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La Foxconn lascia Shenzhen? Macchè, secondo il Corriere “raddoppia”!

di | 20 August 2010 | One Comment |

Sul sito del Corriere della Sera di oggi si legge: “Ipad city, assunzioni di massa nella fabbrica dei suicidi”. E poi ancora, nell’occhiello: “Foxconn: quattrocentomila nuovi dipendenti per un orario di lavoro ‘normale’”. Sulla prima pagina del cartaceo invece  il medesimo pezzo, in prima pagina, è intitolato: “La fabbrica che assume quattrocentomila operai”, “In Cina la catena di montaggio più grande della storia”.

Quando ho letto questi titoli, non ho potuto fare a meno di chiedermi: com’è possibile che l’impianto di Shenzhen della Foxconn stia assumendo altri quattrocentomila dipendenti? Ma se proprio qualche giorno fa su questo stesso blog stavo raccontando dell’imminente trasferimento della produzione in altre fabbriche situate nell’entroterra cinese? Non avrò preso una colossale cantonata?

Con una certa apprensione, ho letto l’articolo. Quasi subito mi sono reso conto che il titolo  in realtà è ingannevole. Il giornalista nel testo precisa: “Il gigante taiwanese Foxconn che con i suoi 900 mila dipendenti – se si contano quelli in tutta la Cina – è già oggi il più grande produttore tecnologico al mondo ha annunciato ieri, all’indomani delle manifestazioni aziendali per ‘tirare su il morale’ delle tute blu cinesi, di voler assumere fino a 400 mila nuovi salariati da qui a un anno”. Dunque le assunzioni non riguarderanno solamente l’impianto di Shenzhen, ma le varie fabbriche della Foxconn sparse per il continente. La mia tesi di fondo è salva.

Un’occhiata ai siti web cinesi sembra confermare a grandi linee la storia: la Foxconn sta pianificando un aumento del 9% delle assunzioni nel 2010, a cui si aggiungerà un ulteriore 20-30% nel 2011. Se i dipendenti oggi in tutto sono circa 900.000, il totale di nuove assunzioni dovrebbe effettivamente aggirarsi intorno alle 400.000. Certo, forse il giornalista avrebbe dovuto specificare che questo avverrà nell’arco di quasi due anni negli impianti sparsi in tutto il continente e non solo a Shenzhen, in cui invece l’organico verrà ridotto dagli attuali 450.000 a 300-350.000, ma si sa che i giornali non badano a queste sottigliezze.

Continuo nella mia lettura. La Foxconn avrebbe giustificato questa nuova ondata di assunzioni spiegando che l’obiettivo sarebbe quello di “mantenere la produzione attuale pur riducendo al minimo le ore di straordinario”. Il giornalista del Corriere sembra abboccare a questa ennesima manovra di pubbliche relazioni dei manager del colosso taiwanese e scrive che “ora i 420 mila ‘iPad-operai’ della Foxconn potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno e così non arrivare a fine mese con i 140 dollari della vecchia paga base”. Ma come? Se l’impianto di Shenzhen sta riducendo il personale e le nuove assunzioni avverranno altrove sul continente – là dove i salari minimi sono notevolmente più bassi – è possibile sostenere una cosa del genere? Come ho già scritto, la maggior parte dei dipendenti dei nuovi impianti sarà assunta in loco, con varie quote di assunzioni assegnate ai governi locali, e solamente ad alcuni lavoratori specializzati è stata offerta la possibilità di un trasferimento. I lavoratori in loco saranno pagati il minimo legale, con un salario iniziale da praticanti – a Lanfang nello Hebei sono 760  yuan, una cifra destinata a salire a 900 yuan nel momento del passaggio in ruolo.

Proseguo la lettura. Dopo le solite frasi di circostanza sulla durezza della vita del lavoratore migrante cinese, definita dal giornalista un “inferno in terra”, e le solite banalizzazioni sulla questione della “seconda generazione di poveri”, riecco un altro tema caldo degli ultimi mesi: la presunta “ondata” di scioperi della scorsa primavera. Il giornalista scrive: “Non è un caso che questa che sarà probabilmente la più grande assunzione di massa della Cina post-comunista, sia stata ottenuta grazie alla ribellione al sindacato tradizionale – che è legato al Partito Comunista e dunque, di fatto, filo-governativo”. Francamente, fatico ad individuare un nesso tra le strategie di sviluppo aziendale perseguite dalla Foxconn per penetrare sul mercato interno e ridurre i costi del personale e una supposta “ribellione” al sindacato di Stato. Che il sindacato ufficiale sia finito sotto accusa da parte dei lavoratori e dell’opinione pubblica nel corso delle recenti proteste è innegabile, ma da questo a dedurne che i manager assumono quattrocentomila nuovi dipendenti motivati da un’irrazionale paura degli effetti di una mobilitazione dal basso scatenata dall’insoddisfazione verso il sindacalismo giallo è a dir poco ridicolo.

Il giornalista prosegue notando che “quella cinese è stata un’estate caldissima di scioperi contro le organizzazioni tradizionali: oltre a Foxconn, anche le fabbriche locali di Toyota e Honda sono scese sul piede di guerra”. Forse mi sbaglio, ma al di là del clamore mediatico seguito alla serie di suicidi dei lavoratori, non mi risulta che ci siano stati scioperi o manifestazioni operaie di alcun genere alla Foxconn, a differenza di quanto invece è avvenuto negli impianti  cinesi di Honda e Toyota. Perché dunque mettere insieme casi completamente differenti che ben poco hanno a che fare gli uni con gli altri? Certo, anche autorevoli media internazionali a suo tempo hanno fatto questo accostamento, ma in ben altri termini. Ho già avuto modo di sostenere su questo stesso blog la mia tesi riguardo al ruolo del governo cinese e dei media ufficiali nella strumentalizzazione di questi incidenti – in realtà derivanti da problematiche molto varie, anche se tutti riconducibili al macro-tema del lavoro – e da allora non ho ancora cambiato idea.

Infine, la conclusione dell’articolo: “Il caso [di questi scioperi] passerà alla storia per aver mostrato gli effetti socio-economici della fabbrica globale, dalle file notturne degli Apple-maniaci fuori dall’Apple Store di Manhattan alle catene di montaggio in Cina. E forse, anche se ci vorranno anni, è il prodromo della fine del lavoro low cost Made in China”. Se su questo posso anche essere d’accordo, in particolare su quella sfumatura di dubbio riguardo alla prossima fine del modello cinese basato sul low cost, ancora una volta non posso fare a meno di chiedere: ma dove eravate voi giornalisti negli anni scorsi quando i lavoratori protestavano a milioni e nessuno ne parlava?

photo credits: MIC Gadget

Un Commento »

  • chiara said:

    sagge parole quelle che concludono l’articolo…

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