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Generazioni di migranti a confronto

di | 1 giugno 2011 | 5 Comments |

Il lavoro di Peng Shuiyin, lavoratrice migrante di Dongguan, consisteva nel lucidare giorno dopo giorno le borse in pelle di marche come Gucci. Tuttavia Peng, così come la grande maggioranza delle lavoratrici migranti in Cina, non aveva idea di quale fosse il prezzo di una borsa di pelle del genere, una cifra probabilmente di gran lunga superiore ad un anno del suo salario.

Questo è il paragrafo d’apertura di un articolo pubblicato sul Nanfang Zhoumo della scorsa settimana. L’argomento? Il suicidio di Peng, una lavoratrice migrante quarantenne originaria della provincia Hubei che lo scorso quattordici maggio è saltata dal quinto piano del suo dormitorio con appena quattro banconote da uno yuan in tasca, un cellulare di bassa lega e la chiave della sua minuscola stanza in affitto per 170 yuan al mese. Semplicemente non ce la faceva più a tirare avanti, con una figlia diciottenne in una scuola superiore e un marito invalido a causa di un recente incidente stradale.

In linea con il dibattito che si sta sviluppando in questi giorni sul web e sui media cinesi, questa storia potrebbe servire ad aprire un dibattito sulla questione morale dei grandi marchi stranieri, i quali in Cina mantengono margini di profitto enormi a scapito dei fornitori e della forza lavoro locale. Eppure, in questo post mi limiterò a soffermarmi su un altro aspetto messo in luce da questa vicenda, vale a dire la scomparsa della questione dei migranti della prima generazione dal dibattito pubblico in Cina.

Nuova generazione, nuova retorica

A partire dal 2010 costoro sono stati ricacciati sempre più ai margini del dibattito pubblico, rimpiazzati da un’attenzione tutta nuova ai cosiddetti “migranti di nuova generazione” (xinshengdai nongmingong), quei giovani lavoratori migranti nati negli anni Ottanta e Novanta. Lo stesso Comitato centrale del Pcc nel suo documento n.1 del 2010 (il testo che tradizionalmente indirizza la politica di sviluppo rurale per l’anno a venire) sottolineava come fosse necessario “adottare misure specifiche per risolvere i problemi dei lavoratori migranti di nuova generazione”. Curiosamente, questa era la prima volta che tale categoria sociale veniva nominata in un documento ufficiale, una scelta che si sarebbe rivelata profetica alla luce dei successivi avvenimenti che hanno coinvolto giovani migranti nel 2010, dai già citati suicidi alla Foxconn allo sciopero dei lavoratori Honda di Foshan.

La retorica ufficiale, prontamente e acriticamente ripresa dai media, ha ritenuto opportuno sottolineare una frattura netta tra i lavoratori migranti di nuova generazione, che ormai sarebbero circa cento milioni, e i loro predecessori. In particolare, studi condotti dal sindacato ufficiale avrebbero evidenziato alcuni caratteri peculiari di questa nuova classe di lavoratori, in quanto questi ultimi: a) come obiettivo nel migrare, si proporrebbero non tanto “migliorare la propria esistenza”, quanto “fare esperienza di vita” e “inseguire i propri sogni”; b) non chiederebbero semplicemente il rispetto degli standard lavorativi minimi, quanto un lavoro dignitoso e delle opportunità di sviluppo; c) si vedrebbero come “lavoratori” più che “contadini”; d) non si sentirebbero “ospiti” in città, ma avrebbero il desiderio di una vita stabile nel contesto urbano; e) avrebbero una maggiore consapevolezza dei propri diritti e un atteggiamento più attivo nel perseguirli; f) attribuirebbero maggiore importanza ai bisogni psicologici e sentimentali, a dispetto di quelli materiali. Di fatto, sull’onda degli scioperi della primavera del 2010 una grande enfasi è stata posta sulla questione della crescente consapevolezza giuridica dei migranti di nuova generazione, così come sulla loro riluttanza a “mangiare amaro” (chi ku), due aspetti che sono stati presentati come una vera e propria rottura rispetto al passato.

A fronte di questa nuova generazione di giovani, i “vecchi” lavoratori sono stati descritti come un caso clinico di apatia e passività, quasi si trattasse poco più che di animali da soma pronti a tutto per qualche centinaio di yuan. In realtà studi basati su criteri statistici più accurati hanno messo in discussione l’esistenza di una significativa frattura generazionale tra i lavoratori nati prima e dopo il 1980. In particolare, uno studio di Zhang Yi, specialista dell’Accademia delle scienze sociali, condotto sui dati dell’indagine sulla mobilità della popolazione fluttuante in Cina lanciata dall’Ufficio statistico nazionale nel 2010 riesce a sfatare tutta una serie di luoghi comuni.

Affinità e divergenze…

In primo luogo, stando a questo studio, se è indubbiamente vero che i lavoratori migranti di nuova generazione hanno un livello di educazione più elevato rispetto ai loro predecessori, dall’altro è difficile trovare dei dati che supportino l’affermazione che i giovani migranti non abbiano la stessa capacità di sopportare le durezze sul lavoro dei genitori. Al contrario, un’analisi degli orari di lavoro dimostra come i giovani migranti si trovino a lavorare orari ben più lunghi della generazione nata prima degli anni Ottanta. In particolare, i dati dimostrano come per ogni livello educativo i migranti di nuova generazione che lavorano otto ore al giorno siano meno numerosi rispetto ai migranti di vecchia generazione, mentre al contrario siano percentualmente più numerosi nel caso delle giornate lavorative che superano rispettivamente le nove e le undici ore.

In secondo luogo, l’idea che i lavoratori di nuova generazione abbiano aspettative molto elevate nei confronti del proprio lavoro e siano disposti ad aspettare di trovare un lavoro di loro interesse piuttosto che accettare posizioni faticose e mal pagate – un atteggiamento che in cinese è stato definito ningken daiye – sarebbe difficilmente sostenibile. Zhang Yi analizzando i dati relativi all’occupazione e alla disoccupazione dei lavoratori migranti giunge alla conclusione che in realtà le differenze nella situazione occupazionale delle due generazioni sono assolutamente insignificanti. Non solo, anche dando un’occhiata ai livelli salariali medi si scopre che in realtà i lavoratori della vecchia generazione guadagnano di più. Ad esempio, i lavoratori migranti di sesso maschile della vecchia generazione se la passano meglio delle controparti più giovani, guadagnando una media di 2269,03 yuan al mese contro 1977,69 yuan al mese (i salari medi sono sbilanciati a favore della generazione più anziana per ogni livello di istruzione), mentre è vero l’inverso per le lavoratrici migranti, con le giovani al di sotto dei trent’anni che guadagnano una media di 1384,38 yuan contro 1250,01 yuan, un fatto giustificabile con la maggior competitività del mercato del lavoro delle migranti, dove l’età è un elemento determinante.

Infine, Zhang Yi sfata il mito che i migranti vogliano a tutti costi ottenere uno hukou non rurale. In sostanza, i lavoratori migranti di vecchia e nuova generazione sono ben lungi dall’essere entusiasti all’idea di cambiare il loro hukou da rurale a urbano. Anche se sembra esserci una correlazione diretta tra il livello di istruzione e la volontà di cambiare la propria registrazione famigliare, di fatto appena il 33,9% dei lavoratori migranti della vecchia generazione con un livello di istruzione di scuola professionale o più elevato si è detto interessato a questo cambiamento, contro il 30,7% della nuova generazione – per coloro con un diploma di scuola superiore le percentuali erano rispettivamente 28,1% e 30,4%, per i diplomati di scuola media 24,9% e 27,3% e per i diplomati di scuola elementare 21,1% e 23,6%. Non solo, quando a questa frazione di persone interessate è stato chiesto se sarebbero ugualmente disponibili a cambiare di status qualora dovessero restituire il terreno rurale a loro appaltato (chengbaodi), nel caso dei lavoratori di vecchia generazione di scuola professionale o più elevato il 59,2% ha risposto affermativamente, contro il 50,3% della nuova generazione, cifre che risultano inferiori rispetto a coloro con un’istruzione di livello più basso.

Sfide comuni

Dati del genere sono ben lungi dall’essere conclusivi, ma se non altro dimostrano quanto poco sappiamo dei migranti della nuova generazione, a dispetto di tanta retorica sul loro presunto “risveglio”. Se per molti versi la frattura generazionale tra la vecchia e la nuova generazione rimane tutta da dimostrare, non si possono perdere di vista le sfide comuni che i lavoratori migranti di nuova e vecchia generazione si trovano ad affrontare. Storie come quella di Peng Shuiyin ci ricordano come i giovani lavoratori che con le loro proteste hanno fatto notizia sui media di tutto il mondo la scorsa estate siano solamente una faccia della medaglia. Di fatto, alle loro spalle esistono altrettanti lavoratori di età più avanzata che necessitano delle stesse tutele e della stessa attenzione. Da questo punto di vista, Peng rappresenta il disagio di un’intera generazione che ha sì beneficiato delle riforme, ma ad un prezzo enorme.

Allo stesso modo, il tragico gesto di Peng ci porta ad una riflessione più ampia sulla questione delle condizioni di lavoro nella “fabbrica del mondo”. Mentre i media di tutto il mondo concentrano la propria attenzione sulla Foxconn, un’azienda indubbiamente criticabile per le sue politiche manageriali e le condizioni di lavoro nei suoi impianti – basta pensare alla recente esplosione nell’impianto di Chengdu e all’altrettanto recente denuncia da parte dei media cinesi dello sfruttamento di stagisti reclutati tramite scuole professionali – bisogna fare attenzione a non perdere di vista i problemi strutturali relativi alle relazioni industriali nel contesto cinese. Le autorità cinesi da qualche anno stanno cercando di correggere la rotta, ma si trovano a scontrarsi con difficoltà imponenti su più fronti. Nel frattempo, ci saranno sempre persone come Peng, “danni collaterali” sulla strada verso la ricchezza e lo sviluppo.

photo credits: hunxue-er

5 Commenti »

  • Giulia G. said:

    Dunque le misure legislative che negli ultimi anni il Governo Cinese ha adottato( mi viene in mente la legge sui contratti di lavoro del 2007, per dirne una)al fine di tutelare maggiormente i lavoratori, non hanno condotto ad alcun risultato tangibile?
    Certamente tra emanare una legge e farla rispettare c’è una distanza enorme, tuttavia mi ero fatta l’idea, soprattutto dopo le proteste della scorsa estate, che i lavoratori cinesi fossero finalmente sul punto di ottenere conquiste importanti in termini di diritti e salari.
    Ricordo anche di aver letto che l’offerta di manodopera negli ultimi anni è diminuita: neppure questo ha permesso un innalzamento dei salari?

  • Ivan Franceschini (author) said:

    @Giulia: In realtà nel post non si fanno confronti tra i livelli salariali prima e dopo l’approvazione della Legge sui contratti di lavoro, ma solamente tra lavoratori migranti di fasce d’età e livelli d’educazione differenti. La legge sui contratti di lavoro sicuramente ha avuto un impatto sui salari, anche se al momento risulta difficile quantificarlo, soprattutto a causa del successivo sopraggiungere della crisi finanziaria che ha cambiato radicalmente le carte in tavola. Indubbiamente la cosiddetta “carestia dei lavoratori migranti” – che ha iniziato a manifestarsi già nel 2004 – e i concomitanti episodi di proteste operaie della scorsa estate sicuramente hanno avuto un notevole impatto sulle politiche salariali delle autorità cinesi, tanto che i minimi legali stanno venendo innalzati praticamente ovunque dopo anni di stagnazione e in diverse provincie si stanno discutendo nuovi regolamenti per rafforzare i meccanismi di contrattazione collettiva.

  • daniele said:

    ho avuto modo di soffermarmi proprio sulla questione “migranti e generazione” durante la mia indagine etnografica qui a pechino (che riguarda quasi esclusivamente ragazze, non maschi).

    secondo quanto esce fuori dalle mie interviste, le giovani (post ’80) se ne fregano abbastanza del discorso hukou. si chiama in causa l’hukou per questioni legate soprattutto all’educazione e alla sanità, entrambi aspetti che una ragazzina di 16-20 anni non considera parte fondamentale della sua quotidianità (anche considerando che gli studi li ha abbandonati, altrimenti non sarebbe una lavoratrice migrante).

    a mio avviso, inoltre, c’è grande mobilità tra queste nuove generazioni: mi è capitato più di una volta di intervistare una lavoratrice che a distanza di uno o due mesi aveva già cambiato posto di lavoro. questo perché, secondo me, le nuove generazioni non sono “padri o madri di famiglia” ma “figli di famiglia”, possono comunque contare sui propri genitori, cambiare città, tornare al villaggio per poi ripartire, insomma sono meno ricattabili e non si sentono con il cappio al collo. prendono il lavoro (e il salario) molto meno seriamente, approfittano dell’esperienza di lavorare, muoversi e vivere in una grande metropoli come pechino, studiano ed imparano quello che possono senza la pressione e il dovere morale di portare ad ogni costo il pane a casa.

    credo infine che il “chi ku” sia più uno slogan che una richiesta del datore di lavoro. è un po’ su tutti gli annunci e le offerte di lavoro, non significa tanto “stai pronto a spezzarti la schiena” quanto più “no perditempo”. un po’ come gli annunci che troviamo in italia.

  • massimo di nola said:

    Attenzione Daniele,letteralmente ‘spezzarti la schiena’ no, ma più concretamente fare 10-15 ore di straordinario inclusi turni notturni sì. io ho parlato ieri con una ‘manager’ italiana a Bohai che lodava i sindacati che le hanno lasciato licenziare uno che ha trovato addormentato al cesso. Ma subito dopo mi diceva: sai, loro amano fare tanti straordinari perchè guadagnano di più e…. perchè compensano i mesi vuoti in cui li lasciamo un po’ a casa.
    Capirai! Basta collegare le due cose…….

  • massimo di nola said:

    Aggiungo: il problema è proprio che chi fa il manager (straniero) in Cina si è ormai ABITUATO a pensare che lì ‘quella gente’ può fare di tutto. E loro possono chiedergli tutto quello che serve a ‘correre’: straordinari, flessiblità, tempi,lavorazioni a rischio. Si potrebbe fare una bella ricerca in materia (cosa vi aspettate dalle operaie/operai cinesi?).
    Personalmente (sarebbe una bella ricerca da fare) son convinto anche che uno dei nodi siano anche i ‘capi’ intermedi. Da noi, nelle fabbriche serie, il capo è uno che conosce le macchine, il lavoro da fare le persone, l’imprenditore o di dirigenti e la sua ‘autorità’ si basa sulla capacità di far quadrare le esigenze di ciascuno.
    Ho l’impressione che in Cina il ‘capo’ sia uno che vuol fare vedere ai sottoposti che lui ‘è di più’ e ‘comanda’. Ma magari ha esperienza zero su macchine, lavoro ecc
    In più sarebbe interessante capire come vengono ‘incentivati’ sotto il profilo salariale i capi: credo/temo che valgano criteri presuntamente oggettivi che in realtà si riducono a spremere al massimo la gente….
    Da noi, almeno, esistono ormai tutta una serie di procedure, anche loro presuntamente oggettive, che tengono conto anche bdi ambiente, salute ecc ecc