“Operaie”, dal pianeta Dongguan
La modernità è dotata di un genere sessuale? Vari studi sinologici si interrogano sulla genderisation of Chinese modernity. Il mito della modern girl, che costella di figure emblematiche letteratura e cinema cinesi del primo ’900, costituisce uno snodo essenziale tra commercializzazione dell’individuo, egemonia patriarcale e colonizzazione culturale.
In un saggio del 1991 Rey Chow rilegge la letteratura cinese moderna alla luce di un’interpretazione di genere delle civiltà: il corpo femminile, con i suoi impliciti significati sessuali, è metafora della Cina che, sottoposta alla «superiorità» dell’occidente (mascolinizzato nell’immaginario letterario), trova forme di emancipazione identitaria tramite la liberazione di quel corpo dai tabù e dagli stereotipi generati sia dalla tradizione locale sia dalla visione eurocentrica della donna/nazione cinese. Oltre alla sessualità anche il lavoro femminile è riconducibile al corpo, nonché soggetto alla manipolazione del capitale e al contempo è uno spazio di formazione dell’identità.
A questo orientamento si ispira una ormai nutrita produzione scientifica in lingua inglese sulle dagongmei, giovani operaie migranti, tra cui Made in China: Women Factory Workers in a Global Workplace (2005) di Pun Ngai e, più recentemente, il bel romanzo-inchiesta di Leslie T. Chang, Operaie (tradotto in italiano per Adelphi da Mariagrazia Gini).
La giornalista sino-americana del Wall Street Journal ricompone i frammenti di una società multiforme e sincronizzata su più velocità dopo trent’anni di gaige kaifang (riforme ed apertura economiche), partendo dal microcosmo di Dongguan, «espressione perversa ed estrema della Cina», città-fabbrica che produce oggetti del desiderio globalizzato destinati ai mercati mondiali, dando alloggio, lavoro e identità a milioni di migranti interni di origine contadina, di cui il settanta per cento sono donne. Speculare al racconto di queste storie individuali è la ricostruzione da parte dell’autrice delle proprie radici, forse la parte meno originale del libro, sebbene complementare e opposta in senso diacronico e spaziale alla presentazione sincronica dei flussi migratori attuali.
Alla conquista di metà del cielo
Malgrado la condizione di sfruttamento e di violenza sociale (evidenziata negli studi di Pun Ngai) che contraddistingue le giovani migranti rurali, nell’opera di Chang emerge anche un curioso intreccio di autostima all’americana e di pragmatismo confuciano, che rende le vite di queste operaie imprenditrici di se stesse, imprevedibili e dolorosamente dinamiche, a tratti paradigmatiche del nuovo secolo. Il reportage non si limita a presentare un fenomeno emblematico della globalizzazione nelle sue pieghe socioeconomiche, ma tende a figurare le ripercussioni culturali e di genere indotte da questo fenomeno nel tessuto sociale oggi più fragile e sensibile. L’inchiesta, durata tre anni, sfocia in un’intensa narrazione dell’esperienza di alcune donne, in realtà di una generazione le cui origini sono rurali, nel loro itinerario di migrazione «dalla famiglia al mercato» come recita il titolo di un saggio sul lavoro nella Cina contemporanea. La meta di ciascuna è il successo, chenggong, sia esso un buon posto da impiegata o addirittura da manager e, laddove possibile, un matrimonio economicamente vantaggioso, purché ci si distanzi dall’originaria provenienza contadina.
Lungi dal voler presentare una lettura ottimistica di un capitalismo aggressivo e monocratico, capace di realizzare il «sogno cinese» del singolo ai fini del progresso nazionale, Chang mette in luce piuttosto le contraddizioni e le implicazioni anche positive, nonostante tutto, di un complesso e talora perverso meccanismo economico che finisce inopinatamente per offrire alla donna cinese la conquista di quella metà del cielo che mai le è appartenuta. Più che un’inchiesta giornalistica, l’opera di Chang si legge come un romanzo sociale alla Balzac, o una moderna versione cinese dell’eroe stendhaliano: le protagoniste sono contadine poco più che sedicenni che attraversano le diverse «Cine» mosse da un’irresistibile ambizione sociale più che dal bisogno economico; tentano di migliorare se stesse frequentando corsi di training autogeno nelle fabbriche in cui lavorano, studiano disperatamente l’inglese e assimilano nozioni di informatica, investono e perdono denaro in aziende commerciali; conquistano e lasciano fidanzati (spesso inadeguati e meno dinamici di loro), apprendono a vestirsi e a parlare in pubblico, provando a travalicare le barriere di classe e di genere, a plasmare la propria personalità affinché possa conformarsi il più possibile al «cinese nuovo» che è, in fondo, funzionale alla nuova Cina progettata dalla classe dirigente (e che nemmeno le massicce e capillari campagne di persuasione e propaganda maoista, nemmeno gli anni crudeli della Rivoluzione culturale erano riusciti a forgiare). È una bildung non solo in senso sociale e culturale, ma anche sentimentale: «Non si matura quando si è felici», scrive una delle operaie, «la felicità rende superficiali. Solo la sofferenza ti fa crescere, ti trasforma, ti fa arrivare a capire meglio la vita!»
La maturazione avviene nella complessa geografia umana brulicante dentro e ai margini della civiltà industriale dell’estremo oriente: tra un dormitorio e un karaoke bar – dove molte di loro si impiegano o restano impigliate nella prostituzione, uno dei più fiorenti settori del terziario – dietro la catena di montaggio o al temibile ma promettente mercato dei talenti, dove un curriculum ben costruito (anche sulla menzogna) o una battuta pronta possono aprire le porte del paradiso lavorativo, le ragazze di Operaie gestiscono anche le loro prime esperienze amorose e sessuali. In una società ancora sessista (che paradossalmente proprio per questo concede loro maggiore spazio di crescita sociale ed economica) si incrina il tradizionale equilibrio tra nei-wai, «interno ed esterno», già superato nelle grandi città più evolute, ma ancora vivo in vaste zone rurali.
La lunga marcia verso se stesse
Confinata per tradizione entro gli spazi domestici (nei), responsabile del nucleo famigliare e della sua sopravvivenza in termini essenzialmente procreativi, ancorché risorsa economica a perdere perché sposandosi contribuirà alla continuità di un’altra famiglia, la donna cinese nel sistema migratorio legato alle fabbriche di Dongguan ha la possibilità di diventare soggetto autonomo, individuo, attivo e produttivo nella società (wai) fino a rappresentare, come nota Delia Devin in uno studio del 1998, un nuovo ruolo-modello per le altre ragazze rimaste al paese. Disegnando una femminilità diversa e per certi versi rivoluzionaria, le migranti contribuiscono a una reinterpretazione di valori e di schemi storicamente assegnati nei rapporti dominanti. Difatti, non è solo il ruolo femminile a essere rivisto.
Parlando della rete relazionale alla base della società cinese tradizionale (rurale), il sociologo Fei Xiaotong scriveva negli anni Quaranta del secolo scorso: «Questa rete è una tela di ragno con al centro il proprio io»; non è individualismo (gerenzhuyi) quello che muove all’azione i cinesi, bensì ziwozhuyi, una sorta di egocentrismo che si espande verso l’esterno: la loro supposta mentalità collettiva e «sociale» si fonda in realtà, secondo lo studioso, sull’estensione a cerchi concentrici di uno smisurato e irriducibile senso del sé. La metafora relazionale di origine confuciana sembra trovare una sua nuova traduzione nella società postmoderna delle città-fabbrica sul delta del Fiume delle Perle, che producono merci e individui compatibili con il nuovo ordine mondiale fondato su un rapporto spasmodico tra produzione e consumo, delineando inedite gerarchie di legami e di valori, mescolati a vecchie concezioni: il successo del singolo è garanzia e promessa di successo e sviluppo della collettività e viceversa. In una società di massa, avvezza al pensiero collettivo e a gestire l’esistenza come proiezione del sé in una complessa ragnatela di relazioni esterne (a partire dal gruppo famigliare), la scalata alla realizzazione individuale comporta smarrimenti e sconfitte, ma soprattutto una solitudine profonda, forse mai sperimentata prima nella società cinese, poiché la mutazione culturale subita dalle migranti le induce innanzitutto ad allentare e talvolta recidere i legami famigliari: nelle officine di nuovi prototipi umani di Dongguan, «niente è più facile che perdersi di vista», il vero perno delle relazioni non è più il clan, ma il cellulare, il cui furto cancella in un istante ogni amicizia e relazione e costringe a ricominciare da capo la tessitura della tela. Il mondo di Dongguan è descritto come una selva darwiniana, dove «puoi contare solo su te stessa», e sopravvivere è essenziale, sì, ma alla luce del concetto confuciano dell’autocoltivazione: progredendo continuamente. Fondata sull’etica tradizionale è anche la convinzione che «morire poveri è peccato», e il fallimento non è tanto «una tragedia o un incidente, a cui potevi dare un nome, quanto un progressivo allontanamento fino a scomparire nel nulla»; oppure, più prosaicamente, fare ritorno al luogo da dove si è venute, perché «andarsene non è più un disonore. Adesso la vergogna sta nel rimanere a casa».
Dall’individuo alla collettività
Se il lettore alza lo sguardo verso lo sfondo, oltre le Chunming, le Liu Yixia e le Min – eroine di una nuova tipicità post-socialista – vede materializzarsi un più vasto affresco al cui centro stanno non tanto le singole vicende personali bensì i luoghi complementari e opposti di formazione ed evoluzione della società cinese moderna, significati culturali prima ancora che spazi fisici: innanzitutto la campagna, celebrata nella sua superiorità morale come luogo di sintesi armoniosa tra uomo e natura dal pensiero tradizionale, esaltata poi dalla retorica maoista della terra come patrimonio rivoluzionario e di produzione collettiva. Le operaie di Leslie Chang, invece, abbracciano il mito tutto occidentale della supremazia urbana: abbandonano le aree rurali per cercare un’identità più moderna nelle città, uno spazio che evoca, come scriveva Raymond Williams nel 1973, «il senso della possibilità, dell’incontro e del movimento». Lontano dai villaggi dell’entroterra che vivono con «l’orologio della tradizione» e dove faticano a imporsi i lussi e il dinamismo degli agglomerati urbani situati sulla costa, le giovani migranti fanno in città incontri che cambiano loro la vita, spinte da un costante movimento psicologico e sociale oltre che spaziale, pronte a cogliere o a lasciarsi sfuggire la possibilità di diventare altro da ciò che sono.
Una epifania nella letteratura
Come spesso accade, la letteratura aveva anticipato questo panorama, grazie agli scrittori della «nuova sensazione» che negli anni ’30 del ’900 descrissero in termini femminili la Shanghai del tempo, simbolo della modernità cinese, identificando quest’ultima con l’essere femminile. Le vite parallele raccontate da Leslie Chang (cinese d’America, che per storia personale vive il meticciato culturale e la migrazione tra Cina e occidente) sono di fatto la trama di una cangiante e multi-prospettica narrazione della Cina del XXI secolo, una Cina che sembra non avere più un passato ma solo un eterno presente: una società stratificata, che nondimeno anche ai livelli più bassi suggerisce destini mutevoli e inattesi, in grado di risolvere l’annoso dilemma della modernità concentrando tutte le proprie energie nel culto metropolitano e collocando al vertice della scala dei valori il successo economico e la fuga dall’anonimato di un «io» tutto proteso verso l’iperrealtà del futuro, nuova religione di stato.
Questa stessa Cina viene descritta da Guido Samarani in Cina, Ventunesimo secolo (Einaudi) – un breve manuale per decodificare il presente e il prossimo futuro della Repubblica Popolare – in una prospettiva diametralmente opposta, ossia dalla sommità invece che dalla base della piramide sociale. Questo primo scorcio di millennio apertosi in Cina con una serie di grandi, talora catastrofici eventi, dall’ingresso nel Wto ai disordini in Tibet e nel Xinjiang, dalle Olimpiadi di Pechino al terremoto del Sichuan, fino all’Esposizione Universale di Shanghai di quest’anno, viene sinteticamente analizzato lungo diverse direttrici: politica, economica e sociale.
Il ritratto della «quarta generazione al potere» dà forse più di ogni altra informazione e analisi la misura delle potenziali trasformazioni e del loro impatto; una generazione di ingegneri e tecnocrati, relativamente più giovani e flessibili rispetto alle passate nomenclature, nelle cui mani giacciono le «grandi sfide future»: dallo sviluppo pacifico e sostenibile – in una cornice ambientale e demografica a rischio – all’unità del Paese, segnato da gravi contrasti e crisi sociali, e non solo dai successi economici riconosciuti e temuti in tutto il mondo; la costruzione di una governance nuova e più competente, la lotta alla corruzione locale; la riforma del sistema educativo, e ancora, i delicati rapporti con Taiwan e con le province dissenzienti ed etnicamente diverse. In un quadro così complesso e denso di variabili, l’aver assicurato una certa stabilità di sviluppo sia interno che internazionale appare un risultato apprezzabile; le tensioni, peraltro, che questo stesso sviluppo genera a livello sociale e culturale, restano di difficile valutazione.
Giustapponendo l’ambizione privata delle migranti all’ambizione politica della leadership cinese, che oscilla tra autoaffermazione ed equilibrio sociale, si coglie lo zeitgeist del villaggio globale: da un lato una tendenza alla fuga dalla marginalità e dai modelli di relazione tradizionali, e dall’altro lato l’avvento di società ibride, basate su una contraddittoria dinamica tra identificazioni di massa e gratificazioni individuali, in cui la crescita collettiva muove dal desiderio di perfezionamento fisico, morale ed economico del singolo. Da questa mobilità quasi obbligata, armonie e disarmonie si creano senza soluzione di continuità, nuovi bisogni, si generano, si moltiplicano e si orientano in un precario, ma costante, riadattamento esistenziale.
Articolo pubblicato su il Manifesto del 14/7/2010
Nicoletta Pesaro è professore associato presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale. I suoi ambiti di ricerca riguardano la letteratura della Cina moderna e contemporanea, la traduzione letteraria dal cinese e la teoria della narrativa in Cina. Ha tradotto, fra gli altri, romanzi di Yu Hua, Ge Fei, Ma Jian e Ye Zhaoyan.

A me sembra che la narrazione di Leslie Chang sia molto più romanzata del dovuto. Da giornalista sino-americana l’autrice sa bene cosa vendere agli “occidentali”.
Dire che “meta di ciascuna è il successo, chenggong” è come dire che ai bambini piacciono le caramelle. Non credo di esagerare se dico che nella Cina di oggi il chenggong è miraggio del 99% della popolazione, senza distinzione di etnia, classe o genere.
Non concordo neanche su questo “purché ci si distanzi dall’originaria provenienza contadina”. Quella è qualcosa che inevitabilmente ti porterai sempre dietro, specie se fuggi dalla campagna per finire in una catena di montaggio del Guangdong. Io penso che più che distanziarsi dalla provenienza contadina, si cerchi invece di imparare il più possibile questo non ben definito “urban style” da sfoggiare e usare come via di emancipazione personale una volta tornate in campagna. Perché in campagna solitamente tornano.
Ultime due parole su questo «andarsene non è più un disonore. Adesso la vergogna sta nel rimanere a casa». Non so quanto siano parole testuali di una ragazza cinese di campagna, ma ad ogni modo bisognerebbe vedere cosa ne pensano i familiari e gli altri del villaggio: “disonore” spesso è avere una figlia che se ne va da sola in città. E peggio ancora è forse vedersela tornare a casa dopo anni di vita cittadina (ovvero libertina. Vedi anche i discorsi su amori e sessualità delle migranti, consiglio il libro深圳女劳务工婚恋状况研究, di 蔡立).
Grazie alla prof.ssa Pesaro per la sua recensione alla versione italiana.
Ma solitamente ritornano?
Secondo me è difficile dare una risposta, diciamo che è ancora tutto “study in progress” in campo. Ad ogni modo io rifletterei su due punti:
1) superato il boom migratorio degli anni ottanta e soprattutto novanta, oggi molti studi e anche semplici statistiche e articoli di giornale mostrano come esistono sempre più buone ragioni per tornarsene in campagna e abbandonare le metropoli industriali del Guangdong (per restare al soggetto del libro di Leslie Chang)
2) in Cina non esistono solo “città” e “campagne”, ma tutta una serie di livelli intermedi che spesso sfuggono alle analisi degli osservatori. Per dire, magari una ragazza non torna al suo villaggio d’origine ma ad un villaggio più grande ed adiacente (spesso per matrimonio). Oppure dopo anni di fabbrica torna sì nella sua provincia ma in una città di alcune decine (o centinaia) di migliaia di abitanti, dove aprire una piccola attività e contare su un numero maggiore di clienti.
La questione “ma poi questi migranti tornano a casa loro?” è estremamente complessa perché ovviamente legata a tematiche altrettanto complesse (hukou, sviluppo zone rurali, vincoli familiari, costo della vita in città, politiche del governo e finanziamenti, etc…), qui sarebbe interessante fare un’analisi basandosi sul genere.
Morale della favola: ma solitamente tornano? Io direi di sì e sempre di più. Di certo se lo augurano in tanti…
@Daniele: grazie mille per la segnalazione del libro sulla sessualità delle migranti, ho già proceduto all’acquisto…
Credo che Daniele colpisca perfettamente nel segno: non bisogna pensare alla società rurale, la “campagna” come una scatola nera da cui si entra e si esce individualmente, incommensurabilmente distante dalla vita “urbana” e “moderna” e custode di chissà quale tradizione. Di per sé la nozione di società rurale o contadina nasce dal rapporto fra una classe politica urbana e una classe “subalterna” a disposizione in Cina come in europa (vedi a proposito il Cap 1 di Kinship, Contract ecc. di Myron Cohen:
http://books.google.it/books?id=sBBbfCx3gzwC&printsec=frontcover&dq=Myron+Cohen+kinship&source=bl&ots=rXHvra_7J5&sig=qby_KitS2-SxRQiY94Vij-sT9B8&hl=it&ei=XZdFTIDbGY-RjAf-4JH1Bg&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=2&ved=0CB0Q6AEwAQ#v=onepage&q&f=false
e Hobsbawm
http://www.amazon.com/The-Invention-of-Tradition-ebook/dp/B001C4U2Q0
Per quanto riguarda la tendenza a tornare presso la famiglia di origine (più che il villaggio natio) concordo ancora con Daniele. C’è. E’ di questa idea anche Rachel Murphy che descrive il fenomeno come circular migration (nel cap.1):
http://books.google.it/books?id=dHUBSy6pgh8C&dq=murphy+2002+How+Labour+Migration+is+Changing+Rural+China&printsec=frontcover&source=bn&hl=it&ei=jJhFTMcklZOMB4WOnfUG&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=4&ved=0CDYQ6AEwAw#v=onepage&q&f=false
Credo sia proprio Rachel Murphy una delle voci più autorevoli in materia di studio di “donne e migrazione” in Cina. Pun Ngai è una giovane accademica di HongKong che si è occupata fino a pochi anni fa solo delle ragazze nelle fabbriche del Guangdong e quasi sempre dalla classica prospettiva classe-genere. Ora i suoi studi (sempre etnografici) focalizzano più sulle realtà dei migranti (uomini e donne) a Pechino, gli “urban villages” e le loro condizioni di lavoro.
Ad esempio la recensione del libro in questione pubblicata da La Stampa mi sembra riproduca un’immagine del mondo contadino e dei “migranti” errata e vagamente etnocentrica. Da quanto viene detto dall’autore in chiusura di articolo parrebbe però che sia lo stesso libro a suggerire una tale lettura:
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/277942/
Risparmierei però ai lettori l’analogia fra “osservazione antropologica” e “macchine per l’apprendimento automatico dell’inglese” (come si legge nel terzo paragrafo della recensione). Non sia mai che poi qualcuno pensi davvero che gli antropologici siano persone serie.
Mi è appena giunta notizia della prossima pubblicazione in inglese di un recente lavoro di Chang Xiangqun che riassume e reinterpreta la tradizione sociologica dello studio di villaggio inaugurata proprio da Fei Xiaotong.Il testo è sicuramente accademico, ma si basa su di un’estesa etnografia e piacerà a chi di voi si interessa di “società rurale”.
La versione cinese è purtroppo censurata in parte. Aspetteremo la traduzione:
http://www.bookuu.com/kgsm/ts/2010/05/24/1749481.shtml
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