Nelle ultime settimane abbiamo seguito con attenzione l’evolversi della situazione a Wukan, il villaggio teatro di una ribellione contro i funzionari locali, protagonisti dell’ennesimo caso di abusi nella gestione di terreni collettivi. Ora che la situazione sta tornando alla normalità, è interessante osservare il discorso ufficiale sull’argomento. Dopo un lungo silenzio, sul Quotidiano del Popolo di ieri finalmente ha fatto capolino il nome del villaggio ribelle. Ma in quali termini?
Un recente articolo del Nanfang Zhoumo, subito rimosso dal web, raccontava le storie di alcuni funzionari dello Hunan, accomunati da un’unica caratteristica: l’aver avuto il coraggio di opporsi in pubblico a decisioni prese da propri superiori o colleghi. Che la provincia dello Hunan sia un’oasi di tolleranza, come l’articolo in questione lasciava intendere? O invece fenomeni del genere rappresentano il segnale di un cambiamento più ampio in atto nel panorama politico cinese?
Dopo essersi interrogati per decenni sulle origini della propria debolezza di fronte alle pressioni straniere, gli intellettuali cinesi sembrano oggi più propensi a interrogarsi sulle ragioni del successo del loro paese. Tra le voci più eminenti vi è quella di Pan Wei, direttore del Center for Chinese and Global Affairs dell’Università di Pechino. Pan concentra la sua analisi sull’assetto istituzionale della RPC, sostenendo che proprio in questo si nasconda la chiave del successo cinese.
Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa dell’ambiente. Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di questi movimenti in Cina e in Occidente. Questi due scenari rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Un post scritto con Marco Tonino.
Si è già scritto molto sull’importanza di Sina Weibo, la piattaforma di microblog più popolare in Cina, vera e propria arena in cui si sono sviluppati i più importanti casi mediatici degli ultimi anni. Ma quali sono le ragioni alle spalle della straordinaria crescita di un servizio che poco più di due anni fa stava muovendo i suoi primi passi? Cosa possiamo aspettarci per il prossimo futuro? Il ritratto di uno strumento che sta rivoluzionando il modo di intendere la comunicazione in Cina.
Lu Zhi, docente dell’Università di Pechino e di Yale, è fra i ricercatori ed ecologisti cinesi più attivi. Diventata inizialmente famosa per i suoi studi sui panda, tanto da essere considerata la “Diane Fossey dei panda”, ora si batte per la protezione del patrimonio ecologico cinese. Nicolò Di Marzo, attento osservatore delle dinamiche dell’ambientalismo in Cina, ci aiuta a conoscerla traducendo per noi un reportage uscito l’anno scorso sul Nanfang Renwu Zhoukan.