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Napoleone sulla Via della Seta

di | 2 luglio 2012 | One Comment |

Viaggiando nelle campagne cinesi ci si può aspettare di tutto. Anche di trovare un cartellone pubblicitario su cui un Napoleone trionfante in sella ad un cavallo impennato guida una carica di cavalleria all’attacco di un’antica cittadina cinese. Nel caso specifico, l’immagine del condottiero francese viene scomodata per accogliere il viaggiatore che giunge nella contea di Yongchang, lì dove il deserto del Gobi e la prateria mongola si incontrano, nella provincia del Gansu. Ma che c’entra l’imperatore dei francesi con questa sperduta località rurale? Inaspettatamente, un nesso c’è. Yongchang infatti ospita uno dei più affascinanti misteri della storia cinese antica: il villaggio di Zhelaizhai, un’area i cui abitanti – alcuni dei quali ancora oggi presentano lineamenti decisamente poco cinesi – si dice discendano da legionari della legione perduta di Crasso. Certo, Napoleone non era romano, ma questo è solo un dettaglio. In fondo, sempre europeo era, come il suo naso ben dimostra.

Napoleone a cavallo non è l’unica traccia del passato “romano” di Yongchang, o meglio, di Liqian, l’antico nome della contea in cui ora si trova Zhelaizhai. Basta proseguire per qualche centinaio di metri lungo la stessa strada per scoprire un monumento, eretto nei primi anni Novanta, che rappresenta un mandarino dalla lunga veste, affiancato sui due lati da una donna musulmana velata e da un legionario dai capelli ricci in armatura. La targa marmorea ai piedi del complesso recita: “Liqian abbraccia il suo passato” (liqian huaigu). La stele commemorativa eletta alle spalle delle tre serafiche figure ricostruisce la storia degli esuli di Liqian. Sfuggiti alla disfatta di Carre nel 53 a.C, alcuni legionari dell’esercito di Crasso avrebbero trovato rifugio nella città di Zhizhi, nei pressi del fiume Talas in Iran. Per anni essi sarebbero rimasti laggiù, finchè, nel 36 a.C., truppe cinesi impegnate in una spedizione contro un capo ribelle locale non li avrebbero catturati e riportati in Cina come prigionieri, insieme ad un migliaio di abitanti della città. Una volta in Cina, essi sarebbero stati trasferiti in massa nella provincia del Gansu, dove avrebbero dato vita ad una città chiamata Liqian, un nome singolarmente simile a quello con cui l’Impero Romano era conosciuto durante la dinastia Han.

Di fronte ad una storia del genere, è difficile resistere alla tentazione di visitare il villaggio. In fondo, una volta a Yongchang, si tratta solo di poche decine di minuti in macchina lungo una strada sterrata che attraversa una prateria costellata da tombe di epoche ormai remote. E se nel vuoto della prateria è facile perdere l’orientamento, una volta arrivati non si possono avere dubbi, visto che ad accogliere il visitatore si trova un’altra insegna pubblicitaria. Sotto la scritta “Liqian ti dà il benvenuto”, una ventina di legionari dai mantelli arancione fosforescente levano i propri gladi sullo sfondo di impervie montagne innevate, con tanto di apparizione mistica a mezz’aria del trittico monumentale di Yongchang. Distogliendo lo sguardo dal cartellone di benvenuto, la prima impressione è confermata dal fatto che, poco oltre, un padiglione in marmo bianco sorretto da quattro colonne doriche si erge solitario su un rilievo alle spalle delle case dei contadini del posto. Il “Padiglione di Liqian”, com’è chiamato, ospita una stele commemorativa eretta nei primi anni Novanta in memoria “della venuta e dell’alleanza dei soldati romani con la Cina”.

L’intero villaggio sembra vivere all’ombra del suo passato. Nonostante ciò, a parte un uomo dal naso aquilino e i tratti vagamente europei – non a caso incaricato di accogliere i turisti di passaggio – di abitanti con lineamenti occidentali non si vede praticamente l’ombra. “Sono tutti quanti emigrati per cercare lavoro o sono impegnati nel cantiere qua vicino”, si dice in giro. E c’è da crederci, visto il cumulo di scudi, stivali e spade di plastica che giacciono inutilizzati in un angolo dell’edificio adibito ad ufficio turistico, per non parlare della serie di costumi da legionario – con l’ormai familiare mantello arancione fosforescente – appesi alle pareti. L’unica prova tangibile della presenza di questi cinesi “con caratteristiche europee” è una serie di cartelloni esplicativi affissi su un muro all’ingresso del villaggio, dove si racconta che nell’area di Yongchang oggi vivono oltre duecento cinesi con caratteristiche somatiche europee, vale a dire “con il naso lungo e gli occhi azzurri”. Peccato che a vedere le foto di accompagnamento tutto verrebbe da dire tranne che gli abitanti del posto abbiano radici europee. Eppure – assicura il cartellone – le prove della loro discendenza sarebbero incontrovertibili: non solo al momento della sepoltura i corpi vengono sepolti con la faccia rivolta verso ovest, ma nel villaggio c’è pure l’abitudine di mangiare una “pizza” per festeggiare la fine dell’anno. Per chi fosse ancora scettico, un programma della televisione nazionale andato in onda nel luglio del 2001 avrebbe testimoniato al mondo intero come analisi del sangue abbiano confermato che il 46% del sangue degli abitanti del villaggio è europeo.

Parlando con gli abitanti del villaggio, si scopre che alcuni di loro rimpiangono il fatto che nei decenni passati le antiche mura di fango siano state a poco a poco smantellate per essere usate come fertilizzante, al punto che oggi non ne rimane che qualche frammento mutilato. Certo, niente che non si sia già visto altrove, ma nel caso di Liqian la perdita è tanto più sentita dalla gente del posto, visto che ora finalmente ci si inizia a rendere conto del potenziale turistico di simili ruderi. Poco male: se la storia non c’è, la si può comunque creare da zero. Ecco allora che a poche centinaia di metri dal villaggio, nel cuore della prateria, un’intera città “antica” di un chilometro quadrato sta sorgendo dalle polveri di un cantiere. Racchiusa sui quattro lati da mura spesse dieci metri e alte sei spezzate da quattro massicce porte monumentali, questa cattedrale nel deserto fonde elementi di architettura cinese e romana, con tanto di arco di trionfo, obelisco celebrativo, colonnati e tempio. I finanziamenti, stanziati dal governo della contea e da investitori del Zhejiang, sono imponenti – si parla di seicento milioni di yuan – e i lavori procedono spediti, tanto che si spera che la città antica potrà aprire i battenti già nel 2013. Nel villaggio ci si prepara ad accogliere orde di turisti.

Simon Leys lo aveva detto in un saggio pubblicato tanti anni fa: nella tradizione cinese – qualunque significato si voglia dare a questo termine – quel che conta non sono tanto gli oggetti storici e artistici come entità fisiche, quanto piuttosto l’idea che sta alle loro spalle, l’entità iperurania che viene nutrita attraverso secoli e secoli di narrazioni, immagini e discorsi. E’ in questo modo che strutture che periodicamente vengono distrutte possono rincomparire dalle loro ceneri al posto dell’originale, venendo comunque apprezzate. Peccato però che alle spalle di Liqian con ogni probabilità non ci sia altro che una leggenda costruita ad arte in anni recenti. Come ha descritto Giuliano Bertuccioli in un articolo pubblicato nel 1999 su “Mondo Cinese”, tutto è iniziato nei primi anni Quaranta del secolo scorso, quando il sinologo americano Homer Dubs ha proposto per la prima volta la fantasiosa ricostruzione dei romani di Liqian. La sua argomentazione partiva da alcuni passi delle storie dinastiche in cui si descriveva lo scontro avvenuto nel 36 a.C. nei pressi della città di Zhizhi soffermandosi su una formazione militare simile alla “testuggine” di romana memoria. Da allora, nonostante non sia mai stato ritrovato nessun artefatto in grado di confermare una presenza romana e le analisi del DNA si siano susseguite una dopo l’altra con esiti altamente dibattuti, la leggenda ha vissuto di vita propria, alimentata da una schiera di giornalisti dalla penna facile e dalla memoria corta, fino ad arrivare ad oggi. Poco male, visto che all’ombra di Napoleone intanto il turismo prospera.

Un Commento »

  • Alessandro G. said:

    Liqian è lo “Shanzhai” per antonomasia.
    Mentre storie locali, fantasiose ricostruzioni e (a volte) veri siti archeologici di interesse storico vengono munti e abusati, molti luoghi realmente interessanti sono spesso in una condizione pietosa di abbandono.
    La zona di Chongqing fornisce i due estremi a pochi chilometri di distanza: Fengdu e Songjizhen. La prima, una città di plastica a sostituzione di quella vera, ora sott’acqua. Il secondo, importante porto commerciale di epoca classica, ormai semiabbandonato in quanto non appetibile dal punto di vista turistico (chi ha avuto l’idea di costruire una gigantesca centrale a carbone a duecento metri dalla città storica?).

    Per noi occidentali che abbiamo il mito dell’autenticità – non meno ingenuo dell’attitudine, che attribuiamo ai cinesi in modo un po’sbrigrativo, di ricostruire una storia posticcia e monetizzabile – è una specie di benedizione. Gli antichi teatri e i vicoli abbandonati e i quartieri storici di sperduti villaggi di montagna, un richiamo irresistibile.

    Ma forse è meglio così. Nel momento in cui qualcuno cominciasse ad occuparsene, questi monumenti verrebbero trasformati in “città storiche”: imbellettati, stuccati, divelti, un trionfo di luci di Natale inutilizzate, vernice rossa e Tanghulu.

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