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In auto con il presidente Mao

di | 29 May 2010 | No Comment |


Il 9 settembre 1976 è una data che è rimasta nel cuore di molte persone in Cina. Quel giorno infatti si è spento Mao Zedong, colui che per ben tre decenni è stato al centro della vita politica del paese e che ha dato origine ad un culto della personalità che non si è mai spento.

Liang Cheng, che oggi ha 54 anni, ricorda ancora molto chiaramente cosa stava facendo nel momento in cui ha appreso la notizia della morte del presidente. Allora, esattamente come oggi, era su un palcoscenico, impegnato nel recitare un’opera rivoluzionaria. Non ha mai dimenticato quello che ha provato nell’udire l’annuncio dagli altoparlanti del teatro: “Allora abbiamo pensato: com’è possibile che il presidente Mao sia morto? Ci sembrava impossibile, irreale, una cosa impensabile”. Ora, trent’anni dopo, egli è un attore specializzato nell’interpretare il ruolo di un Mao di mezza età, per essere più precisi di quel Mao che è stato immortalato nel ritratto di piazza Tiananmen.

Quando l’ho incontrato nell’estate del 2009 a Shaoshan, il villaggio natale del grande timoniere, era impegnato nelle prove di uno spettacolo intitolato “Mao torna a Shaoshan”, un dramma intervallato da balletti rivoluzionari in cui si raccontava come un Mao in età avanzata ritornasse alle origini e si confrontasse con i fantasmi della sua infanzia e giovinezza. Quando mi sono recato sul posto, oltre a Liang Cheng, erano altri cinque gli attori specializzati nell’interpretare il ruolo del presidente in età matura che si alternavano sul palco, tutti accuratamente scelti in un concorso a livello provinciale dello Hunan a cui avevano preso parte centinaia di aspiranti. Se Liang Cheng è un attore professionista e necessita di un trucco molto pesante prima di andare in scena, visto che in fondo non è poi così somigliante, diverso è il discorso per gli altri sosia, i quali hanno alle spalle carriere molto diverse che non hanno niente a che fare con il mondo dello spettacolo.

Zheng Qiang, ad esempio, è un manager di successo, un mestiere che gli ha instillato una mentalità competitiva che trova riflesso nelle sue  parole, quando puntualizza come il “popolo” lo ritenga l’attore più somigliante a Mao, “non come quegli altri, che devono andare in scena con delle scarpe con un rialzo di venti centimetri per sembrare alti come lui”. Il suo passato è quello di un “rivoluzionario-doc”. Orfano di martiri rivoluzionari, ex-guardia rossa e membro del Partito comunista sin dal 1977, Zheng Qiang si dice convinto che non ci saranno mai più uomini come il presidente Mao.

Approfittando della sua lussuosissima vettura, mi sono fatto accompagnare da Changsha a Shaoshan in una calda mattina d’estate e lungo il percorso abbiamo avuto occasione di chiacchierare con calma, interrotti solamente dagli sguardi meravigliati degli impiegati dei due caselli autostradali all’inizio e alla fine del tragitto. Spesso la gente gli fa dei favori o dei regali in virtù del suo aspetto – mi ha detto – ma assomigliare così tanto a Mao non è tutto rose e fiori, visto che a volte è davvero pesante essere riconosciuto ed accerchiato ovunque. Ne ho avuta una prova quando, arrivati finalmente a Shaoshan, siamo passati sulla piazza principale del villaggio, ai piedi della statua di Mao che è meta di un pellegrinaggio costante da tutto il paese, e siamo stati immediatamente circondati da una ressa di persone che lo supplicavano di farsi fotografare.

Fama a parte, per alcuni essere un attore specializzato nel ruolo di Mao è una scelta di vita radicale che mette in discussione tutte le precedenti certezze. Essi passano mesi, se non anni, ad esercitarsi nel dialetto del grande timoniere (un’impresa pressoché impossibile per coloro che non sono originari dei dintorni), nella sua calligrafia, nel suo pensiero politico. È un impegno profondo e totalizzante che spesso richiede concentrazione, perseveranza e grandi rinunce.

Lo sanno bene Yang Huiming e Peng Tian, i quali hanno messo da parte le proprie ben avviate carriere per rincorrere il “destino”. Yang Huiming nel 2007 ha rinunciato ad una stabile e ben remunerata occupazione come funzionario pubblico, una decisione maturata nell’arco di cinque anni, dopo che i suoi colleghi gli avevano fatto notare la sua straordinaria somiglianza con Mao. Nel 2007 si è iscritto ad un corso biennale presso l’Istituto cinematografico di Xi’an per perfezionare la propria recitazione e da allora non ha più avuto alcun ripensamento su quale sarebbe stato il suo futuro. Peng Tian, che ho incontrato in uno squallido albergo nel centro di Changsha in compagnia del sosia di un altro rivoluzionario dei primi anni Venti, in passato invece era il capo di un villaggio nei pressi di Zhangjiajie.  Per sei anni, tra il 1996 e il 2002,  ha ricoperto questa carica, ed è tuttora un suo vanto ricordare a chi lo ascolta come la sua leadership illuminata abbia condotto gli abitanti del posto alla prosperità.

Il membro più particolare della troupe di Shaoshan tuttavia rimane Yi Xiaojian, un cinquantenne dalla risata poderosa che nel taschino della camicia porta sempre un neo finto da applicare al mento nel caso in cui qualcuno volesse fotografarlo. Ex dirigente in un dipartimento commerciale di distretto, ha scoperto per la prima volta la sua somiglianza con Mao nel 2004, in occasione di un’intervista ai giornalisti di un quotidiano locale. Se originariamente l’argomento dell’articolo doveva essere prettamente economico, alla fine questi ultimi avevano scritto solamente di questa sua somiglianza, facendo finire il pezzo in prima pagina. Per qualche anno, Yi Xiaojian ha affiancato le esibizioni al lavoro ordinario nella burocrazia, fino a quando, nel 2007, un drammatico incidente stradale lo ha spinto a riflettere a fondo sul proprio futuro. “Avevo quasi cinquant’anni e avevo lavorato per oltre trent’anni, dando non pochi contributi. Ho pensato che fosse giunto il momento di abbandonare il mio mestiere e lasciare spazio ai giovani”. È stato allora che ha deciso che avrebbe passato il tempo che gli rimaneva a interpretare il presidente Mao, la sua vera vocazione. Nonostante ricordi ancora con commozione la sofferenza della sua famiglia durante la Rivoluzione culturale, in particolare il pestaggio della madre da parte di alcune guardie rosse, Yi non per questo se la sente di biasimare il grande timoniere: “Alcune persone malvagie hanno sovvertito la Rivoluzione culturale, ma il presidente Mao amava il suo popolo e il suo paese, ciò che è successo non era assolutamente nelle sue intenzioni”.

L’identità di questi sosia non sempre è ben definita e spesso sfuma in quella del personaggio che interpretano. Questo è il caso di Du Tianqing, un Mao sessantenne che, a differenza degli altri, è originario dello Henan e da tempo vive a Pechino. “Sì, il presidente è qui, glielo passo subito”, mi ha risposto il suo assistente quando ho provato a contattarlo per un’intervista.

L’avevo conosciuto per caso qualche mese prima in un internet bar, quando lo avevo sorpreso a guardare foto storiche del vero Mao sullo schermo di un computer. Allora ci avevo messo una decina di minuti prima di rendermi conto che il mio vicino assomigliava in maniera straordinaria al defunto presidente, non solo nei lineamenti del volto, ma anche nella pettinatura e nell’abbigliamento. Proveniente da una carriera nell’esercito, Du Tianqing è forse colui che maggiormente si identifica con il personaggio che interpreta. Si fa chiamare presidente dalle persone che lo circondano, si veste alla maniera di Mao anche quando non è in scena e condisce i suoi discorsi con slogan rivoluzionari. La sua casa è un piccolo santuario dedicato al proprio culto della personalità, comprese diverse fotografie con personalità legate in un modo o nell’altro a Mao. Anche le sue opinioni politiche sono modellate di conseguenza. “Non parlare bene della Rivoluzione culturale!”, è stato l’ordine perentorio che la moglie gli ha lanciato da un lato all’altro del tavolo, quando, in maniera imprudente, il marito si stava abbandonando ad un elogio del fermento rivoluzionario che aveva spazzato la Cina negli anni Sessanta. Du Tianqing mantiene un rapporto particolare con il suo mentore, tanto da vederlo spesso in sogno e riceverne i consigli. Eppure, la svolta capitalista del paese non ha mancato di contagiare anche questo fedele seguace, il quale alla fine del pranzo si è mostrato particolarmente insistente nella richiesta di trovargli qualche agenzia pubblicitaria occidentale per girare qualche spot.

Nella Cina di oggi, le persone che sfruttano in un modo o nell’altro la propria somiglianza con il grande timoniere sono centinaia, se non migliaia. Si è avuta persino notizia di donne che si sono arricchite in virtù di una loro presunta somiglianza, si sono spacciate per la prole illegittima del vecchio presidente, hanno millantato crediti e accumulato consistenti fortune. Che dire di questo fenomeno? Ad un occhio idealista o nostalgico l’accoglienza riservata a questi sosia può apparire come la prova che la popolazione cinese continua a provare un genuino affetto nei confronti del suo leader storico, un sentimento in cui, andando un po’ più a fondo, forse si può leggere il rimpianto per un’epoca passata in cui tutti avevano di meno ma a nessuno mancava l’indispensabile. Eppure, uno sguardo più cinico s’interroga se in realtà non si tratti d’altro che dell’ennesimo fenomeno di costume in una società che, come la nostra, è sempre più orientata al consumo e allo spettacolo. In fondo, quale testimonial migliore del presidente Mao per garantire la qualità di un prodotto?

Le foto (ad eccezione della prima) sono di Tommaso Bonaventura/Contrasto. Il servizio fotografico di Tommaso Bonaventura, organizzato da Ivan Franceschini, è stato pubblicato sull’edizione in rete della rivista Time e ha ottenuto il Sony World Photography Award 2010 nella sezione ritratti. Vedi la galleria completa.

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