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Google non ci sta (in Cina)

di | 14 gennaio 2010 | One Comment |

Solidarietà di fronte agli uffici di Google Cn
Foto di Junyu Wang | 王俊煜

L’annuncio di Google di sospendere l’attività di filtraggio nella Repubblica Popolare Cinese ha scatenato una reazione davvero impressionante che si è sviluppata sui blog, sulle piattaforme di microblog e anche su molti siti internet di giornali nostrani.

Il motivo che ha spinto i quadri del motore di ricerca statunitense è da identificarsi in un attacco hacker proveniente dalla Cina e che aveva come obiettivo gli account di posta elettronica appartenenti ad esponenti di OGN, promotori dei diritti umani nello Stato di Mezzo e altre figure avverse alla propaganda di Pechino.

La reazione è stata annunciata sul blog ufficiale dell’azienda di Mountain View ed ha sorpreso molti esperti di settore anche per i toni di certo molto accessi e, almeno ad una prima impressione, molto chiusi al dialogo.

L’attacco hacker nei confronti di Google, così come la sua decisione, andrebbero tuttavia contestualizzati. Nei giorni scorsi, ad esempio, Baidu, il motore di ricerca più utilizzato in Cina, è stato anch’esso vittima di un duplice attacco hacker di cui uno generato nella stessa Cina continentale, l’altro organizzato da hacker iraniani.

Coincidenze a parte, va sottolineato come la storia di Google in Cina abbia vissuto negli ultimi tempi dei forti contrasti con le autorità governative che hanno implicitamente agevolato il consolidamento di Baidu nel mercato cinese. Lo scorso luglio, il motore di ricerca statunitense è stato oscurato anche perché accusato di non soddisfare le richieste della così dette campagna anti volgarità e considerato colpevole per agevolare le ricerche di pagine web contenenti materiale pornografico. Alcune ricerche incrociate hanno successivamente messo in evidenza come Baidu sia molto meno affidabile nel contrastare la segnalazione di siti erotici on line.

L’azione dei media ufficiali (la CTTV dedicò una puntata del programma 1+1 per analizzare l’evento) provocò un danno d’immagine all’azienda nonostante i numerosi post solidali di blogger cinesi. A distanza di pochi mesi un altro episodio chiave: le dimissioni del direttore di Google China: Li Kaifu, a detta di alcuni, maturate dalla poca predisposizione della dirigenza dell’azienda statunitense a trattare circa le richieste del Governo Cinese.

Eppure Google, proprio ieri, aveva pubblicamente formulato le proprie scuse nei confronti degli scrittori cinesi in merito ad un’altra vicenda molto dibattuta, quella di Google Books in Cina, un’iniziativa che ha portato alla scansione di oltre 8000 opere letterarie appartenenti a più di 2600 scrittori cinesi. Proprio ieri, insomma, i dirigenti del famoso motore di ricerca avevano dato un’altra dimostrazione di saper scendere a compromessi nel mercato cinese.

Forse anche tenendo conto di questo episodio molti cittadini cinesi sono rimasti profondamente colpiti. Attesati di solidarietà verso Google sono stati espressi su Twitter (nonostante il servizio sia oscurato in Cina, tuttavia sono stati identificati grazie all’hashtag #googlecn). Manifestazioni di affetto si sono registrate anche a Pechino nei pressi della sede del motore di ricerca dove alcuni studenti universitari hanno celebrato una sorta di funerale spargendo dei fiori. Singolare anche la reazione del dipartimento di Scienza e Teconologia dell’Università Tsinghua il quale dispone un’autorizzazione ufficiale rilasciata dalla stessa università a tutti gli studenti che intendono portare dei fiori nei pressi dei quartieri generali di Google Cina, senza la quale si andrebbe incontro ad atto illegale.

Accanto ai molti cittadini cinesi che manifestano la loro solidarietà occorre registrare che anche alcuni autorevoli osservatori occidentali, come Rebecca MacKinnon dalle pagine del WSJ e Geremy Goldkorn dalle pagine del Guardian, apprezzano la coraggiosa scelta di Google.

Etica a parte, non bisogna nemmeno dimenticare che dal 2006, anno in cui è entrato nel mercato cinese, Google è riuscito ad ottenere solo un terzo del mercato dei motori di ricerca. La concorrenza di Baidu è così marcata che i ricavi del motore di ricerca cinese sono il doppio di quelli ottenuti dal colosso di Mountain View che annovera tra i suoi consumatori principalmente un’utenza istruita composta solo da studenti e colletti bianchi, limite che deriva da un marchio non del tutto affermato. Eppure i margini di crescita sembravano comunque garantiti da un parco ingegneri molto valido e dal sempre più promettente mercato della telefonia mobile.

L’impressione è che la scelta di Google derivi anche (forse saprebbe più opportuno dire soprattutto) da interessi economici e strategici come fanno notare Sarah Lacy su TechCrunch e Evgeny Morozov su Foreign Policy (link suggerito da Tommaso Facchin).

A tal proposito sarà interessante vedere la ricaduta di questa scelta sulle decisioni di altri colossi del Web (ma non solo, e conseguentemente il rapporto tra OGN, promotori di diritti umani e altre figure “ostili” a Pechino) in relazione alla disponibilità a scendere a compromessi con le autorità. A tal proposito è forse un caso che lo scorso 26 dicembre Bing abbia usato una foto del mausoleo di Mao come sfondo della sua home page?

Tra le varie considerazioni, vale la pena riproporre un tweet di Li Kaifu che lamenta come “un capitano non può abbandonare i suoi impegni, nemmeno se la nave sta affondando”, e quello di Kaiser Kuo, secondo il musicista dei Tang Dynasty, i media occidentali sostenitori pur sostenendo di Google nell’abbandonare la Cina dovrebbero considerare anche la situazione degli utenti cinesi.

Intanto diverse fonti sostengono che da oggi, grazie a Google, è possibile visualizzare siti internet inerenti agli scontri di Tiananmen, al movimento religioso del Fanlungong così come ai siti web vicini al Dalai Lama. Sarà interessante conoscere come reagiranno a questa drastica decisione gli organi ufficiali; al momento molti siti d’informazione ufficiali tacciono, anche se l’agenzia di Stampa Nuova Cina sembra aver riconosciuto ufficialmente l’entità dell’evento.

In ogni caso gli sviluppi avranno conseguenze di storico rilievo.

Fonti e approfondimenti

Un Commento »

  • I microblog in Cina said:

    [...] Dipartimento di Propaganda per indirizzare le discussioni on line in ambito filogovernativo), o la recente vicenda Google e tanti altri episodi, va rilevato tuttavia come il mercato del Web cinese ospita diversi spazi di [...]