario prima consolidare ed espandere la zona intermedia costruendo fiducia reciproca e riducendo i punti critici negli argomenti sensibili. La Cina dovrebbe assumere i alcuni punti come obiettivi per i prossimi quattro anni: 1. costruire le condizioni per negoziati pacifici che possano essere condivisi da entrambe le parti &#8211; sarebbe meglio che si riuscisse ad arrivare alla firma di un simile protocollo entro i prossimi anni; 2. continuare ad ampliare gli scambi tra i due lati dello stretto &#8211; contatti in ogni settore possono costantemente correggere le convinzioni che i taiwanesi hanno di noi; 3. spingere la società taiwanese a ridurre progressivamente le discussioni e le divergenze tra ‘unificazionisti’ e ‘indipendentisti’, così che alla fine l’alternanza dei partiti alla guida di Taiwan non si declinerà più come un’alternanza delle politiche nelle relazioni tra i due lati dello Stretto.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il risultato delle elezioni abbia chiaramente soddisfatto le autorità di Pechino, le reazioni sul web sono state discordanti. Molti netizen hanno condiviso la foto di una pagina dello <em>Apple Daily </em>in cui si riportava il titolo del <em>New York Times </em>&#8220;Le elezioni di Taiwan scioccano la Cina&#8221;, accompagnato dal sottotitolo &#8220;250 milioni di netizen sul continente sono inebetiti, &#8216;è come un eunuco che guarda i vicini fare l&#8217;amore&#8217;&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/3e282dd0tw1dp7yw3ocszj.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5209" title="3e282dd0tw1dp7yw3ocszj" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/3e282dd0tw1dp7yw3ocszj.jpg" alt="" width="440" height="292" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Altri invece hanno approfittato dell&#8217;occasione per mettere in discussione il sistema politico della Cina continentale, come Huang Zhi, presidente del consiglio di amministrazione di una web company di Shenzhen, che su <em>Weibo </em>ha scritto:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Fissando le cifre che non smettevano di salire della conta dei voti per le elezioni di Taiwan ho provato ogni tipo di sensazione. Ma ero davvero interessato se sarebbe stato nominato Ma Yingjiu oppure Cai Yingwen come presidente di una piccola isola che dista da noi alcune migliaia di chilometri? In realtà  ciò che stavo guardando era un piccolo gruppo di cinesi che &#8211; con il sorriso sulla bocca &#8211; si godeva la democrazia, si godeva ciò che noi sollecitiamo ma che non riusciamo ad afferrare. Dovremmo davvero ringraziare Taiwan. Che ci ha mostrato come i cinesi non sono immaturi e come la Cina può essere democratica.</p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">Il dibattito sulle tasse</h2>
<p>Per quanto riguarda la politica interna, in Cina si dibattono varie strategia volte a favorire i consumi interni del Paese la cui economia inizia a risentire della crisi economico-finanziaria europea e americana. Tra queste c’è l’ipotesi di riformare il sistema della fiscalità. La rivista <em><a href="http://opinion.caixin.com/2012-01-16/100349069.html">Caixin</a> </em>in particolare si chiede: &#8220;La Cina dovrebbe ridurre le tasse?”</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dal 2011 le voci di una riduzione delle tasse si sono susseguite una dopo l’altra. Gli economisti hanno proposto ogni tipo di sistema, appellandosi al Governo per un realistico taglio delle imposte, per ridurre il carico fiscale sulle piccole e medie imprese e l’aumento dei prezzi per i residenti. Allo stesso tempo, alcuni Governi locali hanno fatto esperimenti per introdurre misure volte alla riduzione delle imposte, per esempio Shanghai ha provato a riformare il proprio sistema dell’imposta sul valore aggiunto e su altre tasse del commercio. Così, calcolando approssimativamente, la riduzione delle imposte sulla produzione di quest’anno a Shanghai dovrebbe superare i 10 miliardi di Renminbi. La necessità di una riduzione delle tasse è evidente, ma come dovrebbe essere messa concretamente in atto?</p>
<p style="text-align: justify;">Il vice-direttore del Dipartimento di Economia di Mercato all’Università Normale di Pechino – Lin Yongsheng – ritiene che il Governo dovrebbe spingere per la riforma del sistema di tassazione sul ‘modello delle acque sotterranee’, così la somma delle tasse volute dal Governo diminuirebbe e allo stesso tempo sarebbe riformato il sistema di tassazione. Sul modello dell’esperienza internazionale si passerebbe da un sistema basato principalmente sulla tassazione indiretta verso uno retto dalla tassazione diretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le finanze complessive dello Stato – prosegue Lin Yongsheng – aumenterebbero e contemporaneamente aumenterebbe anche il reddito dei cittadini. Nel 2010 il reddito annuo pro capite medio nelle campagne cinesi era di 5919  renminbi e in realtà ci sarebbe un aumento del 10.9%, nelle città di 19.109 renminbi e qui l’aumento sarebbe del 7.8%. La ricchezza del popolo è il prerequisito per l’espansione della domanda interna, di conseguenza un ampio taglio delle tasse si trasformerebbe nella crescita dei consumi interni, modificando il sistema di sviluppo economico cinese, lasciando che le necessità dello sviluppo economico siano assorbite dai consumi, dagli investimenti e dalle esportazioni, e si tornerebbe così a bilanciare le scelte inevitabili.</p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">La visita di Wen Jiabao in Medio Oriente</h2>
<p style="text-align: justify;">Nella settimana appena conclusa il premier cinese Wen Jiabao ha fatto tappa in Medio-Oriente, dove ha ratificato una serie di accordi di cooperazione economica, finanziaria ed energetica con alcuni Paesi dell’area. L’escalation della tensione con Teheran ha fatto da sfondo alla visita di Wen, tanto che in Qatar il premier cinese ha ribadito che la posizione della Repubblica Popolare è quella di un Medio-Oriente senza armi nucleari, “senza eccezioni&#8221;. Ecco cosa ne scrive ancora una volta lo <a href="http://news.china.com/domestic/945/20120112/16982678.html"><em>Huanqiu Shibao</em></a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Wen Jiabao ha visitato tre Paesi del Medio-Oriente ed è la prima grande missione diplomatica di un leader cinese dall’inizio dell’anno, oltre ad essere la prima volta in assoluto che un premier cinese si reca negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar, e sono passati vent’anni dalla prima e ultima visita in Arabia Saudita. Wen ha sottolineato di come lo scopo della visita sia l’amicizia e la cooperazione. Nella storia, la Cina e i Paesi arabi hanno dovuto affrontare esperienze simili, tuttavia non ci sono più quei problemi e rimangono solo i comuni interessi: vogliamo collaborare con sincerità.</p>
</blockquote>
<p>Sul web si trovano però altre note di colore riguardanti il viaggio del Premier. Ad esempio sul portale <a href="http://v.ifeng.com/v/wjbdh1139/index.shtml#0254bb1b-9324-4283-8f6c-e196de8cfa5a"><em>Fenghuang</em></a> si legge:</p>
<blockquote><p>Wen Jiabao durante la conferenza stampa a Doha ha riferito ai giornalisti presenti l’aneddoto secondo cui il vice-presidente degli Emirati avrebbe dato la notizia dell’incontro tra Wen e un gruppo di cittadini arabi in una caffetteria scrivendolo su Twitter. E ha chiosato sarcasticamente: “Non ci credete? Andate su Twitter.”</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Peccato che Twitter sia bloccato in Cina e così si sono riversati su Weibo e sugli altri sociali network i commenti impietosi ed ironici degli internauti cinesi: “Presidente, che cos’è Twitter?”</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>ha collaborato Beatrice He</em>)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Libri &#124; Il Capitalismo, verso l&#8217;ideale cinese</title>
		<link>http://www.cineresie.info/recensione-il-capitalismo-verso-ideale-cinese/</link>
		<comments>http://www.cineresie.info/recensione-il-capitalismo-verso-ideale-cinese/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 12:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Enrico Pia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[modello cinese]]></category>

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		<description><![CDATA[Recentemente è uscito per Marsilio il volume, “Il Capitalismo – Verso l’ideale cinese” di Geminello Alvi. Ultimo capitolo di una trilogia di saggi, questo libro si prefigge l’obiettivo di narrare la storia del capitalismo moderno, di svelarne la logica e di raccontare il mutamento sociale ed antropologico apportato da quella che l’autore chiama la “perversione del capitale”, il tutto con un occhio di riguardo per la Cina e il cosiddetto “modello cinese”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">L&#8217;<strong>immagine</strong> è quella di una fila di funzionari della Repubblica Popolare Cinese in posa per una foto ricordo.</p>
<p align="JUSTIFY">La <strong>data</strong> da celebrare è il 5 dicembre 2008.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;<strong>occasione</strong>: la chiusura di una delle sedute del consesso per il dialogo tra Cina e Stati Uniti tenutosi a Pechino.</p>
<p align="JUSTIFY">“Una fila di burocrati comunisti con capelli tinti e permanente […] Visi gonfi, pasciuti nell&#8217;abitudine di incartamenti fotocopiati e affari obliqui, compressi nei colletti delle camicie, strozzati da cravatte dozzinali come i loro vestiti”.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/copertina-geminello-alvi.jpg"><img class="size-large wp-image-5170 alignleft" style="margin: 5px 9px;" title="copertina-geminello-alvi" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/copertina-geminello-alvi-652x1024.jpg" alt="" width="232" height="366" /></a>Incomincia così l&#8217;ultimo lavoro di <strong>Geminello Alvi</strong>, economista, editorialista ed ex-membro del Consiglio degli esperti del Ministero dell&#8217;economia italiano. Il libro, <em>Il Capitalismo – Verso l&#8217;ideale cinese</em>, pubblicato da Marsilio, è l&#8217;ultimo di una trilogia di saggi, pensati e scritti con i tempi, le pause e le riflessioni di un&#8217;opera teatrale, che si prefigge l&#8217;obiettivo di narrare la <strong>storia del capitalismo moderno</strong>, di disvelarne la logica e di raccontarci il mutamento sociale ed antropologico apportato da quella che l&#8217;autore chiama la “perversione del capitale”, la sua evaporazione in forme avulse dall&#8217;economia reale ed intrinsicamente oppressive, dispotiche e culturalmente omologanti.</p>
<p align="JUSTIFY">Il testo di Alvi è un&#8217;opera complessa, ricca di memorie personali, di incidentali evocative ed illuminanti, spesso involuta, spigolosa ed urticante nel giudizio, come un testo di Nietzsche. Sebbene non sia nelle intenzioni dell&#8217;autore soffermarsi nel dettaglio su “cose di Cina”, a mio avviso recensire questo libro è particolarmente importante, soprattutto in un contesto come quello di Cineresie. Innanzitutto il testo si inserisce idealmente nel <strong>dibattito sul “modello” cinese</strong>, trattato più volte su questo sito anche attraverso una serie di <a href="http://www.cineresie.info/china-model-michael-palmer-interview/" target="_blank">interviste</a>. All&#8217;interno di questo dibattito Alvi sviluppa un&#8217;idea originale sulla natura dell&#8217;economia cinese e la sua relazione con il capitalismo globalizzato, di cui parleremo a breve.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondariamente, mi è sembrato opportuno portare all&#8217;attenzione dei nostri lettori questo testo perché in qualche misura appare contenere molti, se non tutti, gli <strong>stereotipi</strong> sulla società e lo Stato cinese cari al il liberismo occidentale. Nel caso di Alvi, questi stereotipi vengono usati produttivamente e comunque sono basati su una ricostruzione economico-politica della Cina maoista e post-maoista, dunque appaiono meritevoli di essere letti e discussi. Per facilità mi focalizzerò solo su due dei numerosi temi sviluppati dal libro: il capitalismo come idea di società, e la Cina come esempio di società capitalistica compiuta.</p>
<h2 align="JUSTIFY">Il capitalismo, la società</h2>
<p align="JUSTIFY">Come detto <em>Il Capitalismo – Verso l&#8217;ideale cinese</em>, a dispetto del titolo allusivo, non è un libro sulla Cina. Solo il primo capitolo è dedicato ad una discussione socio-economica di cosa sia la <strong>Cina contemporanea</strong> e ciò solo nell&#8217;intento di fare della sua attuale forma istituzionale e crescita economica un <strong>caso particolare</strong> del più ampio percorso lungo cui la logica del capitalismo finanziario si dispiega; logica che per Alvi produce l&#8217;<strong>omologazione culturale</strong> su scala globale, l&#8217;<strong>appiattimento</strong> della vita umana sull&#8217;asse del consumo e un <strong>depotenziamento</strong> dell&#8217;individualità verso forme elementari ed infantili di invidia e possesso.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;argomento generale del libro di Alvi è che “il capitalismo non è riducibile […] alla venalità individuale, ma richiede, in dosi crescenti, complicità statali. Consiste di individualissima invidia persegue il lusso per il superfluo ma richiede lo Stato.” La prova? La parabola storica della Repubblica Popolare Cinese. Un connubio di <strong>statalizzazione</strong> dei settori chiave dell&#8217;economia (ne abbiamo parlato velocemente <a title="una proposta di modello cinese" href="http://www.cineresie.info/una-proposta-di-modello-cinese-minbenismo-contro-democrazia/" target="_blank">qui</a> e<a title="la cina e i limiti della modernità" href="http://www.cineresie.info/la-cina-limiti-della-modernita/" target="_blank"> qui</a>), di distorsione dell&#8217;economia reale attraverso enormi iniezione di capitale pubblico, di salarizzazione del lavoro e di incitamento al <strong>consumo superfluo</strong> che in trent&#8217;anni ha portato la Cina, con la complicità dei finanziatori stranieri &#8211; <em>in primis</em> gli USA-, alla gargantuesca macchina produttrice di merci che è oggi.</p>
<p align="JUSTIFY">In ciò il testo di Alvi sfida apertamente gran parte della vulgata della sinistra progressista in Europa e negli Stati Uniti (la sinistra Keynesiana, fa notare l&#8217;autore) che vorrebbe il <strong>neoliberismo</strong> il periodo storico in cui è stato proprio lo “Stato” a mancare. Senza lo Stato e le sue scelte di intervento (o di non intervento) in economia, le due decadi di socializzazione dei debiti delle banche e di capitali transnazionali agevolati da rapporti politici che abbiamo vissuto, con conseguente <strong>distruzione di economie</strong> locali, ambiente e posti di lavoro, non si sarebbero mai potuti verificare.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;ideale cinese sarebbe dunque di semplice spiegazione: una visione dove mercato, consumo e società sono perfettamente <strong>omologhi ed integrati</strong>, dove il dispotismo è la forma istituzionale prediletta perché l&#8217;unico capace di ottimizzare il flusso di capitale e di ridurre gli individui a mero salario, a formula economica. Questo ideale è cinese, fino a questo punto, solo in senso pratico: è questa la nazione per Alvi ad aver <strong>realizzato appieno</strong> l&#8217;ideale contenuto nel capitalismo inteso come “modello” di società dove tutto è mobile, precario e sottomesso al profitto.</p>
<p align="JUSTIFY">Alvi dedica gran parte della sua peregrinazione economico-letteraria a questa tesi, che sviluppa in un affresco affascinante, muovendosi fra Marx, Ayn Rand e Greenspan, fra Stevenson , Dickens, Thackeray e Tocqueville. Teoria economica, relazioni internazionali e romanzo ottocentesco si fondono in un racconto di come le idee di lavoro, capitale e moneta si siano sviluppate nel tempo portandoci alla situazione di <strong>indebitamento</strong> e <strong>avvilimento del lavoro</strong> e della vita che caratterizzerebbe le società occidentali moderne.</p>
<p align="JUSTIFY">In certa misura la tesi di Alvi si inserisce perfettamente nel dibattito, molto acceso in questi giorni di <em>spread</em>, <em>bond</em>, e debito sovrano, fra i sostenitori di Keynes e quelli di von Hayek.</p>
<p align="JUSTIFY">I due grandi economisti erano fondamentalmente in disaccordo sul peso che lo Stato dovesse avere in economia durante una crisi: il primo riteneva che <strong>lo Stato dovesse spendere</strong> per lenire gli effetti della crisi e gettare le basi per la successiva crescita, il secondo invece sosteneva l&#8217;idea che <strong>lo Stato dovesse tagliare le tasse</strong> e rinunciare alla capacità di stampare moneta e quindi di svalutare i patrimoni familiari. Per Alvi il capitalismo, contrariamente a quanto si pensa, è per logica maggiormente in sintonia con la prima di queste soluzioni: necessitando di credito continuamente in movimento, odierebbe i patrimoni ed il risparmio mentre andrebbe a nozze con elite statali e finanziarie che prediligono il consumo ed il potere qui ed ora.</p>
<p align="JUSTIFY">In che misura questa discussione di teoria economica riguarda la Cina? il modello cinese sarebbe quello di uno Stato “keynesiano”, cioé interventista, ma con grande attenzione a mantenere la bilancia del rapporto fra lavoro capitale decisamente dalla parte del capitale, ovvero <strong>dalla parte del Partito</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Lascio a David Harvey spiegare questo punto con maggior chiarezza.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/qOP2V_np2c0" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<h2 align="JUSTIFY">Il capitalismo in una nazione di sudditi?</h2>
<p align="JUSTIFY">E&#8217; in questo senso che per Alvi il capitalismo, ovvero l&#8217;idea che una società debba essere strutturata intorno al movimento, uso e produzione di capitale più che alla sua dimensione umana, si configura nella sua <strong>massima efficacia in Cina</strong>, nazione che mai avrebbe conosciuto istituzioni realmente democratiche, ovvero rappresentative di un sentire comune al suo popolo, ma solo un tetro “dispotismo”, incline per sua natura a trattare individui come numeri e quindi perfetto per il capitalismo deumanizzante che abbiamo imparato a conoscere.</p>
<p align="JUSTIFY">Ed è proprio qui la parte più debole del libro. Alvi tenta di dimostrare come il miracolo economico cinese sia stato possibile solo per mezzo di uno <strong>Stato in perenne spesa</strong>, ovvero invischiato in una battaglia per la riallocazione delle ricchezze delle famiglie e dello stato Cinese precedenti la rivoluzione maoista in mano ai dirigenti del Partito. Il potere così accumulato avrebbe permesso alla dirigenza cinese di <strong>decidere arbitrariamente</strong> della vita economica del miliardo di “sudditi” in patria. Questi si sarebbero visti usare come ingranaggi nella realizzazione di una perfetta macchina per la produzione di merci superflue da esportare ovunque nel globo. Come mai tanta acquiescenza verso un progetto tanto perverso? La risposta Alvi la trova nella cultura cinese tradizionale, nella natura di questo popolo, nel suo “conservatorismo”. I cinesi sarebbero <strong>fatti per essere sudditi</strong>, disprezzerebbero chi si distingue, l&#8217;eccellenza, e privileggerebbero la mansuetudine, l&#8217;ottusità, il gregge.</p>
<p align="JUSTIFY">Il limite di tale argomentazione sta forse nei limiti stessi degli autori di cui Alvi si avvale per comprovare il suo essenzialismo. Evitando di soffermarci sulla ristrettezza di fonti usate per discutere del sistema economico vigente nella RPC (che si riducono a Yasheng Huang e Richard McGregor e Steven Mosher, ma il libro sarebbe stato forse diverso se Alvi avesse aggiunto <span style="color: #000080;"><a href="http://books.google.it/books/about/The_Chinese_economy.html?id=4ZhjQgAACAAJ&amp;redir_esc=y">Naughton</a></span>, <span style="color: #000080;"><a href="http://www.jstor.org/pss/40397450">Hussain</a></span> e <span style="color: #000080;"><a href="http://books.google.it/books?id=zXvXqpKCKmkC&amp;pg=PA73&amp;lpg=PA73&amp;dq=The+Reach+of+the+State:+Sketches+of+the+Chinese+Body+Politic&amp;source=bl&amp;ots=IE6wvfqLd6&amp;sig=KgnkM_7u7B8RxNjQbdZtXGArp4I&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=2hQPT66jH5Ga-wbZlpDVAg&amp;ved=0CEMQ6AEwAw#v=onepage&amp;q=The%20Reach%20of%20the%20State:%20Sketches%20of%20the%20Chinese%20Body%20Politic&amp;f=false">Shue</a></span>), sono le influenze di Wittfogel, Arthur Smith e Weber a suscitare i più vivi dubbi.</p>
<p align="JUSTIFY">Del “dispotismo orientale” di Wittfogel abbiamo <a href="http://www.cineresie.info/il-partito-risolvera-il-problema-idrico-cinese/" target="_blank">già parlato</a> in passato, ma vale ricordare che Edward Said ne fece una <span style="color: #000080;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Orientalism_%28book%29">critica</a></span> puntuale, suggerendo come molti degli argomenti usati, non solo da Wittfogel, per descrivere il cosiddetto “Oriente” soffrano immancabilmente di <strong>eurocentrismo</strong>, ovvero tendano a distorcere la descrizione del loro oggetto in base ad idee implicite su cosa sia davvero “l&#8217;Occidente” a cui “l&#8217;Oriente” viene contrapposto. Così Alvi ci parla, usando Weber, di un carattere cinese fatto di “mancanza di nervi nel senso europeo del termine, <strong>pazienza illimitata</strong> e controllata gentilezza, forte attenzione alle abitudini, assoluta insensibilità alla monotonia, capacità di lavoro ininterrotta, lentezza a reagire agli stimoli” tutti tratti che predisporrebbero il “cinese”, individuo detto dall&#8217;autore “terminale”, ad una esistenza sotto un capitalismo dispotico e compiutamente realizzato.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;idea principe di Wittfogel, che il dispotismo cinese è affare antico legato alla gestione delle acque nella società rurale cinese ed elemento portante della cultura di questo paese è <span style="color: #000080;"><a href="http://www.bupedu.com/lms/admin/uploded_article/eA.752.pdf">considerata</a></span> al giorno d&#8217;oggi “non più convincente e basata su dati che sono semplicemente falsi”. Dal canto suo Max Weber ha più volte commentato ambiguamente circa la supposta propensione dei cinesi a “servire” sotto uno stato autocratico. A dispetto di quanto scritto in <span style="color: #000080;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Religion_of_China:_Confucianism_and_Taoism">The Religion of China</a></span> usato da Alvi, Weber affermò <span style="color: #000080;"><a href="http://books.google.it/books/about/Max_Weber_on_capitalism_bureaucracy_and.html?id=RNrCAAAAIAAJ&amp;redir_esc=y">altrove</a></span> che nella storia cinese le comunità urbane e rurali si “governavano da sole”, affermazione in antitesi al concetto di “ amministrazione patrimoniale dall&#8217;alto” che fa capolino nel testo di Alvi. Per non parlare di <span style="color: #000080;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Arthur_Henderson_Smith">Smith</a></span>, missionario americano della fine del XIX secolo, le cui etnografie sono oggi usate nei corsi di antropologia per spiegare <strong>cosa NON bisogna fare</strong> sul campo. Su queste basi è dunque difficile sposare completamente la tesi di Alvi che sulla Cina sembra aver avuto <strong>cattivi maestri</strong>.</p>
<h2 align="JUSTIFY">Il dono e il consumo</h2>
<p align="JUSTIFY">Ironicamente, Alvi vede nella “comunità” &#8211; intesa come un corpo politico indipendente e istituito consapevolmente da individui &#8211; e nel dono, atto economico fuori dal circolo dell&#8217;accumolo della moneta, le sole due istituzioni capaci di salvarci dall&#8217;esito cinese del capitalismo. Ironicamente perché <strong>comunità e dono</strong> sono, ad una lettura aggiornata della società cinese, due dei pilastri della sua contemporaneità. Recentemente si è <span style="color: #000080;"><a href="http://collateralknowledge.com/blog/tag/zhu-suli/">sostenuto</a></span> che non si può capire il capitalismo cinese senza capire come l&#8217;economia informale, il “dono”, determini canali preferenziali per lo scambio di beni o capitale nell&#8217;economia formale. Il dono è presente in Cina, come in tutte le altre società, ed è <strong>complementare al consumo</strong>, non in antagonismo. Per quanto riguarda la comunità, nel senso Alviano, si legga l&#8217;immenso <span style="color: #000080;"><a href="http://www.brill.nl/ritual-alliances-putian-plain-volume-one">lavoro</a></span> di Zheng Zhenmang e Kenneth Dean sulla società della piana di Putian, in Zhejiang oppure <span style="color: #000080;"><a href="http://cecmc.ehess.fr/document.php?id=356">Christian Lamouroux</a></span>: si troveranno proprio quelle “costituzioni comunali” e quei rapporti di “fratellanza” che Alvi disperatamente cerca di resuscitare nell&#8217;ingrigita Europa.</p>
<p align="JUSTIFY">E non che sia necessariamente un bene: molta antropologia economica, anche nel contesto <span style="color: #000080;"><a href="http://books.google.it/books?id=EqaaAAAAIAAJ&amp;printsec=frontcover&amp;dq=yunxiang+yan&amp;source=bl&amp;ots=vtmIhHsAG7&amp;sig=vD1kzP-pG4R90TObp_r2YH0tgX0&amp;hl=en&amp;ei=OivXS8-iFJGuswPPpOX4AQ&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;redir_esc=y#v=onepage&amp;q=yunxiang%20yan&amp;f=false">cinese</a></span>, ha dimostrato che il dono, nelle società che ancora lo praticano come canale parallello all&#8217;economia di mercato, può portare agli stessi esiti di esclusione sociale e privazione economica tipici in contesti di capitalismo selvaggio. Alvi sembra inoltre supporre che, mancasse lo Stato, le società umane, soprattutto quelle di cultura “occidentale”, si troverebbero a vivere in una sorta di <strong>eden anarchico</strong> dove l&#8217;individuo e la società non si penserebbero in conflitto tra loro. Ciò sembra escludere che un&#8217;altra, piuttosto diffusa, istituzione umana come la famiglia non ingeneri simili effetti di deprivazione ed esclusione sociale come invece <span style="color: #000080;"><a href="http://www.sciencemag.org/content/326/5953/682.abstract">sembra</a></span> essere il caso.</p>
<p align="JUSTIFY">In <span style="color: #000080;"><a href="http://www.amazon.com/Human-Economy-Keith-Hart/dp/0745649807">The Human Economy</a></span><em> </em>Keith Hart e i suoi collaboratori si muovono nella direzione presa da Alvi: quali alternative sono possibili a questo capitalismo degenerato? Ma mentre i primi tentano di rinvenire nel mondo di oggi forme embrionali di un sistema futuro, metodi alternativi, reali, messi in pratica ogni giorno da gente comune, Alvi sembra aver perso qualsiasi interesse verso questo futuro possibile.</p>
<p align="JUSTIFY">La speranza nei confronti della capacità di regolare i mercati che solo lo Stato &#8211; ahinoi! &#8211; può avere nel mondo presente, come lo conosciamo ogni giorno, non è presa seriamente in conto dall&#8217;autore. <span style="color: #000080;"><a href="http://www.amazon.it/Collateral-Knowledge-Reasoning-Financial-Markets/dp/0226719332">Annelise Riles</a></span> ed altri si stanno muovendo verso una comprensione di ciò che si può fare, davvero, per <strong>regolamentare il mercato</strong> finanziario di oggi, studiando nel dettaglio i meccanismi legali e matematici, che Alvi bolla come “incomprensibili” nel suo testo, ma che rappresentano la chiave di volta per capire come molte delle operazioni che ci hanno portato a questo punto sono riuscite a farlo proprio perché ritenute dai più “incomprensibili”, e quindi implicitamente accettate.</p>
<p align="JUSTIFY">Riferendosi alla minaccia rappresentata da questo “ideale cinese” e dal suo avvento in un mondo ormai prono all&#8217; impulso del consumo ed incapace di intenderne il pericolo, Alvi profeticamente conclude: “Ci sarà bisogno di pochi quando il drago sortirà dall&#8217;abisso”. Buon anno del drago a tutti allora.</p>
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		<title>Cheng Wenjun: sulle tracce di Mao</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 12:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallerie]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante nel 1980 le autorità cinesi avessero emanato un’ordinanza che imponeva di ridurre il numero delle statue di Mao, qualche centinaio di sculture è arrivato intatto fino ai giorni nostri. Sono ormai quindici anni che Cheng Wenjun percorre in lungo e in largo il Paese alla ricerca delle ultime effigi rimaste. Con Searching for Mao, uno slide-show di otto minuti, vi presentiamo una selezione delle sue foto, mai pubblicate né in Cina né all’estero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><iframe src="http://player.vimeo.com/video/35243527?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" frameborder="0" width="549" height="309"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cheng Wenjun</strong> è un fotografo e scultore cinese.</p>
<p align="JUSTIFY">Circa vent&#8217;anni fa, quando ancora lavorava per un&#8217;agenzia pubblicitaria e si trovava in trasferta nella provincia dello Xinjiang, si trovò a <strong>scattare una fotografia</strong> che gli avrebbe cambiato la vita. Il soggetto era una<strong> statua</strong> di Mao Zedong, il braccio destro a indicare verso mete lontane, che sorgeva al centro della piazza di Kashgar, antico centro lungo la Via della Seta.</p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto Cheng ne sapeva, un’ordinanza emanata dal governo centrale nel lontano 1980 aveva imposto che le statue di Mao sparse per il paese venissero abbattute. Quella foto lo colpì come un fulmine: quel giorno comprese che se una statua di Mao <strong>si era conservata</strong> anche in quel luogo così lontano dal mondo e dall&#8217;immaginario comunista, le effigi dedicate al Presidente Mao sparse per il Paese dovevano essere ancora decine, se non centinaia. I luoghi e le storie legate a questi simboli del <strong>culto della personalità</strong> del Grande Timoniere andavano documentati prima che fosse troppo tardi.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel frattempo la Cina si è trasformata, la forma di molte città è stata stravolta, molte statue non ci sono più, ma altre sono rimaste in piedi, protette dalle comunità locali o assurte a simbolo di un passato sempre più mitizzato.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Dal 1997</strong> Cheng viaggia per il paese cercando di documentare quanto di questo passato è sopravvissuto. Nel suo cammino incrocia storie, persone e luoghi che raccontano del cambiamento e della memoria di colui che, nonostante le immense tragedie causate nei decenni in cui è stato al potere, è rimasto sempre <strong>nel cuore del popolo</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo slideshow che proponiamo è stato realizzato in occasione della mostra che si è tenuta a dicembre 2011 a Venezia nella Biblioteca alle Zattere, in collaborazione con il Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia e sull&#8217;Africa Mediterranea dell&#8217;Università Ca&#8217; Foscari e l&#8217;Istituto Confucio veneziano.</p>
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		<title>Mezzanotte a Pechino: storia di un delitto d&#8217;altri tempi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 07:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[La mattina dell’otto gennaio del 1937 il cadavere mutilato di Pamela Werner, la figlia adottiva di un ex-diplomatico britannico, venne ritrovato ai piedi della porta di Dongbianmen. In Midnight in Peking, il suo ultimo libro, Paul French ricostruisce gli ultimi giorni di vita di Pamela, una ragazza come tante in una Pechino martoriata dalla guerra e dalle lotte intestine, e racconta passo per passo le indagini sul delitto, risolvendo definitivamente il mistero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/midnight-in-peking.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5079" style="margin: 7px 8px;" title="midnight-in-peking" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/midnight-in-peking.jpg" alt="" width="228" height="342" /></a>Da qualche parte sotto l’asfalto del secondo anello di Pechino giacciono dimenticati i resti del <strong>vecchio cimitero inglese</strong>, il luogo di sepoltura che per quasi un secolo ha accolto le spoglie di quei cittadini britannici che si trovavano a finire i loro giorni in Cina. Incuranti delle file interminabili di macchine bloccate nel traffico dell’ora di punta e indifferenti al clamore dei clacson e al via vai delle vetture, ossa d’altri tempi rimangono lì sepolte, le loro voci perdute nell’oblio della storia, in attesa che un giorno qualcuno rompa il velo d’asfalto e di silenzio che avvolge la loro esistenza, presente e passata.</p>
<p style="text-align: justify;">Di quei morti, alcuni dei quali riposano laggiù sin dal 1861, rimangono solamente dei sussurri, flebili voci soffocate dal clamore di una Cina in perpetuo e vertiginoso cambiamento. Eppure, ancora oggi capita che alcuni<strong> si</strong> <strong>fermino ad ascoltare</strong>, riuscendo a captare a volte qualche parola, a volte i frammenti di un discorso. Proprio da uno di questi bisbigli, una nota in fondo a un libro, uno scrittore ha iniziato un viaggio che lo ha portato a riesumare dalle profondità della terra una vicenda da lungo tempo dimenticata: l’atroce <strong>assassinio di Pamela Werner</strong>, una ragazza di vent’anni, uccisa e smembrata il 7 gennaio del 1937. Se <strong>Paul French</strong> non si fosse fermato, se non si fosse messo a scavare nel passato, questo omicidio rimarrebbe tuttora sepolto in quel lembo di terra insieme ai miseri resti della vittima, insoluto.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Midnight in Peking</h2>
<p style="text-align: justify;">In <em>Midnight in Peking</em>, il suo ultimo libro, Paul French<em> </em>ricostruisce gli ultimi giorni di vita di Pamela, una ragazza come tante in una Pechino martoriata dalla guerra e dalle lotte intestine, e racconta passo per passo le <strong>indagini sul delitto</strong>, risolvendo definitivamente un mistero che a suo tempo sconvolse l’intera comunità straniera della città. In un <strong>quartiere delle legazioni</strong> già sull’orlo di una crisi di nervi, con i giapponesi ogni giorno più vicini a stringere la morsa sulla città e le violenze dei Boxer sempre vive nella memoria collettiva, la notizia che una giovane inglese di buona famiglia era finita vittima di un delitto così efferato rappresentò <strong>un vero e proprio shock</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Che la ragazza fosse stata preda di qualche sanguinario culto orientale? Che fosse stata fatta a pezzi da qualche cinese sbandato arrivato in città con le ultime ondate di profughi in fuga dai giapponesi? Oppure, ipotesi assurda, che il colpevole andasse cercato nella comunità di stranieri di Pechino, magari tra quegli <strong>individui strani</strong> che gestivano una colonia di nudisti sulle Colline Profumate?</p>
<p style="text-align: justify;">Tra false piste, tentativi di insabbiamento e clamorosi errori da parte degli organi di polizia, il giallo della morte di Pamela Werner non ha <strong>mai trovato soluzione</strong>, finendo per essere dimenticato da tutto e da tutti nel giro di pochi anni. Solo il padre adottivo della ragazza, noto accademico ed ex-diplomatico britannico, non ha mai smesso di indagare, dando fondo al proprio patrimonio personale, i suoi sforzi interrotti solamente dallo scoppio della seconda guerra mondiale.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Verità nascoste nel passato di una città</h2>
<p style="text-align: justify;">Eward Werner è morto nel 1954 in Inghilterra <strong>sapendo perfettamente</strong> chi erano i carnefici della figlia. Negli anni precedenti aveva provato ripetutamente a denunciare i colpevoli alle autorità britanniche e aveva pure presentato le prove che era riuscito a raccogliere nella sua lunga e costosa ricerca, ma nessuno gli aveva mai dato retta: l’abbottonata comunità diplomatica inglese aveva troppe <strong>facce da salvare</strong>, troppi scheletri nell’armadio da nascondere. Nessuno però allora poteva sapere che i documenti dell’indagine privata di Werner sarebbero tornati alla luce dopo decenni, da uno tra tanti scatoloni di corrispondenza inviata da Pechino tra il 1941 e il 1945 sepolto negli Archivi Nazionali Britannici di Kew.</p>
<p style="text-align: justify;">Paul French, cui va tutto il merito di questa straordinaria scoperta, non solo è riuscito nell’impresa di far conoscere al mondo la verità su quanto avvenne allora, restituendo una qualche forma di <strong>giustizia postuma</strong> a Pamela e a suo padre, ma nel fare ciò ha anche dipinto uno straordinario affresco di quella che era la <strong>vita nei bassifondi</strong> della Pechino pre-bellica, in quell’area malfamata dove stranieri e cinesi di tutte le estrazioni sociali andavano alla ricerca di trasgressioni e divertimenti d’ogni genere. <em>Midnight in Peking</em>, alla pari di <em><a href="http://www.amazon.com/Decadence-Mandchoue-Memoirs-Trelawny-Backhouse/dp/9881944511" target="_blank">Decadence Mandchoue</a> </em>di Edmund Backhouse, un altro libro straordinario uscito l’anno scorso, ci trasmette il ritratto di un mondo corrotto, decadente ed edonista, popolato da attori che si muovono agevolmente tra lussuose residenze nel quartiere diplomatico e bordelli e fumerie d’oppio nelle zone più malfamate della città.</p>
<p style="text-align: justify;">Se le ossa di Pamela rimangono ben sepolte al fianco di quelle della madre adottiva sotto strati di asfalto e cemento, altri luoghi che hanno fatto da sfondo alla tragedia rimangono ancora al loro posto. Nella Pechino di oggi non solo si può ancora trovare lo <em>siheyuan</em> in Kuijiachang Hutong in cui negli anni Trenta viveva la famiglia Werner, ma anche il famigerato Chuanban Hutong, <strong>il vicolo dei bordelli</strong> e dei locali notturni che costituiva il centro della vita notturna dei bassifondi prima della Liberazione, rimane ancora in piedi. Per non parlare degli edifici dell’ex quartiere delle legazioni in cui alcuni dei protagonisti della vicenda si muovevano, così come dei pochi tratti delle <strong>vecchie mura tartare</strong> che non sono stati abbattuti negli anni Cinquanta. Questi luoghi, seppur trasformati profondamente dal tempo e dagli uomini, continuano ad ergersi a testimonianza del <strong>passato di Pechino</strong>, della sua gloriosa storia, della sua decadenza e della sua recente trasformazione.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/dongbianmen.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5082" title="dongbianmen" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/dongbianmen.jpg" alt="" width="500" height="218" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli spiriti parlano a Dongbianmen</h2>
<p style="text-align: justify;">Un edificio però sembra non essere cambiato molto nei decenni. A poche centinaia di metri dal punto in cui presumibilmente giacciono i resti di Pamela, su un lato di quella strada a più corsie che è il secondo anello, ancora oggi si erge <strong>l’antica porta</strong> di Dongbianmen. Proprio all’ombra di questa torre, che un tempo segnava uno dei tanti ingressi nelle mura della città, nel primo mattino dell’otto gennaio di settantacinque anni fa un anziano signore cinese rinvenne il corpo sfigurato di Pamela. Gli abitanti della vecchia Pechino lo sapevano bene che quel luogo, rifugio di migliaia di pipistrelli, era maledetto, che laggiù la notte si aggiravano spiriti volpe.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se oggi<strong> Dongbianmen è ancora lì</strong>, con la sua figura tozza e le sue decine di finestre simili ad occhi ciechi, degli spiriti volpe non rimane più traccia, se non nella memoria dei pechinesi più anziani. Anche le voci di queste terrificanti creature sono state soffocate dall’avanzata di quella <strong>giungla di asfalto e cemento</strong> che è la nuova Pechino.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio come le ossa sepolte nel vecchio cimitero britannico, oggi gli spiriti volpe non possono far altro che bisbigliare e sospirare, in eterna attesa che qualcuno abbastanza paziente si sieda in ascolto e raccolga anche la loro testimonianza.</p>
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		<title>Radio rassegna: guerra culturale, serie televisive cancellate e finti suicidi</title>
		<link>http://www.cineresie.info/radio-rassegna-guerra-culturale-serie-televisive-cancellate-e-finti-suicidi/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:22:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la pausa natalizia torniamo con la nostra consueta radio rassegna in collaborazione con Radio Radicale. Questa settimana al centro dell'attenzione l'articolo in cui il presidente Hu Jintao lancia l'allarme contro la penetrazione culturale occidentale in Cina, l'oscuramento di una serie televisiva con allusioni politiche e l’ennesima vicenda legata al motore di ricerca di carne umana, questa volta alle prese con un finto suicidio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo la pausa natalizia torniamo con la nostra consueta radio rassegna in collaborazione con Radio Radicale.</p>
<p><object width="400" height="24" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/343246?30105" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="400" height="24" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/343246?30105" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Questa settimana al centro dell&#8217;attenzione l&#8217;articolo in cui il presidente Hu Jintao lancia l&#8217;allarme contro la penetrazione culturale occidentale in Cina, l&#8217;oscuramento di una serie televisiva con allusioni politiche e l’ennesima vicenda legata al motore di ricerca di carne umana, questa volta alle prese con un finto suicidio.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/hu_jintao.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5106" title="hu_jintao" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/hu_jintao.jpg" alt="" width="503" height="349" /></a></p>
<h2><strong>Hu Jintao e la &#8220;guerra culturale&#8221; con l&#8217;occidente</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Dopo gli ultimi mesi passati a discutere del significato e della portata della “riforma del sistema culturale” fa discutere un articolo pubblicato dalla rivista ideologica del Partito <em>Qiushi </em>firmato da Hu Jintao. Si tratta della riproposizione di un discorso tenuto dal presidente della Repubblica popolare cinese lo scorso ottobre. Come si legge sulla <a href="http://news.xinhuanet.com/world/2012-01/05/c_122537046.htm">Xinhua</a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo in questione distingue chiaramente tra una cultura Cinese e una cultura occidentale e sostiene che la guerra culturale tra le due sta salendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Hu Jintao afferma: &#8220;Dobbiamo essere perfettamente consapevoli del fatto che le forze ostili internazionali stanno intensificando le loro macchinazioni strategiche per occidentalizzare e dividere la Cina e del fatto che la cultura e il pensiero sono due aree importanti in cui queste forze ostili attuano una penetrazione sul lungo periodo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, egli dice: &#8220;Dobbiamo conoscere a fondo la gravità e la complessità della battaglia nell&#8217;area dell&#8217;ideologia, rimanere sempre allerta e adottare misure decise per stare in guardia e reagire.&#8221; Hu Jintao ha sottolineato come queste misure debbano mantenere il principio del &#8220;mettere le persone al centro&#8221; e del soddisfare i bisogni spirituali e culturali in costante crescita del popolo.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito sul web naturalmente risulta monopolizzato dai commentatori prezzolati del “partito dei cinquanta centesimi”, come si vede bene dai seguenti commenti tratti da <a href="http://news.ifeng.com/mainland/detail_2012_01/05/11767409_0.shtml">Fenghuangwang</a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Presidente Hu, lei sta lavorando duro. Sosteniamo i leader del Partito comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Supportare il boicottaggio della cultura occidentale, dobbiamo far sì che la cultura cinese si infiltri in occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sostengo assolutamente! Abbiamo dimenticato l&#8217;invasione culturale occidentale e l&#8217;evoluzione pacifica, quelli nati negli anni Ottanta e Novanta non hanno la minima idea di cosa si tratta, ma la voglia degli occidentali di eliminarci non si è mai fermata.</p>
<p style="text-align: justify;">Sostengo i leader, la cultura occidentale è estremamente dannosa, la pratica ha dimostrato che la cultura e la teoria occidentali non possono salvare la Cina.</p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>L’improvvisa cancellazione della serie televisiva</strong><strong> “When heaven burns” </strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/%E5%A4%A9%E8%88%87%E5%9C%B0.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-5113" title="天與地" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/%E5%A4%A9%E8%88%87%E5%9C%B0-1024x640.jpg" alt="" width="557" height="348" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Fa discutere sul web la cancellazione di “When heaven burns” (<a href="http://programme.tvb.com/drama/whenheavenburns/" target="_blank"><em>tian yu di</em></a>), una serie televisiva prodotta a Hong Kong. Nonostante diversi network televisivi cinesi abbiano già trasmesso prime venti puntate, la messa in onda della serie è stata improvvisamente sospesa e i relativi filmati sono stati rimossi dal web. Almeno due le ragioni che si presume abbiano portato all’oscuramento: innanzitutto, la serie tocca la <strong>questione del cannibalismo</strong>, con i tre protagonisti maschili che sono rosi dal rimorso per il fatto che in gioventù, nei primi anni Novanta, mentre erano bloccati in montagna da una tempesta di neve hanno ucciso un quarto amico rimasto ferito e lo hanno mangiato per sopravvivere; in secondo luogo, la serie conterrebbe evidenti <strong>riferimenti politici agli eventi del 1989</strong>. Come si legge sul forum <a href="http://www.yancaoke.com/thread-25361-1-1.html">Yancaoke</a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La serie televisiva &#8220;When heaven burns&#8221; della rete televisiva di Hong Kong TVB è stata proibita dalle autorità perchè contiene delle <strong>metafore politiche</strong>. Questo è il primo caso da quasi vent&#8217;anni a questa parte che vede una serie televisiva in lingua cinese venire inserita nella lista nera dei filmati di cui è proibita la messa in onda. La ragione di questa proibizione sta nel fatto che la serie contiene metafore politiche ed è riuscita ad ottenere un gran successo sia ad Hong Kong che sul continente tra gli intellettuali, la classe media e gli operatori dei media. La storia e i dialoghi alludono pesantemente ai problemi politici di Hong Kong e del continente ed hanno sollevato un <strong>acceso dibattito</strong> e una grande riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">La serie racconta la storia di quattro amici che decidono di scalare una montagna innevata e si trovano in difficoltà. Per sopravvivere in condizioni estreme, l&#8217;unica soluzione è quella di uccidere Jia Ming, già ferito, e cibarsi della sua carne. Dopo essere sopravvissuti, ai tre non resta altro da fare che nascondere le ragioni della morte di Jia Ming e fingere la sua scomparsa. Dopo quindici anni, essi stanno lottando nella società, con Gu Lao che è diventato un leader operaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sullo sfondo c&#8217;è il movimento studentesco del 1989. [...] Anche se negli anni passati da allora, tra le persone che in quel periodo stavano cercando di realizzare i propri ideali, alcuni hanno rinchiuso questi ideali nel proprio cuore, altri vi hanno rinunciato, altri ancora vivono una vita ordinaria, nel profondo ognuna delle persone che ha vissuto quelle vicende ha amato davvero il proprio ideale.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E non c’è da stupirsi della cancellazione, se si pensa che all&#8217;interno della serie i protagonisti si abbandonano a considerazioni come le seguenti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La vera armonia sta nel fatto cento persone abbiano cento voci diverse ma uno stesso obiettivo, non è assolutamente che tutte le voci siano uguali ma l&#8217;obiettivo diverso&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non importa che si tratti di Hong Kong o un qualsiasi altro posto nel mondo, il mondo politico è sempre corrotto. Gli strumenti della politica non sono altro che la bassezza e l&#8217;inganno, oppure una bassezza ancora più bassa o un inganno ancora più astuto. Tutti vogliono la giustizia e io vi posso dire che una persona onesta non potrà mai aiutarvi a raggiungere il vostro obiettivo. Finitela di ingannarvi, potete soltanto contare su delle persone egoiste. Solamente quando queste persone egoiste avranno ottenuto quello che desiderano, esse si alzeranno in piedi e vi aiuteranno ad ottenere ciò che desiderate. Questo mondo è così brutto, dobbiamo affrontare la realtà per continuare sulla nostra strada. Questo è il nostro mondo e questa è la nostra scelta.&#8221;</p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>I paradossi del motore di ricerca di carne umana</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, a far scalpore sulla rete cinese è una nuova vicenda legata al “motore di ricerca di carne umana” (<em>renrou sousuo</em>). La vittima dell’ultima caccia all’uomo sul web è Jiang Hong, additato dai netizen come il <strong>responsabile del suicidio</strong> dell’ex-moglie Xiao Yanqing in seguito alla diffusione in rete di una lettera d’addio in cui quest’ultima lo avrebbe accusato di esserle stato più volte infedele, prima di impiccarsi. Esattamente come il protagonista di un analogo caso verificatosi nel 2007, Jiang Hong è incorso nell’ira del popolo della rete, che come al solito si è manifestata in stalking, telefonate anonime e minacce come il protagonista. Peccato che dopo pochi giorni si è scoperto che la ex-moglie era viva e vegeta, tanto da registrare un’intervista con la televisione di Pechino e il suicidio era stato tutta una <strong>messinscena</strong>. Per il <a href="http://www.chinanews.com/jk/2012/01-06/3584758.shtml">Beijing Ribao</a> questa vicenda è un’occasione per riflettere sull’impatto delle notizie false sulla psicologia delle masse:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">1. &#8220;Inquinano&#8221; la psicologia delle masse. Le notizie false nella loro stranezza e qualità &#8220;perfetta&#8221; in genere si diffondono molto più velocemente delle notizie vere ed hanno un impatto maggiore. Tuttavia la natura dannosa, fraudolenta ed ingannevole di queste notizie ha superato gli standard di quanto è diffondibile o la soglia minima della moralità, arrivando ad inquinare la psicologia delle masse. A causa della sensazione di disorientamento, la gente ha una reazione psicologica forte, il cui sintomo sta nell&#8217;impossibilità di arrivare ad un giudizio basato sulle emozioni, sulla ragionevolezza e sulla logica consuete.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Causano sfiducia tra le persone. L&#8217;ingannevolezza delle notizie false non solo ferisce i sentimenti delle masse, ma è anche facilmente causa di sfiducia tra le persone. L&#8217;ombra che getta sulle anime umane è difficile da cancellare.</p>
<p style="text-align: justify;">3. Hanno una funzione negativa &#8220;anestetizzante&#8221;. Le notizie false sono una sorta di <strong>anestesia sociale</strong>, e portano la psicologia umana ad uno stato di illusoria indifferenza, trasfermando le persone da ricettori attivi di informazioni a ricettori passivi o addirittura eliminando completamente lo spirito critico. La funzione negativa anestetizzante di queste notizie false rende il pubblico più ritardato e freddo, facendogli perdere la capacità di distinguere e di emettere giudizi. Non solo il pubblico diventa indifferente a queste notizie false, ma anche a quelle vere.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ecco invece alcune reazioni da <em>Weibo</em>:</p>
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<p style="text-align: justify;">Non mi interessa se Xiao Yanqing sta facendo finta o meno, sarò sempre compassionevole nei confronti di una donna ingannata dal marito. Anche se si trattasse di una vendetta, si tratterebbe di un gesto motivato da un odio incontrollabile. Spero che in futuro possa vivere felicemente, mille volte più felicemente che in passato, facendo tesoro della propria vita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ex-marito e l’amante si sono fatti gioco dei sentimenti dell’ex-moglie. Anche se questo è odioso, la compagna Xiao si è presa gioco dei sentimenti di tutti i netizen.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi l’avrebbe mai detto che nel 2012… un morto sarebbe tornato in vita.</p>
</blockquote>
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		<title>La donna di Shanghai</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 13:12:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei mesi scorsi siamo tornati più volte sulla vicenda di Jiabiangou, il campo di lavoro dove alla fine degli anni Cinquanta migliaia di “elementi di destra”, per lo più intellettuali, sono morti di fame e di stenti. Qualche giorno fa nelle librerie italiane finalmente è uscito “La donna di Shanghai”, l’edizione italiana del libro di Yang Xianhui che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti. Per cortesia dell’editore Lupetti, vi presentiamo in anteprima due racconti integrali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/la-donna-di-shangai.jpg"><img class="size-full wp-image-5039 alignleft" style="margin: 8px;" title="la donna di shangai" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/la-donna-di-shangai.jpg" alt="" width="176" height="275" /></a>Sono passate poche settimane da quando il presidente Hu Jintao si è presentato di fronte alla platea del nono congresso nazionale della Federazione Cinese dei Circoli Artistici e Letterari e dell’ottavo congresso nazionale dell’Associazione degli Scrittori Cinesi ed ha tenuto <a href="http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-11/22/c_131263326.htm">un discorso</a> in cui ha invitato gli intellettuali presenti a far sì che &#8220;<strong>cento fiori</strong> sboccino e cento scuole di pensiero dibattano”. Un <strong>richiamo agghiacciante</strong> per chiunque conosca un minimo la storia cinese, se si considera il fatto che, nel lontano 1956, proprio da questi slogan scaturirono la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hundred_Flowers_Campaign">campagna dei cento fiori</a> e la successiva <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anti-Rightist_Movement">campagna contro gli elementi di destra</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre Hu Jintao lanciava il suo invito, tra gli scrittori in sala sedeva anche <strong>Yang Xianhui</strong>, un anziano autore che ha dedicato anni della sua vita a raccogliere le testimonianze degli “elementi di destra” sopravvissuti all’<strong>orrore di Jiabiangou</strong>, un campo di lavoro nella provincia del Gansu dove alla fine degli anni Cinquanta migliaia di detenuti, per lo più intellettuali non avvezzi al lavoro manuale, <strong>morirono di fame</strong> e di stenti nella carestia seguita al Grande Balzo in Avanti. Anche se il discorso di Hu era chiaramente un segnale mirato a mantenere chissà quali misteriosi equilibri interni al Partito, possiamo solamente immaginare la reazione di persone come Yang nel sentire queste parole. Per non parlare della reazione dei reduci di quegli anni, gli anziani che hanno subito sulla propria pelle la violenza di quell’epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mesi scorsi abbiamo avuto occasione di tornare più volte su Jiabiangou. Prima l’abbiamo fatto con <a href="http://www.cineresie.info/addio-jiabiangou-unintervista-con-yang-xianhui/">un’intervista</a> a Yang Xianhui, poi con un <a href="http://www.cineresie.info/i-dannati-di-jiabiangou/">lungo reportage</a> da quello che resta del campo di lavoro. Torniamo ora una terza volta su questa vicenda, annunciandovi con piacere che qualche giorno fa nelle librerie italiane è uscito il volume “<a href="http://www.ibs.it/code/9788895962481/yang-xianhui-zzz99-carbone/donna-di-shanghai-voci.html">La donna di Shanghai</a>”, l’edizione italiana di <em>Gaobie Jiabiangou</em>. Per cortesia dell’editore Fausto Lupetti, possiamo qui presentarvi in anteprima due racconti in versione integrale. Buona lettura.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;abbuffata di patate</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«La mia esperienza più memorabile? Mi sta chiedendo di raccontarle la mia esperienza più memorabile a Jiabiangou?»</p>
<p style="text-align: justify;">Questa intervista ebbe luogo agli inizi dell’inverno del 1999 nella clinica delle piante di Gao Jiyi, in un angolo del mercato libero di Jianlan, nel distretto di Qilihe a Lanzhou. Era un piccolo mercato di fiori, quaranta o cinquanta negozi, attorno a un cortile. Faceva freddo, di notte le temperature precipitavano sotto lo zero, di giorno i titolari degli esercizi portavano fuori piante e fiori per attirare i clienti trasformando quello spazio in un’oasi nel triste e brullo paesaggio del nord-ovest.</p>
<p style="text-align: justify;">(Prosegui la lettura, scarica il racconto in<a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/L%27abbuffata%20di%20patate.pdf" target="_blank"> pdf</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: justify;"><strong>Odio la luna</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’autunno del 2003 rintracciai Xi Zongxiang, un sopravvissuto a Jiabiangou che viveva all’ultimo piano di un vecchio palazzo di Lanzhou. Mi disse di avere sessantasette anni, ma non li dimostrava per niente, con quel suo fisico da atleta professionista; aveva corti capelli grigi e un volto sano e florido, e sembrava scoppiare di salute.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando mi presentai e gli spiegai che volevo intervistarlo sulla sua vita a Jiabiangou, mi parve sconcertato e alquanto nervoso. Mi accompagnò in salotto grattandosi la nuca come un adolescente in imbarazzo. «Com’è venuto a sapere del mio legame con Jiabiangou?» mi chiese. «Come ha fatto a trovarmi?» Allora estrassi dalla mia valigetta una lettera, lui la prese e si sedette su un vecchio divano.</p>
<p style="text-align: justify;">(Prosegui la lettura, scarica il racconto in<a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/Odio%20la%20luna.pdf" target="_blank"> pdf</a>)</p>
</blockquote>
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