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Kafka nei manicomi cinesi

di | 20 ottobre 2010 | 4 Comments |


“In questo mese né mia moglie né mio figlio sono mai venuti a trovarmi. Da quando sono entrato in ospedale, il mio cuore ha superato i cento battiti al minuto, la notte devo respirare ossigeno, avverto un senso di oppressione sempre più forte al petto. Nella mia urina c’è sangue. Sento che potrebbe succedere l’imprevedibile. Sono evidenti i contrasti familiari, la crudeltà dei metodi e il fatto che l’ospedale non ha intenzione di fermarsi. Per questo motivo è possibile che accada l’imprevedibile. Se muoio, lascio tutto a mia madre a copertura delle sue spese mediche”.

Queste sono le parole che Zhou Mingde ha scritto il 23 maggio del 2008 nel suo testamento, vergato nella stanza di un ospedale psichiatrico di Shanghai in cui allora era rinchiuso.

L’uomo era stato ricoverato con la forza poco più di un mese prima, al ritorno dall’ennesimo viaggio a Pechino per presentare una petizione al governo centrale. A richiederne l’internamento non erano state le autorità locali, ansiose di liberarsi di un seccatore, ma la sua stessa moglie e il figlio. Ed in quel momento di disperazione erano proprio le persone a lui più care che si ostinavano a rifiutarsi di firmare i documenti che gli avrebbero permesso di uscire, questo senza alcuna perizia medica che ne accertasse la patologia, anzi, a dispetto dei dubbi espressi da più di un dottore che lo aveva visitato nella sua “cella”. Zhou ci avrebbe messo sessantasette giorni per uscire, e sarebbe rimasto in manicomio per sempre se non fosse stato per l’insistenza di un fratello e di un avvocato.

Maltrattamenti in ospedale

Alcune immagini tratte da una videocamera di sorveglianza posta in un angolo di una stanza dell’ospedale psichiatrico di Laiwu, nella provincia dello Shandong. È la metà di dicembre del 2008, una donna è sul pavimento e viene presa a calci da un’infermiera in camice bianco. In un secondo filmato, la stessa donna viene colpita in faccia con il manico di una scopa. Schiaffi e calci che volano senza pietà. Alcuni hanno fatto dei conti: in tutto, nell’arco di cinque giorni la telecamera ha registrato sette schiaffi, dieci calci e quattro colpi con il manico della scopa. Poi, all’alba del quinto giorno, la donna, Wang Xiuying, è morta, ufficialmente per arresto cardio-respiratorio.

Il direttore della struttura, che non sospettava dei maltrattamenti, ha consegnato ai famigliari i filmati che documentavano la degenza della paziente defunta, convinto che questo sarebbe stato sufficiente a fugare i loro dubbi. Non aveva idea che questo avrebbe scatenato una tempesta mediatica su scala internazionale. Tra le altre cose, successivamente si è saputo che tra le tre persone indicate come responsabili delle violenze vi erano due giovani, un ragazzo e una ragazza di ventidue anni, senza alcuna preparazione su come trattare persone con problemi di mente. La loro formazione “specialistica” era avvenuta su un paio di opuscoli fotocopiati dati loro dalla direzione dell’ospedale nel momento dell’assunzione. Diciotto pagine in tutto.

Schiavi “ritardati” per fare mattoni

Fine maggio del 2008. Lo scheletro di un uomo viene ritrovato dalla polizia in una buca scavata nel fango nel cortile di una fornace di mattoni clandestina nel villaggio di Caoshengcun, provincia dello Shanxi. Nessuno dei suoi compagni di lavoro sa qual era il suo vero nome, lo chiamavano tutti Liu Bao. L’unica certezza è che il ragazzo aveva seri problemi mentali e che, come gli altri schiavi, era costretto a produrre mattoni un giorno dopo l’altro, senza un momento di sosta, sotto lo sguardo vigile di aguzzini e cani da guardia. Un giorno il ragazzo si era ribellato, o forse si era semplicemente mostrato troppo lento, e per questo era stato picchiato a morte dai tirapiedi del padrone.

Dopo ore di lenta agonia sul terreno, i suoi compagni avevano ricevuto l’ordine di seppellirlo. Non ci sono certezze, ma sembra che quando la terra aveva iniziato a coprire il suo corpo, egli ancora respirasse. Nessuno aveva avuto pietà di lui. Gli schiavi “ritardati” erano l’ultimo anello nella catena alimentare della fornace, umiliati da tutti, non solo dai capi ma anche dai propri compagni di sventura. “Puzzavano in maniera nauseante e quando era ora di mangiare non li lasciavamo avvicinare: li mandavamo via a calci”, ha raccontato nei mesi successivi un giovane schiavo della fornace.

Più di 100 milioni di malati mentali nel 2009

Queste storie, pur essendo completamente diverse, nell’insieme concorrono nel mettere in luce il problema della tutela dei diritti dei malati di mente nella Cina di oggi. Persone con problemi mentali ridotti a merce di scambio, impiegati come schiavi in qualche fornace o miniera; adulti con limitata capacità di comprensione uccisi senza pietà nelle viscere della terra da finti parenti a caccia di risarcimenti; petitioners e personaggi scomodi rinchiusi in manicomi per liberare le autorità da un ricorrente fastidio; vagabondi internati per ripulire le strade delle città in occasione di festeggiamenti e celebrazioni; persone completamente sane portate via con la forza su chiamata di parenti che vogliono appropriarsi dei loro averi; malati mentali con patologie gravi trattati come animali da personale che non ha alcuna competenza in campo medico: tutti questi fatti sono avvenuti in Cina negli ultimi anni, spesso ottenendo un’ampia copertura da parte dei media cinesi e scatenando reazioni indignate nell’opinione pubblica.

Stando ad un rapporto pubblicato nel gennaio del 2009 dal Centro cinese per il controllo delle malattie (zhongguo jikong zhongxin), in Cina sarebbero oltre cento milioni le persone con una qualche patologia mentale. Cinquantasei milioni di queste non avrebbero mai ricevuto alcun trattamento relativo. Secondo lo stesso documento, solamente un malato con gravi problemi mentali su quattro avrebbe ricevuto delle regolari cure. Un problema inevitabile se si considera la struttura orientata al profitto del sistema sanitario cinese e la condizione di indigenza in cui spesso si trovano le famiglie delle persone con problemi di mente.

Stando ad un’indagine condotta nel 2004 su 400 malati, il 46,5 % degli intervistati si sarebbe fatto carico autonomamente delle proprie spese mediche, mentre un altro 35% avrebbe dichiarato di avere un reddito estremamente basso o di essere disoccupato, cosa che poneva la famiglia in una situazione di miseria. Un problema evidente, soprattutto se si considera il fatto che i pazienti con problemi mentali in media passano in ospedale un periodo compreso tra uno e tre mesi e che per i periodi superiori ai tre anni la spesa si aggira intorno ai 140.000 yuan, un onere enorme per gran parte delle famiglie cinesi.

Ricoveri politici

Eppure quella medica è solamente una delle dimensioni del problema. Sullo sfondo esistono anche delle precise dinamiche politico-giuridiche tanto più ovvie se si considerano i frequenti casi in cui persone completamente sane sono state internate per ragioni di pura convenienza “politica”.

Ad esempio, alla fine del 2008 i media cinesi hanno riportato la notizia che sul sito internet dell’Ufficio per le lettere e le visite della città di Xintai nello Shandong era stato pubblicato un documento in cui si richiedeva che “gli organi della pubblica sicurezza attaccassero parte dei petitioners in accordo con la legge, mentre un’altra parte la ricoverassero dopo una perizia psichiatrica ordinata per via giudiziaria”. Che questa fosse davvero una pratica diffusa nell’area si è scoperto poche settimane dopo, quando gli stessi media hanno riportato la storia di diversi petitioners della zona, internati in una medesima istituzione psichiatrica.

Curiosamente, in quell’occasione il direttore dell’ospedale incriminato si era difeso di fronte alle domande dei giornalisti dicendo che sebbene fosse consapevole che molti dei petitioners ricoverati non avevano problemi mentali, non poteva farci niente dal momento che erano mandati dalla polizia con una diagnosi legale. Inoltre, egli arrivava a lamentarsi del fatto che il governo spesso non pagava i conti per il trattamento medico delle persone che gli mandava in cura. Chiamati in causa, i funzionari locali poi si difendevano dicendo che non era colpa loro, visto che ogni volta che dei petitioners arrivavano a Pechino puntualmente ricevevano una telefonata dall’alto con la richiesta di andarseli a riprendere. Per gli alloggi e i trasporti di due sole persone – raccontavano ai giornalisti – negli ultimi anni erano arrivati a spendere oltre centomila yuan.

Un nuovo rapporto fa il punto della situazione

La questione è annosa e pertanto spesso passa sottotono. Per rinfocolare il dibattito sull’argomento, proprio in questi giorni due organizzazioni della società civile basate a Shenzhen – l’Osservatorio sulle malattie mentali e sulla società (Jingshenbing yu Shehui Guancha) e il centro Hengping (Shenzhen Hengping Jigou) – hanno pubblicato un rapporto in cui si prendono in analisi le procedure giuridiche alla base dell’internamento negli ospedali psichiatrici in Cina. I risultati sono semplicemente agghiaccianti, con i cento casi raccolti che portano a un’unica conclusione: “se il sistema non cambia, chiunque può essere portato in manicomio con la forza”.

In sostanza, nel sistema attualmente vigente, una persona può essere internata contro la propria volontà per iniziativa dei parenti di sangue e dei coniugi, i quali non devono far altro che dichiarare che la persona in questione soffre di una grave malattia mentale. Dopo l’internamento, il parente che ha richiesto le cure diventa il “rappresentante” dell’internato ed è l’unico dotato dell’autorità necessaria per far rilasciare il “paziente”. Un meccanismo perverso che si rivela particolarmente utile nel caso di dispute economiche in seno ad una stessa famiglia.

Un milionario al manicomio

Storie del genere sono numerose, eppure quella più familiare presso il pubblico cinese è forse la vicenda che nel 2005 ha coinvolto un milionario cantonese di nome He Jinrong, all’epoca proprietario di quattro imprese chimiche. La notte del 20 dicembre del 2005, mentre se ne stava seduto in poltrona a leggere un giornale, la moglie aveva bussato alla sua porta. Ignaro egli aveva aperto e si era trovato di fronte due sconosciuti, i quali lo avevano immobilizzato, legato e caricato su un furgoncino bianco che lo aveva rapidamente portato in un ospedale psichiatrico in città. Una volta realizzata la situazione, He aveva provato a spiegare ai medici che non aveva nessuna malattia mentale e che si trattava semplicemente di una vendetta coniugale, ma non aveva avuto successo ed era finito legato ad un letto nella corsia dei malati di mente con patologie gravi.

Grazie all’aiuto di un infermiere, il giorno successivo era riuscito a telefonare al fratello e alla madre per chiedere aiuto. Immediatamente i suoi famigliari erano corsi sul posto ed avevano avvertito la polizia, ma non c’era stato verso di convincere i medici a rilasciarlo. Nonostante le suppliche della madre ottantenne, alla quale era stato pure richiesto di produrre un attestato di maternità, i dottori esigevano ancora un documento che attestasse l’assenso della moglie, la quale nel frattempo pretendeva che il marito firmasse un documento con cui le cedeva il controllo di tutti i suoi beni. Solamente il 20 gennaio, dopo un mese in cui i suoi dipendenti facevano la fila in ospedale per fargli firmare i documenti legati ai suoi affari attraverso le sbarre, He Jinrong è riuscito finalmente ad uscire sotto la tutela del fratello maggiore e della madre. Da allora è cominciato un lungo iter legale per ottenere delle scuse ufficiali e un risarcimento che ora, quattro anni dopo, non si è ancora concluso.

Dinamiche kafkiane

Il fatto che un milionario, dotato di conoscenze e mezzi, sia potuto finire in un ospedale psichiatrico per un mese senza che nessuno si prendesse la briga di verificare il suo reale stato di salute, è il segnale che in Cina una sorte del genere potrebbe davvero capitare a chiunque, in ogni momento. Esattamente come Josef K nel Processo di Kafka, qualsiasi cittadino cinese potrebbe risvegliarsi una mattina solamente per scoprire di essere finito in un incubo senza vie di fuga, un processo senza testimoni, né prove, né capi d’accusa. Proprio come nel romanzo, questo novello Josef K cinese si troverebbe di fronte alla necessità di dimostrare la propria innocenza, nel caso particolare la propria sanità mentale, dinanzi ad una colpevolezza data per certa.

E, parafrasando Kafka, ”non c’è niente di eroico se anche resiste, se anche mette ora in difficoltà i signori, se tenta di gustare l’ultimo barlume della sua vita difendendosi”. In fondo, alla fine non rimangono altro che i ricordi di un tradimento, poche immagini sfocate riprese da una videocamera in un angolo della stanza o delle ossa in una fossa fredda e fangosa.

photo credits: sheilaz413

4 Commenti »

  • paola paderni said:

    Mi sembra importante che stia crescendo la consapevolezza che questo sistema va modificato, grazie anche alla stampa che denuncia casi come uno di quelli su cui tempo fa ho letto su un giornale cinese: una giovane donna che aveva scelto di farsi monaca buddista e che era stata fatta internare dalla famiglia. Mi sembra anche apprezzabile l’attivismo di queste NGO cinesi dedicate a temi cosi’ scottanti.

  • silvia said:

    bell’articolo! complimenti!

  • SiFuLan said:

    Per fortuna qualcosa sta cambiando… “eppur si muove”… dice Curzio Malaparte a proposito del suo acuto romanzo “La pelle”: “Una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori”. Per questo vorrei dire grazie a chi si occupa dei malati di mente da tanti anni in Cina, come due grandi medici italiani che vivono a Pechino, e che, dopo immensi sforzi, sono riusciti ad aprire una clinica meravigliosa, Villa Rosa. E grazie anche a chi sta iniziando a far conoscere ai pazienti residenti in questa villa la libertà dell’arte del teatro!

    Grande Dario!