Stato-ombra e corruzione degli autisti cinesi
Qualche settimana fa, mentre ero di passaggio nella provincia dello Henan, mi è capitato di parlare a lungo con un giovane del posto. Si trattava di un dipendente di un’azienda privata locale, il quale, per arrotondare il suo magro stipendio, approfittava delle vetture aziendali per lavorare part-time come autista. Trovandoci proprio nella regione al centro dello scandalo delle fornaci di mattoni clandestine, a un certo punto il discorso è inevitabilmente caduto su questa storia.
Mentre cercavo di argomentare sull’importanza dei media cinesi nel portare alla luce questo caso e spiegavo al mio interlocutore la mia stima per quei giornalisti cinesi che, a dispetto di tutti i limiti del sistema in cui si trovano ad operare, ancora riescono a portare avanti un giornalismo investigativo che non ha niente da invidiare al nostro, egli, dubbioso, mi ha riferito alcune sue esperienze personali. In particolare, mi ha raccontato come gli fosse capitato diverse volte di accompagnare giornalisti di piccoli media locali a visitare le miniere della zona. Per quanto ne sapeva, ogni volta che accadeva qualche incidente in miniera, la voce si spargeva a macchia d’olio nella zona e i giornalisti di piccole e misconosciute realtà mediatiche, anche a centinaia di chilometri di distanza, facevano a gara per recarsi sul posto. Il punto è che non lo facevano certo per indagare sulla situazione, quanto per reclamare dal padrone della miniera un pagamento per “tenere la bocca chiusa”.
Più di una volta mi era capitato di leggere storie di questo tipo sui media nazionali cinesi e sapevo che in diverse occasioni le autorità erano intervenute nel tentativo di debellare il fenomeno, ma sentire una testimonianza di prima mano è stato completamente diverso, soprattutto considerato il fatto che questo autista descriveva in dettaglio il clima festoso di queste “gite”. Mi diceva di essere rimasto talmente disgustato dalla cosa che alla fine aveva rifiutato di accompagnare queste persone.
Questo aneddoto potrebbe essere lo spunto per un’analisi delle storture e dei meccanismi perversi che inficiano l’attività dei media cinesi, invece in questo caso me ne servirò come punto di partenza per una riflessione su tutt’altra questione, vale a dire il ruolo degli autisti in Cina. Come la storia che ho appena riportato dimostra, gli autisti sono una presenza invisibile e silenziosa nella società cinese, una categoria che spesso ha accesso ad alcuni dei lati più oscuri di questa realtà. Si pensi ad esempio ai vari traffici di esseri umani che attraversano la Cina di oggi: quante cose potrebbero raccontare gli autisti che accettano di accompagnare i trafficanti e le loro “merci”? Oppure si pensi agli autisti che accompagnano giorno e notte i funzionari: quanti aneddoti potrebbero riferire sulla corruzione e le abitudini dei loro datori di lavoro? In particolare, vale la pena soffermarsi su quest’ultima domanda, in quanto recenti studi e fatti di cronaca hanno messo in luce come l’intimità del rapporto tra gli autisti cinesi e i funzionari locali sia all’origine di tutta una serie di fenomeni corruttivi al livello di base.
La prima volta che ho avuto notizia di questa questione è stato qualche settimana fa, quando mi è capitato di leggere un mirabile saggio di Graeme Smith pubblicato nel luglio 2009 sul China Journal, probabilmente la più importante rivista accademica al mondo nel campo degli studi sulla Cina (tra l’altro, uno degli editor è un italiano, Luigi Tomba). Tra il 2004 e il 2008, Smith ha condotto una ricerca sul campo in una contea della Cina centrale, intervistando quadri, funzionari governativi, uomini d’affari e contadini del posto. Ne ha tratto una formidabile analisi dei rapporti di potere e delle macchinazioni politiche nella Cina rurale, delineando un quadro drammatico in cui nepotismo e corruzione dominano incontrastati. Smith in particolare descrive il cosiddetto “Stato-ombra”, quello che, citando la definizione di Barbara Harriss-White, un’altra accademica, viene definito come “una serie di intermediari che si assicurano che l’economia informale si rifornisca a basso prezzo di beni, diritti o favori dallo Stato (o che semplicemente li rubano), e che possono vendere beni e servizi allo Stato a prezzi più elevati di quelli che si avrebbero in un ‘mercato aperto’”. Alle spalle di questo “Stato-ombra” c’è tutta una serie di attori che ruota attorno ai funzionari locali: la cerchia degli amici e parenti dei quadri, i loro assistenti personali e, ovviamente, gli autisti.
Esordendo con la considerazione che “gli autisti affermano scherzando che trascorrono in compagnia dei quadri dirigenti più tempo di quanto non facciano le mogli di questi ultimi e che, di conseguenza, sanno tutto”, Graeme Smith, in uno stile incisivo e per alcuni versi ironico, riporta un paio di aneddoti riguardanti gli autisti degli ufficiali nella contea oggetto della sua indagine. Innanzitutto, riferisce di un autista di meno di quarant’anni che aveva già accumulato la proprietà di tre abitazioni nel capoluogo di contea. Poi, racconta di un altro autista oggetto di una petizione alle autorità di livello superiore. Un giorno, dopo aver partecipato a un banchetto con il suo segretario di Partito (ed ex-capo di polizia di contea), mentre tornava a casa nella tarda serata aveva investito ed ucciso un pedone senza neppure rendersene conto. Quando la cosa era venuta alla luce, il segretario di Partito aveva difeso il suo chauffeur, negando che costui avesse toccato anche una sola goccia d’alcol, e pertanto la questione era rimasta irrisolta, cosa che aveva fatto infuriare i famigliari della vittima, che avevano deciso di richiedere giustizia agli organi superiori.
Questa lettura mi è tornata alla mente qualche giorno fa, mentre stavo sfogliando il Global Times. Allora l’occhio mi è caduto su un articolo firmato da Huang Jingjing in cui si annunciava il fatto che Banyuetan, una rivista edita dalla Xinhua, aveva pubblicato un’indagine sulla questione della corruzione degli autisti dei funzionari locali. Nel rapporto si citano alcuni casi giudiziari degli ultimi anni. Il primo di questi risale al 2007 e riguarda Wu Jun, l’autista di un ex-direttore dell’Ufficio per la terra e le risorse della città di Chenzhou nello Hunan, il quale avrebbe ricevuto 368.000 yuan in tangenti e avrebbe funto da prestanome per altri 100.000 yuan intascati dal suo datore di lavoro (niente in confronto alla mole di tangenti intascata da quest’ultimo, calcolata intorno ai due milioni di yuan). Nel luglio del 2008 poi il tribunale popolare del distretto di Changning a Shanghai ha riconosciuto l’autista di un dirigente di una grossa impresa di Stato colpevole di aver agito da intermediario tra i corruttori ed i corrotti, “fungendo da combustibile per il fenomeno della corruzione nella società”, condannandolo ad un anno di carcere. Infine, nel settembre 2009, Lü Weiqiang, autista di diversi funzionari locali della città di Lishui nel Zhejiang, è stato condannato a morte per aver raccolto illegalmente circa 260 milioni di yuan con il pretesto di investimenti e commerci con l’estero.
Banyuetan riporta la testimonianza di Chen Yuejin, una persona che per tre anni ha lavorato come autista di un non precisato dirigente locale. Raccontando la propria esperienza, egli avrebbe rimarcato come questo lavoro, per quanto faticoso, gli desse accesso a non pochi “redditi nascosti”. Il punto focale però, a suo dire, era il fatto che lavorare come autista di un funzionario comporta un innalzamento non indifferente della propria posizione sociale. Secondo Chen, questo lavoro comporta principalmente tre tipi di compiti: accompagnare qua e là i famigliari del funzionario; fare da “ponte” tra il datore di lavoro e le persone che vogliono fargli dei “regali”; aiutarlo a mantenere le sue guanxi. Come rimarcano i giornalisti di Banyuetan, “avendo queste tre funzioni, egli naturalmente diventa un attendente del dirigente, proprio come un segretario. Molte persone che vogliono vedere il funzionario devono passare attraverso di lui e spesso gli fanno dei ‘regali’, tanto che a volte egli stesso si sente come un funzionario”. Chen Yuejin in particolare sottolinea che: “Molte volte potevo fare cose che neppure i segretari riuscivano a fare”. Un altro vantaggio minore che viene citato nell’articolo sarebbe poi quello di farsi rimborsare dalle amministrazioni locali fatture per spese gonfiate o inesistenti senza che nessuno batta ciglio.
Il Global Times riporta un’opinione di Chen Wentong, un docente della Scuola centrale del Partito, il quale riconosce che le radici della corruzione stanno in un’eccessiva centralizzazione del potere e in una supervisione troppo lasca, ma ritiene che non sia il caso di considerare gli autisti un nuovo gruppo sociale che alimenta i fenomeni corruttivi solamente basandosi su pochi casi. In una penetrante analisi pubblicata qualche giorno fa su Asia Times, Francesco Sisci propone la propria lettura della realtà della corruzione in Cina. Per citare le sue parole: “L’ambiente generale è grigio, al meglio. Molti funzionari credono che le loro carriere non siano altro che delle opportunità per fare affari, mentre gli uomini d’affari s’aggirano alla ricerca del funzionario giusto per essere comprato”. Questo problema si presta a molteplici soluzioni, una delle quali è quella del disallineamento degli interessi di funzionari e imprenditori, cosa che peraltro sta già avvenendo attraverso l’introduzione di un sistema di incentivi positivi per i funzionari onesti. Eppure, l’evidenza dimostra che il problema permane. Come scrive Sisci, “in realtà, questo funziona per una minoranza di funzionari, quelli che vengono promossi. La maggioranza degli ufficiali, che se ne stanno al loro posto senza alcuna intenzione di salire la scala, hanno un interesse obiettivo nel contrario – fare soldi finché possono e finché sono ancora al potere, perché presto in ogni caso saranno cacciati”. Nel frattempo, un intero sistema vive e prospera all’ombra di questi funzionari corrotti, un sistema parassitario di cui gli autisti sono solamente l’ultima e originale manifestazione.










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