Foto: Non chiamateci dissidenti
Come abbiamo avuto modo di scrivere più di una volta, la società civile cinese non è una realtà passiva, completamente assoggettata ad un governo autoritario che non esita a ricorrere a misure repressive.
Al contrario, essa è percorsa da una vena critica molto forte e, quando necessario, non esita a mobilitarsi per tutelare i diritti e gli interessi delle fasce più deboli. A promuovere la mobilitazione non sono i cosiddetti “dissidenti”, ma persone comuni – giornalisti, scrittori, blogger, avvocati, ambientalisti e semplici cittadini – che nel loro piccolo credono di poter far qualcosa per migliorare la società in cui vivono. Costoro costituiscono la coscienza civile della Cina di oggi. I ritratti che seguono sono stati scattati da Tommaso Bonaventura, fotografo di Contrasto; organizzazione a cura di Ivan Franceschini.
Zhang Shihe (alias “Tiger Temple), blogger e citizen journalist
Tiger Temple, blogger e pioniere del citizen journalism in Cina, da anni dedica le sue energie a raccontare le storie degli ultimi e degli strati più bassi della società cinese. Alla vigilia delle Olimpiadi del 2008 hanno fatto sensazione i suoi reportage da Qianmen, la zona immediatamente a sud di piazza Tiananmen, in cui egli raccontava la vita dei senzatetto che nell’area trovavano rifugio, prima che la zona fosse sgombrata dalle autorità, preoccupate per l’immagine della città durante il periodo olimpico.
Zhou Yunpeng, cantautore
Zhou Yunpeng, canta la sofferenza degli oppressi e degli emarginati, criticando una società sempre più prospera ma anche sempre più indifferente ai problemi dei deboli. Nella sua canzone più celebre, Bambini cinesi, denuncia diversi episodi di infanzia violata, arrivando ad affermare che “è meglio non essere bambini cinesi”. Non vedente dall’età di nove anni, con la sua musica e la sua immagine, Zhou Yunpeng ha contribuito a lanciare un programma di assistenza a bambini ciechi.
Wang Yiou, attivista ong
Wang Yiou, responsabile di China Dolls, un’organizzazione della società civile che si occupa delle persone con problemi ossei. Affetta da una malattia che rende fragilissime le sue ossa, dopo essersi laureata in legge in un’università della capitale, Wang Yiou ha fondato quest’organizzazione per fornire assistenza alle persone con la sua stessa patologia.

Hao Jingsong, avvocato
Dopo essersi laureato in chimica ed aver lavorato per otto anni in una banca, Hao Jingsong ha deciso di abbandonare la stabilità della sua posizione per dedicarsi agli studi giuridici. Oggi è avvocato. Si definisce un “combattente del diritto” e ha fondato una propria organizzazione per la difesa dell’interesse pubblico. Negli ultimi anni ha fatto causa a diversi dipartimenti governativi, tra cui il Ministero delle ferrovie, ritenuto responsabile di aumenti ingiustificati del prezzo dei biglietti ferroviari nel periodo del capodanno lunare, e l’amministrazione della metropolitana di Pechino, per il suo rifiuto di emettere regolari fatture. Qui il testo di una sua intervista per Cineresie.
Wu Rongrong, attivista per i diritti delle donne
Wu Rongrong, attivista per i diritti delle donne. Impegnata in diverse organizzazioni della società civile di Pechino, il filo conduttore delle sue attività è la promozione dei diritti femminili. Quando nel maggio del 2009 è scoppiato il caso di Deng Yujiao, la pedicure di un albergo di provincia che, nel tentativo di difendersi da un tentativo di violenza sessuale, ha ucciso a coltellate un funzionario locale e ne ha ferito gravemente un altro, Wu Rongrong è stata una delle tante voci che si sono alzate in difesa della giovane. In quell’occasione ha organizzato un controverso spettacolo di performative art, in cui si vedeva una ragazza legata ed imbavagliata sul pavimento, sotto la scritta “chiunque può essere la prossima Deng Yujiao”.

Yang Xianhui, scrittore
Yang Xianhui, autore del libro Addio Jiabiangou (recentemente tradotto e riadattato in inglese con il titolo Woman from Shanghai). Ha passato anni a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti di Jiabiangou, un campo di lavoro nella provincia del Gansu in cui negli anni Cinquanta venivano mandati gli “elementi di destra”. Successivamente ha rielaborato queste storie in forma letteraria, in modo da garantirne la pubblicazione in Cina. Oltre a questo, Yang Xianhui ha pubblicato anche un volume sulla storia dei ragazzi rimasti orfani in una contea del Gansu durante la gravissima carestia successiva al “Grande Balzo in Avanti”. Attualmente sta documentando le condizioni di vita delle comunità di tibetani nelle campagne della regione del Qinghai.

Dou Jiangming, giornalista
Dou Jiangming, caporedattore dell’edizione cinese di Esquire. Nell’estate del 2007, sconvolto nel leggere le storie di ragazzi rapiti e rivenduti come schiavi alle fornaci di mattoni clandestine, ha aperto una serie di blog in cui con lo pseudonimo di IamV pubblicava annunci per le persone scomparse, lanciava raccolte di fondi per aiutare i genitori nelle loro ricerche e cercava di tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica. Ex-redattore delle pagine della cultura e degli spettacoli di un importante quotidiano della Cina meridionale, è approdato a Esquire nell’estate del 2008 con il dichiarato obiettivo di trasformare la rivista in un punto di riferimento per la società civile in Cina.
Lu Jun, attivista ong
Lu Jun, responsabile di Yirenping, un’organizzazione della società civile che si occupa di tutelare i diritti dei malati di epatite B. In Cina questa malattia è endemica, con quasi cento milioni di portatori. Nonostante il contagio avvenga solamente attraverso il sangue o da madre a figlio, i portatori del virus sono comunemente discriminati, sia sul posto di lavoro che nel sistema scolastico. Lu Jun, lui stesso un portatore del virus, ha iniziato ad occuparsi del problema nel 2003, dopo che un giovane malato a cui era stato negato un lavoro in un impeto d’ira aveva ucciso un funzionario, finendo per essere condannato a morte.

Wan Yanhai, attivista per i diritti dei malati d’AIDS
Wan Yanhai, direttore di Aizhixing, la più famosa organizzazione della società civile cinese nel campo dell’AIDS. Funzionario del Ministero della Salute, nel 1994 egli è stato licenziato dopo aver creato la prima hotline in cui i cittadini cinesi potevano avere informazioni dettagliate riguardo al virus dell’HIV, quando questo era ancora un argomento assolutamente off-limits. Da allora è stato arrestato tre volte, una delle quali è stato accusato di aver fatto trapelare un rapporto ufficiale riservato sullo scandalo delle trasfusioni infette nella provincia dello Henan. Nel maggio 2010 ha lasciato la Cina trasferendosi stabilmente negli Stati Uniti.
Lu Guang, fotografo
Lu Guang, fotografo, vincitore del premio Eugene Smith per il 2009. Ex-operaio in una fabbrica della provincia dello Zhejiang, Lu Guang ha cominciato a fotografare come hobby negli anni Ottanta. Dopo essere giunto a Pechino nel 1995 per studiare fotografia, egli ha iniziato ad occuparsi di tematiche sociali, dalla prostituzione all’AIDS. È diventato noto al grande pubblico solamente nell’ultimo decennio, soprattutto grazie ai suoi lavori sull’inquinamento.
Zhang Zhiqiang, attivista ong
Zhang Zhiqiang, fondatore di un’organizzazione della società civile che a Pechino si occupa della tutela dei lavoratori migranti. Migrante originario della provincia del Sichuan, dopo aver sperimentato le ingiustizie della vita del comune lavoratore, egli ha deciso di creare un’organizzazione in grado di fornire consulenza legale gratuita sui problemi del lavoro. La sua organizzazione contribuisce anche alla gestione di diverse scuole per i figli dei lavoratori migranti, ragazzi che ancora oggi non godono del diritto di frequentare gli istituti pubblici urbani. Qui è fotografato in una di queste scuole nella periferia meridionale di Pechino.
Yan Lianke, scrittore
Yan Lianke, autore di Servire il popolo (pubblicato in Italia da Einaudi). Scrittore tradotto in decine di lingue, con le sue opere lancia una critica corrosiva al potere e ai suoi meccanismi. In Servire il popolo, la sua opera più celebre, Yan racconta una storia d’amore adulterina tra la moglie di un generale ed un soldato sullo sfondo della Rivoluzione Culturale. Nel corso della narrazione i due scoprono che sfasciare i busti di Mao permette loro di arrivare ad inaspettati crescendo sessuali. In un altro romanzo, Il sogno del villaggio di Ding, ha denunciato lo scandalo dell’AIDS nella sua provincia natale, lo Henan.
Zhou Shuguang, blogger e citizen journalist
Zhou Shuguang, alias Zola, blogger e citizen journalist. Nato nei pressi del villaggio natale di Mao, nella provincia dello Hunan, dal 2004 tiene un blog in cui fino ad oggi ha avuto modo di occuparsi di diverse questioni politicamente sensibili, dai disordini tibetani del 2008 al problema della censura e della libertà di stampa. In più di un’occasione, ha cercato di portare alla luce verità alternative a quelle ufficiali. All’estero è considerato uno dei blogger cinesi più importanti ed influenti.
Deng Yi, ambientalista
Deng Yi, ambientalista. Dagli anni Ottanta si occupa di protezione ambientale. È stato uno dei primi in Cina ad adottare un approccio alla tutela dell’ambiente che tiene in considerazione le esigenze delle comunità locali, coinvolgendole nel processo decisionale e nell’amministrazione dei fondi.


Bellissimo reportage!
Complimenti per questo articolo e per tutto il sito: stupendo!
E’ gia’ la societa’ cinese e’ molto piu’ varia di quello che pensiamo. Questi personaggi sono la punta dell’iceberg, persone che comunicano, si esprimono e raccontano fatti, oltre a loro, c’e’ chi lavora nelle NGO, i giovani volontari che collaborano alle attivita’che le organizzazioni promuovono, ci sono sostenitori, chi li segue e chi ne condivide le idee. Tutto cio’ senza starnazzare nell’aia, anzi spesso e volentieri in silenzio.
a presto.
Post da applauso ma “dissento” sul titolo: perché non possiamo chiamarli dissidenti? Secondo me lo sono a tutti gli effetti. I dissidenti non sono solo quelli che vengono rinchiusi per anni nelle patrie galere per aver firmato manifesti contro l’autorità del partito unico. Ma tutti quelli che, in modi, forme e intensità diverse, contestano le decisioni prese dall’élite politica e politico-economica cinese. E lo fanno con fini costruttivi, cercando di migliorare le condizioni di vita dei cittadini (specie di quelli più “deboli”), lottando contro quella che reputano ingiustizia del più forte, arrivando là dove lo Stato non arriva e così via…
Credo che ad averci imposto un’idea radicale e un uso improprio del termine “dissidente cinese” siano stati proprio i media occidentali.
si un iceberg…ma molto piccolo, lo chiamerei più cubetto di ghiaccio!sfido a convivere con una realtà di grandi città (es. Tianjin, Guangzhou, Chengdu, le stesse Pechino e Shanghai) in cui nn sai nemmeno quello che mangi cos’è davvero, figurati da dove provieni e le persone ancora non hanno mai visto un “waiguoren” e a stento hanno la televisione…e pensare che c’è speranza x un cambiamento
@Daniele Appunto, è proprio contro l’uso della parola in voga nei media nostrani che abbiamo scelto quel titolo. Poi se vuoi fra noi possiamo metterci d’accordo su come chiamarli, almeno per quanto mi riguarda.
本公子到此一游,哈哈哈
Bellissimi ritratti. Rimango invece sempre scettico sull’efficacia analitica del termine ‘società civile’; così spesso impiegato in questo blog.
Mi spiego meglio: capisco che, per discostarsi dalla visione monocromatica della società cinese proposta dai media nazionali e proporne una più sensibile al contesto si debba in qualhe misura prendere a prestito le categorie utilizzate ‘tanto al kilo’ da alcuni giornalisti e proseguire un discorso ideale che altrimenti risulterebbe incomprensibile ai non specialisti. Dubito però che prendere a prestito proprio quei concetti lanosi su cui la stampa costruisce racconti fallaci sia il meglior modo per raccontare il lavoro dei ‘dissidenti’ qui sopra menzionati.
Perché vogliamo riunire tutte queste persone sotto questa etichetta? La usiamo per creare una specie di ‘fronte antagonista ed extraparlamentare’ in opposizione al partito? O siamo più interessati allo ‘spazio di autonomia’ che queste persone rivendicherebbero? Possiamo veramente utilizzare ‘società civile’ come una categoria sociologica estranea alla politica (nel caso cinese estranea per statuto)? Quale è il minimo comune denominatore che permette di riunire queste persone sotto l’etichetta di società civile?
Nelle biografie presentate vengono descritte le ‘sfide’ a cui queste persone si sono dedicate. Alcune di queste possono essere ricondotte ad azioni apertamente in dissenso con le politiche del partito, come la lotta per la libertà di stampa o contro la corruzione. Altre invece mi sembrano riguardare la lotta all’ideologia neoliberale ed ai principi di politica economica che essa genera (alta disoccupazione, privatizzazione dei servizi, ed in Cina in particolare moneta svalutata e basso potere di acquisto). In questa seconda categoria la ‘dissidenza’ riguarda l’opposizione a singoli attori economici che sebbene in larga parte copartecipati dallo stato mantengono una autonomia vicina alla nozione di società civile. Avremmo quindi varie società civili antagoniste? Altri ancora lottano conbtro il pregiudizio verso certe malattie o contro lo sfruttamento della prostituzione: chi è il loro nemico? Il partito? Lo stato? o l ‘utilizzatore finale’?
Con questo non voglio certo svilire il lavoro di queste persone che pagano o hanno pagato per aver rivcendicato una proprio spazio di azione e riflessione sulla società in cui vivono. Possiamo reputare questo uno spazio sociologico? In parte, se parliamo dei cambiamenti avvenuti nell’ordinamento sociale cinese (ma a quel punto a che pro dire ‘civile’?). Ma se parliamo di singoli, e qui non ci interessa il fatto che vi possa essere una volontà di appartenenza ad un gruppo da parte di questi stessi singoli (il che sarebbe una scelta politica di opposizione in un sistema monopartitico e prescindirebbe dalla comunione di idee sul futuro della nazione e sul suo valore), non vedo come. Se seguiamo questa linea ci troveremo poi a raccontare di come qualche ‘pezzo della società civile cinese si sia convertita agli interessi del partito’ o come la ‘società civile cinese si sia divisa’. Cattiva sociologia mi si permetta.
Si pensi solo un attimo al caso italiano: chi fa parte della società civile e chi no? un avvocato che lavora per la tutela dei diritti dei Rom, ex-tesserato di Alleanza Nazionale, massone lombardo, cattolico e magari stakeholder di una fondazione che si occupa tra l’altro di ricerca contro malattie rare è parte della società civile? E’ alla ricerca di uno spazio di autonomia in opposizione al governo? O è semplicemente un homo politicus che vive e lavora in Italia?
Per concludere, sta ‘società civile’ mi puzza di pigrizia. Andiamo oltre, lasciamola a chi per mancanza di tempo o per miopia pensa di poter studiare la Cina moderna con le lenti con cui parlava della Russia di trentanni fa. Personalmente ritengo sia più opportuno parlare di ‘movimenti’ che si generano in uno spazio politico dinamico e si concetrano su fenomeni singoli e collettivamente definiti. Diciamo che sarei più incline a parlare di ‘comunità politica’ che di ‘società civile’, un termine che già di per sé richiama alla concezione di stato borghese minimo tipico della tradizione Anglo-Americana. Fuori luogo. Questa è la mia modesta proposta e la si legga come risposta ‘al se vuoi fra noi possiamo metterci d’accordo su come chiamarli’ di Tommaso.
@Andrea ottima osservazione, sono d’accordo con te, servono definizioni meno pigre…! Ma a volte in questo blog scegliamo di esserlo, visto il contesto più vicino al “divulgativo” che all’accademico.
Nell’intro a “Germogli di Società Civile in Cina” Ivan F. e Renzo Cav. si pongono proprio questi problemi rispetto all’uso della definizione “società civile”. Ci pareva un po’ troppo pesante riproporre il tutto qui nel blog. Comunque si potrebbe approfondire, magari con dei post appositi, diciamo che questo è un primo passo.
Mi piace l’idea di parlare di più sfuggevoli “movimenti”.
Fra l’altro, segnalo notizia fresca, il Global Times ieri scriveva proprio che Italians debate civil society , succedeva all’istituto italiano di cultura a BJ lunedì sera. Si potrebbe continuare qui…
E lì che però voglio andare a parare io: smettere di pensare in maniera compartimentale. Reportage/divulgazione/academia: è utile fare simili distinzioni (sempre che non si faccia marketing a campione)? Questo era un po’ la provocazione contenuta nel mio post. La mia riflessione nasce proprio dalla lettura dell’introduzione di “Germogli di Società Civile” e di questo post.
@Andrea: sul fatto che il concetto di “società civile” sia in parte inadeguato ad indicare la serie di fenomeni di cui ci occupiamo sono d’accordo con te, anche se trovo che i termini “movimento” o “comunità politica” rendano ancor meno l’idea di quanto sta avvenendo in Cina. Sarà per pigrizia, come dici tu, ma ad oggi non ho ancora trovato una formula migliore di “società civile” per descrivere nel loro insieme queste nuove forme di attivismo e partecipazione alla base. Inoltre, quando scrivo di società civile, più che alla società russa di trent’anni fa e a tutto l’apparato di teorizzazioni sull’argomento sviluppato in occidente negli ultimi decenni, penso al corrispondente cinese “minjian shehui”/”gongmin shehui”, termini che etimologicamente trovo perfettamente calzanti.
Per quanto riguarda gli antagonismi e le contrapposizioni interne a questa società composita, mi sembra di aver sottolineato più volte il fatto che questa idea di società civile ha ben poco di politico: nessuno si è mai sognato di dire frasi come “la società civile cinese si è divisa” o ” qualche pezzo della società civile cinese si è convertito agli interessi del Partito”. Come dici tu, questo sarebbe un pessimo approccio. Come scrivevamo nell’introduzione dei Germogli, quando parliamo di società civile cerchiamo di attenerci ad una definizione sociologica come sfera associativa intermedia situata tra lo Stato e gli elementi costitutivi della società”, non come “una forza sociale in contrapposizione allo Stato risultante in, o parte di, un processo di democratizzazione”, per citare il volume di Schwarz e Shieh sull’argomento.
Infine, sono perfettamente d’accordo con te sulla necessità di smetterla di pensare in maniera compartimentale. In fondo, uno degli obiettivi di questo blog è proprio quello di superare, nel nostro piccolo, queste distinzioni tra giornalismo/divulgazione/accademia. C’è ancora molto da fare, ma ci stiamo provando…
@Ivan: grazie della risposta Ivan. Non me ne volere, ma rimango della mia opinione. La mia, si intenda, è una critica teorica che se sviluppata a dovere annoierebbe perfino il sottoscritto. Rimane il fatto che in quanto strumento analitico penso che società civile sia improprio: mi dici che è una sfera sociale che nasce dall’arretramento dello stato avvenuto negli ultimi trent’anni e quindi descriverebbe una conformazione strutturale del rapporto fra stato e popolazione nella Cina moderna, ma poi si passa a parlare non più della struttura ma del contenuto di questo spazio (i movimenti che vi nascono). Quale dei due?
E ancora: si dice che non abbia nessuna connotazione politica. E’ possibile? Le persone che la compongono hanno sicuramente un’idea politica (nel senso di un’idea di come una società doivrebbe organizzarsi), che poi non sia possibile/opportuno rendere questa idea pubblica è tutto un altro discorso. Abbiamo parlato spesso su questo blog del significato del principio di legalità: appellarvisi significa compiere un atto politico? Io penso di sì (e non credo che la legge debba essere interpretata come mero esercizio procedurale, ma questo dipende dal mio approccio antropologico). Che dire per esempio di quanto scrive Luigi Tomba sul libro da te co-curato: il microgoverno di cui parla mi sembra mettere un po’ in crisi l’idea che questa “sfera” sia autonoma o che non abbia contenuto politico (e qui ritorniamo a quanto diceva Daniele in un altro post sulla “presa” dello stato sulla società cinese). Insomma, rimango perplesso.
Insomma ritengo che società civile sia, non solo un concetto storicamente troppo carico di significato e quindi difficilmente trasponibile nell’analisi sociologica, ma oltrettutto fortemente ideologico (nel senso che il suo significato nasce da una riflessione attiva degli attori sociali che si reputano esserne parte) e quindi non sostanziale. Insomma usando un termine non facciamo che produrre l’oggetto che vorremmo descrivere.
Mi fermo qui e mi scuso per lo spazio rubato a chi forse avrebnbe voluto focalizzarsi su altri aspetti di questo bellissimo post e sia stato dissuaso dal farlo dalla prosa di questo mie noiose elucubrazioni. Ancora complimenti per il blog, non serve metter i puntini dietro a “provando” Ivan, perché sta riuscendo molto bene.
@Andrea. Ottime, importanti e costruttive osservazioni critiche. Solo due o tre brevi commenti.
E’ difficilissimo intitolare un libro. Bisogna comprimere in un numero di parole che va da una a un massimo di cinque o sei i contenuti di centinaia di pagine. E’ anche difficilissmo parlare della Cina. Quasi ogni cosa che se ne dice è insieme giusta e sbagliata, e questa impermeabilità alla contraddizione tipicamente cinese ci disturba.
Personalmente sono d’accordissimo sulla tua scetticismo sull’uso dell’espressione società civile come categoria sociologica distinta da quelle politiche. Non diceva forse il presidente Mao che tutto il Tianxia è politica? In questo io e Ivan dissentiamo abbastanza.
In proposito, c’è una considerazione etimologica che penso sia importante fare. Civile e politico hanno da noi un’origine parallela, che rimanda comunque sempre alla nozione di comunità urbana (civitas, polis). C’è anche un’altra parola strettamente connessa che si riferisce alla città, ed è borghesia.. Noi possiamo leggere i fenomeni sociali solo utilizzando le categorie, mentali e linguistiche, che fanno parte della nostra esperienza storica, che innanzitutto urbana.
Un’ultima cosa. Come immaginerai, mi rispecchio molto nell’immagine di chi continua a leggere la Cina come faceva con l’URSS di trent’anni fa, e non ne sono mica contento. Come vedrai tra qualche anno, una certa sclerosi della visione è proprio la maledizione dell’esperienza, o dell’età. Se poi ci metti il ritmo impressionante di cambiamento della Cina, risulta davvero difficile mantenere lucidità. E’ a voi rinfrescarci di tanto in tanto le idee.
Grazie a Renzo Cavalieri per questa intelligente riflessione sulla storia delle nostre categorie analitiche (foucaultiana oserei dire).
Mi sembra noi si giri attorno ad una questione importante per capire la realtà sociale della Cina moderna: cosa può essere nominato “politico”? Come si costruisce la legittimità in uno Stato “senza” politica? In che senso la società civile è “depoliticizzata”?
Segnalo un interessante articolo di Wang Hui a riguardo (Depoliticised Politics):
http://sites.google.com/site/modernchinarg/reading%26discussion%3Anovember5th%2C2009
Una proseguimento di questo post potrebbe essere una carrellata di nuovi intellettuali cinesi?
Molto interessante questo articolo.
Tra l’altro, per me che studio cinese (anche se sono peggio che un infante cinese) è utile conoscere qualche blog di cinesi con idee interessanti e importanti.
Grazie!
Bellissimo reportage!!!
sarebbe bello leggere, anche sul web, ogni tanto qualcosa sulla Cina senza trovarci il solito armamentario lessicale : “diritti umani”, “dissidenti”, “censura” e altre baggianate. gli esempi di queste persone dimostrano che la Cina è un paese molto più “normale” di quello che si è portati a credere. sarebbe auspicabile sentir parlare più di quello che accade veramente piuttosto che di bufale, come ad esempio le recenti “censure” a Bob Dylan o altre di questo genere (ne potrei citare tantissime da Liu Xiaobo ai giocattoli -della Mattel- tossici, etc, etc..)
Novità
Documentari
Gallerie
Tags
Newsletter
Pagine
Più commentati
Seguici
Multilingual WordPress by ICanLocalize
Powered by WordPress | Arthemia è un tema di Michael Hutagalung ridisegnato da Tomiso |Cineresie.info, nuove prospettive sulla Cina contemporanea. Il materiale pubblicato, salvo dove altrimenti specificato, è concesso in licenza Creative Commons by-nc-nd 2.5 Italia License