Il miracoloso “risveglio” dei lavoratori cinesi e la curiosa baldanza dei media
Quando, la settimana scorsa, sono andato in edicola per recuperare un po’ di giornali arretrati mi sono inaspettatamente trovato di fronte a tutta una serie di copertine inneggianti a questa nuova “ondata operaia” (gongchao). Nanfengchuang, Xin Shiji Zhoukan, Sanlian Shenghuo, Fenghuang Zhoukan, tutte riviste che seguo abitualmente, dedicavano voluminosi inserti alle lotte dei lavoratori cinesi, ricorrendo a toni epici per descrivere la resistenza di questi ultimi, non risparmiando critiche radicali al sindacato ufficiale, e richiedendo a gran voce la concessione del diritto di sciopero.
Che dire? Che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente “svegliati”, come ha sostenuto più di un commentatore? Che si stia avvicinando una nuova primavera per la classe operaia cinese? Personalmente, sento puzza di bruciato. Già il fatto che i media cinesi prestino tanta attenzione alla questione, chiamando in causa il sindacato ufficiale e la linea politica del Partito, mi insospettisce. Come ho già avuto modo di scrivere in un post precedente, negli ultimi due decenni gli scioperi sono stato un fenomeno ricorrente ed estremamente diffuso nelle fabbriche cinesi, eppure difficilmente queste vicende hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, neanche nei momenti più drammatici, quando a scendere in strada erano decine di migliaia di lavoratori licenziati dalle imprese statali del Nordest del paese (penso ad esempio al grande sciopero di Liaoyang del 2002). Sarebbero state decine se non centinaia le occasioni in cui i media avrebbero potuto aprire la prima pagina con la storia di un’”ondata di scioperi nel paese” e lanciare una campagna per il riconoscimento del diritto di sciopero, ma non è mai accaduto. Perché dunque farlo proprio ora?
Si dirà che raramente è capitato che tanti scioperi colpissero allo stesso tempo imprese di queste dimensioni e di questo peso a livello internazionale. Probabilmente è vero. Eppure non è un’argomentazione sufficiente a spiegare la baldanza dei media cinesi nel riproporre l’argomento. Nella Cina di oggi, la questione del diritto di sciopero è uno degli aspetti giuridici politicamente più sensibili, e qualunque redattore ci penserebbe mille volte prima di lanciare una campagna di lobbying in questa direzione. Quest’apertura dei media nasce da qualcos’altro, una ragione più sottile, vale a dire il fatto che finalmente il Partito si è reso conto che i propri interessi e quelli dei lavoratori in sciopero si trovano parzialmente a coincidere.
In che modo si realizza questa coincidenza di interessi? In primo luogo, bisogna considerare il fatto che le varie stratificazioni del Partito comunista cinese hanno priorità molto differenti: se a livello locale si tende a privilegiare l’aspetto della crescita economica, misurato prevalentemente in termine di investimenti e produzione, a livello centrale la preoccupazione principale è quella della legittimità. In un periodo di crisi profonda, come oggi, i livelli più elevati del Partito hanno tutto da guadagnare dal “mettere il cappello” su queste proteste operaie, come effettivamente è stato fatto nei giorni scorsi dal premier Wen Jiabao, con la sua apologia dei lavoratori migranti, e dal Quotidiano del popolo, che in un suo recente editoriale ha richiamato la necessità di alzare i salari. Si tratta di una dinamica perversa in base alla quale i lavoratori vengono a considerare il Partito come un effettivo difensore dei loro interessi, sempre pronto ad ascoltare le loro richieste.
In secondo luogo, in assenza di una legislazione che normi il diritto di sciopero esiste il costante rischio che quelle che nascono come semplici dispute tra il lavoro e il capitale si trasformino in conflitti tra i lavoratori e lo Stato, creando seri rischi per la stabilità sociale. La concessione del diritto di sciopero in fin dei conti fungerebbe dunque da valvola di sfogo, evitando l’escalation dei conflitti e salvaguardando l’autorità del Partito. Di fatto, sono anni che la comunità accademica cinese sta facendo pressione perché in Cina si adotti una legislazione sullo sciopero e lo stesso sindacato ufficiale nel 1988 ha richiesto a gran voce, senza successo, che gli venisse concesso il diritto di scioperare. A questo punto concedere una legislazione in materia sarebbe nell’interesse del Partito, perché regolamentare lo sciopero significherebbe anche vincolarlo ad una serie di norme più o meno restrittive e quindi limitarne l’incidenza. In quel caso, non si avrebbero più scioperi selvaggi, ma solo blocchi del lavoro strettamente regolamentati.
Infine, come ho già avuto modo di scrivere, questa presunta ondata di disordini risponde ad un’esigenza politica che il Partito ha più volte esplicitato: la necessità di stimolare la domanda interna. Come è stato rilevato da più parti, l’innalzamento dei salari risponde ad una più generale strategia per stimolare i consumi interni e garantire quella crescita economica che costituisce uno dei pilastri del potere del Partito, ora che la sua aurea rivoluzionaria è pressoché scomparsa.
Quanti sostengono che questi scioperi sono il preludio per una trasformazione politica in Cina, quasi si trattasse di una sorta di prova generale di un’imminente rivoluzione, stanno dunque prendendo un clamoroso abbaglio. I lavoratori cinesi, salva qualche rara eccezione (penso ancora al caso di Liaoyang, in cui, tra le altre cose, si richiedevano le dimissioni di un politico locale corrotto), in genere scioperano per ragioni economiche: vogliono salari più elevati, orari di lavoro più brevi, condizioni di salute e sicurezza più ragionevoli. Anche se spesso criticano il sindacato ufficiale, non scendono mai in strada per richiedere sindacati indipendenti o, ancora peggio, riforme politiche. Al contrario, gli slogan degli scioperanti quasi sempre si appellano alla benevolenza e alla comprensione del Partito. Il più delle volte gli scioperi potrebbero essere prevenuti ed evitati, se solo i datori di lavoro avessero l’accortezza di concedere ai lavoratori quel minimo di tutele previste dalla legislazione in vigore.
Inoltre, questi scioperi non sono organizzati. Non esiste una versione cinese di Solidarnosc, né una qualsiasi cabina di regia che diriga e coordini le azioni degli scioperanti. Questo è inevitabile, se si considera il fatto che il sindacato ufficiale in genere se ne sta ai margini dei disordini, svolgendo un ruolo di mediatore, e coloro che emergono come leader operai incappano regolarmente in ritorsioni. Questi scioperi sono episodi scollegati che di volta in volta nascono dall’esasperazione dei lavoratori nei confronti di datori di lavoro che non rispettano neppure i loro più elementari diritti.
In definitiva, un conto è affermare che i lavoratori cinesi siano sempre più consapevoli dei propri diritti e non siano più disposti a lasciarsi mettere i piedi in testa per qualche centinaio di yuan, un altro è descrivere la Cina come se fosse sull’orlo di una rivoluzione operaia. Ciò dimostra solo quanto poco si sappia di questo paese e quanto limitata sia la capacità di analisi di tanti operatori dei nostri media. Personalmente, ritengo che affermare che i lavoratori cinesi si siano “risvegliati” sia fare un grande torto nei loro confronti. In tutti questi anni loro sono sempre stati svegli, solo che noi non eravamo lì ad ascoltare le loro voci e non ce ne siamo mai accorti.

Delle tre ragioni elencate, peraltro convincenti, il bisogno di stimolare la domanda interna è sicuramente il più importante. E certo, come è stato giustamente evidenziato dal post, una rivoluzione operaia non è.
Ben detto. Tra l’altro Ivan, pensi che la redefinizione dei termini contrattuali dipenderà dalle singole aziende o ci sarà un intervento diretto del governo, magari con delle gabbie salariali o simili? E’ verissimo quello che dici sulla legittimità. Il contratto è sempre stato per il comunismo internazionale IL terreno sui cui fare la propria politica. Sarebbe interessante capire fino a che punto i contratti di lavoro siano diventati uno strumento per misurare la legittimità del PCC, considerandone la politica passata, decisamente più attenta al lavoro agricolo, e le attuali necessità.
Gran bel pezzo, concordo parola per parola. Complimenti!
Concordo. Secondo me tutto questo grande battage dei media rinvia anche alla questione del 工资条例 Regolamento sui Salari, e lancia segnali precisi tanto all’opinione pubblica quanto ai governi locali ed alle imprese. L’emanazione del regolamento entro la fine dell’anno era stata menzionata dai media. Ieri mentre rientravo in Italia ho trovato un articolo di Caijing che sembra dare una valutazione più cauta. Interessante anche che la bozza non sia facile da trovare.
Francamente, non me la sento di azzardare previsioni su come andrà a finire questa storia. Non escludo che a questo punto il governo cinese non faccia qualche mossa in direzione del riconoscimento del diritto di sciopero. Le basi giuridiche per questo riconoscimento esistono già, dal momento che la Cina ha ratificato il Patto sui diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite che all’articolo 8 prevede il diritto di sciopero. Da anni poi il mondo accademico cinese dibatte sulle modalità con cui il diritto di sciopero potrebbe essere reinserito nella legislazione cinese, alcuni sostengono l’opportunità di approvare un emendamento costituzionale, altri di approvare leggi specifiche, altri ancora di passare prima per sperimentazioni su base locale. Non mi stupirei se la questione venisse messa all’ordine del giorno in una prossima ANP: in fondo il reinserimento del diritto di sciopero nella Costituzione sarebbe una grande vittoria d’immagine (a mio avviso, a costo “politico” quasi nullo) per il governo cinese, un po’ come lo è stata l’emendamento del 2004 sulla questione dei diritti umani… E’ innegabile il fatto il governo cinese abbia una grande capacità: quella di riuscire ad alimentare la propria legittimazione anche a partire da quelli che potenzialmente sarebbero dei disastri d’immagine, penso ad esempio al caso di Sun Zhigang del 2003 o al caso delle fornaci di mattoni clandestine del 2007. Tutto a causa di quell’apparente divisione tra amministrazioni locali e governo centrale, che porta i cittadini cinesi a considerare i funzionari locali la fonte di tutti i mali.
@Andrea: Per quanto riguarda la questione della ridefinizione dei termini contrattuali, credo che il governo in questo caso abbia voluto lanciare un forte segnale sia alle imprese che ai lavoratori. In base ad una tattica consolidata in decenni d’esperienza, a concessioni sul piano salariale si sono accompagnate rappresaglie nei confronti degli improvvisati leader operai. Utilizzando questo metodo, sembra che si sia voluto lanciare un duplice segnale: da un lato alle imprese si è detto “cominciate a trattare meglio i lavoratori, in fondo basta poco a prevenire incidenti di questo tipo”; dall’altro ai lavoratori “vi capiamo, vi siamo vicini, ma non crediate per questo di fare quello che vi pare, i paletti li mettiamo sempre noi”. Probabilmente la ridefinizione dei rapporti di lavoro passerà attraverso una commistione di intervento statale, tramite appositi regolamenti come quello sui salari citato da Flora, e misure adottate dalle singole imprese, le quali, sottoposte ad una sempre maggiore pressione da parte dell’opinione pubblica, dei media e dei lavoratori, non potranno fare a meno di adattarsi, innalzando i propri standard lavorativi.
@Matteo: Grazie dell’apprezzamento!
Grande articolo!
Aggiungo che dove lavoro io, gli operai incrociano le braccia ogni due per tre ad ogni minima sensazione di conflitto con l’azienda.
Si tratta però di casi ristretti a particolari gruppi o linee di produzione, niente affatto organizzati, però sintomatici di una indole particolarmente preposta al conflitto e alla ripicca.
La recente “carestia di lavoratori” ha poi dato loro ancora più potere contrattuale (traduzione: minacciano di andarsene sui due piedi e sanno che non puoi permettertelo perché si fatica a trovare sostituti).
Concordo quindi pienamente con l’analisi presentata nell’articolo: nel mio piccolo ho sempre pensato che le priorità dei pragmatici operai cinesi siano più rivolte alle necessità materiali, e che le ondate di notizie presentate dagli impastoiati media cinesi rappresentino solo strumentalizzazioni volte a spianare la strada a qualche linea guida del governo.
Ottimo articolo Ivan, concordo pienamente con la tua analisi della situazione.
Mi domando solo se questa graduale concessione di diritti ai lavoratori e di aumento dei salari non finisca per indebolire, e a lungo andare frenare drasticamente l’attuale crescita economica cinese.
Mi spiego meglio: ora tutte le grandi e piccole aziende occidentali (e non) delocalizzano in Cina perché la manodopera costa poco e non occorre preoccuparsi di diritti e scioperi. Ma se un giorno non troppo lontano lì non ci fossero più tali condizioni favorevoli per le aziende, non potrebbe esserci una fuga degli investimenti verso altri Paesi – magari il sud-est asiatico – dove queste condizioni si ripropongano?
@Giulia: credo che questo sia il dilemma di fondo in cui la leadership cinese si sta dibattendo da anni: aumentare gli standard del lavoro rischiando di rallentare la crescita economica e alimentando l’instabilità, oppure comprimere gli standard in modo da attirare investimenti ma rischiando ugualmente l’instabilità anche se per altre ragioni? Ricordo che qualche tempo fa ho letto un’analisi in cui si sosteneva che anche se il costo del lavoro in Cina salisse del 30% nei prossimi cinque anni la Cina manterrebbe ugualmente intatta la propria competitività. Purtroppo non sono la persona più indicata per esprimere valutazioni in questo senso, penso che le persone che lavorano in ambito commerciale abbiano il polso della situazione molto più di quanto possa fare io con le mie ricerche. Rimanendo sull’argomento, nei giorni scorsi mi è capitato di leggere un post che trovo molto interessante, mi farebbe piacere sapere cosa ne pensano gli addetti ai lavori: http://www.chinalawblog.com/2010/06/on_the_demise_of_china_manufacturingkidding_part_ii.html
Un’altra chiave di lettura può essere quella, come dice Ivan, di stimolo della domanda interna, ovvero del percorso guidato verso una società dei consumi.In Cina questo percorso sembra essere stato particolarmente tortuoso (forse però non così diverso da quanto avvenuto il altri contesti,http://socserv2.mcmaster.ca/~econ/ugcm/3ll3/veblen/leisure/index.html).
A riguardo il bell’articolo di Yan Yunxiang.
http://books.google.it/books?id=jDfWGvyYOE0C&pg=PA159&lpg=PA159&dq=yan+yunxiang+the+politics+of+consumerism&source=bl&ots=W5KRnZmchc&sig=v6vNxGX8Ev_P2sOag8r1Pn8pdyg&hl=it&ei=ZlkeTNvfBuOjsQb669iWDg&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=2&ved=0CB4Q6AEwAQ#v=onepage&q=yan%20yunxiang%20the%20politics%20of%20consumerism&f=false
Giulia: penso che non sia solo la manodopera a basso costo ad attirare gli investimenti. In fondo il globo terracqueo offre svariati esempi di stati ben più economici della Cina, ma che sono accuratamente evitati dagli investitori.
Perché? Io penso che il fattore decisivo sia la stabilità. La Cina offre garanzie di stabilità tali da garantire che i soldi investiti abbiano il tempo di fruttare.
Altrimenti tutti andrebbero ad investire in Burundi, Congo o Zimbabwe.
Hai ragione.
A me ha insospettito in particolar modo quando i media cinesi hanno diffuso la notizia degli scioperi nello stabilimento cinese della Honda un paio di settimane fa e che poi ha fatto in giro tra le maggiori testate di tutto il mondo.
Dato che non è un avvenimento casuale, ho pensato subito che si trattasse di un attacco alla concorrenza giapponese o per trasformarla in una forma inversa di pressione politica (del tipo, è vero che noi cinesi vendiamo a prezzi molto competitivi nei vostri mercati, ma è anche vero che voi ci pagate pochissimo). Insomma uno dei metodi di Pechino per rispondere alle pressioni della comunità internazionale, e non si tratterebbe neppure del primo esempio.
Successivamente, il 19 giugno, quando il Governo in vista del G20 ha dichiarato di voler rivalutare la flessibilità del tasso di cambio yuan-dollaro, ho letto un articolo interessante de Il Sole 24 Ore nel quale si prendeva in esame la questione del cambio. Ciò che mi ha colpito di questo articolo è il fatto che avesse, forse per comodità, citato proprio la Honda come una delle imprese che ha deciso di aumentare gli stipendi dei lavoratori del 30%.
A quel punto mi è sembrato chiaro che gli scioperi, in parte, abbiano assunto una funzione precisa: la Cina nei prossimi anni si spingerà ad innalzare gli stipendi medi e a rivalutare lo yuan. E’ un’operazione che deve avvenire contemporaneamente e gradualmente, e se avrà successo verrà stimolata positivamente la crescita del mercato interno.
Dall’altra, mi ero domandato quali conseguenze avrebbe avuto una pubblicità così grande di quello sciopero, che ovviamente non è che uno degli ultimi di una lunga lista, ma che a mio parere è stato il più significativo.
Le risposte che mi do sono due:
-Così facendo si dimostra che in Cina c’è tolleranza verso la libertà di fare sciopero;
-Durante il G20 è probabile che ci saranno meno critiche con una Cina di questo genere. Alcune democrazie occidentali hanno ridimensionato le proprie priorità avvicinandosi, in piccole dosi, in situazioni simili a quella cinese.
Infine, penso che il Partito abbia raggiunto una fase critica di stallo, per rimanere ancorato alla propria tradizione politica e contemporaneamente sviluppare alcune forme di welfare si trova costretta a promettere cose che potrà realizzare solo a seguito di un lungo processo di riforme legislative. Gli scioperi avrebbero perciò una funzione strategica politica, oltretutto, attraverso l’innalzamento dei salari da parte dei privati il governo non avrebbe bisogno di mobilitarsi di persona accontentando temporaneamente i desideri dei lavoratori.
Dovrei rileggere la tesi e invece mi leggo il vostro splendido sito! Complimenti!
[...] scandalo – che i media cinesi e internazionali spesso e volentieri hanno accostato alla presunta ondata di scioperi nelle imprese straniere in Cina – si è gradualmente [...]
Con l’entrata in vigore della Labor Law nel Gennaio del 2008 molte cose sono cambiate nel panorama delle aziende produttive in Cina. Pur rimanendo grosse differenze aziende straniere localizzate in Cina (WOFE) e imprese a toale proprieta’ cinese (con le seconde decisamente meno puntuali nel rispettare le leggi) i diritti dei lavoratori sono notevolmente aumentati e lo e’ ancora di piu’ la consapevolezza da parte dei lavoratori di averne. Anche per quanto riguarda i salari minimi non c’e’ niente da inventare. Esistono gia’ e sono stati aumentati piu’ volte negli ultimi anni. La Cina non e’ piu’ un paese low cost (in prospettiva almeno). Oggi le aziende che decidono di localizzarsi in Cina lo fanno perche’ interessate al mercato locale e piu’ in generale Asiatico.
[...] tempo hanno fatto questo accostamento, ma in ben altri termini. Ho già avuto modo di sostenere su questo stesso blog la mia tesi riguardo al ruolo del governo cinese e dei media ufficiali nella strumentalizzazione di [...]
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La striscia di Li Xiaoguai
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