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Sciopero dei lavoratori Honda: un cambiamento di tendenza?

di | 1 June 2010 | One Comment |

Dopo il caso dei suicidi in serie alla Foxconn, in questi giorni i media internazionali stanno dedicando particolare attenzione ad un’altra storia che coinvolge i lavoratori cinesi: lo sciopero dei dipendenti degli impianti Honda in Cina.

Tutto è iniziato il 17 maggio, quando i dipendenti della fabbrica Honda di Foshan sono entrati in sciopero per richiedere un aumento salariale che portasse i loro stipendi da 900-1500 yuan a circa 2000-2500 yuan. Nonostante in seguito alle promesse dei manager lo sciopero fosse stato richiamato, la rabbia dei lavoratori si è riaccesa il 24 maggio, quando l’azienda ha dischiuso un piano di aumenti salariali ampiamente inferiore alle aspettative dei lavoratori. Nei giorni successivi i quattro impianti della Honda in Cina hanno bloccato la produzione, con centinaia di lavoratori che gridavano slogan come “se le nostre richieste non saranno accolte, sciopereremo fino alla fine” (bu da yaoqiu,  bagong daodi). L’azienda ha immediatamente cercato di spezzare il fronte degli scioperanti, intimidendo le fasce più deboli, in particolare gli stagisti inviati dagli istituti professionali, e minacciando di licenziamento i leader operai. Lo stesso sindacato aziendale è stato chiamato in causa dai dirigenti per convincere i lavoratori a riprendere la produzione.

L’apice della tensione è stato toccato il 31 maggio, quando nell’impianto di Foshan si è arrivati ad uno scontro fisico che, abbastanza singolarmente, ha visto contrapposti lavoratori e sindacalisti. Pare che questi ultimi fossero impegnati a fotografare i partecipanti allo sciopero. Il pestaggio dei lavoratori da parte dei sindacalisti, avvenuto a più riprese, ha alimentato ulteriormente uno scontro ancora oggi in corso.

Contrariamente a quello che si pensa comunemente, il ricorso all’arma dello sciopero è piuttosto diffuso nelle fabbriche cinesi e spesso gli scioperanti riescono a raggiungere, almeno in parte, i propri obiettivi. Per citare qualche cifra, seppur datata, in uno studio dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali pubblicato nel 2005 si leggeva che nel 2003 avevano avuto luogo circa 58.000 incidenti di massa: degli oltre tre milioni di persone coinvolte, il 46,9% risultava essere lavoratori o pensionati.

Ciononostante, il caso della Honda presenta alcune caratteristiche particolari. In primo luogo, si tratta di una mobilitazione che, pur limitandosi ad un solo impianto, ha innescato una reazione a catena che ha colpito la produzione in diverse fabbriche e ha rischiato di allargarsi a macchia d’olio tra lavoratori in località completamente differenti, una dinamica estremamente rara in Cina, ove il Partito guarda con preoccupazione a qualsiasi movimento con una base più ampia della singola impresa. In secondo luogo, la storia è stata ampiamente riportata dai media nazionali, fatto notevole se si considerano gli effetti galvanizzanti che questo potrebbe avere sui lavoratori e le relative conseguenze per la stabilità sociale. In terzo luogo, il sindacato in questa storia non si è limitato a giocare un ruolo di mediatore, ma è sceso apertamente in campo a favore dei datori di lavoro, arrivando persino ad aggredire i manifestanti. Queste, ben prima che la forte reazione da parte dell’azienda, sono le ragioni dell’unicità di questa storia.

Restano aperti dei dubbi: perché si dà risalto a quanto avviene proprio in imprese straniere di primo piano come Foxconn e Honda? Perché il governo in questi casi non è (ancora) intervenuto per mettere il bavaglio ai media? La possibilità è quella che si tratti, come spesso accade, di un avvertimento alle imprese straniere che operano in Cina. Dopo le lunghe polemiche seguite all’entrata in vigore della nuova legge sui contratti di lavoro nel 2008, dopo che la crisi finanziaria ha demolito buona parte dei progressi degli ultimi anni negli standard lavorativi cinesi, forse si tratta di un segnale con cui lo Stato avverte che è il momento di cambiare tendenza: non più tagli e corsa al ribasso per attirare investimenti, ma maggiori tutele e aumenti salariali. In questo forse pesa la consapevolezza delle autorità che, qualora i salari non dovessero crescere, sarà difficile stimolare quella domanda interna tanto necessaria allo sviluppo del paese.

Lo stesso discorso naturalmente vale per il caso Foxconn, ove in seguito ai suicidi dei lavoratori e all’attenzione dei media, l’azienda ha deciso di concedere ai lavoratori un aumento salariale del 20%. Poco importa se sindacati aziendali o governi locali oppongono resistenza, vincolati all’obbligo di attrarre investimenti per garantire lo sviluppo economico delle aree sottoposte alla propria amministrazione, il fatto stesso che la storia appaia diffusamente sui media dimostra come i livelli più elevati della politica vi prestino un’attenzione particolare.

Per un approfondimento sul ruolo del sindacato nella Repubblica Popolare Cinese segnalo questo mio intervento (pdf) pubblicato su Diritti, lavori e mercati n.2 del 2009.

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