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Formiche

di | 20 December 2009 | No Comment |

Lo aveva già scritto Goffredo Parise negli anni Sessanta in Cara Cina: “[I cinesi] lavorano sempre e il vecchio paragone con le formiche è, anche figurativamente, molto esatto. Come accade di contemplare per ore una fila di formiche che si scontra e ogni formica sembra salutare quella che procede in senso inverso, così si contempla la folla cinese nelle strade e pare che si salutino col gesto delle formiche”. Se quella delle formiche è una rappresentazione ricorrente nell’immaginario occidentale sulla Cina, la novità è che ora sono i cinesi stessi a servirsi di quest’analogia in riferimento a se stessi, o meglio, in riferimento ad alcune particolari frange sociali che recentemente sono finite sotto i riflettori.

Giusto per fare un esempio, la scorsa settimana il post di punta del forum Tianya, uno dei portali cinesi più seguiti, era intitolato proprio “2009: onore al popolo delle formiche”. L’autore definiva le “formiche” non solo come “il popolo degli alloggi umili, sopraffatto dalla pressione della casa”, ma anche, in un senso più generale, come “l’immensa folla di coloro che nel grande divario tra ricchi e poveri non hanno diritto di parola, coloro che costituiscono l’ultimo anello della catena alimentare, coloro che sono ignorati dalla società”. Nello specifico, in questo post sono citati due gruppi sociali: i lavoratori migranti provenienti dalle campagne, discriminati sul lavoro e nella vita a causa della loro origine, e gli sfollati che non ricevono un equo risarcimento per l’abbattimento delle loro case. Secondo l’autore, il 2009 dovrebbe essere l’anno del tributo alle formiche, in quanto esse “continuano silenziosamente a dare il proprio contributo nei propri posti di lavoro ordinari,  possono lavorare fino allo sfinimento per la propria famiglia e possono anche trovare nuovi modi per contribuire allo sviluppo delle città”.

Sono ormai un paio di mesi che questo nuovo termine gira sul web e sui media cinesi. Tutto è iniziato nel settembre di quest’anno, con l’uscita di Yizu (letteralmente “Il popolo delle formiche”), un volume che in poco tempo è diventato un caso letterario. Curato da Lian Si, un giovane accademico di Pechino, questo libro racconta la vita dei laureati cinesi nei sobborghi urbani, in quei villaggi-formicaio (jujucun) dove gli affitti sono talmente bassi da essere abbordabili anche per chi ha un lavoro modesto o è semplicemente temporeggia in attesa di trovare un’occupazione. Nel primo capitolo del volume, Lian Si spiega l’origine dell’idea alla base di quest’indagine. Nell’estate del 2007, dopo aver letto in una nota rivista cinese un articolo intitolato “La gioventù va verso il basso”, un pezzo in cui si raccontava la vita di un laureato residente in una zona periferica di Pechino chiamata Tangjialing, egli aveva deciso di recarsi sul posto per condurre alcune ricerche. È stato allora che ha scoperto che a Tangjialing su quaranta-cinquantamila abitanti, solo due o tremila erano persone del posto, mentre per il resto per la maggior parte erano neolaureati di età compresa tra i ventidue e i ventinove anni che vivevano con salari intorno ai mille yuan al mese (circa cento euro), pagando circa trecento yuan per un posto letto, mangiando due pasti al giorno e facendo oltre due ore di autobus ogni mattina per andare al lavoro.

Non c’è dubbio che le “formiche” siano l’ennesimo gruppo svantaggiato (in cinese vengono chiamati ruoshi qunti, “gruppi deboli”) emerso nella Cina delle riforme, l’ultimo in ordine temporale dopo i contadini, i lavoratori migranti e i lavoratori licenziati dalle imprese di Stato negli anni Novanta, i cosiddetti xiagang. Come ho già avuto modo di scrivere in questo blog qualche mese fa, in Cina avere una laurea non è più sinonimo di una vita stabile e un buon lavoro, anzi. Da quando, alla fine degli anni Novanta, le autorità cinesi hanno deciso di allargare l’accesso all’istruzione universitaria come strumento per stimolare i consumi interni, il numero dei laureati è aumentato a dismisura, a fronte di un mercato del lavoro largamente impreparato. Le cifre sono impressionanti, basta prendere in considerazione il fatto che nel 1998 l’arruolamento universitario era di appena 1.080.000 studenti, mentre quest’anno le università cinesi sforneranno la cifra record di 6.300.000 neolaureati. Se da un lato questo può essere letto come un elemento a sostegno della tesi che il governo cinese sta investendo moltissimo nell’istruzione e nei giovani, dall’altro si tratta di un fenomeno estremamente preoccupante, che rischia di portare il neonato mercato del lavoro cinese al collasso, con un impatto drammatico sulla vita dei giovani cinesi e delle loro famiglie.

Il popolo delle formiche vive, lavora e soffre in silenzio. Raramente si abbandona a gesti eclatanti. La vita di questi ragazzi scorre monotona e allo stesso tempo piena di preoccupazioni, tra un lavoro e il successivo. Eppure in questi giorni in Cina è proprio la tragedia di una formica ad occupare le prime pagine dei giornali. Il mattino del 26 novembre Yang Yuanyuan, una studentessa di trent’anni iscritta alla laurea specialistica in diritto marittimo presso un’università di secondaria importanza di Shanghai, si è suicidata nel bagno del suo dormitorio, impiccandosi con un asciugamano al rubinetto del lavandino. Questo ha portato alla luce una storia drammatica di povertà e speranze spezzate.

Laureatasi in economia nel 2002, sin da subito la ragazza si era trovata a dover provvedere per il fratello, anch’egli studente universitario, e per la madre, senzatetto dal 2001, quando la fabbrica che le garantiva un piccolo salario e un alloggio era stata chiusa. Dopo aver tentato senza successo l’esame di ammissione alla laurea specialistica per ben tre volte ed aver sperimentato la vita della formica per cinque anni – aveva lavorato per brevi periodi come insegnante privata, venditrice ambulante al mercato delle pulci, assicuratrice e tutta una serie di altri lavori part-time – nel 2007 Yang era finalmente riuscita ad appagare il suo sogno di proseguire gli studi a Shanghai. Con il fratello impegnato in un dottorato presso l’Università di Pechino, il problema da risolvere era, ancora una volta, quello della sistemazione della madre. Inizialmente la ragazza aveva cercato di ottenere l’autorizzazione dei responsabili dell’università per far sì che quest’ultima vivesse con lei nel suo alloggio, ma si era scontrata con un atteggiamento di chiusura e disprezzo. Negli ultimi giorni, dopo essere stata buttata fuori a male parole da un amministratore del dormitorio, l’anziana donna si era ridotta a dormire sui gradini di un edificio nel campus, prima di affittare un posto in un palazzo ancora in costruzione. Yang Yuanyuan non aveva retto più e pertanto aveva deciso di farla finita. Il giorno dopo avrebbe dovuto recitare la parte di Giulietta in una recita scolastica.

Yang Yuanyuan non è la prima né sarà l’ultima vittima di un sistema sociale che scarica sulle spalle dei giovani le aspettative di intere famiglie, di una concezione utilitaristica del rapporto di parentela che, pur non essendo esclusiva cinese, in Cina è portata all’estremo. Eppure non è tutto qui. In fondo, la storia di questa ragazza non parla d’altro che di promesse tradite, del miraggio di un futuro radioso da realizzare attraverso l’università. Yang Yuanyuan, come le altre formiche, viveva una vita di frustrazioni, il suo sogno di “servirsi del diritto per aiutare i poveri” oppure, più semplicemente, di avere una vita stabile e tranquilla, era sempre più lontano dal realizzarsi. Anni di studio e di impegno sembravano essere andati persi. I media cinesi hanno raccontato come recentemente Yang Yuanyuan avesse rifiutato per ben due volte un posto di lavoro come impiegata statale in qualche piccolo comune di campagna. Dopotutto, il sogno di Pechino e di Shanghai, instillatole dalla madre sin da quando era bambina, rimaneva troppo forte per rinunciarvi. Come tutte le altre formiche, non riusciva ad abbandonare l’illusione che un giorno il suo futuro sarebbe stato in una grande città.

Un giornalista del Phoenix Weekly ha interrogato Lian Si, l’autore de “Il popolo delle formiche”, sull’atteggiamento di questi giovani laureati nei confronti del proprio futuro. La risposta è stata che le formiche mantengono l’ottimismo dei giovani e continuano a credere che il proprio futuro non sia solamente un sogno, confortati dalle poche storie di altre formiche che hanno avuto successo, racconti di persone assunte in grosse imprese straniere che spesso assumono le sfumature della leggenda. A Yang Yuanyuan ad un certo punto queste storie non sono più bastate e ha deciso di smettere di lottare. Dov’è la notizia? In fondo, era solo una semplice formica.

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