Sovranità virtuale: il Libro Bianco su Internet in Cina
Se siete in Cina e non riuscite ad accedere a Facebook, le mail che spedite spariscono nello spazio profondo del web e su Amazon vi sono alcuni libri che non è possibile ordinare, da oggi in poi non dovrete più prendervela con il governo di Pechino.
La colpa, piuttosto, è degli squilibrati che usano Facebook per incitare al reato, dei sovversivi come voi che complottano nascosti dietro lo schermo di un pc e dei ricercatori che riempiono i loro libri di falsità tese a rovinare l’immagine della Cina. Sono loro, e non la Cina, a limitare la vostra libertà di espressione ed il vostro diritto di informazione. In realtà tutti godono del diritto di usare internet, della libertà di espressione e della libertà di informazione. I diritti e le libertà però non sono illimitati, e non possono essere goduti a proprio piacimento. Non è possibile usare Facebook, i blog o i quotidiani online per incitare all’odio tra le etnie, al cambiamento del sistema politico o al sovvertimento del socialismo. L’esercizio dei propri diritti deve avvenire nel rispetto dei diritti degli altri membri della società, e della sovranità della Repubblica Popolare Cinese.
Questi i concetti fondamentali del nuovo Libro Bianco su Internet in Cina (Inglese – Cinese).
Quanti pensavano che il minimo comune denominatore della sovranità interna di uno stato fosse la somma dei poteri di governo su tutto il suo territorio sono – pare – ancorati ad una concezione di sovranità ormai superata. La sovranità, secondo i teorici Cinesi, si estende bensì su tutto il territorio della Cina – sulle acque territoriali, sullo spazio aereo e sul sottosuolo. Ma va ben oltre, e copre anche lo spazio virtuale di internet.
Secondo il Libro Bianco, internet è un’importante infrastruttura. I server internet, e gli spazi virtuali esistenti all’interno dei confini della Repubblica Popolare sono posti sotto la sovranità Cinese. Quindi, la sovranità della RPC su internet va rispettata e salvaguardata. L’utilizzo di internet deve avere luogo entro i limiti posti dalla legge.
Ergo, tutto quanto viene scritto o detto su internet è come se fosse scritto o detto in un luogo pubblico, un luogo fisico – come una grande piazza dove si possono affiggere manifesti, parlare ad alta voce ed esser visti ed ascoltati da tutti. E come in pubblico ci si contiene e comporta educatamente, autocontrollo ed educazione vanno esercitati anche su internet. Come non è opportuno frequentare i luoghi pubblici mascherati, così non è opportuno postare commenti anonimi, registrare account usando pseudonimi o tenere comportamenti lesivi della sovranità virtuale della RPC.
I comportamenti che potrebbero ledere la sovranità al punto da indurre uno stato di emergenza non possono essere previsti. Minacce al potere statale ed al sistema socialista possono sorgere in qualsiasi momento. Il rifiuto dei valori fondanti del mantenimento della via socialista, della dittatura democratica popolare, della guida del PCC, e della fedeltà ideologica di volta in volta assume forme diverse. E’ possibile definire che chi causa volontariamente la morte di una persona commette un omicidio, e punire l’atto nelle forme previste dalla legge. La sovversione o il semplice tentativo di sovversione però va ben oltre la lesione di un interesse individuale – si rivolge al potere sovrano, negandone la legittimità e le fondamenta, si muove al di fuori da tutte le regole ed è difficile da anticipare.
Preservare delle definizioni vaghe che consentono di punire ciò che è imprevedibile è uno dei pochi modi per neutralizzare queste ed altre minacce: “Chiunque diffonde voci false e calunnie tese a sovvertire il potere dello Stato…”
Cosa sono, di grazia, le voci false e le calunnie?
Dire che le case a Wenchuan sono crollate alla prima scossa di terremoto perché costruite male potrebbe essere una calunnia. Calunnia potrebbe essere anche documentare la corruzione dei quadri del Partito Comunista Cinese, che hanno acquistato enormi appartamenti nel centro di Hangzhou a prezzi irrisori. Per non parlare, poi, di quanti sfruttano il lavoro a buon mercato nelle miniere di carbone. Gettiamo davvero fango sulla RPC, se sosteniamo che non tutti i Cinesi sono onesti, ricchi e felici?
Non è possibile fornire una risposta certa a queste domande. Né norme vaghe ed aree grigie del diritto aiutano a risolvere simili questioni, nel caso si venga accusati di sovversione. E’ più facile che il giudice adotti interpretazioni diverse – più o meno restrittive – seguendo la direzione dei venti politici, ed ascoltando le “opinioni” delle commissioni politico-giuridiche.
Se i limiti ai comportamenti leciti sono incerti – e se riguardano solo noi e non il potere politico, cosa possiamo scrivere, e cosa faremmo meglio a tenere per noi stessi? Fin dove arrivano i nostri diritti alla libertà di espressione e di informazione, e quando si scontrano con la necessità di mantenere l’armonia?
Flora Sapio è affidataria del corso in Storia ed Istituzioni della Cina all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Ricercatrice attiva in ambito italiano e internazionale, membro della European China Law Studies Association, è autrice per Brill del volume “Sovereign Power and the Law in China”, e di articoli sul sistema di giustizia penale nella Repubblica Popolare Cinese.

Quadri del partito che acquistano appartamenti in centro a prezzi irrisori… non so perchè me questo mi ricorda qualcuno!
Il problema ha iniziato a porsi con la privatizzazione degli appartamenti di proprietà pubblica. Diciamo che i quadri di partito dispongono di una corsia preferenziale…Le vendite a prezzi simbolici possono essere decise dai governi locali mediante direttive interne ecc. In teoria, questo escamotage dovrebbe consentire di aggirare le stringenti norme anticorruzione, che guardacaso vietano l’acquisto di terreni, immobili ecc a prezzi simbolici. Sono delle forme di corruzione sempre più evolute. Ma se siamo in un’economia di turbo-mercato, troveremo forme di corruzione tipiche di questo sistema economico. La mazzetta in stile economia di piano – “io do una stecca di Zhonghua a te e tu dai qualcosa a me” – per definizione non può più esistere.
PCC a parte un altro caso interessante, che fu portato alla ribalta circa 10 anni fa, coinvolgeva i “fischietti neri” 黑哨, la lega calcio cinese, e giri di scommesse clandestine.
Un altro ancora riguardava la vendita dei voti alle elezioni locali per l’equivalente di 60-80 Euro (anche se in alcuni casi gli elettori si accontentavano di ricevere sacchi di riso e scatoloni di fanbianmian).
Ci troviamo, mi pare, davanti a un dilemma. Da un lato abbiamo la retorica della libertà di informazione dell’Occidente, ormai tanto svuotata di significato dalla concentrazione e dalla manipolazione dei mezzi di comunicazione, i cui esiti sono spesso la banalizzazione, la spettacolarizzazione oscena, l’irrilevanza. Dall’altro abbiamo i recinti autoritaristici che la dirigenza cinese utilizza nell’interesse dello Stato o di chi pretende di rappresentarlo. E’ la solita storia. Qui la mano invisibile, in Cina una mano visibile e non di rado pesante.
Un ruolo pubblico di controllo dell’informazione e una disciplina della libertà di espressione sono auspicabili, oltre che inevitabili. Non voglio fare un’apologia del sistema cinese di controllo, occhiuto e censorio, sull’informazione, né tanto meno giustificare il carcere, le violenze, il tanto frequente diniego del diritto fondamentale di esprimersi. Non voglio relativizzare nulla. Ma non sono affatto certo che la concentrazione del potere economico-politico-mediatico e il meccanismo di generazione del consenso che caratterizzano le società occidentali -e in primis quella italiana – siano poi un gran bel modello. Forse la situazione cinese può aiutarci a riflettere meglio su questi temi.
E c’è anche un’altra cosa su cui è il caso che si rifletta. Io penso che in Cina, malgrado tutto, le cose stiano gradualmente migliorando, e che vi siano i segni e la coscienza di quello che un tempo avremmo chiamato “progresso”. Da noi, purtroppo, le cose peggiorano a vista d’occhio, in un vortice degenerativo che promette di diventare un baratro.
Più vedo quello che succede in Italia ogni giorno e più mi chiedo come sia posibile che “NOI” ci permettiamo di “CRITICARE e GIUDICARE” i “CINESI”. Forse il loro sistema di governo è troppo accentrato, autoritario, forse non hanno ancora tutte le libertà che pensiamo di avere noi…Ma il problema è proprio qua…almeno da loro è tutto chiaro!Il PCC controlla tutto, tutti lo sanno e per questo si sa con chi si ha a che fare…E da NOI?!
Libertà, diritti, stato costituzionale di diritto, democrazia…e invece dietro tutto questo gran parlare di società sviluppata e avanzata, c’è un sistema di governo e una società decadente. Ciò che è peggio è che è tutto mascherato da parole come diritto, costituzione, libertà…
@Emanuela. Il problema non è semplice, ma cerco di semplificarlo per quanto possibile in un commento ad un post. Lo stato di diritto, la certezza del diritto, la libertà, e la democrazia sono valori che vanno difesi con tutte le nostre forze intellettuali.
Il semplice fatto che io – oggi – scriva questa frase significa che questi valori (1) non hanno raggiunto piena attuazione oppure (2) sono in pericolo in quanto oggetto di “deroghe”, “sospensioni”, “eccezioni” ecc.
Un principio, un valore che non è completamente attuato, oppure che regredisce è un principio che esiste più sui libri che nella realtà di un ordinamento giuridico. Questa situazione è comune a vari ordinamenti democratico-liberali. Coinvolge anche l’ordinamento cinese.
Possiamo affrontare la realtà in due modi.
(1) Sosteniamo che stato di diritto e democrazia sono PERFETTAMENTE FUNZIONANTI. Sosteniamo che nel nostro ordinamento non esiste alcun problema. In altre parole: il nostro ordinamento corrisponde al 100% ad un qualche modello ideale del “perfetto sistema democratico-liberale”.
(2) Osserviamo certi fatti e comprendiamo che anche da noi esistono problemi.
Se affrontiamo la realtà nel modo n. 1 allora ci permettiamo di muovere violente critiche al sistema Cinese, e proponiamo l’accettazione in toto del nostro modello. Ma non del nostro modello ideale, bensì del modello imperfetto QUALE ESISTE NELLA REALTA.
Continueremo a criticare la RPC fin quando non avrà accetatto il nostro modello. Cosa succede se la RPC lo accetta? Ovviamente, essendo un modello che NELLA REALTA presenta dei malfunzionamenti, noi notiamo subito che le cose non funzionano come dovrebbero, e continuiamo a criticare violentemente la RPC. Posso assicurarti che questo ciclo critica – riforma – critica, va avanti fino dagli ultimi anni della dinastia Qing.
Se affrontiamo la realtà nel modo n. 2, allora siamo in grado di guardare all’ordinamento Cinese magari in modo non perfettamente obiettivo. Però, abbiamo una visione delle cose ALMENO UN PO PIU VICINA alla realtà. Comprendiamo che la Cina ha compiuto dei progressi. Ci rendiamo conto che, forse, se si imponesse il nostro modello sulla Cina non otterremmo la realizzazione di un ideale che neanche noi riusciamo a realizzare!
Vengo al punto sollevato da Renzo Cavalieri: i fenomeni cui faccio riferimento nel post sono solo una parte del tutto. Un dato interessante è che esistono meccanismi che consentono di confinarli entro alcuni ambiti più o meno limitati. Al di fuori di questi ambiti il progresso è costante – il che secondo me consente di evitare in certa misura fenomeni di erosione del diritto ai quali stiamo assistendo dalle nostre parti.
Finora, “l’Oriente”, soprattutto la Cina, è stata utilizzata un po’ come uno specchio. Si guardava in questo specchio, si vedeva un efferato barbaro da civilizzare, e si era consolati dal sentirsi “qualcosa in più”: più civili, più ligi al diritto, ecc. Ma come giustamente dici, guardare in questo specchio ADESSO può essere molto più utile che in passato, perché ci aiuta ad andare oltre modelli, e scoprire nuove potenzialità.
Mi sembra però che ragionare in termini di “progresso” per quanto riguarda il diritto(non solo quello cinese) porti a naturalizzare processi che sono in realtà storici. L’ultimo libro di Ugo Mattei e Laura Nader (http://www.syzetesis.it/Recensioni2008/plunder.html), ad esempio, spiega bene come il “regime di legalità” (rule of law) a cui facciamo così spesso riferimento per misurare la “civiltà” di una nazione, sia strutturalmente dipendente dai principi neoliberisti di libero mercato e proprietà privata. “L’erosione del diritto” a mio parere non va interpretata come uno scarto da una norma ideale (né come fa Agamben, vedendovi una funzione logica del principio di sovranità) ma come una delle possibili conseguenze derivanti dalla de-politicizzazione di grandi fette del discorso giuridico. Supiot ( http://ilj.oxfordjournals.org/cgi/content/abstract/29/4/321 ), ad esempio sostiene che i contratti lavorativi in europa si siano ridotti a procedura tecnica dipendente dal solo volere delle parti (che si riduce al volere del datore di lavoro), uscendo così dal dibattito pubblico, proprio a causa del prevalere di una concezione del diritto strumentale e depoliticizzata. Questa concezione, interpretando ogni ingiustizia come una illegittimità, non sempre è capace di vedere quanto di legale ci sia nel sopruso dei diritti dei lavoratori o della libertà di espressione (senza andare in Cina si pensi al Patrioct Act americano…e si rabbrividisca). Ovviamente Mattei e Nader spiegano questo punto molto meglio del sottoscritto, quindi rimando a loro se siete interessati.
E’ una prospettiva molto utile, in quanto può aprire ipotesi nuove.
Sul discorso che lo scarto tra norma ideale e norma esistente sia una costruzione, sono in larga parte d’accordo. Il distinguo secondo me può esser fatto sul modo in cui si percepiscono ed usano gli approcci disponibili.
Mi spiego meglio: alcuni possono credere che la “verità” sia tutta in questo scarto, uno scarto che non dovrebbe esistere e che dovrebbe essere superato in qualche modo. A questo punto, le possibili opzioni sono:
1. trapianto del Modello (maiuscola intenzionale)
2. Veduta più sfumata: questa strategia non funziona, ne abbiamo le prove, QUINDI, è necessario cercare i segni della nascita di un Modello arricchito da alcuni attributi locali. Il sottinteso è che alcuni elementi (mercato, contratto) potranno sì manifestare delle specificità ma la loro essenza non cambia.
Altri possono guardare le cose in modo più distaccato (ed è ciò che in generale cerco di fare). L’approccio del Rule of Law può essere utile nel momento in cui si cerca di raggiungere determinati risultati, ma può ostacolarne altri.
Sicuramente se utilizziamo il RoL per cercare di comprendere come mai si assista ad un “erosione del diritto” non arriveremo molto lontano.
La chiave di lettura si trova al di fuori del RoL. Qui siamo sul terreno della politica, e non possiamo usare un principio che trae la sua forza da ideali normativi, e che ideali normativi serve. Bisogna andare all’origine. Il contributo importantissimo di Agamben è aver sollevato certe problematiche. Lo stesso vale per Mattei e Nader. Penso che il minimo comune denominatore individuato è (semplificando perchè cmq sono commenti ad un post) che la fonte normativa (normative source) è un quid che ha solide radici nella politica, e che mette il diritto al proprio servizio. La credenza cui si si appiglia non è Dio, né l’ordine naturale di vecchio stampo – ma un mercato con forti tracce di Darwinismo sociale.
In questo senso, il mercato assurge a principio politico. Ed esiste nella sua duplice dimensione di principio politico, e dispositivo da far funzionare. Data l’ambiguità di questo principio/dispositivo, nel momento in cui esso diviene una fonte normativa allora il diritto non può che essere depoliticizzato. Perché qui abbiamo una mano invisibile, non le “classi nemiche”. Parlare di controrivoluzione non ha senso – si condanna piuttosto il protezionismo. Punire chi sbaglia mediante l’”educazione ideologica” sarebbe folle – esistono le sanzioni economiche. Siamo in un’ontologia diversa. Ma dal mio punto di vista, la radice della depoliticizzazione del diritto è ancora nel terreno della politica.
Ripeto, molto dipende dal problema che si prova a risolvere, e dalla prospettiva che si adotta.
Ciò che mi lascia perplessa di Mattei e Nader, piuttosto, è il fatto che il diritto consuetudinario dei poveri possa essere realmente un’alternativa, ma qui siamo fuori tema…
Penso che nelle loro conclusioni Mattei e Nader difendessero l’idea che il diritto possa essere usato contro la stessa ideologia su cui si basa. Di casi ne è pieno il mondo: dai movimenti contro la brevettazione delle conoscenze native alle forme di lotta “terzomondiste” presenti nella Convention on Biological Diversity.
Anche in Cina si sono verificati casi analoghi. Ad esempio, durante una campagna di “riqualificazione urbana” condotta a Pechino nel periodo pre-olimpico, alcuni degli sfrattati ha opposto resistenza alla distruzione di interi quartieri affiggendo alla propria porta d’ingresso la costituzione della RPC e appellandosi alla legge sulla proprietà privata approvata l’anno prima (un tempo l’articolo si poteva trovare qui http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1445293. Gli auotri di questo blog mi odieranno per il continuo utilizzo di questo testo. Ma è bello!).
Rimango scettico però sulla possibilità di uscire completamente dalla logica del diritto senza una adeguata forza politica alle spalle. Il diritto è un marchingegno complicato e con una grande capacità di assimilazione. Ci si può difendere da esso, ma solo dall’interno. È famosa la sentenza della corte costituzionale australiana grazie alla quale sono stati inventati gli strumenti giuridici (titoli nativi) necessari alla restituzione delle terre, sottratte negli ultimi trecento anni di colonialismo, agli aborigeni. Tutto molto bello, ma ad un patto: che i gruppi a cui questi titoli vengono conferiti rimangano identici nei costumi, o nei modi di produzione, ai loro antenati defraudati. Un bel modo per dire neocolonialismo.
Ci vuole la capacità di imporre la propria autonomia e sembra che il PCC stia lavorando in questo senso. La Cina negli ultimi anni è diventata sempre più influente sulla scena mondiale. Qualcuno (http://business.globaltimes.cn/china-economy/2009-11/483668.html) ha paventato la possibilità che la moneta di scambio per sbloccare gli aiuti cinesi alle disastrate economie occidentali possa essere la presidenza del Fondo Monetario Internazionale. D’altra parte la Cina mantiene un regime di proprietà ibrido dissimile da quello occidentale e propagandato dalla Banca Mondiale e dal FMI in molti paesi in via di sviluppo. Inoltre, in Cina, molti settori chiave del mercato (risorse naturali, infrastrutture, telecomunicazioni, produzione e distrubuzione energetica) sono tutti in mano alle ciclopiche aziende statali. La Borsa di Shanghai e quella di Shenzhen lavorano sotto vincoli impensabili in occidente, e la quantità di capitale estero contrattabile in queste sedi è limitato per legge. Con l’aumento del peso politico cinese qualcosa potrebbe cambiare; anche nel paradigma del diritto occidentale.
Qualche tempo fa si parlava di “fine della storia”. Data l’esperienza cinese, forse “l’ontologia” del Modello occidentale non dovrà necessariamente essere inclusa nel pacchetto “Potenza Mondiale- prendere o lasciare”. Mi sembra che le regole del gioco cambino molto più spesso di quanto si immagini.
Salve. Sarò breve e non mi dilungherò spero. Noi occidentali, studiosi, sinologi, professori, ricercatori, giornalisti, difensori di diritti e di uguaglianza e quant’altro dobbiamo convincerci e accettare un semplice, per quanto terribile dato di fatto, la Cina è una dittatura e come tale deve essere riconosciuta. Se non si parte da questo non si arriva da nessuna parte. Non si accede a Facebbok in Cina. E’ chiaro, è logico che non si possa, non vedo come continuare a discutere di questo fatto, non è molto produttivo. Bisogna incominciare a parlare della Cina per quello che è non per quello che vorremmo che fosse. Si pensa di criticare e di parlare di Cina ed invece si discute solamente del suo ordinamento politico, di dittatura pura e semplice. Da decenni ormai si parla di dittatura e totalitarismo, arrivati al punto di ammettere e capire che sono sistemi politici infami e degradanti, potremmo iniziare a parlare solo della Cina senza tirare fuori sempre gli stessi temi? Bisogna andare al di là, soprattutto perchè se si vive in questo paese si dovrebbe capire che tutti questi discorsi sono come le chiacchiere da salotto vittoriane.I cinesi se ne fregano dei nostri bei discorsetti, in Italia se ne fregano ugualmente. Discutiamo e critichiamo questo paese in cose costruttive. La Cina non sta cambiando si sta solo arricchendo e c’è una bella differenza. Basta fermarsi e vedere come costruiscono i palazzi, che dopo qualche mese sembrano già vecchi di dieci anni! Sono così non perchè non hanno soldi, ma perchè non gli interessa fare le cose come devono essere fatte, l’importante è fare soldi e basta. Discutiamo di questo modo di pensare, discutiamo e cerchiamo di cogliere quanto vero comunismo c’è in questo paese e dove si è perso. Non stupiamoci se censurano internet, perchè allora per lo steso motivo dovremmo stupirci di: censura dei giornali, delle vignette, di opere d’arte, della impossibilità di aggregarsi, della impossibilità di discutere, della pena di morte, delle galere, degli arresti politici. Tutte queste cose si sanno (non le difendo ne le accetto sia ben chiaro), ma veramente vogliamo raccontare e cercare di far capire qualcosa in Italia e in rete della Cina scrivendo ancora e per la milionesima volta queste “notizie”? Capisco che facendo così si rimane in linea con il pensiero occidentale della Cina, ma almeno noi che studiamo, lavoriamo e, parlo per me, viviamo in Cina dovremmo cercare di allargare gli orizzonti e fare critiche costruttive. LA “NOTIZIA” del libro bianco è comparsa in tutti i siti, i giornali e i blog, tutti che sbraitavano e facevano discorsi filosofici su questo fatto, nessuno e dico nessuno ha parlato del libro bianco cercando di capire e scoprire come un cinese abbia accolto questa “novità”. Il libro bianco lo hanno imposto ai cinesi non a noi bianchi, liberi e democratici e pieni di privilegi che stanno in Cina o in Italia, hanno fatto una violenza a loro non a noi, e noi che siamo qua e che ci definiamo studiosi della Cina, SINOLOGI, non abbiamo chiesto niente a coloro che più di tutti ne subiranno gli effetti. Arrivederci e spero di vedere una qualche risposta a questo mio commento. Marco.
Comprendo lo spirito della tua critica, ma vi sono due punti che non condivido.
Il primo è l’immagine manichea dei bianchi privilegiati che vivono in Italia, e dei cinesi che si vedono imporre determinate scelte senza poter fare molto. Nel nostro paese esistono varie situazioni emblematiche intorno alle quali c’è poca o nessuna informazione – al momento sono in Campania e potrei citarne davvero tante.
La mia scelta di scrivere di questo argomento, su questo blog, il 10 giugno 2009 nè un giorno prima nè un giorno dopo, è stata una scelta ragionata. Alcuni lettori hanno colto il senso del post, ciascuno di essi ha compiuto determinate analogie e collegamenti dando vita alla discussione che trovi qui sopra. In questo senso, il tono volutamente provocatorio che ho adottato è stato efficace, in quanto ha indotto a porsi i problemi
(a)che senso ha muovere una critica distruttiva a questo sistema, se fenomeni di erosione dello stato di diritto e della legalità hanno luogo anche in realtà ben diverse?
(b)come valutare il progresso della Cina?
(c)abbiamo bisogno di concetti nuovi per capire come stanno cambiando le regole del gioco?
ed è interessante che tale discussione abbia avuto luogo proprio qui, piuttosto che in altra sede.
Il secondo riguarda la scelta di proporre un punto di vista cinese sulla questione del Libro Bianco. Come ogni scelta di stile e contenuti, questa scelta è utile ad ottenere determinati fini, e non altri. Era mia intenzione provocare il lettore nel senso che ho descritto, non proporre un punto di vista cinese.
Proponendo un punto di vista cinese avrei evidenziato l’elemento della “resistenza” o l’autonomia di pensiero dei cinesi che rifiutano la censura, e che magari indossano una maglietta con lo caonima.
Il messaggio di fondo sarebbe stato abbastanza autoreferenziale (io sono a contatto con la realtà empirica e voi siete degli intellettuali radicalchic), e non avrebbe indotto a nulla di nuovo. E’ del tutto normale che la resistenza accompagni il potere di ogni sua manifestazione. Si tratta di un esito scontato e di un mantra della teoria foucaultiana.
Il dato empirico, certo, sarebbe stato “nuovo”. La diversità delle forme empiriche del dissenso avrebbe suscitato interesse in quanto i Cinesi non protestano o dissentono nello stesso modo degli Italiani, per il semplice fatto che non sono Italiani. In definitiva avrei contribuito a creare un nuovo piccolo cameo: il “cinese consapevole dei propri diritti che protesta”, (speriamo solo che non succeda per le vie di Milano o di Roma…), clichè il cui esotismo avrebbe rallegrato ed intrattenuto il lettore.
Con buona pace di qualsiasi riflessione che parte dalla “saggezza convenzionale” sui diritti umani per andare oltre, di qualsiasi critica o contestazione.
Cosa dovrebbe provocare al lettore il suo articolo di grazia? Mi vuole dire che certe realtà in Campania possono essere messe sullo stesso piano di quelle cinesi? Come valutare il progresso della Cina? (Il progresso della Cina è criminale, non penso che ci sia molto da discutere). Mi dica se ho capito bene, non dovevo leggere l’articolo come una notizia, ma come una provocazione per dialogare tra noi in internet? Tra italiani oltretutto? Secondo lei non stiamo facendo gli intellettuali radical-chic? Non sarebbe il caso di provare a trovare dei canali per riuscire a parlare con i cinesi, visto che secondo lei darebbero risposte omogenee e perciò inutili? Io ne conosco più di un paio di cinesi che si offenderebbero a sentirci parlare così. Dalla Campania venga a provare a chiedere ai cinesi cosa ne pensano, ci provi almeno. aspetto una risposta, visto che stiamo dialogando. La ringrazio e spero di non essere troppo schietto e brutale, ma sono fatto così, m’infervoro. (mi dica per favore quali sono i punti che invece condivide)
@make
Ciao Marco, gli infervoramenti sono benvenuti in questo sito, ma solo se produttivi. Ti prego perciò di evitare toni inutilmente provocatori. La discussione è sin qui molto interessante e civile, come sai sono due cose non facili da trovare insieme nei commenti sul web.
Ti faccio notare inoltre che questo sito nasce proprio per dare voce anche ai cinesi riproponendo il più possibile pezzi “senza filtro”. In questo caso il pezzo di Flora propone un altro tipo di riflessione, a mio avviso molto preziosa.
grazie della collaborazione.
Scusa Marco, ma questo blog è pieno di pezzi che riportano il punto di vista dei cittadini cinesi. C’è una sezione chiamata “bridge-blogging” che ha il preciso intento di tradurre commenti e opinioni dei blogger residenti in Cina, permettendo così di avere una percezione più immediata della realtà contemporanea della RPC. Ma questo blog ha il merito di non fare solo questo (cosa che mi sembra già meritoria di per sè) ma cerca anche di fornire analisi, spesso utilizzando un approccio comparativo.
Non mi sembra inutile fare paragoni soprattutto se si parla di sviluppo economico cannibale: non è forse vero che degli scempi edilizi cinesi di cui parli ce ne sono a migliaia anche in Italia? Il terremoto recente del sud-ovest cinese, con case che si sfracellano al suolo, non è simile a quello dell’Aquila o agli smottamenti calabresi? Con il paragone non si vuole relativizzare la dittatura(come ha detto Renzo Cavalieri nel suo commento a questo post) ma si tenta di capire meglio problemi complessi (e non semplici come sembri sostenere), per poterli affrontare più efficacemente.
Il blog mi piace, altrimenti avrei commentato così anche altri pezzi, è questo il pezzo che non condivido, non riesco a capire dove volete andare a parare e il fine di tutto questo domandarsi senza rispondere. Il fine che volete porvi qual’è? Ora io non volevo offendere nessuno, mi dispiace se i miei toni sono stati troppo accesi, tanto da farvi intervenire tutti e due e chiedo umilmente scusa, resto comunque in attesa di una risposta dalla professoressa alle mie domande, per comprendere meglio, tutto qui. ( i disastri avvenuti all’aquila non sono neanche lontanamente paragonabili con quelli avvenuti qui in Cina mi dispiace) Ultima cosa: il problema, caro Andrea, di questo paese sono i numeri, nel bene come nel male. Dopo le risposte che mi darete, prometto di essere molto più pacato e chiuderò questa discussione per non andare fuori tema e dare ad altri la possibilità di discutere e commentare non tanto quello che ho scritto io, spero, ma tanto l’articolo della professoressa, che è la base del dibattito. Non ho nessuna intenzione di fuorviare tutto il blog e di farvi perdere altro tempo, che non avete. ancora scusa a tutti. Marco.
Cancelliamo il mio post precedente e basta, facciamo finta di niente.
Volevo solo dire, cogliendo lo spirito delle discussioni, che è vero che da noi la situazione sta degenerando e qui si assiste ad una crescita esponenziale, ma, secondo me, bisogna scindere la politica dall’economia, anche se effettivamente per come si fa politica adesso è quasi impossibile. In occidente è il sistema economico che non funziona e che è da rivedere non tanto l’organizzazione politica. Bisogna stare attenti a criticare il nostro ordinamento politico democratico, che è forse il più debole e il più difficile da mantenere, ma il migliore che ci sia secondo me. La democrazia applicata è l’unica strada praticabile e non ne vedo altre, per raggiungere uguaglianza e diritti. Questa è una strada che in Cina, ma anche nella maggior parte dell’Asia, è forse difficilmente praticabile. Le democrazie asiatiche sono molto fragili. Facciamo un paragone India e Cina: in India si vedono persone per strada che muoiono letteralmente di fame(democrazia) e in Cina chi è che muore di fame per strada?(dittatura). La Cina secondo me è forte e stabile perchè continua ad essere sostenuta dal suo popolo, proprio grazie al fatto di non fare morire di fame nessuno. Qui la gente muore per mille altri motivi, ugualmente atroci, ma il popolo mangia quindi il popolo sostiene. Quanto potrà durare questa cosa? Più si arricchiscono più vorranno dell’altro, non gli basterà mangiare, vorranno una casa decente, vestiti decenti, un lavoro decente ecc. Lì inizieranno i veri problemi per la RPC. Ho paura di immaginare come reagiranno a questo problema sinceramente. Per ora riescono a mantenere la maggior parte del popolo buono, “sazio” e povero. L’importanza, per finire, del libro bianco è arginare, bloccare, eliminare l’unico baluardo di dialogo tra cittadini che è presente in Cina: Internet. L’unica AGORA’. Il partito ha paura dei blog, ha paura della velocità con cui si possono far girare le informazioni, ha paura della gente che dopo mangiato, e non esseri accontentato, vuole dialogare con milioni di altri cinesi e discutere, scherzare, criticare…magari organizzarsi.
Credo invece che in Cina, oltre alla rete, si stiano aprendo nuovi spazi di confronto non solo fra cittadini, ma anche fra questi e le istituzioni. Penso alle elezioni che si tengono (ormai da vent’anni!) in tutti i villaggi rurali cinesi. Altro fenomeno da tenere d’occhio e’ la ricomparsa nelle comunita’ rurali di forme di associazionismo spontaneo, indipendenti dal partito, in tal numero da ricordare il tardo impero: ricompaiono i festival tradizionali, i culti di lineaggio e con essi la fitta rete di associazioni che promuovo e gestiscono queste attivita’. E’ qui che nascono nuove leadership in opposizione o complementari alle politiche del partito.
Purtroppo questi fenomeni sono parzialmente sconosciuti perche’ poco interessanti per la rete (ma poi chissa’, queste associazioni protrebbero in futuro muoversi online o ptrebbero gia’ esserlo, anche se immagino che le attuali regole draconiche le tengono ben lontane). Sebbene la popolazione in Cina sia ora principalmente urbana, non bisogna dimenticare che la societa’ rurale e’ stata la fucina della rivoluzione.
A proposito, pur risultando pedante (ma cosi’ sono nella vita reale, quindi perche’ no?), vorrei suggerire di rileggere due libri eccezionali: On Revolution di Hannah Arendt e The Transformation of Chinese Socialism the Lin Chun. Quello che merge da questi testi e’ che l’idea di democrazia debba essere continuamente ripensata e rimessa in pratica se non se ne voglia tradire l’ideale di fondo (realmente rivoluzionario): una societa’ fra eguali.
Ciao ragazzi! mi potreste consigliare dei testi o dei link che mi danno una visione della situazione politica in Cina, dal punto di vista del monopolio dello stato su Internet! Mettete a disposizione la vostra erudizione per una tesista disperata!
Grazie mille
Lascia un commento!
Novità
Documentari
Gallerie
Tags
Newsletter
Pagine
Più commentati
Seguici
Multilingual WordPress by ICanLocalize
Powered by WordPress | Arthemia è un tema di Michael Hutagalung ridisegnato da Tomiso |Cineresie.info, nuove prospettive sulla Cina contemporanea. Il materiale pubblicato, salvo dove altrimenti specificato, è concesso in licenza Creative Commons by-nc-nd 2.5 Italia License