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Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina

di | 26 August 2010 | 7 Comments |

foto Veronica Badolin

A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.

Zaher, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. Qudrat, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.

E poi Zaidullha, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. Amir, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi schiavi.

Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo in Italia, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze un lavoratore senegalese, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?

E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i nuovi barbari, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostre politiche sull’immigrazione. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.

Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni sono il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso orientalismo strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su questo stesso blog.

Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande giustificazione. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul Corriere della Sera un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?

Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il relativismo dei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce i limiti dello sviluppo cinese non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo sfruttamento, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.

[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di Marco Rovelli, Servi, edito da Feltrinelli]

7 Commenti »

  • FSapio said:

    Grazie per questo coraggioso post – su quanto scrivi nel paragrafo 5 io ho una mia ipotesi (non mi riferisco alle ultime due righe), ma per il momento la taccio.

  • Pietro_p said:

    @FSapio secondo me siamo in guerra e quella che si legge sui giornali italiani sulla cina assomiglia a propaganda. Solo che non so dire che guerra sia..

  • Andrea said:

    Il meccanismo di rimozione si spinge ben più lontano della portata dei media italiani purtroppo. Propongo un esperimento: googolare Eugene Debs e contrapporlo a Frederick Taylor (giusto per rimanere all’inizio del secolo scorso)

    Debs:157.000
    Taylor:5.480.000

    In compenso su youtube il primo video per ‘pertinenza’ riguardo a Taylor si intitola Frederick Taylor- the biggest bastard ever.

    Ma del resto ‘Certi diritti dei lavoratori non possiamo più permetterceli’. Chissà cosa succederà quando non ci potremo permettere più nemmeno il gelato!

  • Andruca said:

    Oh Dio, leggendo questo articolo, mi sento una vera b******a! Io la mia Tata (ayi in cinese) la pago 2000rmb (un po’ più di 200€) vitto e alloggio compreso… Però non è poco! Io prendo 5000 al mese e lavoro per un’azienda italiana qua in Cina!! Quindi non so più chi è sfruttato… a me oltre i 5000 non mi pagano altro eh!

  • Piero said:

    @andruca: ahaha secondo me lo sfruttato sei tu…! Ma sei in buona compagnia ahinoi…

  • make said:

    Sono completamente d’accordo con te Ivan, i nuovi schiavi. Sono d’accordo anche con Piero però. La cosa grave che dovremmo comprendere è che stiamo tutti diventando degli schiavi. E’ vero, molti, se non la maggior parte, di exstra-comunitari viene sfruttata al massimo, ma anche noi ragazzi “comunitari” veniamo sfruttati, siamo anche noi schiavi, schiavi di secondo livello. Sono di Treviso io, anzi di Villorba, dove giornalmente lo sfruttamento è di casa. Si può vedere in quasi tutte le aziende vicino casa mia. Anche noi ragazzi però non veniamo trattati proprio bene dai datori di lavoro, facciamo periodi di prova e straordinari gratis, perchè il datore di lavoro dice che dobbiamo imparare, e intanto lavoriamo gratis per mesi. Il malessere è generale e dovremmo sostenerci a vicenda noi ragazzi e gli extra-comunitari. Ultima cosa. è uno spunto. Che dire degli immigrati che sfruttano altri immigrati? I cinesi per esempio sono dei maestri in questo! Nella mia zona continuano a trovare laboratori tessili con decine di lavoratori cinesi ridotti in schiavitù e i proprietari sono cinesi non italiani. Perciò tutti i discorsi su questo tema a mio parere sono relativi. E’ l’uomo in generale che ha seri problemi in questo periodo, sono gli stati e i governi in generale ad avere problemi, tutti nessuno escluso. E’ la società e l’economia che non funzionano, sono entrambe malate e il problema accomuna tutti dalla grande muraglia fino alla California! Il discorso dovrebbe essere improntato su questo e non limitarlo a una nazione o a un caso specifico. Molti sono pronti a combattere per i diritti degli immigrati invece di difendere i diritti di tutti immigrati o no! Dobbiamo difendere l’uomo in generale, dobbiamo difendere il diritto al lavoro, le leggi sul lavoro e sull’uomo. Questo è quello per cui combattere e discutere. Sono cittadino del mondo! Sarà scontato, ma nel 2010 noi ragazzi dovremmo proprio crederci in questo.
    ciao

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