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Libri | Il Capitalismo, verso l’ideale cinese

di | 20 January 2012 | One Comment |

L’immagine è quella di una fila di funzionari della Repubblica Popolare Cinese in posa per una foto ricordo.

La data da celebrare è il 5 dicembre 2008.

L’occasione: la chiusura di una delle sedute del consesso per il dialogo tra Cina e Stati Uniti tenutosi a Pechino.

“Una fila di burocrati comunisti con capelli tinti e permanente […] Visi gonfi, pasciuti nell’abitudine di incartamenti fotocopiati e affari obliqui, compressi nei colletti delle camicie, strozzati da cravatte dozzinali come i loro vestiti”.

Incomincia così l’ultimo lavoro di Geminello Alvi, economista, editorialista ed ex-membro del Consiglio degli esperti del Ministero dell’economia italiano. Il libro, Il Capitalismo – Verso l’ideale cinese, pubblicato da Marsilio, è l’ultimo di una trilogia di saggi, pensati e scritti con i tempi, le pause e le riflessioni di un’opera teatrale, che si prefigge l’obiettivo di narrare la storia del capitalismo moderno, di disvelarne la logica e di raccontarci il mutamento sociale ed antropologico apportato da quella che l’autore chiama la “perversione del capitale”, la sua evaporazione in forme avulse dall’economia reale ed intrinsicamente oppressive, dispotiche e culturalmente omologanti.

Il testo di Alvi è un’opera complessa, ricca di memorie personali, di incidentali evocative ed illuminanti, spesso involuta, spigolosa ed urticante nel giudizio, come un testo di Nietzsche. Sebbene non sia nelle intenzioni dell’autore soffermarsi nel dettaglio su “cose di Cina”, a mio avviso recensire questo libro è particolarmente importante, soprattutto in un contesto come quello di Cineresie. Innanzitutto il testo si inserisce idealmente nel dibattito sul “modello” cinese, trattato più volte su questo sito anche attraverso una serie di interviste. All’interno di questo dibattito Alvi sviluppa un’idea originale sulla natura dell’economia cinese e la sua relazione con il capitalismo globalizzato, di cui parleremo a breve.

Secondariamente, mi è sembrato opportuno portare all’attenzione dei nostri lettori questo testo perché in qualche misura appare contenere molti, se non tutti, gli stereotipi sulla società e lo Stato cinese cari al il liberismo occidentale. Nel caso di Alvi, questi stereotipi vengono usati produttivamente e comunque sono basati su una ricostruzione economico-politica della Cina maoista e post-maoista, dunque appaiono meritevoli di essere letti e discussi. Per facilità mi focalizzerò solo su due dei numerosi temi sviluppati dal libro: il capitalismo come idea di società, e la Cina come esempio di società capitalistica compiuta.

Il capitalismo, la società

Come detto Il Capitalismo – Verso l’ideale cinese, a dispetto del titolo allusivo, non è un libro sulla Cina. Solo il primo capitolo è dedicato ad una discussione socio-economica di cosa sia la Cina contemporanea e ciò solo nell’intento di fare della sua attuale forma istituzionale e crescita economica un caso particolare del più ampio percorso lungo cui la logica del capitalismo finanziario si dispiega; logica che per Alvi produce l’omologazione culturale su scala globale, l’appiattimento della vita umana sull’asse del consumo e un depotenziamento dell’individualità verso forme elementari ed infantili di invidia e possesso.

L’argomento generale del libro di Alvi è che “il capitalismo non è riducibile […] alla venalità individuale, ma richiede, in dosi crescenti, complicità statali. Consiste di individualissima invidia persegue il lusso per il superfluo ma richiede lo Stato.” La prova? La parabola storica della Repubblica Popolare Cinese. Un connubio di statalizzazione dei settori chiave dell’economia (ne abbiamo parlato velocemente qui e qui), di distorsione dell’economia reale attraverso enormi iniezione di capitale pubblico, di salarizzazione del lavoro e di incitamento al consumo superfluo che in trent’anni ha portato la Cina, con la complicità dei finanziatori stranieri – in primis gli USA-, alla gargantuesca macchina produttrice di merci che è oggi.

In ciò il testo di Alvi sfida apertamente gran parte della vulgata della sinistra progressista in Europa e negli Stati Uniti (la sinistra Keynesiana, fa notare l’autore) che vorrebbe il neoliberismo il periodo storico in cui è stato proprio lo “Stato” a mancare. Senza lo Stato e le sue scelte di intervento (o di non intervento) in economia, le due decadi di socializzazione dei debiti delle banche e di capitali transnazionali agevolati da rapporti politici che abbiamo vissuto, con conseguente distruzione di economie locali, ambiente e posti di lavoro, non si sarebbero mai potuti verificare.

L’ideale cinese sarebbe dunque di semplice spiegazione: una visione dove mercato, consumo e società sono perfettamente omologhi ed integrati, dove il dispotismo è la forma istituzionale prediletta perché l’unico capace di ottimizzare il flusso di capitale e di ridurre gli individui a mero salario, a formula economica. Questo ideale è cinese, fino a questo punto, solo in senso pratico: è questa la nazione per Alvi ad aver realizzato appieno l’ideale contenuto nel capitalismo inteso come “modello” di società dove tutto è mobile, precario e sottomesso al profitto.

Alvi dedica gran parte della sua peregrinazione economico-letteraria a questa tesi, che sviluppa in un affresco affascinante, muovendosi fra Marx, Ayn Rand e Greenspan, fra Stevenson , Dickens, Thackeray e Tocqueville. Teoria economica, relazioni internazionali e romanzo ottocentesco si fondono in un racconto di come le idee di lavoro, capitale e moneta si siano sviluppate nel tempo portandoci alla situazione di indebitamento e avvilimento del lavoro e della vita che caratterizzerebbe le società occidentali moderne.

In certa misura la tesi di Alvi si inserisce perfettamente nel dibattito, molto acceso in questi giorni di spread, bond, e debito sovrano, fra i sostenitori di Keynes e quelli di von Hayek.

I due grandi economisti erano fondamentalmente in disaccordo sul peso che lo Stato dovesse avere in economia durante una crisi: il primo riteneva che lo Stato dovesse spendere per lenire gli effetti della crisi e gettare le basi per la successiva crescita, il secondo invece sosteneva l’idea che lo Stato dovesse tagliare le tasse e rinunciare alla capacità di stampare moneta e quindi di svalutare i patrimoni familiari. Per Alvi il capitalismo, contrariamente a quanto si pensa, è per logica maggiormente in sintonia con la prima di queste soluzioni: necessitando di credito continuamente in movimento, odierebbe i patrimoni ed il risparmio mentre andrebbe a nozze con elite statali e finanziarie che prediligono il consumo ed il potere qui ed ora.

In che misura questa discussione di teoria economica riguarda la Cina? il modello cinese sarebbe quello di uno Stato “keynesiano”, cioé interventista, ma con grande attenzione a mantenere la bilancia del rapporto fra lavoro capitale decisamente dalla parte del capitale, ovvero dalla parte del Partito.

Lascio a David Harvey spiegare questo punto con maggior chiarezza.

Il capitalismo in una nazione di sudditi?

E’ in questo senso che per Alvi il capitalismo, ovvero l’idea che una società debba essere strutturata intorno al movimento, uso e produzione di capitale più che alla sua dimensione umana, si configura nella sua massima efficacia in Cina, nazione che mai avrebbe conosciuto istituzioni realmente democratiche, ovvero rappresentative di un sentire comune al suo popolo, ma solo un tetro “dispotismo”, incline per sua natura a trattare individui come numeri e quindi perfetto per il capitalismo deumanizzante che abbiamo imparato a conoscere.

Ed è proprio qui la parte più debole del libro. Alvi tenta di dimostrare come il miracolo economico cinese sia stato possibile solo per mezzo di uno Stato in perenne spesa, ovvero invischiato in una battaglia per la riallocazione delle ricchezze delle famiglie e dello stato Cinese precedenti la rivoluzione maoista in mano ai dirigenti del Partito. Il potere così accumulato avrebbe permesso alla dirigenza cinese di decidere arbitrariamente della vita economica del miliardo di “sudditi” in patria. Questi si sarebbero visti usare come ingranaggi nella realizzazione di una perfetta macchina per la produzione di merci superflue da esportare ovunque nel globo. Come mai tanta acquiescenza verso un progetto tanto perverso? La risposta Alvi la trova nella cultura cinese tradizionale, nella natura di questo popolo, nel suo “conservatorismo”. I cinesi sarebbero fatti per essere sudditi, disprezzerebbero chi si distingue, l’eccellenza, e privileggerebbero la mansuetudine, l’ottusità, il gregge.

Il limite di tale argomentazione sta forse nei limiti stessi degli autori di cui Alvi si avvale per comprovare il suo essenzialismo. Evitando di soffermarci sulla ristrettezza di fonti usate per discutere del sistema economico vigente nella RPC (che si riducono a Yasheng Huang e Richard McGregor e Steven Mosher, ma il libro sarebbe stato forse diverso se Alvi avesse aggiunto Naughton, Hussain e Shue), sono le influenze di Wittfogel, Arthur Smith e Weber a suscitare i più vivi dubbi.

Del “dispotismo orientale” di Wittfogel abbiamo già parlato in passato, ma vale ricordare che Edward Said ne fece una critica puntuale, suggerendo come molti degli argomenti usati, non solo da Wittfogel, per descrivere il cosiddetto “Oriente” soffrano immancabilmente di eurocentrismo, ovvero tendano a distorcere la descrizione del loro oggetto in base ad idee implicite su cosa sia davvero “l’Occidente” a cui “l’Oriente” viene contrapposto. Così Alvi ci parla, usando Weber, di un carattere cinese fatto di “mancanza di nervi nel senso europeo del termine, pazienza illimitata e controllata gentilezza, forte attenzione alle abitudini, assoluta insensibilità alla monotonia, capacità di lavoro ininterrotta, lentezza a reagire agli stimoli” tutti tratti che predisporrebbero il “cinese”, individuo detto dall’autore “terminale”, ad una esistenza sotto un capitalismo dispotico e compiutamente realizzato.

L’idea principe di Wittfogel, che il dispotismo cinese è affare antico legato alla gestione delle acque nella società rurale cinese ed elemento portante della cultura di questo paese è considerata al giorno d’oggi “non più convincente e basata su dati che sono semplicemente falsi”. Dal canto suo Max Weber ha più volte commentato ambiguamente circa la supposta propensione dei cinesi a “servire” sotto uno stato autocratico. A dispetto di quanto scritto in The Religion of China usato da Alvi, Weber affermò altrove che nella storia cinese le comunità urbane e rurali si “governavano da sole”, affermazione in antitesi al concetto di “ amministrazione patrimoniale dall’alto” che fa capolino nel testo di Alvi. Per non parlare di Smith, missionario americano della fine del XIX secolo, le cui etnografie sono oggi usate nei corsi di antropologia per spiegare cosa NON bisogna fare sul campo. Su queste basi è dunque difficile sposare completamente la tesi di Alvi che sulla Cina sembra aver avuto cattivi maestri.

Il dono e il consumo

Ironicamente, Alvi vede nella “comunità” – intesa come un corpo politico indipendente e istituito consapevolmente da individui – e nel dono, atto economico fuori dal circolo dell’accumolo della moneta, le sole due istituzioni capaci di salvarci dall’esito cinese del capitalismo. Ironicamente perché comunità e dono sono, ad una lettura aggiornata della società cinese, due dei pilastri della sua contemporaneità. Recentemente si è sostenuto che non si può capire il capitalismo cinese senza capire come l’economia informale, il “dono”, determini canali preferenziali per lo scambio di beni o capitale nell’economia formale. Il dono è presente in Cina, come in tutte le altre società, ed è complementare al consumo, non in antagonismo. Per quanto riguarda la comunità, nel senso Alviano, si legga l’immenso lavoro di Zheng Zhenmang e Kenneth Dean sulla società della piana di Putian, in Zhejiang oppure Christian Lamouroux: si troveranno proprio quelle “costituzioni comunali” e quei rapporti di “fratellanza” che Alvi disperatamente cerca di resuscitare nell’ingrigita Europa.

E non che sia necessariamente un bene: molta antropologia economica, anche nel contesto cinese, ha dimostrato che il dono, nelle società che ancora lo praticano come canale parallello all’economia di mercato, può portare agli stessi esiti di esclusione sociale e privazione economica tipici in contesti di capitalismo selvaggio. Alvi sembra inoltre supporre che, mancasse lo Stato, le società umane, soprattutto quelle di cultura “occidentale”, si troverebbero a vivere in una sorta di eden anarchico dove l’individuo e la società non si penserebbero in conflitto tra loro. Ciò sembra escludere che un’altra, piuttosto diffusa, istituzione umana come la famiglia non ingeneri simili effetti di deprivazione ed esclusione sociale come invece sembra essere il caso.

In The Human Economy Keith Hart e i suoi collaboratori si muovono nella direzione presa da Alvi: quali alternative sono possibili a questo capitalismo degenerato? Ma mentre i primi tentano di rinvenire nel mondo di oggi forme embrionali di un sistema futuro, metodi alternativi, reali, messi in pratica ogni giorno da gente comune, Alvi sembra aver perso qualsiasi interesse verso questo futuro possibile.

La speranza nei confronti della capacità di regolare i mercati che solo lo Stato – ahinoi! – può avere nel mondo presente, come lo conosciamo ogni giorno, non è presa seriamente in conto dall’autore. Annelise Riles ed altri si stanno muovendo verso una comprensione di ciò che si può fare, davvero, per regolamentare il mercato finanziario di oggi, studiando nel dettaglio i meccanismi legali e matematici, che Alvi bolla come “incomprensibili” nel suo testo, ma che rappresentano la chiave di volta per capire come molte delle operazioni che ci hanno portato a questo punto sono riuscite a farlo proprio perché ritenute dai più “incomprensibili”, e quindi implicitamente accettate.

Riferendosi alla minaccia rappresentata da questo “ideale cinese” e dal suo avvento in un mondo ormai prono all’ impulso del consumo ed incapace di intenderne il pericolo, Alvi profeticamente conclude: “Ci sarà bisogno di pochi quando il drago sortirà dall’abisso”. Buon anno del drago a tutti allora.

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