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Religiosità in Cina: più di un modo per credere

di | 4 June 2012 | 4 Comments |

Jonathan Mair è un antropologo che ha passato lunghi periodi di ricerca in Mongolia interna.  Questa terra – una mezzaluna di steppa e vento posizionata a Nord-Ovest di Pechino – è una provincia cinese di poco più di venti milioni di abitanti, di cui una sostanziale fetta di etnia mongola. L’area è conosciuta non solo per i gher, i tagli di carne di capra riscaldati sotto le selle, e un tratto della ferrovia trans-mongolica. La Mongolia interna è infatti un’area dalla forte presenza buddhista, e specificatamente di tradizione tibetana. Mair, che si interessa di religione, prima di partire si era posto l’interrogativo: “Sotto il comunismo gran parte dei monaci buddhisti furono costretti ad abbandonare le vesti e tornare ai campi mentre migliaia di templi, e con essi reliquie e scritture, venivano dati alle fiamme e distrutti. A distanza di cinquant’anni, il buddhismo sembra però sopravvivere: assistiamo giornalmente alla fondazione di nuove associazioni religiose; vecchi riti vengono rispolverati e riscoperti. In questo spicchio di Cina c’è la necessità di credere in qualcosa. Ma in che cosa di preciso?”.

Con il contatore dei giovani tibetani immolatisi dentro e fuori i confini della Repubblica Popolare – apparentemente in difesa della propria libertà religiosa – in preoccupante crescita, la domanda circa cosa significhi “credere” nella Cina contemporanea, essere religiosi in uno Stato che professa l’incompatibilità fra fede e appartenenza politica, è indubbiamente percepita come urgente. Di ciò Mair era così convinto che, una volta giunto a studiare da vicino le pratiche religiose e i discorsi sulla fede buddhista in Mongolia Interna, poco mancava che la sua intera ricerca andasse in fumo. Quello che venne fuori infatti è che se c’è qualcosa che si può affermare con certezza circa i buddhisti in Mongolia Interna, è che questi non hanno la minima idea di cosa sia il buddhismo. Anzi, questo loro ignorare il contenuto fondamentale della religione di cui si professano fedeli, rispecchierebbe il principale metodo di avvicinamento alla religiosità nella Cina del Ventunesimo secolo.

Religione, revival

Parliamo di religione in Cina dunque. In questo post vorrei documentare da una parte il rinnovato interesse verso l’oggetto “religiosità” che da qualche tempo si sta diffondendo fra osservatori e studiosi della Cina, e dall’altro cercare di trasmettervi quella sensazione di annaspamento che si ha nell’approcciare questo tema. Parlare di religione in Cina è infatti guadare una palude fatta di lattiginose posizioni ufficiali, di subdoli regimi amministrativi, di categorie fuori posto, di incomprensioni e finte incomprensioni.

Partiamo dal bell’articolo pubblicato recentemente su Orizzonte-Cina da Enrico Fardella e Chiara Radini. Nel raccontarci della lezione di Think-in-China tenuta da Lu Yunfeng a Pechino, Fardella e Radini ripercorrono brevemente il percorso accidentato dell’uso che l’amministrazione cinese ha fatto della categoria religione (zongjiao). Da due decadi di selvaggio sradicamento di qualsiasi cosa non fosse comprensibile in termini di materialismo storico, all’apertura nel 1982 e al riconoscimento di una sorta di funzione di preservazione della stabilità sociale (weiwen) conferita al fatto spirituale. Quando si parla di religione in Cina oggi, si accompagna il termine con il sostantivo revival: e i dati supportano questa idea. David Palmer conta 444 cittadini per tempio nella sola provincia del Zhejiang. Fin qui tutto bene. Tuttavia, a parte queste, forse superficiali, constatazioni del diffondersi in campagna e in città di qualcosa che potremmo chiamare religione – anche grazie ad un cambiamento di rotta del Partito –  ci viene detto poco altro. Lu ad esempio si limita a sottolineare come la Cina oggi riconosca cinque religioni ufficiali e tuteli, attraverso lo strumento legale del “patrimonio immateriale”, tutta una serie di pratiche popolari diffuse nelle zone rurali del paese.

Ci sono almeno tre problemi, l’uno legato all’altro, che vanno discussi per inquadrare il fenomeno del revival del sentimento religioso in Cina: il primo è la dimensione sociale di questo revival, il secondo è la il contenuto delle pratiche che definiamo religiose e il terzo è la natura stessa del termine “religione”.

Teologia a parte…

Parlando di religione è molto facile che due cose vengano alla mente: la preghiera a bordo del letto prima di andare a dormire; e la preghiera collettiva in chiesa. Ovvero la doppia-localizzazione, privata e pubblica, che caratterizza il fenomeno religioso in molti paesi occidentali. Questa doppia-localizzazione ha poi uno specifico contenuto: per religione spesso intendiamo un  set di dogmi in cui credere.

Ma in Cina le cose non stanno proprio così: la religione in questo paese è qualcosa che fatica ad emergere come fenomeno aggregativo, e oltretutto solo marginalmente interessato a speculazioni ultramondane. Spesso pratiche che chiameremmo religiose, rimangono nell’intimità della casa, atti puramente privati, trovando il proprio significato nell’esecuzione di un rito: in una procedura dunque, più che in una confessione di fede. In un colloquio con Arthur Kleinman, un accademico cinese riassume così la faccenda: “Se sei interessato alla religione in Cina,  devi necessariamente partire da quello che si fa in famiglia. É la pratica che conta. Dubito che molti cinesi siano in grado di discutere di teologia, ma di certo sanno che cosa significhi onorare gli antenati. Quindi in un certo senso religione in Cina è principalmente qualcosa di collegato alla ritualità”. Nella mia esperienza sul campo, quelle che da i funzionari statali vengono chiamate “superstizioni”(mixin) non sono altro che pratiche private: come la decorazione delle porte di ingresso con trigrammi taoisti e l’affissione di specchi scaccia-spiriti sulla soglia di casa. Quando per qingmingjie, partecipai con un amico alla pulitura delle tombe di famiglia, il tutto avvenne in maniera informale e privata, e si discusse poco di dove fossero ora questi antenati.

Alle volte però le pratiche diventano pubbliche, e quando lo fanno, lo fanno in maniera grandiosa.

In che misura noi si debba categorizzare questi eventi sotto l’etichetta “religione” rimane però non del tutto chiaro. Nel suo splendido documentario, Bored In Heaven, Kenneth Dean mostra come la rinascita della religiosità in Cina sia fortemente legata al processo di apertura (kaifang) del mercato capitalistico, attraverso il quale vecchi legami comunitari, seppelliti sotto anni di maoismo, hanno potuto trovare nuove vie di espressione. Le associazioni che organizzano i festival religiosi e le pratiche collettive legate ai culti di lignaggio vedono nella spiritualità una formula di riappropiazione di un territorio e di un senso di comunità ai quali non solo affidarsi moralmente, ma anche investire economicamente. In certa misura allora, come Mair aveva constatato, è ingenuo affibbiare a questo revival un sistema di credenze determinato. In un intervista rilasciata allo stesso Lu Yunfeng,  Dean si mostra scettico sull’uso di termini come “sistema di credenze condivise” (minjian xinyang), molto in voga nella sociologia cinese contemporanea. Questi termini, infatti, sarebbero inadatti a descrivere un fenomeno che va ben al di là di quello che comunemente intendiamo con “religione”.

In che cosa credono i cinesi?

Ma forse è la natura stessa del concetto ad essere estremamente fuorviante. Mair, poco sopra, si chiedeva “in che cosa credono i cinesi?”. In qualche modo questa è stessa la domanda che si pone la dirigenza del Partito quando si preme di confezionare raffinatissimi cassetti in cui custodire ogni  singola tradizione religiosa – taoismo, buddhismo, islam, cristianesimo – e così musealizzarla. Come ho potuto constatare recentemente sul campo, quando qualcosa non entra perfettamente nel cassetto la si denomina “setta” (xiejiao), e se ne controlla sospettosamente la diffusione.  “Libretti per il rifiuto delle sette” (jujue xiejiao chengnuoshu) infatti vengono da qualche giorno fatti circolare nelle comunità rurali con grande zelo. “Evitate le pratiche etorodosse! Non fatevi fregare (qipian)” è lo slogan. “La gente crede negli spiriti, nei bodhisattva, in Gesù, e in tutte queste cose. Ma poi cosa chiede loro? Chiede elettricità, acqua, cibo, soldi. Chiede beni di consumo. E allora per forza che questi spiriti non ci possono fare niente no?”, mi confessò un funzionario, fervente buddhista, qualche tempo fa. Il problema è che nella Cina di oggi non si capisce bene cosa sia questa “religione” di cui si parla tanto.

C’è una sorta di cortocircuito fra esperienza vissuta e necessità di regolamentare l’esperienza stessa che definisce in maniera sostanziale il fenomeno religioso in questo paese. Mentre lo stato è principalmente interessato al controllo della forma della vita spirituale, la gente comune, privata nella sostanza degli strumenti necessari per avvicinarsi al fenomeno religioso da due decenni di maoismo, sembra domandarsi: “Cosa ci posso fare con la religione?”. In Cina questa risposta non è univoca e dipende, a mio modo di vedere, da due direttrici, molto crude e sicuramente riduttive: la dimensione sociale e quella morale del fenomeno religioso.

Nella Cina rurale per religione si intende spesso qualcosa che avviene nello spazio domestico, un aiuto privato alla famiglia che si conquista il favore degli spiriti attraverso il rito. Non è una questione di ciò in cui si crede, buddhismo o cristianesimo che sia. In questa dimensione la religione si strumentalizza, diventa privata e particolare. D’altro canto, durante i grandi festival religiosi descritti da Dean, il fenomeno religioso è qualcosa di collettivo ma comunque particolare: i benefici dei riti, il senso di comunità e il modo di costruire significato dall’esperienza sono, infatti, a solo beneficio dei partecipanti al rito. Poi c’è il Partito, come istituzione, la cui compulsione al controllo sociale fa sì che ufficialmente lo Stato assuma una concezione strumentale di religione; una concezione tale per cui questa, rimanendo prettamente fatto privato, sia al contempo in grado di rivolgersi al maggior numero di persone possibile, appellandosi ad una dimensione universale della morale. Ogni credente dovrebbe coltivare la propria visione religiosa in privato e declinare il proprio comportamento di conseguenza. Curiosamente, sta tornando di moda in questi giorni l’uso di Lei Feng come icona di imprescindibile moralità e volitiva guida ad un comportamento socialmente corretto: in soldoni è questo quello che il Partito vuole dalla religione, una forma indiretta di controllo non tanto sui propri cittadini, quanto sulla “qualità” (suzhi) di questi. Cosa rimane fuori dal quadro? Una religione che sia esperienza collettiva e che muova da postulati universali verso la rettificazione dell’esperienza sociale. Un po’ quello che si intende in alcuni paesi cattolici per religione. Un po’ quello che intendeva il Falun Gong. Ecco forse perché la categoria “religione”, come la la costruiamo spesso implicitamente, non è la parola più adatta per capire cosa sia la spiritualità nella Cina contemporanea.

4 Commenti »

  • Chiara said:

    Mi son fatta un’idea di cosa rappresenti il professare un credo in Cina da un’episodio realmente accadutomi: Nantang (South Cathedral)a Pechino: momento della comunione, una voce in cinese annuncia che chi non ha ricevuto il sacramento della comunione è pregato di rimanere seduto o al massimo alzarsi per ricevere una benedizione, intanto cinesi in fila insieme ad occidentali, il cinese avanti a me, forse distratto al momento dell’annuncio, prende la sua ostia in mano e si allontana senza consumarla rincorso da un diacono che se ne vuole riapproppriare…

  • chiara radini said:

    Grazie della gentile citazione e complimenti per l’articolo!

  • daniele said:

    grazie per l’articolo. qualche commento:

    - forse è solo un problema mio, ma mi sembra che nel pezzo sia poco chiaro se quando parli di religione ci riferiamo solo al periodo maoista o se invece parliamo di religioni tradizionali cinesi e forme di pratiche religiose. altrimenti non è chiaro il concetto di “revival”: ritorno a cosa? al buddhismo pre-maoista? vuol dire che fino al 1949 il buddhismo e i suoi seguaci godevano di ottima salute e che l’arrivo dei comunisti ha distrutto credi millenari? significa che i cinesi hanno creduto in qualcosa di spirituale fino al 1949, poi hanno rinnegato tutto e si sono re-inventati qualcosa con la morte di mao e il glorioso arricchirsi di epoca denghiana? il culto di mao non è forma di spiritualità? se oggi sta scomparendo a cosa lo dobbiamo, alla dittatura del denaro?

    - “è che questi non hanno la minima idea di cosa sia il buddhismo”. se, solo come esperimento, togliamo la parola “buddhismo” e la sostituiamo con qualsiasi altra religione (cristianesimo, islam, taoismo, ecc…) o “credo” politico (marxismo, anarchismo, nazionalismo, femminismo, ecc…) e proviamo a non focalizzarci su mongolia interna o cina ma allarghiamo il discorso a livello globale, quanti “credenti” che non hanno la minima idea di cosa sia il loro credo troveremmo? un buon 99% probabilmente.

    - in epoca di materialismo galoppante e individualismo spietato (che nel caso della cina va forse chiamato “familiarismo”) credo che la domanda più appropriata per capire la religiosità cinese sia proprio “Cosa ci posso fare con la religione?” o anche “cosa mi può dare la religione?”.

    - si dovrebbe parlare proprio di spiritualità (e non di religione) per la cina. altrimenti noi occidentali veniamo tratti in inganno e non capiamo di cosa si sta parlando. questo è un problema che ci portiamo dietro dai tempi di matteo ricci, da quando cioè gli europei scoprirono su vasta scala che anche i cinesi pregavano qualcuno o qualcosa. e non che si chiamava “dio” e non aveva profeti nati da donne vergini.

    - altra cosa importante da notare: in cina non è vietato pregare o avere una religione, c’è invece uno stretto controllo su tutto ciò che è “associazione” (religiosa, politica, ecc…) per il semplice fatto che tante persone organizzate e messe insieme sono viste sempre e comunque come una minaccia per la dittatura del partito unico (che ormai chiamare ancora “comunista” fa ridere i polli), una sfida al suo potere, allo status quo e alla stabilità del paese.

    - in ultimo, mi sembra giustissimo andare innanzitutto a chiederci cosa significhi “credere”. mair si chiede in cosa credono i mongoli della mongolia interna, potremmo allargare un po’ la domanda e chiederci “perché credono?” o “perché hanno la necessità di credere?” e giocare di comparazione culturale tra casi specifici in cina e europa. ma queste sono probabilmente solo inutili speculazioni filosofiche…

  • Andrea (author) said:

    Ciao a tutti,

    Grazie per i commenti Daniele. Concordo praticamente su tutto quello che dici. Il post era un modo per presentare sommariamente un certo tipo di ricerca sulla “religione” in Cina che sta producendo cose molto interessanti. Molte cose sono restate fuori purtroppo (ad esempio in Chinese Religiosities, uno dei testi che trovi linkato, compaiono dei lavori interessantissimi sul cristianesimo), e anche Mair ne esce banalizzato. Il suo punto non è che in mongolia interna non si sappia cosa sia il buddhismo, ma che la gente si approcci a questa religione con una sorta di timore reverenziale verso tutto quello che non sa del buddhismo, senza essere minimamente intenzionato a scoprirlo attraverso la pratica, ma vivendo in qualche modo “nel mistero” la propria fede.

    Il discorso del revival è collegato alla stigmatizzazione della religione fino agli anni ’80, con appunto templi distrutti, culti degli antenati interrotti, fengshui denigrato. Nel concetto entrano tutte quelle pratiche che sotto il maoismo erano reputate mixin, tradizionali o ufficiali che siano. Quindi è una sorta di minestrone basato sulla ricetta del comunismo ortodosso – oltre a essere sicuramente un modo per “vendere” il concetto al pubblico.

    E poi sì, la categoria religione è molto lanosa e,come tante altre,distorce in qualche modo la comprensione di fenomeni culturali complessi. Alterno nel testo religiosità-spiritualità-religione un po’ alla leggera, per chi è interessato Talal Asad è, a mio parere, l’autore da leggere se si vuole iniziare a spacchettare il concetto. Ma non sono convinto neppure su spiritualità, una categoria anch’essa un po’ lasca, che potrebbe portarsi dietro quella tipica distorsione comune a chi è cresciuto in contesti di religione istituzionalizzata (quella che in antropologia si chiama “Great Tradition”) verso fatti tipici della religiosità marginale/rurale/minore/periferica, insomma la “Little Tradition”.

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