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Ran Yunfei sull’ondata operaia

di | 20 June 2010 | 5 Comments |

Post pubblicato sul blog di Ran Yunfei il 16/6/2010. Tradotto con alcuni tagli.

Sfogliando la Storia del movimento dei lavoratori cinesi pubblicata dopo il 1949 si nota subito una stranezza: il governo descrive il movimento dei lavoratori che ha guidato prima del 1949 – così come il movimento degli studenti – con tratti di impareggiabile eroismo. […]

Tuttavia una volta accettato questo uno si chiede: perché dopo il 1949 non c’è stato più nessuno disposto a mettersi alla testa delle proteste dei lavoratori? La risposta che il governo offre è la seguente: “la classe dei lavoratori è al potere”! [gongren jieji lingdao le yiqie, slogan maoista, ndt]. Vogliono davvero dire che nella Cina guidata dal Partito comunista gli operai vivono in una società assolutamente priva di conflitti?!

Non è così che stanno le cose. Gli operai sono sempre stati sfruttati, tuttavia la distanza fra loro e i funzionari di più basso rango non è mai stata così grande come viene percepita oggi. A questo va aggiunto il fatto che il governo cinese ha sempre tenuto la porta chiusa, ha impedito la libera circolazione delle notizie, ha dato uno spazio di confronto insufficiente e ha diffuso la retorica narcotizzante – roba da lavaggio del cervello – dei lavoratori come “padroni dello stato”. Si è arrivati perciò a una situazione in cui la gente comune non è più consapevole dei propri diritti.

Inoltre il governo, dopo le prime fasi […] in cui il sindacato veniva usato per controllare nell’ombra quelle imprese private non troppo docili, è poi riuscito finalmente a dar vita a delle imprese a capitale pubblico-privato e alla trasformazione socialista dell’industria e del commercio. In quel momento hanno inventato una parola che anche se si legge “unione dei lavoratori” (gonghui), in realtà è un’organizzazione di marionette a servizio del governo. Organizzazione che è riuscita nell’intento di eliminare i precedenti sindacati indipendenti nati come associazioni spontanee di lavoratori. Alla fine hanno privato completamente i lavoratori dei loro diritti senza che questi avessero modo di difendersi.

Nella grande Costituzione (decorativa) che il governo ha promulgato dopo il 1949 – a parte gli emendamenti del 1975 e 1978 che sancivano il diritto di sciopero – tutti gli emendamenti successivi sono andati nella direzione di togliere il diritto di sciopero ai lavoratori.

Negli ultimi trent’anni di apertura e riforme si può dire che contadini e operai sono i due gruppi sociali che hanno visto maggiormente colpiti i loro interessi. Bisogna poi tener conto che molti degli operai sono in realtà contadini che hanno lasciato le campagne per la città. Ma con l’allargamento dell’accesso all’università e l’istruzione di base anche nelle campagne, i contadini d’oggi, nati negli anni ’80 e ’90, sono diversi dai loro coetanei d’un tempo i quali, nel lasciare le campagne, avevano come unica ricchezza la loro forza fisica. Essi infatti hanno maggiore consapevolezza dei propri diritti. La differenza fra ricchi e poveri, tuttavia, è maggiore che in passato e l’inflazione è crescente: così lavorare duro non basta ad accedere a un livello di vita migliore di quello dei loro genitori. Difficoltà nel quotidiano, un futuro senza speranza, nessuna dignità, depressione, mancanza di fede in qualcosa e una vita privata di ogni tempo libero: tutto questo causa inevitabilmente un aumento dei suicidi. Il caso Foxconn non è che un esempio.

Oltre ai lavoratori di Foxconn che hanno usato il suicidio per opporsi all’oppressione e allo sfruttamento da parte di coloro che rappresentano il capitale, dal mese di maggio sempre più lavoratori hanno usato lo sciopero per esprimere insoddisfazione e difendere i propri diritti. E’ così riemersa davanti ai nostri occhi un’immagine che quasi avevamo dimenticato: i lavoratori in sciopero.

Secondo recenti statistiche ancora parziali, nel solo mese di maggio, si sono verificati dodici scioperi nelle regioni del Jiangsu, Yunnan, Shanxi, Shandong e Guangdong, la maggior parte dei quali a causa dei bassi salari in fabbriche manifatturiere e in imprese statali riorganizzate iniquamente. Ciò dimostra quanto la differenza fra ricchi e poveri e la crescente inflazione non abbiano che peggiorato ulteriormente le condizioni dei contadini.

Questo peggioramento, oltre a essere sotto gli occhi di tutti – come la corruzione dilagante – provoca indignazione e irritazione e la cosa più importante è che anche coloro che si indignano vivono vite ugualmente difficili.

[…]

Non dobbiamo pensare che gli operai in lotta non abbiano con noi alcuna relazione: tutti coloro che lottano ragionevolmente e in modi legittimi per i propri diritti, anche se stanno lottando principalmente per se stessi, portano avanti lotte i cui risultati rappresentano un contributo al progresso dell’intera società.

Ho detto in passato che quella cinese è una società di mutuo danno ma non di mutuo aiuto: ciò è una sconfitta per tutti. E se è una sconfitta di tutta la società dentro questa sconfitta c’è anche un po’ della sconfitta di ciascuno di noi. Ora, se vogliamo supportare il diritto dei lavoratori a scioperare, ebbene anche noi abbiamo più di una maniera per farlo. Fra queste una è quella di consumatori responsabili. Alla fine del secolo passato il “movimento per il commercio equo del caffè”  in America, attraverso un certificato di garanzia, ha dato la possibilità ai consumatori di acquistare il caffè direttamente dalle mani dei contadini dell’America Latina e ha consentito agli stessi contadini di aumentare i loro introiti e sconfiggere la povertà. Pur essendo criticato da molti sostenitori del libero mercato,  questo movimento dei consumatori ha mostrato […] la sua forza politica e la sua capacità concreta di migliorare le condizioni degli strati più poveri della popolazione.

Se prendiamo ad esempio gli stabilimenti della Foxconn a Shenzhen e il suo sfruttamento nei confronti dei lavoratori, la gente potrebbe dimostrare la sua protesta contro le fabbriche di “sudore e sangue” [sweatshop, ndt] come questa  iniziando a non comprare prodotti di Apple, Nokia, Dell [la cui componentistica esce proprio dagli stabilimenti Foxconn, ndt]. Certo, ci sono anche metodi più vigorosi. Ad esempio la lettera aperta sull’incidente della Foxconn inviata da cittadini al governo di Taiwan nella speranza di influenzare Guo Taiming [CEO di Foxconn, ndt] o addirittura le politiche sul lavoro del continente [...] verso una risoluzione del problema dei suicidi e di questioni legate a questa recente ondata di scioperi.

Nell’ondata operaia del maggio scorso lo sciopero sicuramente più interessante è stato quello dei lavoratori della Honda di Foshan. A differenza di quanto è accaduto nello sciopero al gruppo tessile Pingmian di Pingdingshan, dove gli operai si sono rivolti al Partito con slogan d’altri tempi chiedendo la classica “ciotola di riso”, a Foshan gli operai hanno lottato con chiarezza e metodo affinché venissero rispettati i loro diritti. In una lettera aperta pubblicata il 3 giugno hanno criticato aspramente i sindacati che li avevano ostacolati mentre stavano cercando di difendere i propri diritti e interessi. Allo stesso tempo hanno chiesto la costituzione di un sindacato indipendente dei lavoratori che li aiutasse nelle loro lotte. Sebbene nella Costituzione attuale non vi sia nulla in difesa del diritto di sciopero, tuttavia non c’è nemmeno nulla che lo proibisca, e se qualcosa non è proibito dalla legge significa che si può fare. Tanto più che sia nel “Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ESCR)” cui la Cina ha aderito, che nella “Legge sul sindacato” e nella “Legge del lavoro” è stabilito il diritto di partecipazione al sindacato e anche il diritto di sciopero. A mio avviso soltanto quando nelle leggi e nella Costituzione verrà sancito con chiarezza il diritto di sciopero allora l’attuale conflitto sempre più serio e iniquo fra capitale e lavoro potrà raggiungere un miglioramento strutturale.

Il governo dovrebbe usare il suo potere per risolvere in modo equo e imparziale le dispute del lavoro. Ma essendo in Cina la collusione fra governo e imprenditoria un fatto normale, i lavoratori si trovano a non avere un canale di comunicazione imparziale e rispettoso della legge. I loro interessi e diritti sono sempre meno tutelati e questo non può che accrescere ulteriormente il malcontento sociale.

Ran Yunfei (1965), detto Ran “il bandito” è originario del Sichuan. Attivo in rete sin dal 2002, vive a Chengdu dove lavora come redattore presso l’associazione degli scrittori cinesi della Provincia. E’ sicuramente uno dei blogger cinesi più critici contro il governo. Fra i suoi commenti più celebri – spesso censurati e ripostati rapidamente in altri siti – va ricordato quanto scrisse nel caso dello scandalo del latte in polvere adulterato: “un governo come questo è per noi motivo di umiliazione nazionale”. Molti dei suoi blog sono bloccati dall’inizio del 2009.

5 Commenti »

  • Tommaso Facchin (author) said:

    Come mi ha fatto notare Ivan le “unioni dei lavoratori” nascono ben prima di quanto scriva – trasportato dalla sua consueta foga – Ran Yunfei. Si parla degli inizi del Novecento, se non prima. Spiegherà meglio di me Ivan, se serve..

  • Andrea said:

    Ma essendo in [x] la collusione fra governo e imprenditoria un fatto normale, i lavoratori si trovano a non avere un canale di comunicazione imparziale e rispettoso della legge. I loro interessi e diritti sono sempre meno tutelati e questo non può che accrescere ulteriormente il malcontento sociale.

    [X] = please insert the name of a growth-driven nation state at your choice.

  • Ivan Franceschini said:

    Ran Yunfei nel suo post scrive alcune cose che da un punto di vista giuridico sono molto discutibili, in particolare il fatto che la legislazione cinese riconoscerebbe il diritto allo sciopero. Come ho già avuto modo di scrivere più volte, la base giuridica dell’introduzione del diritto di sciopero in Cina potrebbe essere la ratifica del “Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali”, il quale all’articolo 8 comma 1 impegna gli Stati contraenti a garantire il diritto di sciopero, purché esercitato in conformità alle leggi di ciascun Paese. Non si può però trascurare il fatto che il governo cinese ha mantenuto una riserva su quel comma dello stesso articolo del Patto in cui viene sancito il diritto degli individui a costituire e ad unirsi autonomamente in sindacati.

    Per quanto riguarda la legislazione sul lavoro ad oggi in vigore, l’unico accenno (vago) al diritto di sciopero si trova all’articolo 27 della Legge sui sindacati, là dove si legge che “in caso di blocchi del lavoro (“tinggong”, non “bagong”) o scioperi del rendimento in un’impresa o in un’istituzione, il sindacato dovrà, per conto dei lavoratori e degli impiegati, tenere delle consultazioni con l’impresa o l’istituzione o le parti coinvolte, presentare le opinioni e le richieste dei lavoratori e degli impiegati, e avanzare delle proposte”. Un ulteriore segno di apertura è stata la promulgazione di una nuova Legge sulla sicurezza nella produzione nel novembre del 2003: agli articoli 46 e 47 essa riconosce ai lavoratori delle imprese statali che nel lavoro incontrano una situazione che mette direttamente in pericolo la loro sicurezza personale il diritto di rifiutarsi di eseguire gli ordini così come di smettere di lavorare e abbandonare il posto di lavoro senza per questo subire alcuna riduzione salariale, diminuzione nel welfare oppure cancellazione del contratto di lavoro. E’ evidente come tutto ciò sia ben lontano dal sancire il diritto di sciopero per i lavoratori cinesi. A mio avviso, è particolarmente significativo il fatto che in nessuna delle tre leggi fondamentali sul lavoro entrate in vigore nel 2008 si faccia cenno alla questione dello sciopero.

    Ran Yunfei inoltre è piuttosto approssimativo anche da un punto di vista storico, come Tommaso non manca di annotare nel suo precedente commento al post. I sindacati in Cina esistono da ben prima della fondazione della Repubblica popolare (la stessa Federazione Nazionale dei Sindacati Cinesi è stata fondata a Canton nel 1925), tanto che, a mio avviso, uno degli aspetti più appassionanti della storia cinese moderni è proprio quello degli albori del movimento operaio in Cina, in particolare i “gloriosi anni Venti”, quando i lavoratori erano in uno stato di perenne mobilitazione, ancor prima della nascita del Partito. Ma questo è un altro argomento, che forse, se ci sarà occasione, potrebbe meritare un post a sè…

    Trovo molto interessante invece il concetto di “società di mutuo danno”. Perchè non approfondirlo con qualche nuova traduzione?

  • Andrea said:

    Mi permetto di dissentire a proposito della ratifica del “Patto internazionale sui diritti economici sociali e culturali” (ESCR) come possibile via per stabilire il diritto allo sciopero in Cina. Per varie ragioni:

    1) La ratifica del patto non comporterebbe da subito l’introduzione del diritto allo sciopero, perché nel Patto vige la clausola della “realizzazione progressiva” dei diritti. Il lasso di tempo potrebbe essere molto lungo. Paradossalmente la realizzazione progressiva può rimandare la reale introduzione all’infinito se lo Stato ratificatore è abbastanza scaltro da mostrarsi costantemente impegnato alla realizzazione del Patto.

    2)Anche dopo la ratifica, la giudicalizzazione sul territorio nazionale di accordi internazionali è questione estremamente complessa. Faccio un esempio a noi vicino: l’Italia ha ratificato nel 1981 la “Convenzione sui Lavoratori Migranti” (ILO 149), eppure i fatti di Rosarno dimostrano che la semplice ratifica non basta. Il diritto sostanziale richiede l’istituzionalizzazione di una serie di strutture di supporto(come corti apposite, semplificazione dell’accesso alla giustizia, Ombundsperson ecc…) per poter funzionare (sempre che un diritto debba “funzionare”, ma questo ci porta lontano)realmente.

    3)Oltre a queste strutture, l’implementazione reale dei Patti internazionali (soprattutto quelli promossi dall’ILO o dal UN, quelli economici richiedono meno sforzi) richiede spesso il ricorso, da parte degli stati promotori, del così detto “naming and shaming”, ovvero di una campagna di pressione mediatica e istituzionale che, mettendo all’angolo il paese “canaglia”, favorisca l’adozione nell’ordinamento giuridico locale del patto o della norma interessata. A riguardo due punti: il PCC difficilmente può subire crisi di legittimità in questo modo e, secondo, come ricordava Giulia in un altro post, l’interesse internazionale per l’effettivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori cinesi e quanto meno dubbio.

    Ti sembra abbia senso? spero di sì. Complimenti comunque, il dibattito è finalmente decollato!

  • Ivan Franceschini said:

    @Andrea: Le tue obiezioni sono indubbiamente sensate. Il punto è che parte del mondo accademico cinese ha convenuto sul fatto che, in assenza di altre regole che dicano altrimenti, dal momento che in Cina il diritto allo sciopero si trova in una specie di limbo giuridico, tale diritto risulta ugualmente riconosciuto in virtù della ratifica del 2001 del Patto. Che poi ciò sia una lettura discutibile non lo metto in dubbio (nel mio commento infatti ho usato il condizionale “potrebbe”), però resta il fatto che questa ratifica costituisce quantomeno un’importante dichiarazione di principio.

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