Chi ha paura della Rete?
Segnali di apertura nel web cinese?
Negli ultimi giorni nel popolo della rete si è registrato un certo stupore alla notizia che Vimeo, il noto sito di video sharing, è nuovamente accessibile dalla Cina. Stessa reazione per HootSuite , altra applicazione che consente l’accesso a diversi social network, tra cui Twitter. Ed ancora, un ulteriore segno di distensione nel controllo del Web cinese va riscontrato nel pieno ripristino dei servizi Internet nello Xinjiang lo scorso 14 maggio, provincia in cui l’accesso alla Rete era stato totalmente bloccato in seguito agli ormai noti scontri dello scorso luglio. Anche qui la navigazione on line ha iniziato a tornare verso gli standard nazionali a partire dallo scorso dicembre seppur con un accesso limitato solo ad alcuni siti web come Xinhua, Peolple’s Daily, Sina e Sohu.
Una preoccupazione ufficiale
Forse siamo di fronte a una serie di piccoli ma significativi segnali di alleggerimento della censura informatica. Indizi che ho percepiti anche da voci ufficiali che in teoria dovrebbero cercare di non palesare le criticità del partito. Ad esempio lo scorso 5 maggio l’agenzia di stampa Xinhua ha pubblicato un articolo dal titolo Il 70% degli intervistati ritiene che i funzionari soffrano di “internet fobia”.
Il questionario intitolato “L’internet fobia dei funzionari nella Cina Contemporanea” è stato ospitato nei forum on line più importati del Paese, tra cui Renminwang e Tencentwang. Notevole è stato il riscontro da parte dei netizen: basti pensare che solo in tre giorni ben 5.943 utenti hanno partecipato al sondaggio. Il risultato del questionario on line è stato poi rinforzato da una analoga indagine dei giornalisti del People’s Daily che hanno intervistato altri 300 lettori tra politici e quadri di partito, permettendo così di ottenere un campione di 6.243 intervistati.
Ecco i dati più rilevanti del sondaggio:
- Il 70% degli intervistati ritiene che gli ufficiali della RPC soffrano di “Internet fobia”.
- Il 68% degli intervistati ritiene “la preoccupazione di esporre la negligenza lavorativa o cattive azioni può influenzare il lavoro futuro”; il 28% è dell’idea che “la preoccupazione di esporre informazioni sulla vita privata possa condizionare la vita lavorativa quotidiana”
- Un buon 88% è convinto che l’internet fobia degli ufficiali governativi sia una “buona cosa” poiché in linea con lo sviluppo della società.
L’articolo si sviluppa analizzando nel dettaglio questi tre dati e rilevando, ad esempio, come i funzionari che temono maggiormente la Rete sono quelli operanti a livello più basso, nelle contee, come dimostra il 47% dei trecento funzionari governativi intervistati. (Una panoramica più articolata la offrono le slides a fondo pagina).
Ciò che ha maggiormente colpito la mia attenzione è l’orientamento nei confronti della regolamentazione della Rete espresso dai 300 funzionari intervistati. Interrogati sulla via migliore per regolamentare il web, le risposte più frequenti sono state:
- “creare un meccanismo d’espressione libero garantendo il controllo tradizionale sui canali aperti” (43%);
- “rafforzare un sistema giuridico che permetta alla Rete di monitorare quelle leggi che gli utenti devono seguire e quelle regole che devono rispettare” (40%);
- “implementare il sistema della navigazione con i nomi reali” (10%);
- “rafforzare il controllo e il monitoraggio degli amministratori della Rete” (3%).
Legislazione surreale per giochi on line e e-commerce
Come si può notare, vi è una forte richiesta di rafforzare il sistema legale atto a monitorare e regolamentare la Rete, una necessità che si consolida con il passare dei mesi ma che non riesce a trovare una posizione univoca e chiara. Alcune testimonianze di tale ambiguità sono state riscontrare proprio negli ultimi giorni.
Ad esempio, lo scorso 31 maggio il Ministero della Cultura ha promulgato una nuova misura da inserire nel Sistema di monitoraggio famigliare: una regolamentazione che incoraggia i genitori a controllare le abitudini dei loro figli in relazione al gaming on line. La rivisitazione dello scorso 31 maggio impone alle aziende del gaming on line cinese di attenersi agli standard della legge entro la fine del 2010. Una disposizione che non farebbe certo scalpore se non fosse associata al così detto “Richiamo per l’appropriato gaming degli adolescenti”, un testo siglato dalla Commissione di Supervisione dei Contenuti dei Giochi on line facente riferimento allo stesso Ministero della Cultura insieme ad altre due organizzazioni quali l’ “Associazione Web per gli adolescenti cinesi” (zhongguo qingxiaonian wangluo xiehui) e la “Commissione per l’Informazione Tecnologica nella Scuola Inferiore della Società Cinese dell’Istruzione“ (zhongguo jiaoyu xuehui zhongxiaoxue xinxi jishu jiaoyu xuehui) con lo scopo specifico di ribadire il limite di 20 ore settimanali di navigazione per gli adolescenti, il divieto di dedicarsi a giochi on line a contenuto violento e ai giochi di ruolo, (Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Game). Il Richiamo è indirizzato anche alla navigazione dei bambini il cui tetto massimo di gaming on line è fissato a due ore settimanali, con una spesa di 10 RMB al mese.
E’ evidente che si tratta di disposizioni assolutamente in contrasto con l’ormai consolidata industria del gaming on line cinese e decisamente inattuabili per la stragrande maggioranza di giovani netizen cinesi. Una ambiguità che renderà impossibile un’implementazione chiara ed efficace.
Un altro settore che evidenzia una forte difficoltà di regolamentazione è quello dell’e-commerce. Dal prossimo primo luglio infatti entrerà in vigore la “Regolamentazione di gestione temporanea sul commercio di prodotti su Internet e le correlata Guida Linea al servizio” promulgata dall’Amministrazione Statale per l’Industria e il Commercio. L’effetto sarà quello di imporre una licenza che richiede una preventiva registrazione nominale a tutti gli utenti intenzionati a vendere dei prodotti on line. Pene dai 10.000 ai 30.000 RMB sono previste per i trasgressori.
La mole di burocrazia e annesse contraddizioni è ancora più rilevante se si pensa che l’utente sarà tenuto a conservare tutte le fatture più vecchie di due anni. Richieste a dir poco surreali per un settore, quello dell’e-commerce cinese, che ha raggiunto un giro d’affari pari ai 38,5 miliardi di US dollari.
Leggi non scritte
Sono consapevole che sarà pressoché impossibile testare con mano la veridicità della paura cui si riferiscono gli organi di stampa governativi, tuttavia è interessante rilevare alcuni recenti fatti di cronaca, in particolare l’evento che si è tenuto lo scorso 26 maggio a Chongqing, quando in città si sono riunite 42 aziende cinesi impegnate nel settore dei media on line. Tra gli ospiti di spessore emergevano i quadri dirigenti di Sina, Sohu, Wangyi, Baidu, etc., che per l’occasione hanno firmato il cosiddetto Manifesto Rosso, una dichiarazione congiunta rivolta alla promozione a livello mediatico di Internet, alla diffusione di prodotti dal contenuto eccellente e al miglioramento delle capacità creative individuali. Il tutto sottolineando il ruolo di una città come Chongqing e facendo riferimento allo scoglio rosso, simbolo distintivo della liberazione dai nazionalisti ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione nel 1949.
Tra le frasi pregne di retorica mi ha colpito quella di Li Shanyou, amministratore delegato del noto sito di video sharing Ku6, il quale, dopo aver speso delle parole in ricordo del martire comunista Liu Guozhi, ammonisce come “durante il periodo rivoluzionario le squadre che non avevano delle ferme convinzioni non potevano combattere, allo stesso modo oggigiorno chi non ha cultura, così come una squadra priva di valori, non può conseguire un successo”.
Ciononostante, i segnali di apertura di cui si scriveva all’inizio sono forse da leggere come un contentino agli attori del Web stranieri che dovranno iniziare a confrontarsi con una controparte autoctona più forte, anche fuori da confini nazionali, rispetto a qualche mese fa.
Ma c’è di più. Nell’ultimo libro bianco sulla situazione di Internet in Cina, pubblicato l’8 giugno dall’Ufficio d’Informazione del Consiglio di Stato, si legge questa dichiarazione:
«proteggere la sicurezza di Internet è una parte importante della gestione di Internet in Cina, un requisito indispensabile per proteggere gli interessi dello Stato e del pubblico. Il Governo Cinese crede che Internet sia un’infrastruttura utile alla nazione. All’interno del territorio cinese Internet è regolamentata dalla giurisdizione della sovranità cinese».
Come dire che l’Internet fobia di cui sopra sembra proprio essere un atteggiamento molto virtuale e basta.
foto credits: gozilla










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