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	<title>Cineresie.info &#187; attivismo</title>
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		<title>Diritti umani in Cina: legge e ideologia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Nesossi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
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		<description><![CDATA[È di qualche giorno fa la reazione furente dei media cinesi contro il rapporto annuale sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch. Che si tratti di vuota retorica, propaganda o reale indignazione, la risposta cinese offre alcuni spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il dibattito sui diritti umani in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo. Un'analisi di Elisa Nesossi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg"><img class="wp-image-5329 aligncenter" title="WR2012-300" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg" alt="" width="289" height="303" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È della scorsa settimana la <a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2012-01/29/content_14498408.htm">reazione furente </a>dei media cinesi contro <a href="http://www.hrw.org/world-report-2012">il rapporto annuale </a>sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch (HRW). La risposta cinese offre spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il <strong>dibattito sui diritti umani</strong> in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Stupirsi della reazione cinese sarebbe abbastanza singolare. Partiamo da un fattore molto semplice e immediato: l’aspetto pragmatico e <strong>ideologico</strong> della questione.</p>
<h2 style="text-align: justify;">HRW e PCC: ciascuno fa il suo lavoro</h2>
<p style="text-align: justify;">Stiamo analizzando la reazione del governo cinese al rapporto di un’organizzazione americana, che è nata e si è rafforzata significativamente durante la <strong>Guerra Fredda</strong> con un lavoro solerte di denuncia dei paesi del blocco sovietico. HRW oggi è ampiamente sostenuta e <strong>finanziata da George Soros</strong> proprio con lo scopo di scovare e denunciare abusi del genere: se non ci fossero violazioni dei diritti umani essa, al pari di altre organizzazioni internazionali, non avrebbe più ragione di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dinamiche dei gioco-forza tra HRW e la Cina sono sempre state queste. Una volta sola, qualche anno fa, a seguito di una pubblicazione di HRW sul <a href="http://www.hrw.org/news/2009/11/02/china-secret-black-jails-hide-severe-rights-abuses">sistema delle “prigioni nere”</a>, le autorità cinesi hanno prima <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html">rigettato a priori </a>il rapporto e poi &#8211; come se nulla fosse &#8211; qualche mese dopo hanno cominciato a <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html" target="_blank">denunciare apertamente</a> questa piaga nel sistema di amministrazione della “giustizia”. Chi ha osservato queste dinamiche da vicino, ha potuto ampiamente apprezzare l’<strong>involontaria comicità</strong> di tanta ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualsiasi analisi delle reazioni della scorsa settimana deve partire dal presupposto che in un’occasione come questa sia HRW che la stampa cinese hanno fatto adeguatamente il proprio lavoro, giocando il ruolo che ci si aspettava giocassero. Basandosi principalmente su dati empirici – fatti avvenuti durante l’anno, pubblicazioni e testi di legge vigenti – il rapporto di HRW sintetizza quelli che sono stati gli sviluppi, o l’assenza di sviluppi, nell’ambito della <strong>protezione dei diritti umani</strong> nel 2011, un anno in cui il governo cinese non si è certamente distinto in positivo. Francamente, a seguito di tutte <a href="http://www.nytimes.com/2011/03/12/world/asia/12china.html?_r=1">le sparizioni arbitrarie </a>di avvocati e attivisti, delle lacunose proposte per la<a href="http://dingjinkun.blog.caixin.com/archives/23918"> revisione del Codice di Procedura Penale</a>, della reclusione forzata di <a href="http://www.nytimes.com/2011/02/19/world/asia/19china.html">Chen Guancheng e di Liu Xia,</a> e di alcune ridicole forme di censura mediatica (guai a digitare il termine <a href="http://www.cpj.org/2011/02/china-detains-censors-bloggers-on-jasmine-revoluti.php">‘gelsomino’ </a>su Google!?), il governo cinese non poteva che aspettarsi qualche sferzata dall’occidente.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cina/Occidente, scontro sui diritti umani</h2>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione, gli articoli usciti la scorsa settimana sul China Daily confermano piuttosto banalmente le nostre aspettative sull’approccio del governo cinese verso un<strong> concetto internazionalmente riconosciuto</strong> di diritti umani e più in generale di <strong>legalità</strong>, e la postura difensiva ottenuta in risposta ci indica che di recente non si è verificato alcun significativo cambiamento. L’opposizione Cina/Occidente è rimasta pressoché invariata nel tempo e la<strong> retorica nazionalista</strong> contro “l’imperialismo occidentale” pare acuirsi anziché smorzarsi, rinnovandosi in forme sempre alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli articoli apparsi sul <em>China Daily</em> possono provocare reazioni differenti in un pubblico straniero, ma di sicuro non particolarmente positive. Può esserci sconforto: “Perché continuare a perdere tempo a leggere un’inutile propaganda che si ripete negli stessi termini da decenni?” Rabbioso sconforto: “Com’è possibile che ancora oggi influenti intellettuali ed accademici in Cina si prestino a dire fesserie del genere?” Oppure ironico sconforto: “Per fortuna c’e’ chi sa rettificare errori ad omissioni delle visioni imperialiste occidentali&#8230;”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Le corti sono indipendenti e la tortura non esiste</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma qualcosa di positivo possiamo sicuramente trarre e almeno noi ‘addetti ai lavori’ possiamo prenderci qualche minuto per riflettere sugli spunti che la reazione cinese ci offre.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Jie, autore del pezzo &#8220;<a href="http://www.chinadaily.com.cn/cndy/2012-01/30/content_14502312.htm" target="_blank">Una visione non obiettiva della Cina</a>&#8221; , smentisce con toni duri e definitivi il fatto che le <strong>corti non siano indipendenti</strong> in Cina, che la polizia abbia ancora un peso sostanziale nella gestione della giustizia e che faccia ricorso a metodi come la <strong>tortura</strong> per ottenere la confessione dell’imputato, che <a href="http://www.npc.gov.cn/npc/xinwen/lfgz/2011-08/30/content_1668503.htm">la proposta di revisione del Codice di Procedura Penale</a> contenga degli articoli vaghi e facilmente manipolabili dall’accusa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>unico supporto</strong> alle sue argomentazioni viene fornito dalla Legge scritta: <a href="http://news.xinhuanet.com/legal/2003-01/21/content_699668.htm">la Legge</a> dice che <strong>la tortura e’ proibita</strong> e quindi ovviamente tutti rispettano queste clausole e la tortura in Cina non esiste più; la Legge dice che gli organi del <em>gonjianfa</em> (polizia, procura e corti) devono <strong>lavorare congiuntamente</strong> ma indipendentemente l’uno dall’altro e quindi, di conseguenza, la polizia ha esattamente lo stesso peso di un giudice ma solo un diverso potere decisionale; la Legge dice che la famiglia dell’imputato deve essere informata dell’arresto e detenzione del proprio caro, e di conseguenza tutte le famiglie verranno prontamente informate eccetto proprio in quelle circostanze eccezionali e rarissime in cui sia impossibile effettuare la notifica o la notifica possa ostruire l’indagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora vi rimando all’affascinante  <a href="http://www.brill.nl/sovereign-power-and-law-china" target="_blank">Sovereign Power and the Law in China</a> di Flora Sapio, un testo che ci fa profondamente riflettere sulla <strong>pericolosità di queste eccezioni</strong> quando nella realtà esse diventano parte della Legge e sono gradualmente accettate come corso normale delle procedure. Ciò evidenzia anche la pericolosità di un discorso che supporta una ‘<em>thin rule of law</em>’. Sono infatti abbastanza evidenti i rischi inerenti ad un approccio che si limita ad <strong>applaudire la legge come tale</strong> senza riflettere sull’ideologia e i motivi ulteriori che la sostanziano, così come sulla sua applicazione pratica.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli accademici e il sistema legale ideale</h2>
<p style="text-align: justify;">In chiusura, due ultime brevi considerazioni sull’editoriale del <em>China Daily </em>scritto da Lu Jie. Mi è capitato spesso di parlare con avvocati, procuratori o poliziotti cinesi che <strong>guardano con scetticismo</strong> a ciò che gli accademici dicono a riguardo del sistema legale cinese. Gli accademici spesso si riferiscono ad altri sistemi o ad un <strong>sistema legale ideale</strong>, un utopico modello al quale il diritto cinese dovrebbe tendere. Una delle critiche più frequenti che ho sentito punta l’indice contro l’ignoranza nell’applicazione pratica del diritto – gli accademici sono destinati a non capire e a rimanere ancorati alla teoria pura della legge scritta semplicemente perché non hanno quasi mai accesso ai luoghi fisici in cui l’imputato si trova a tu per tu con le istituzioni. Se spesso c’è l’impossibilità reale di essere presenti durante gli <strong>interrogatori</strong> nelle stazioni di polizia o nei centri di detenzione, in altri casi si tratta di pura mancanza di volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">Come alcuni giuristi cinesi talvolta ammettono, è meglio scrivere dettagliati <strong>articoli teorici sui diritti umani</strong> o fare delle analisi comparate con altri sistemi giudiziari nell’isolata tranquillità del proprio studio. Non si corre nessun rischio e si pubblica in tempi brevi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Elisa Nesossi</em> <span style="color: #888888;">è ricercatrice presso il Centre on China in the World (CIW) della Australian National University (ANU). Si interessa principalmente di diritto cinese, diritto penale comparato e diritti umani. È autrice del volume “China’s Pre-trial Justice. Criminal Justice, Human Rights and Legal Reforms in Contemporary China” (2012).</span></p>
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		<title>Movimenti ambientalisti: uno sguardo incrociato fra Cina e Occidente</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 02:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa dell’ambiente. Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di questi movimenti in Cina e in Occidente. Questi due scenari rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Un post scritto con Marco Tonino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I <strong>conflitti ambientali locali</strong> sono un fenomeno comune in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa della salute, dell’ambiente e, a volte, addirittura della stessa democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di movimenti locali in campo ambientale <strong>in Occidente e in Cina</strong>. Si tratta di due scenari che rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco da difendere, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Uno sguardo comparato è necessario per meglio comprendere le dinamiche in gioco e azzardare alcune ipotesi su quello che sarà <strong style="text-align: justify;">il futuro</strong> della Cina se si manterrà sul presente corso di sviluppo</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4959" title="China-Pollution-Problem" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg" alt="" width="521" height="694" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Ambientalismo &#8220;giovane&#8221; sul versante cinese</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>NIMBY</strong>. “<em>Not In My Backyard</em>”, non nel mio cortile. Questo acronimo, noto in Italia grazie a decenni di lotte contro opere che lo Stato ritiene di interesse pubblico ma che i cittadini osteggiano per timore di possibili <strong>ricadute su ambiente e salute</strong>, da qualche mese è un termine di uso corrente anche in Cina. Questo da quando, lo scorso 14 agosto, i <a href="http://globalvoicesonline.org/2011/08/14/china-large-nimby-protest-erupts-in-dalian/">cittadini di Dalian</a>, un centro urbano nel nordest del Paese, sono scesi in piazza a migliaia per chiedere la <strong>rilocazione di un impianto chimico</strong> per la produzione di parasilene, strappando alle autorità locali la promessa che la loro richiesta sarebbe stata esaudita. La mobilitazione era nata sulla scia dell’allarme scattato la settimana precedente a causa del cedimento di una diga protettiva della fabbrica durante un tifone e la voce si era poi diffusa a macchia d’olio attraverso il web e i cellulari.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto ampliamente pubblicizzato sui media internazionali, il caso di Dalian non è certo il primo esempio di protesta NIMBY in Cina. Già quattro anni prima, nel giugno del 2007, i <a href="http://www.zonaeuropa.com/20070601_1.htm">cittadini di Xiamen</a> si erano mobilitati a migliaia contro il progetto di aprire un altro impianto per la produzione del parasilene non lontano da una zona residenziale. La fabbrica in questione, che aveva ottenuto il supporto dei vertici dello Stato e aveva già attratto quasi 11 miliardi di yuan di investimenti, avrebbe arricchito enormemente le casse cittadine, tanto che si calcolava che il nuovo impianto avrebbe portato al prodotto interno lordo cittadino oltre 80 miliardi di yuan, un quarto del totale di allora. Anche in quel caso però <strong>migliaia di persone</strong> si erano date appuntamento nel centro cittadino per “fare una passeggiata” e protestare pacificamente contro il piano del governo locale. Non appena i cittadini erano scesi in piazza, il <strong>web si era mobilitato</strong> per coprire la protesta e i media nazionali avevano seguito a ruota, spingendo le autorità di Xiamen a fare un clamoroso passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando ancora più in là nel tempo, molti specialisti sono concordi nell’indicare come prima grande mobilitazione ambientale in Cina il caso della resistenza contro la costruzione di una serie di <a href="http://books.google.it/books?id=mdlSyAHSHrQC&amp;lpg=PA152&amp;ots=jzVo8RuVAo&amp;dq=nujiang%20protest&amp;hl=it&amp;pg=PA143#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">dighe sul fiume Nujiang</a>, nella provincia dello Yunnan, tra il 2003 e il 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo evento, che giustamente viene descritto come un punto di svolta per la società civile cinese, sia per il ruolo giocato in quell’occasione dalle ONG ambientali, sia per la (temporanea) capitolazione delle autorità centrali, tuttavia non è rappresentativo di quella che è la tendenza generale nelle proteste ambientali in Cina. Mobilitazioni per la preservazione dell’ambiente naturale, del paesaggio o dell’identità culturale, rimangono eventi molto rari. Anche casi di proteste NIMBY come quelle di Xiamen e Dalian – ma si potrebbero citare anche la lotta dei <a href="http://www.zonaeuropa.com/20091123_1.htm">cittadini di Panyu</a> contro l’apertura di un inceneritore nel 2009 o la resistenza dei <a href="http://www.reuters.com/article/2008/01/12/us-china-maglev-protest-idUSPEK32757920080112">cittadini di Shanghai</a> contro l’espansione del Maglev nel 2008 – per quanto significativi, <strong>rimangono un’eccezione</strong> più che la regola.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, al giorno d’oggi le mobilitazioni ambientali dei cittadini cinesi si configurano come lotte “a posteriori” per la salute o, addirittura, per la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha riconosciuto nel febbraio del 2009 <a href="http://www.hnhbjn.com/newsshow.asp?id=2214">Chen Xiwen</a>, un importante funzionario del governo centrale, “il problema dell’inquinamento ambientale è ormai diventato una delle cause principali che portano allo scoppio di incidenti di massa tra i contadini”. Timothy Hildebrandt e Jennifer Turner in <a href="http://books.google.it/books?hl=it&amp;lr=&amp;id=SDaEslFSP4oC&amp;oi=fnd&amp;pg=PA89&amp;dq=Timothy+Hildebrandt+green+activism&amp;ots=B-Dq2LqSLp&amp;sig=DWLpKdwfhEdxaH6X2SL0sQsRxwI#v=onepage&amp;q=Timothy%20Hildebrandt%20green%20activism&amp;f=false">uno studio</a> pubblicato nel 2009 hanno riportato alcuni indicatori particolarmente significativi: stando a dati diffusi dall&#8217;Amministrazione statale per la protezione dell&#8217;ambiente  (oggi Ministero della protezione ambientale), nel 2005 nell’intero paese avrebbero avuto luogo oltre <strong>51.000 proteste</strong> dovute all’inquinamento, molte delle quali dovute alle crescenti perdite economiche da parte di contadini impossibilitati a vendere i propri raccolti “tossici”; nel 2007, inoltre, il Ministero della salute avrebbe riportato che tra il 2005 e il 2007 il numero di coloro che hanno contratto il cancro a causa dell’inquinamento sarebbe cresciuto del 19% nelle aree urbane e del 23% in quelle rurali. Di fatto, <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">indagini ufficiali</a> condotte di recente su 7.555 progetti chimici di grandi dimensioni hanno dimostrato come ancora oggi l’81% degli impianti chimici si trovino in aree fluviali, zone densamente popolate e altri <strong>luoghi “sensibili” dal punto di vista ambientale</strong>, mentre il 45% sarebbero addirittura considerati “fonte di elevato rischio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è dunque da stupirsi se nell’aprile del 2009, <a href="http://bbs.ccvic.com/thread-120-1-1.html">uno speciale</a> sui cosiddetti “villaggi del cancro” (<em>aizhengcun</em>), pubblicato dalla rivista <em>Fenghuang Zhoukan</em>, riportava <a href="http://wx.house365.com/bbs/showthread.php?threadid=58338">una mappa</a> della Cina con ben 110 villaggi finiti nel mirino dei media cinesi nel decennio precedente a causa dell’elevato tasso di mortalità legato all’inquinamento. A margine della mappa si notava che “questi ‘villaggi del cancro’ per la maggior parte si trovano nelle cinture territoriali intorno ai parchi industriali delle città, a valle lungo il corso dei fiumi oppure nei pressi di miniere, e subiscono così l’inquinamento delle acque reflue industriali, dei gas di scarico, dei residui, dei rifiuti della vita quotidiana, così come dei metalli pesanti e di altre cause molteplici e combinate”. I giornalisti raccoglievano testimonianze drammatiche di genitori che avevano visto i propri figli morire di leucemia uno dopo l’altro, senza poter garantire loro alcuna cura medica, né ottenere alcuna forma di assistenza dallo Stato. Il tutto, a volte, a due passi dalla capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo un <a href="http://www.ndcnc.gov.cn/datalib/NewBook/2011/2011_09/newbook.2011-07-28.7817892265/">recente studio</a> dell’Accademia delle scienze sociali, nel biennio 2009-2010 in Cina avrebbero avuto luogo ventidue <strong>incidenti ambientali gravi</strong> – o, per usare l’eufemismo ufficiale, “con impatto elevato” (<em>yingxiang jiaoda</em>) – che in un modo o nell’altro hanno smosso l’opinione pubblica cinese. Di fronte a una situazione così drammatica, le proteste ambientali non possono che registrare una continua crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 2009, presentando l’edizione del Libro Blu sulla Società Cinese per l’anno successivo, <a href="http://news.qq.com/a/20091221/001334_1.htm">Li Peilin</a> rilevava come delle dieci grandi proteste per l’ambiente accadute nel decennio precedente, ben sei avessero avuto luogo nell’anno appena concluso. Stando a <a href="http://www.cass.net.cn/file/20101102286576.html">più recenti stime</a> della stessa Accademia delle Scienze Sociali, gli incidenti di massa causati dall’inquinamento ambientale stanno crescendo del 29% all’anno, una velocità ben superiore a quella degli incidenti dovuti ad altre cause. Inoltre tali incidenti sarebbero classificabili come “<a href="../contraddizioni-in-seno-al-popolo/">non di classe e non riconducibili ad interessi diretti</a>”, dunque si tratterebbe di situazioni repentine ed altamente imprevedibili, il genere di incidente che le autorità cinesi considerano più rischioso per la stabilità  sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">un sondaggio</a> condotto dal <em>Quotidiano del Popolo</em> nel febbraio del 2011, tra i “dieci problemi caldi del nuovo anno secondo i netizen”, l’inquinamento ambientale figurava al quinto posto, con 7.583 voti. Tra i 3.207 partecipanti ad un ulteriore sondaggio più specifico sulle questioni ambientali, il 93% riteneva che “in Cina i problemi ambientali fossero molto gravi” e, per quanto riguardava le cause di questa situazione, il 75% sosteneva  che “i governi locali hanno sacrificato l’ambiente per il profitto economico”, contro un 11% che riteneva che “la gestione non è all’altezza degli standard”. Dati simili, per quanto basati su un campione decisamente non scientifico, dimostrano come in Cina l’ambiente possa facilmente trasformarsi da questione di salute pubblica a <strong>problema politico</strong>, un fatto di cui il Partito è ben consapevole.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza occidentale</h2>
<p style="text-align: justify;">In Occidente, le prime forme di movimento in campo ambientale sono nate nella seconda metà del secolo scorso grazie ad una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica degli effetti spesso devastanti delle attività economiche sull’ambiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1962 viene pubblicato il libro  “<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=primavera%20silenziosa&amp;source=web&amp;cd=4&amp;ved=0CDYQFjAD&amp;url=http://books.google.com/books/about/Primavera_silenziosa.html?id=xsfa6U1O4M4C&amp;ei=X1beTqiBCoWB4gTE3eSLBw&amp;usg=AFQjCNELDWwyR4R-bdnsfdLU5nVjJFFbcA&amp;sig2=8l36_W9OsVJBw8GsxzWHpg&amp;cad=rja">Primavera Silenziosa</a>”, una denuncia alla distruzione di interi ecosistemi causati dall’uso indiscriminato dei pesticidi: scritto dalla biologa <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Rachel_Carson">Rachel Carson</a>, questo libro segna convenzionalmente l’inizio del movimento ambientalista. Durante gli <strong>anni Sessanta</strong> il movimento ambientalista vive un periodo di forte crescita in seguito all’acuirsi dei problemi di inquinamento, traffico, smaltimento dei rifiuti. L’interesse verso la questione ambientale subisce però un ridimensionamento a seguito della <strong>crisi energetica del 1973</strong>, quando i problemi dell’ambiente tornano in secondo piano, cedendo il passo alle questioni della ripresa e della crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l’Italia negli anni Settanta vive un’eclissi dei movimenti ambientali causata anche da contingenze storiche interne come i gravi problemi di ordine pubblico (agitazione studentesca, scioperi, criminalità organizzata, terrorismo). Di fatto, gli anni Settanta sono caratterizzati in generale da una lenta istituzionalizzazione dei valori ambientalisti nelle politiche pubbliche: vengono approvate leggi di tutela di aria, acqua, suolo, natura; inoltre si inseriscono criteri ecologici nella progettazione di opere destinate a modificare l’ambiente, cresce la ricerca e l’educazione ambientale. Questo è anche il decennio della nascita dell’<a href="http://www.exibart.com/Libri/dettaglio_libro.asp?IDLibro=1142872">ecologia politica</a>, che si sviluppa in due modalità: la prima riguarda l’adozione di temi ecologici nelle ideologie e nelle forze politiche tradizionali, la seconda riguarda la trasformazione dei movimenti ambientalisti in partiti definiti “Verdi”. Tale fenomeno ha avuto maggiori sviluppi in Europa dove, a differenza degli Stati Uniti, c’è la possibilità di presentare liste politiche monotematiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni Ottanta vedono una ripresa ed espansione del movimento ambientalista in tutto il mondo mentre si susseguono e moltiplicano le conferenze su temi ambientali a livello internazionale. Gli anni successivi vedono infine la progressiva istituzione di Ministeri dell’ambiente nei governi di tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente alla Cina, i paesi occidentali hanno una <strong>lunga tradizione</strong> di proteste per l’ambiente. Considerando i soli conflitti ambientali locali, diverse sono le poste in gioco che vengono messe in discussione da chi si oppone ad un progetto: la salute, il reddito, una specifica componente ambientale (e.g. l’aria, l’acqua, il suolo, una  particolare specie animale); più recenti sono le poste in gioco riguardanti il paesaggio (sia come parte di un ecosistema sia come rappresentazione dell’identità culturale), l’ambiente in senso più ampio e l’idea di uno sviluppo diverso del territorio. Quando una protesta sposta la sua attenzione dalla locazione del progetto alla tipologia di progetto allora non si parla più di protesta NIMBY (<em>Not in My Back Yard</em>) ma di <strong>NIABY</strong> (<em>Not in Anyone’s Back Yard</em>). Non vi è più dunque un atteggiamento di rifiuto spontaneo, “epidermico” ed egoistico ma si passa ad un’opposizione più consapevole, sostenuta da una conoscenza più specifica. Stando ad <a href="http://books.google.com.co/books?id=TcmKDsRLhbMC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">una ricerca</a> su sei città italiane, degli ottantanove comitati di cittadini censiti in uno studio del 2004, solo poco più di un quarto si mobilita secondo logiche NIMBY, mentre i restanti  tre quarti tendono ad ampliare il loro raggio territoriale e/o tematico della loro protesta.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda della <strong>protesta “NO TAV”</strong> della Val di Susa in Piemonte è un caso di opposizione ad un’opera infrastrutturale cominciato nel 1990 e da allora periodicamente all’attenzione dell’opinione pubblica. La Val di Susa rappresenta una situazione d’incontro di fattori predisponenti alla manifestazione del conflitto quali la bassa qualità ambientale e l’alto grado di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte territoriali. La valle, in cui è prevista la  costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, è infatti già sottoposta ad alto <strong>stress ambientale</strong> a causa dell’inquinamento dovuto ai viadotti ed alle aree industriali presenti; il degrado della zona interessata dal progetto e la partecipazione inadeguata alle procedure prevista dalla legge obiettivo 121/2001 hanno portato alla degenerazione in protesta del conflitto. Il difetto di partecipazione all’interno della procedura di valutazione del progetto è confermato dall’<a href="http://temi.repubblica.it/limes/litalia-presa-sul-serio">assenza degli stessi conflitti</a> nei cantieri sul versante francese: grazie al lavoro di ricerca del consenso compiuto in Francia i valligiani locali sembrano essere consapevoli dei benefici che l’opera potrà apportare al loro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nata come fenomeno locale, la protesta della Val di Susa è cresciuta diventando un movimento coordinato ed organizzato  sin a livello sovranazionale che ha elaborato <strong>proposte progettuali alternative</strong>. Se all’inizio del conflitto ambientale i valori da difendere erano la salute ed un’<strong>idea diversa di sviluppo</strong>, ora – soprattutto dopo il ricorso alle forza del governo nel presidiare e difendere i cantieri nella valle &#8211; la  posta in gioco è diventata la democrazia, così come la giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, nonostante l’esistenza di procedure che prevedono la <strong>partecipazione</strong> come strumento chiave per la pianificazione territoriale (VIA, VAS, Agenda 21 Locale) in Italia le situazioni di conflittualità ambientale sono in crescita, grazie anche alla facilità di creare reti e condividere esperienze offerte da internet e nuovi media. Nel solo Veneto, i conflitti ambientali identificati all’interno dell’<a href="http://www.veronainblog.it/wp/2011/11/10/legambiente-veneto-e-universita-iuav-di-venezia-redigono-l%D5-atlante-dei-conflitti-territoriali/">atlante del “malessere territoriale”</a> (redatto nel 2011 da Legambiente ed Università IUAV di Venezia) sono 49 e, di questi, 41 sono ancora in atto. La maggior parte dei conflitti riguarda progetti che minacciano il paesaggio.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Affinità, differenze e scenari futuri<br />
</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Quali conclusioni possiamo trarre da questa breve e incompleta panoramica?</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, possiamo notare alcune differenze sostanziali tra quello che sono le proteste ambientali in Cina e ciò che sono stati e sono ancora oggi i movimenti ambientalisti in Europa e negli Stati Uniti. Se in Occidente, questi movimenti si sono rapidamente <strong>evoluti in partiti</strong> (e poi come tali sono entrati in crisi), in Cina questa evoluzione al momento non è possibile a causa del monopolio politico da parte del Partito comunista. Per questa ragione la forma organizzativa più comune rimane quella della <em>grassroots organization</em>, ciò che in genere gli osservatori definiscono “ONG ambientale”.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, se in Occidente l’<strong>impianto normativo</strong> in campo ambientale è nato nel tempo come risposta a pressioni della società civile e del mondo accademico, in Cina questo è stato introdotto d’autorità dall’alto, senza un reale coinvolgimento dei cittadini. Infine, se in Occidente sempre più spesso le proteste ambientali sono riconducibili alla <strong>difesa di  valori profondi</strong> –la cultura e l’identità territoriale, una certa concezione di sviluppo, l’idea stessa della democrazia partecipativa – in Cina, nonostante si siano verificate mobilitazioni classificabili come NIABY, rimangono prevalenti le proteste legate a questioni ben più concrete come l’<strong>interesse economico</strong> o la <strong>salute</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, queste differenze non possono e non devono oscurare quelli che sono i <strong>punti in comune</strong> tra Cina e Occidente quando si tratta di proteste ambientali.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, in Cina come nel resto del mondo un ruolo sempre più importante nelle mobilitazioni dal basso stanno assumendo i <strong>nuovi media</strong>, come si è visto nel caso della TAV in Italia e nei casi di Dalian e Xiamen in Cina. In secondo luogo, in entrambi i contesti si è assistito e si sta assistendo allo sviluppo di movimenti a-partitici e a-politici che ruotano attorno ai principi della tutela dell’ambiente e dello <strong>sviluppo sostenibile</strong>. Infine, sia in Occidente che in Cina si è avuta una graduale <strong>assimilazione</strong> del discorso ambientalista da parte delle autorità. In Cina questo si è visto soprattutto nell’ultimo decennio, dopo l’ascesa al potere di Hu Jintao e Wen Jiabao e l’affermarsi di una nuova <strong>retorica ufficiale</strong> basata sull’idea di “società armoniosa” (<em>hexie shehui</em>). Non si può infatti dimenticare che una delle componenti fondamentali di questa &#8220;armonia&#8221; sta nel <strong>rapporto tra uomo e natura</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dei movimenti ambientali occidentali si dimostra particolarmente significativa per le autorità cinesi. A dispetto delle mille leggi adottate in materia, in assenza di canali di <strong>partecipazione democratica</strong> alla vita politica, in Cina esiste un rischio concreto che le varie istanze in campo ambientale evolvano in direzione di un movimento politico “verde” più o meno radicale. Se al momento questa eventualità sembra ancora lontana, resta da vedere se le autorità di Pechino riusciranno ad andare oltre la pura retorica e ad imprimere una <strong>nuova direzione</strong> al modello di sviluppo del paese, accogliendo gli stimoli provenienti dalla base e prevenendo che l’instabilità sociale degeneri. In fondo, lo aveva teorizzato per primo <strong>Mencio</strong> oltre duemila anni fa: le catastrofi naturali non sarebbero altro che un segnale divino secondo cui una dinastia ha perso il proprio “mandato del Cielo”, la propria legittimità a governare. Secondo questo antico ma mai dimenticato filosofo, in presenza di terremoti, inondazioni, raccolti tossici ed altre calamità, il popolo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di ribellarsi e mettere sul trono una nuova dinastia. Parole che, dopo millenni, suonano ancora minacciose alle orecchie di coloro che siedono ai vertici del potere a Pechino.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Scritto in collaborazione con </span><strong>Marco Tonino</strong><span style="color: #888888;">, dottorando in Scienze ambientali presso l&#8217;Università Ca&#8217; Foscari di Venezia. Si occupa principalmente di gestione integrata delle zone costiere e di processi partecipativi.</span></p>
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		<title>I novant&#8217;anni del Partito // Gli ultimi giorni di Shi Yang, avvocato d&#8217;altri tempi</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 08:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo le memorie di Zhang Guotao, vi proponiamo il secondo post della trilogia sui personaggi "eretici" o dimenticati del Partito delle origini. In questo caso, ricostruiamo la storia degli ultimi giorni di Shi Yang, un avvocato per l’interesse pubblico degli anni Venti, ancora oggi commemorato come “martire della rivoluzione”. Gli eventi descritti non sono frutto di fantasia, ma sono ricostruiti fedelmente sulla base del diario dal carcere di Shi Yang. Ogni riferimento all’attualità è puramente casuale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/Shi-Yang.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4049" title="Shi Yang" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/Shi-Yang.jpg" alt="" width="300" height="421" /></a>Dopo la recensione alle <a href="http://www.cineresie.info/i-novantanni-del-partito-zhang-guotao-un-racconto-eretico-della-nascita-del-partito/">memorie di Zhang Guotao</a>, ecco il secondo post della trilogia su personaggi &#8220;eretici&#8221; o dimenticati del Partito delle origini. In questo caso, ricostruiamo la storia degli ultimi giorni di vita di Shi Yang, un avvocato per l’interesse pubblico degli anni Venti ancora oggi commemorato come “martire della rivoluzione”. Gli eventi qui descritti sono </em><em>una rielaborazione del diario dal carcere di Shi Yang. </em><em>Ogni riferimento all’attualità è puramente casuale.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Quando avevano bussato alla sua porta quel fatidico pomeriggio del 7 febbraio 1923, Shi Yang era appena arrivato a casa dopo una giornata passata in tribunale. Aveva aperto e una decina di poliziotti in uniforme con le pistole in pugno si erano precipitati nella stanza, guidati da un investigatore in borghese. Era stato quest’ultimo a rivolgergli la parola: “Il direttore del nostro dipartimento la invita a fare quattro chiacchiere, si dia una mossa!” Shi Yang, avvocato forte di mille battaglie, non si lasciava intimidire facilmente: “Chi è il suo capo?” “Il capo della polizia di Hankou, non capisce ancora? Basta parlare, mi segua in fretta!” “Dato che il capo di un dipartimento così importante le ha ordinato di venire ad invitarmi di persona, naturalmente verrò con lei, la prego solo di non essere aggressivo, che non ce n’è bisogno”. Mentre si stavano già incamminando verso la stazione di polizia, sua moglie si era piazzata di fronte al corteo e, con voce carica di preoccupazione, aveva detto al marito: “Dove vai tu, vado anch’io”. “E che ci vieni a fare? Torna dentro. Non ho violato alcuna legge, ovunque mi portino non c’è niente di cui preoccuparsi”.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà Shi Yang sapeva che le cose non erano poi così semplici. Erano giorni che la tensione stava montando in città, da quando, la settimana prima, la polizia di Zhengzhou aveva bloccato il congresso fondativo di un <strong>sindacato generale</strong> dei ferrovieri della linea Pechino-Hankou. L’ordine, si diceva, era partito direttamente da <strong>Wu Peifu</strong>, il signore della guerra che controllava il governo di Pechino, un personaggio ambiguo e per molti versi ridicolo che amava atteggiarsi a poeta. Questa decisione era giunta inaspettata ai lavoratori e agli agitatori sindacali alle loro spalle, visto che fino al giorno precedente Wu Peifu si era atteggiato a protettore dei loro diritti e sostenitore di una politica favorevole al lavoro. Intenzionati a non mollare l’osso, i ferrovieri avevano deciso di tenere comunque il congresso come stabilito, cosa che si era tradotta in un’ondata di arresti. Ulteriormente inferociti, i leader operai allora avevano deciso di lanciare uno <strong>sciopero generale</strong> lungo tutta la linea ferroviaria, avanzando una serie di richieste, tra cui la rimozione del direttore generale della ferrovia, il rimborso di tutte le spese sostenute dai lavoratori per l’organizzazione dell’incontro, lo sgombero della polizia dagli spazi sindacali e – perché no già che c’erano? – persino un giorno di riposo pagato a settimana e una settimana di vacanza in occasione del capodanno lunare. Lo sciopero aveva avuto inizio allo scoccare di mezzogiorno del quattro febbraio.</p>
<p style="text-align: justify;">Come alcuni di loro avrebbero riconosciuto apertamente in seguito, i leader sindacali alla testa della mobilitazione non avevano alcuna esperienza nel gestire uno sciopero di queste dimensioni. Shi Yang era uno di questi. Trentaquattrenne, figlio di una famiglia povera della campagna dello Hubei, un padre insegnante deceduto quando era ancora piccolo, Shi Yang aveva studiato legge ed era diventato avvocato, riuscendo persino ad aprire un proprio studio legale. Membro del Partito comunista dal 1922, non aveva mai preso parte al lavoro segreto dell’organizzazione. La sua attività si svolgeva sempre ed esclusivamente alla luce del giorno. Vero e proprio<strong> avvocato “per l’interesse pubblico”</strong>, egli lavorava senza sosta per <strong>difendere i poveri e gli emarginati</strong>, per rappresentare lavoratori e sindacalisti, incurante delle minacce dei ricchi e dei potenti. In quanto consulente legale dell’associazione dei lavoratori della ferrovia Pechino-Hankou, Shi Yang aveva giocato un ruolo di primo piano nell’organizzazione della conferenza del primo febbraio, così come negli eventi successivi. Il giorno in cui erano iniziati gli scontri, Shi Yang aveva partecipato ad una riunione segreta in cui i leader sindacali avevano deciso il da farsi e, dopo essere stato designato insieme a Lin Xiangqian organizzatore dello sciopero per la zona di Hankou, la notte stessa aveva preso un treno per Wuhan.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero generale era durato appena tre giorni, poi era stato soffocato nel sangue per ordine dei signori della guerra. Trentacinque lavoratori erano morti. Lo stesso <strong>Lin Xiangqian era stato decapitato di fronte ai compagni</strong> su una piattaforma della stazione di Hankou quando si era rifiutato di dare loro l’ordine di riprendere il lavoro. Altri tre leader sindacali della zona avevano condiviso la sua sorte e le loro teste, con volti dai lineamenti orribilmente sfigurati, erano state appese ai pali del telegrafo come monito agli scioperanti. Non sappiamo se al momento dell’arresto Shi Yang fosse al corrente di tutto questo, ma visto che tutta la città ne stava parlando possiamo affermare con ragionevole certezza che egli era pienamente consapevole di star mentendo alla moglie mentre la rassicurava che il suo arresto non avrebbe avuto conseguenze. Era una persona orgogliosa, per questo anche quel giorno si era recato al tribunale, come se niente fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">I poliziotti lo avevano afferrato per le braccia e lo stavano trascinando per la strada come un criminale qualunque. “Qualunque legge io abbia violato, sono disposto a venire con voi al tribunale locale per sottopormi ad un <strong>giudizio fondato su basi legali</strong>, non sono disposto invece a venire all’ufficio di polizia per vedere i miei diritti violati”, continuava a ripetere, ma la risposta era sempre la stessa: “Questi sono gli ordini, non dipende da noi”. Arrivati alla stazione di polizia, erano entrati da una porta laterale. Superata la soglia, egli era stato circondato da venti poliziotti armati di tutto punto. Dopo un po’ se ne erano andati ed una persona in abiti civili lo aveva portato in una stanzetta, dove lo aveva invitato a sedersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Shi Yang aveva chiesto al suo nuovo interlocutore: “Che legge ho violato per essere trascinato fino a qui?”. “Ti abbiamo invitato per la questione dello sciopero, vogliamo discuterne con te e trovare una soluzione”. E lui sornione: “Il governo mi dà davvero troppa importanza! Chi sono io per pretendere di risolvere un’ondata di scioperi che si sta propagando al mondo intero? Eppure, c’è sempre una ragione per cui il vento soffia, se volete risolvere il problema dovete prima esaminare le sue cause fondamentali. Per quanto riguarda questi scioperi, le cause sono quattro: le <strong>terribili condizioni di lavoro </strong>nelle fabbriche; la <strong>mancanza di libertà associative</strong> per i lavoratori; i <strong>salari troppo bassi</strong>; gli <strong>orari troppo lunghi</strong>. Se volete risolvere il problema, migliorate le condizioni nelle fabbriche, permettete ai lavoratori di riunirsi in sindacati, aumentate i salari e riducete gli orari di lavoro. Che c’è di complicato? Che bisogno c’è di venire a chiedere consiglio a me”?</p>
<p style="text-align: justify;">Shi Yang aveva parlato per oltre un’ora e mezza e intanto era passata l’ora di cena. Dato che aveva saltato anche il pranzo, aveva cominciato a sentire i morsi della fame. Un funzionario era andato a prendergli del cibo, ma nel frattempo altri poliziotti erano arrivati per scortarlo ad un tribunale militare sull’altra sponda dello Yangtze. “Aspettate che mangi qualcosa prima di portarlo via”, qualcuno aveva detto. Ma Shi Yang si era opposto: “Attraversiamo il fiume immediatamente, a che serve mangiare se il momento della morte è arrivato”? Subito dopo erano usciti dal portone secondario della stazione di polizia e si erano trovati in un corridoio formato da oltre duecento poliziotti armati disposti in due file una di fronte all’altra. Non solo: nel mezzo altri trenta poliziotti aspettavano Shi Yang, mentre due investigatori in borghese lo tenevano per le braccia e le spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">Lungo la strada che portava all’imbarcadero si era radunata <strong>una folla enorme</strong>, volti anonimi con sguardi tesi e severi. Gli uomini della scorta di Shi Yang sapevano bene che sarebbe bastata una scintilla per incendiare gli animi, già provati dal massacro di quel giorno e carichi di rabbia repressa. Lo avevano caricato su un piccolo battello a vapore che faceva la spola tra le due sponde del fiume. Shi Yang aveva salutato cordialmente i due poliziotti in borghese che lo avevano accompagnato ed era stato preso in consegna da altre due persone in abiti civili e sei in divisa che lo avevano fatto accomodare sulla barca. Lungo il breve tragitto si era lasciato andare ad infuocati proclami sulla situazione cinese, spingendo più di un membro della scorta ad abbassare lo sguardo. “Tanti poveri vivono in miseria, i lavoratori meritano compassione, tutti i cinesi – non importa se sono poveri, ricchi, nobili o umili – si trovano sotto il giogo dell’imperialismo internazionale. <strong>Tutti i cinesi dovrebbero unirsi</strong> per contrastare l’imperialismo internazionale, dovremmo smettere di ucciderci a vicenda e porre fine al nostro sfruttamento da parte degli stranieri”. Quando aveva finito di parlare, un membro della scorta piangeva a dirotto: “Se facessimo come dice questo signore, la Cina sarebbe ricca e pacifica nel giro di neanche tre anni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta sceso dalla barca, Shi Yang si era trovato di fronte ad altri poliziotti e ad una lunga fila di soldati, un’accoglienza che gli era sembrata degna di un capo di Stato. Lo avevano portato nella sala di un tribunale militare, dove lo avevano perquisito e costretto a spogliarsi Tra i funzionari aveva visto un volto familiare, una persona che conosceva da lungo tempo, la quale però aveva finto di non averlo mai visto in vita sua. Lo avevano fatto aspettare per qualche tempo in una sala d’attesa, dopodiché lo avevano portato nel carcere militare. I suoi carcerieri lo avevano ammanettato mani e piedi e lo avevano gettato in una cella per criminali comuni, in compagnia di altri prigionieri, uno dei quali era lì già da cinque anni. Era stato quest’ultimo ad aiutarlo ad infilarsi nel letto, ora che i ferri gli impedivano di muoversi liberamente. Erano già le undici, ma il sonno tardava ad arrivare: non era preoccupato per se stesso, ma il suo pensiero continuava ad andare alla sua famiglia, alla moglie, alla figlia e al fratello minore che senza di lui sarebbero rimasti senza sostentamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina dell’otto febbraio, subito dopo una spartana colazione che non era riuscito a digerire, Shi Yang era stato portato di fronte al tribunale militare. Qui si era presentato raccontando al giudice le proprie passate esperienze nel movimento patriottico, soprattutto le vicende successive all’accordo di Versailles del 1919, quando le grandi potenze avevano trasferito al Giappone quelle che prima della guerra erano le concessioni tedesche nello Shandong. Interrogato sui suoi legami sindacali, egli aveva affermato che come avvocato aveva sì prestato i propri servizi a lavoratori e sindacalisti, ma sempre e solo nel rispetto delle leggi allora in vigore, come la sua etica professionale gli imponeva. Il giudice allora gli aveva chiesto: “E’ vero che è legale per gli avvocati rappresentare lavoratori e sindacalisti, ma se a Wuhan ci sono così tanti avvocati, come mai queste persone vengono sempre a cercare te”? Shi Yang aveva risposto: “In realtà, non sono l’unico a fare questo lavoro, ci sono anche molti altri”. “Allora spiega la ragione per cui gli organi ufficiali di Wuhan presta attenzione solo a te!” “La ragione è che sin dal 1919 ho preso parte ad ogni <strong>movimento patriottico</strong>. L’ho fatto apertamente, ci ho messo la faccia e ho presentato innumerevoli lamentele e petizioni, tanto che ora <strong>funzionari e burocrati dei vari dipartimenti mi odiano profondamente</strong> e vogliono la mia fine”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giudice si era mostrato comprensivo: “Molte delle cose che dici non sono molto chiare, ma puoi rilasciare una testimonianza e noi vedremo di investigare. In ogni caso, anche se questo caso è stato aperto per iniziativa di vari organi della città di Wuhan, tu sei una persona di chiara fama, pertanto la società presterà grande attenzione al tuo processo. Inoltre, io stesso ho avuto una formazione giuridica, vengo dal tuo stesso settore: devi solo stare tranquillo, perché ti giudicherò con equanimità, non ti tratterò assolutamente in maniera ingiusta. Tieni però presente anche che questo è un <strong>tribunale militare</strong>, segue solo gli ordini e quindi è differente da un tribunale ordinario. Nel fornire la tua testimonianza, non c’è bisogno di esprimere lamentele: se in questo mondo una persona vuole realizzare grandi cose, deve essere disposta a soffrire, è un’esperienza necessaria. Fatti trattare ingiustamente per alcuni giorni, aspetta quietamente e la situazione si risolverà”. Ma Shi Yang, testardo com’era, non voleva saperne di seguire il consiglio del giudice, e non appena questo aveva finito di parlare si era lanciato in una <strong>filippica</strong> contro la tradizione cinese di tenere i prigionieri ammanettati mani e piedi dentro al carcere, a suo dire una punizione barbara che i paesi civilizzati avevano già eliminato da tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">La seduta era durata l’intera mattina e buona parte del pomeriggio. Intorno alle cinque, per Shi Yang era arrivato il momento di tornare nella sua cella. Gli avevano appena rimesso le manette ai polsi e alle caviglie, quando un giovane funzionario era sceso e aveva dato ordine di liberarlo: “Il signor Shi Yang è un uomo di cultura, toglietegli immediatamente le manette, prendetevi cura di lui. D’ora in poi non sarà più sottoposto a questi metodi”. Allo stesso tempo aveva sgomberato due dei suoi compagni di cella e aveva ordinato ai carcerieri di sostituire letti e coperte, non solo per lui, ma anche per gli altri prigionieri. Quella sera Shi Yang aveva scritto un paio di lettere, una alla famiglia, una ad un amico di Shanghai, arrestato senza una ragione conosciuta. Dopodiché, se ne era andato a dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva passato la giornata successiva chiuso in cella ad abbozzare la sua testimonianza, ripercorrendo ancora una volta il proprio percorso di patriota e mantenendosi sulle posizioni assunte il giorno prima. La giornata era così volata via in un baleno e prima che potesse rendersene conto era già il dieci febbraio. Anche quel giorno Shi Yang aveva deciso di dedicarsi alla scrittura, redigendo una <strong>petizione per conto di tutti i detenuti</strong> per richiedere migliori condizioni di vita nel carcere. All’una del pomeriggio, aveva ricevuto un pacco di cibo mandato dalla famiglia e alle quattro erano venuti a consegnargli dei vestiti puliti e a cambiargli le coperte e lenzuola. La sera aveva scritto alcune lettere e poi era andato a dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono testimonianze su come abbia trascorso i due giorni successivi. Gli ultimi pensieri che Shi Yang ha tramandato ai posteri sono contenuti nell’ultima pagina del suo diario dal carcere, in uno scritto datato tredici febbraio. Quel grigio giorno d’inverno Shi Yang si era svegliato alle sette del mattino, aveva fatto colazione e poi intorno alle nove era tornato a sdraiarsi sul suo letto. Non avendo niente da fare, ha preso in mano la penna e aveva iniziato a scrivere i primi versi di una poesia intitolata “<strong>La gioia del carcere</strong>” (监狱乐):</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti dicono che il carcere è sofferenza,<br />
Io al contrario me ne sto qui seduto e sono felice.<br />
Ho cibo gratuito con cui mi riempiono la pancia,<br />
Ho vestiti gratuiti  che mi coprono a sufficienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sapremo mai se Shi Yang avesse intenzione di completare questa poesia. Due giorni dopo, all’alba, egli sarebbe stato condotto nel cortile della prigione, dove un anonimo carceriere avrebbe eseguito la sua <strong>condanna a morte con un colpo di pistola</strong>. Nonostante il processo fosse ancora in corso, da Pechino era arrivato un telegramma segreto che richiedeva la sua esecuzione immediata. E gli ordini di Pechino non si potevano discutere. Almeno non quando facevano comodo.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>I nuovi giovani di Canton</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 03:21:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Nandu Zhoukan dedica la copertina dell’ultimo numero ai giovani cantonesi, interrogandosi sulle aspirazioni di questa nuova generazione di ragazzi cresciuti all’ombra della metropoli meridionale. Nella loro vita prevarranno gli ideali o la carriera? Una serie ritratti di giovani nati negli anni Ottanta e Novanta che, grazie alla loro voglia di impegnarsi, informare, dialogare con le autorità e farsi notare dai media, sono ormai diventati delle celebrità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/NDZK-giovani-canton.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3823" title="NDZK-giovani-canton" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/NDZK-giovani-canton.jpg" alt="" width="468" height="600" /></a><em></em></h3>
<p style="text-align: justify;">Il <a href="http://www.nbweekly.com/" target="_blank"><em>Nandu Zhoukan</em></a> della scorsa settimana dedica la storia di copertina ai giovani di Guangzhou (Canton), titolando “Sulla giovane Canton”. Il titolo riprende un celebre saggio scritto agli inizi del Novecento da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Liang_Qichao" target="_blank">Liang Qichao</a> – nato pure lui nel Guangdong – uno dei padri riformatori della Cina. In quel testo poi passato alla storia, lo scrittore si rivolgeva ai giovani rivoluzionari cinesi, indicandoli come il futuro del Paese. Nell’editoriale Xu Shiwen introduce il ricco reportage che poi si trova nelle pagine interne e si chiede chi, in questi ultimi mesi, sia più rappresentativo della Cina del futuro: il bambino prodigio e aspirante quadro di partito <a href="http://appunticinesi.blog.unita.it/piccoli-comunisti-crescono-1.288954" target="_blank">Huang Yibo</a> o il “ragazzo che regge il cartello”, un giovane manifestante per le strade di Canton che nel mese di maggio si è fatto conoscere a tutti i cantonesi?</p>
<blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">Venite avanti e dite la vostra a voce alta!</h2>
<p style="text-align: justify;">di Xu Shiwen</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mese di maggio due sono stati i simboli della gioventù cinese al centro dell’attenzione dei media. Anche in rete si è dibattuto su chi fra i due rappresenti la società futura: “Wudaogang” [Huang Yibo, il bambino prodigio che aspira ad una carriera nel Partito] o “Jupainan” [il ragazzo con il cartello in mano]? La risposta la darà la gente, ma la domanda è perenne. Già nel 1900, un giovane ventisettenne di Canton di nome Liang Qichao […] nel suo saggio “Sulla giovane Cina” (<em>shaonian zhongguo shuo</em>) lanciava un grido che avrebbe scosso le coscienze di molti: i giovani che stiamo educando oggi saranno la Cina di domani.</p>
<p style="text-align: justify;">“La saggezza dei giovani è la saggezza della nazione, la ricchezza dei giovani è la ricchezza della nazione, la solitudine dei giovani è la solitudine della nazione, la libertà dei giovani è la libertà della nazione”. Parole che risuonano ancora fresche nelle nostre menti. Ma come sono i giovani cinesi oggi? Finiti i compiti non si occupano delle vicende umane e abbracciati i loro idoli sui giornali se ne vanno quieti a dormire?</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi a Canton si sta facendo strada una gioventù che osa “parlare”, che osa esprimersi. Le cose che stanno loro a cuore sono moltissime, ben al di là di libri di scuola e fumetti. Essi comprendono la cultura della città, i diritti individuali, la protezione dell’ambiente di tutti e molti aspetti che riguardano il bene pubblico. Diversamente dai giovani di altre città, quelli di Canton non solo osano “parlare”, ma sanno anche intraprendere in modo originale azioni di cittadinanza attiva per far sì che i loro sogni si realizzino. E in questo senso i giovani di Canton appartengono non solo a questa città, ma a tutte le città della Cina. O in altre parole, tutte le città cinesi attendono i giovani di questa generazione.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il servizio del <em>Nandu Zhoukan</em> pone sotto i riflettori la <strong>parte migliore della gioventù cinese</strong>, composta di cittadini consapevoli, studenti impegnati nella difesa dell’ambiente, persone che hanno a cuore il luogo in cui abitano. Ecco allora che la rivista presenta uno dopo l’altro una serie di giovani che, grazie alla loro voglia di impegnarsi, informare, dialogare con le autorità e, soprattutto, farsi notare dai media, sono diventati delle celebrità nella megalopoli del Guangdong. Nel percorso di tutti loro il <strong>passaparola in rete</strong> &#8211; i microblog come <em>sina weibo</em> sono ormai strumento imprescindibile &#8211; e l’aiuto da parte dei <strong>media locali</strong> sono stati elementi fondamentali per farsi conoscere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/Canton-Chen-Yihua1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3829" title="Canton-Chen-Yihua" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/Canton-Chen-Yihua1.jpg" alt="" width="576" height="397" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chen Yihua</strong>, ad esempio, ha sedici anni, ed è proprio quel “ragazzo che regge il cartello” di cui si parlava all’inizio di questo post. Lo scorso maggio, dopo alcuni reclami all’ufficio della metropolitana, è <strong>sceso in strada </strong>scrivendo su un cartello la sua protesta: a suo avviso, le stazioni della linea 1 della metro di Canton non dovevano essere risistemate e ritinteggiate. Ha fermato i passanti, ha raccolto firme, la rete ha parlato di lui, in molti si sono indignati per la quantità di denaro pubblico prevista dal progetto. E così dopo una settimana il responsabile  della metro di Canton l’ha ricevuto assieme ad alcuni ingegneri incaricati del progetto di ristrutturazione delle stazioni. Chen si è presentato assieme a Zeng Baoxian, colui che in precedenza aveva curato la caratteristica decorazione delle fermate che adesso avrebbero dovuto essere ritinteggiate di grigio. Uno spreco inutile di denaro, oltre che un <strong>danno estetico</strong> alla linea storica della metro cittadina. Gli argomenti di Chen, uniti all’indignazione che nel frattempo era montata on line hanno fatto sì che il progetto venisse bloccato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei Chuang</strong> ha ventiquattro anni e da quando ne aveva venti lotta contro la <strong>discriminazione</strong> nei confronti dei portatori del virus dell’epatite B. Come ci ha raccontato lo scorso gennaio a Shenzhen, Lei Chuang ha imparato a farsi notare seguendo l&#8217;esempio di un suo grande maestro, <strong>Ai Weiwei</strong>. Ed è proprio con delle <strong>performance artistiche</strong> di protesta che egli ha dato visibilità alla sua battaglia che riguarda un tema, quello della discriminazione, molto delicato nella Cina di oggi. “A Canton mi sento uno come tanti” spiega il giovane Lei al giornalista del <em>Nandu Zhoukan</em>, “qui molti giovani tengono alla loro città e sono più propensi a prendere iniziativa”. L’ultima trovata di Lei Chuang in realtà non ha niente a che vedere con la lotta alla discriminazione. Lo scorso aprile, sfruttando la sua relativa notorietà, ha sostenuto la battaglia di <strong>Peng Yanhui</strong>, un altro “rompiscatole” di Canton, che ha lanciato l’iniziativa “Mille calvi per illuminare la città” in segno di protesta contro gli sprechi nell’illuminazione pubblica cittadina legati all&#8217;ultima edizione dei Giochi Asiatici.</p>
<p style="text-align: justify;">La rassegna di giovani continua con <strong>Deng Chenyuan</strong>, studentessa di soli quindici anni soprannominata “Sorella degli squali” per la sua protesta contro il consumo sfrenato di pinne di squalo da parte dei suoi concittadini cantonesi. La foto di lei per strada con un enorme cartello dipinto ha fatto il giro del web in marzo venendo condivisa ventimila volte nel giro di pochi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/sorella-squali.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3831" title="sorella-squali" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/sorella-squali.jpg" alt="" width="419" height="539" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma la rassegna di &#8220;bella gente&#8221; non finisce qui. Dagli animalisti in erba si passa ai difensori degli spazi urbani, come il gruppo di giovani graffitari mobilitati in difesa di <em>Ening lu, </em><strong>via storica di Canton</strong> finita al centro di un progetto di demolizione e ricostruzione urbana. In questo caso i giovani si sono uniti ai più anziani residenti che già nel 2007 avevano firmato una petizione per tentare di sospendere il progetto. Anche se questa battaglia non ha ottenuto i risultati sperati, la mobilitazione è stata comunque significativa, in quanto ha sensibilizzato la cittadinanza sul tema della difesa del patrimonio storico della città e ha permesso di realizzare alcune opere artistiche per ricordare il quartiere in demolizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono poi gli &#8220;oppositori intelligenti&#8221;, così come vengono definiti i membri di <strong>Bike-Guangzhou</strong> (<em>baike Guangzhou</em>), un&#8217;associazione nata appena nel 2009 ma già molto famosa in città. La loro scommessa? Promuovere bici e metro contro l’automobile, per <strong>abbattere l&#8217;inquinamento</strong> e riappropiarsi delle vie cittadine. Il loro segreto, come dice il fondatore, è procedere adagio e stimolare il governo locale passo dopo passo con proposte concrete. Nata dall’incontro di studenti universitari che avevano a cuore la difesa dell’ambiente, l&#8217;associazione ha anche lanciato una celebre campagna on line con il motto: “Sindaco, noi ti regaliamo una bicicletta, tu regalaci un posteggio!”. L&#8217;obiettivo era incrementare gli spazi per le bici e i punti di noleggio in città. Dopo circa un mese e mezzo il post era stato condiviso da circa trentamila persone e aveva ricevuto più di mille commenti. Alla fine sono stati ricevuti dal sindaco e il 13 gennaio scorso, nella sala del  municipio, hanno consegnato al primo cittadino una bicicletta. Anche grazie al loro impegno, a marzo 2010 Canton aveva inaugurato un nuovo progetto di <strong>trasporto pulito</strong> collegando bus veloci e metro con stazioni per il <em>bike sharing.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/canton-bike.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3833" title="canton-bike" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/canton-bike.jpg" alt="" width="576" height="291" /></a> </em></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elenco continua con tutta una serie di storie che meriterebbero di essere approfondite, come ad esempio la celebre <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/asia/article6929194.ece" target="_blank">protesta del 2009 contro l&#8217;inceneritore del distretto di Panyu</a> in cui vediamo riflesse dinamiche molto simili a quelle che osserviamo anche dalle nostre parti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come osserva Xu Shiwen nel suo editoriale, Canton risente indubbiamente dell&#8217;<strong>influsso di Hong Kong</strong>, dove esiste una lunga tradizione di <strong>apertura al dibattito</strong> politico, ai valori democratici, al dialogo fra i cittadini e le istituzioni. Un dialogo supportato dai media e dalle star del cinema che nel tempo hanno creato un <strong>suolo fecondo</strong> che ha fatto sì che anche nella vicina Canton emergessero giovani come questi. E sembra proprio che i vari gruppi cittadini, pur occupandosi di ambiti differenti, siano legati da una sensibilità comune nata in questi ultimi anni in città. Xu indica il 2008 come anno fondamentale per l&#8217;esplosione dell&#8217;attivismo cittadino.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il “movimento in difesa di Canton” è databile alla primavera del 2008. All’epoca il governo locale aveva deciso di demolire l’antico porto commerciale, vecchio di trecento anni. Allora più di <strong>diecimila giovani</strong> si erano radunati in vari portali on line legati alla città e avevano cominciato a raccogliere firme in opposizione al progetto fino a quando il governo cittadino non si era ricreduto. Da quel momento sono stati moltissimi i movimenti di cittadini nati in difesa della’identità urbana, una tendenza che ha raggiunto l&#8217;apice con la <a href="http://www.economist.com/blogs/banyan/2010/07/protest_guangzhou" target="_blank">protesta in difesa del dialetto cantonese</a> esplosa lo scorso anno . […] Giovani come questi si sono già visti anche in altre città come Nanchino o Shanghai. Si può dire che tutti questi giovani abbiano un sentimento comune che li unisce, ovvero l’amore per la propria città. A Canton, qualunque evento ricreativo o culturale, compresi i movimenti che uniscono una massa di giovani cittadini, può essere riassunto sotto l’etichetta “Supporta Canton” o “ Io amo Canton”. In questa modo tutti si sostengono a vicenda, competono nel dare vita a nuove forme di creatività, dai video ai graffiti, dalla recitazione al documentario. […]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il <em>Nandu Zhoukan</em> dedica molte pagine a questo servizio, soffermandosi sui dettagli di ogni storia. E la visione di una gioventù così attiva non può che riempirci di speranze e ottimismo, tanto più che molte battaglie somigliano a quelle che vedono protagonisti i giovani di molte città occidentali. Sarebbe interessante però misurare il peso effettivo di questi movimenti, analizzare i modi in cui le istituzioni locali hanno imparato ad appropriarsene anzichè reprimerli, comprendere fino a che punto essi abbiano reale presa su una società che appare per lo più distratta e passiva. Siamo insomma di fronte a un reale &#8220;risveglio&#8221; della cittadinanza più giovane a partire da Canton o alla semplice espressione di un auspicio dei redattori?</p>
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		<title>Liu Xia e gli altri: quando lo Stato ti viene a cercare&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 10:54:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[avvocati]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Sui media internazionali negli ultimi giorni è stato tutto un susseguirsi di voci sulle sorti di Liu Xia, la moglie del premio Nobel Liu Xiaobo, apparentemente scomparsa nel nulla nelle ore successive all’annuncio della vittoria del marito. Casi del genere sono piuttosto frequenti in Cina, anche se quasi mai hanno una tale risonanza e spesso si risolvono nel giro di pochi giorni. Un commento su alcune delle prassi adottate dalle autorità cinesi per sorvegliare le persone “scomode”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/China_Lawyers_Live_s640x394.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2861" style="margin: 5px 7px;" title="China_Lawyers_Live_s640x394" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/China_Lawyers_Live_s640x394.jpg" alt="" width="273" height="168" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sarò sincero. Mentre leggevo della vicenda della temporanea “scomparsa” di <strong>Liu Xia</strong> nelle ore successive all’annuncio della vittoria del <strong>premio Nobel </strong>da parte del marito Liu Xiaobo,  non mi sono stupito né preoccupato più di tanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccherò forse in cinismo, ma che cosa ci si aspettava che potesse succedere ad una persona catapultata all’improvviso al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica del mondo intero per i motivi che ben sappiamo? Aveva davvero senso pensare che le autorità cinesi potessero sbarazzarsene in sordina, magari gettandola per mesi o anni in qualche <strong>carcere sconosciuto</strong> senza neppure una scusa di facciata? Oppure, al contrario, ci si poteva forse illudere che l’avrebbero lasciata tranquilla di portare avanti la sua vita come se nulla fosse?</p>
<p style="text-align: justify;">Astenendomi da ulteriori commenti, questa storia mi ha fatto tornare in mente un altro episodio, apparentemente scollegato, avvenuto qualche settimana fa. La sera dello scorso 14 settembre, mentre mi trovavo sul treno rapido da Pechino a Shanghai ho ricevuto un messaggio da un amico cinese che lavorava in un’organizzazione della società civile della capitale: “Jiang Tianyong, avvocato per la tutela dei diritti da alcuni giorni subisce intimidazioni da parte di persone sconosciute. Oggi la serratura di casa sua è stata fracassata e lui e la sua famiglia non possano rientrare. Alle nove e mezza di sera sono ancora costretti a stare fuori”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;invadenza dello Stato</h2>
<p style="text-align: justify;">Avevo conosciuto <strong>Jiang Tianyong</strong> nell’estate del 2009, poche settimane dopo che la sua licenza di avvocato era stata <strong>revocata</strong> da un organismo corporativo di Pechino, formalmente per alcune irregolarità, in realtà a causa della sua attività su questioni politicamente “sensibili”, come ad esempio la difesa di seguaci del <strong>Falungong</strong>, la setta religiosa che da anni è nel mirino delle autorità di Pechino. In quell’occasione mi aveva espresso tutta la sua angoscia di fronte alla perdita del diritto di esercitare la propria professione, un fatto che metteva a rischio la sua stessa sussistenza, così come quella della sua famiglia. Poi per lui c’erano stati alcuni mesi di ricerca infruttuosa e infine l’approdo come consulente giuridico ad Aizhixing, nota organizzazione attiva nel campo della tutela dei malati di AIDS.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo post tuttavia non è su Jiang Tianyong, Liu Xia e le loro specifiche disgrazie. Riguarda bensì tutte quelle persone che, pur operando in campi che spesso con la politica hanno ben poco a che fare, si trovano a subire <strong>continue interferenze</strong> e attacchi da parte delle autorità.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella della <strong>sorveglianza</strong> sui presunti “dissidenti” è una questione annosa in Cina, una storia che inevitabilmente emerge in occasione di ogni avvenimento o anniversario politicamente sensibile, quando le persone più attive nel criticare le autorità vengono avvertite di non alzare troppo la voce e, in più di un caso, addirittura portate fuori città per qualche giorno. Esiste un’indimenticabile <a href="http://globalvoicesonline.org/2008/08/14/china-citizen-reporter-zuola-carted-off/">serie di tweet</a> con cui nell’agosto del 2008 il <strong>blogger Zuola </strong>aveva documentato in tempo reale una di queste “<strong>gite fuori porta</strong>” attraverso il blackberry che i suoi distratti “accompagnatori” si erano dimenticati di sequestrare.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Prigionieri nella città della libertà</h2>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La stessa questione era stata poi sollevata con una forza espressiva senza precedenti da <strong>Hu Jia</strong>, il versatile attivista condannato a tre anni e mezzo di carcere alla vigilia delle Olimpiadi del 2008, e da sua moglie Zeng Jinyan. Tra l’agosto del 2006 e il marzo del 2007, in occasione di un lungo periodo in cui Hu era costretto agli arresti domiciliari, essi hanno deciso di documentare e, in qualche modo, <strong>ridicolizzare il sistema</strong>, filmando giorni e giorni di sorveglianza e pedinamenti, mostrando la quotidianità del rapporto con i loro indiscreti “guardiani”. Il filmato, sarcasticamente intitolato “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=l2zvJItBCN8&amp;feature=fvst">Prigionieri nella città della libertà</a>” (<em>ziyoucheng de qiutu</em>), dal nome del quartiere residenziale in cui la coppia risiedeva, ha fatto il giro del mondo, scatenando un’ondata d’indignazione – e di curiosità – con pochi precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Testimonianze del genere non sono rare, anche se difficilmente ottengono tanta visibilità. Appena poche settimane fa sul web ha fatto scalpore <a href="http://cmp.hku.hk/2010/08/16/6747/">uno scritto</a> di <strong>Yu Jie</strong>, autore di un volume molto critico nei confronti del primo ministro Wen Jiabao appena pubblicato a Hong Kong, in cui egli raccontava lo scambio di battute nella locale stazione di polizia con un ufficiale incaricato della sua sorveglianza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco uno stralcio memorabile della conversazione tra i due. Ufficiale Zhu: “[…] Il mio cognome è Zhu e dovresti sapere chi sono. Conosco molti dei tuoi amici […]. Ho iniziato ad osservarti anni fa. Probabilmente in tutto il mondo ci sono più informazioni su di te qui con me che non in qualunque altro posto”. Yu Jie: “Capisco che lei mi consideri alla stregua di un tema di ricerca. Se quando sarò vecchio vorrò scrivere un libro di memorie, verrò e mi servirò dei materiali che avete raccolto. Ma sono sicuro che per allora quei materiali non saranno più nelle vostre mani, come nel caso della Germania dell’Est. Andrò a guardarmeli da solo liberamente”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Inviti scomodi e relazioni pericolose</h2>
<p style="text-align: justify;">Nonostante Zuola, Zeng Jinyan e Yu Jie siano <strong>personaggi molto in vista</strong> a livello internazionale, non bisogna commettere l’errore di pensare che questo tipo di attività di sorveglianza e occasionale intimidazione sia riservata solamente alle “celebrità”. L’espressione “<strong>bere il tè</strong>” (<em>he cha</em>) in cinese ormai ha assunto un secondo significato: nel gergo degli attivisti – e non solo – essa sta ad indicare la convocazione da parte degli organismi della pubblica sicurezza, sempre curiosi di sapere cosa bolle in pentola.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta eccezione per alcuni casi dalla natura politica particolarmente pronunciata, per gli habitué queste convocazioni si traducono in chiacchierate più o meno tranquille davanti ad una tazza di tè, in qualche domanda indiscreta, in velate minacce mascherate da amichevoli consigli. La convocazione può scattare in qualsiasi momento per chiunque, come ha scoperto nel maggio di quest’anno <a href="http://chinadigitaltimes.net/2010/05/a-student%E2%80%99s-experience-of-being-invited-to-%E2%80%9Cdrink-tea%E2%80%9D/">un giovane blogger</a>, convocato dalle autorità scolastiche per un incontro con la pubblica sicurezza dopo aver pubblicato alcune considerazioni critiche nei confronti dell’<strong>Expo di Shanghai</strong>. Raramente si ha notizia di violenze avvenute durante questi incontri. Per l’attivista cinese medio si tratta quasi di <strong>attività “di routine”</strong>, un’inevitabile seccatura che a volte assume contorni paradossali.</p>
<p style="text-align: justify;">Volutamente o meno, tra i sorveglianti e i sorvegliati si viene a creare un <strong>legame particolare</strong>. Per citare un esempio, un amico che lavora in una nota organizzazione non governativa cinese (che per ovvie ragioni eviterò di nominare) recentemente ha dovuto sottoporsi ad un’operazione chirurgica che l’ha costretto a passare una settimana in ospedale. Tra le persone che l’hanno chiamato per informarsi della sua salute c’erano <strong>gli stessi funzionari</strong> della pubblica sicurezza incaricati di sorvegliarlo, i quali poi gli hanno persino spedito dei fiori e della frutta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amico in questione raccontava quest’esperienza ridendo, sottolineando il fatto che lui sa benissimo chi è la persona incaricata di tenerlo sott’occhio, tanto che si sono scambiati numeri di cellulare e si mandano regolarmente gli auguri. In un’altra occasione, questo stesso amico mi ha raccontato come, dopo una sua breve visita fuori dalla Cina, i funzionari della pubblica sicurezza lo avessero convocato per chiedergli conto del suo viaggio e lo avessero invitato calorosamente a fermarsi per un lungo periodo all’estero, magari per studiare presso qualche prestigiosa università straniera. Uno stato di polizia dal volto umano?</p>
<h2 style="text-align: justify;">Non è sempre un gioco</h2>
<p style="text-align: justify;">Se non fosse che a volte scatta la <strong>violenza</strong>, che persone innocenti rischiano il <strong>tracollo psicologico</strong> di fronte all’invadenza di questa costante sorveglianza, che in più di un’occasione le intimidazioni si sono tradotte in condanne a lunghi anni di carcere, verrebbe da sorridere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrerebbe infatti quasi un gioco, una sorta di “<strong>guardie e ladri</strong>” su grande scala. Quali aguzzini infatti si sognerebbero di mandare dei fiori e della frutta al proprio “prigioniero” in ospedale? Oppure di lasciargli il numero di cellulare? O di consigliargli di prendersi una vacanza all’estero?  Eppure poi si viene a sapere dello Hu Jia, del Liu Xiaobo o del Tan Zuoren di turno, e all’improvviso ci si rende conto che c’è ben poco da ridere. Più d’un giornalista di lungo corso, riferendosi alle proprie attività in territorio cinese, ha scritto che questo paese negli ultimi trent’anni ha fatto straordinari progressi nel garantire le libertà individuali, che ora non c’è più quella sensazione di oppressione che si provava una volta, che è finito il tempo dei pedinamenti, delle intercettazioni e dello spionaggio. Evidentemente, non per tutti è così. Certamente non per persone come Liu Xia.</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Pronto, parlo con Liu Xiaobo?</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 20:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Vignette]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[

Il No..Nobel? Io.. Io..non posso uscire per prendere il pre.. premio, non è che potreste versarmelo nel mio a… alipay? Il numero di conto è L.. L.. Liu Xiaobo, no no no, con un “L&#8221; soltanto&#8230;

Contesto: ne abbiamo sentito parlare tutti, Liu Xiaobo ha vinto il Nobel per la pace. Il nostro Li Xiaoguai lo immagina balbuziente per l&#8217;emozione mentre dal carcere chiede che il premio in denaro gli venga versato nel suo conto alipay (una sorta di paypal cinese). Sulla schiena, nella tuta da carcerato, il numero 1949, anno ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/2010.10.8@支付宝.jpg"><img class="size-full wp-image-2833  aligncenter" title="2010.10.8@支付宝" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/2010.10.8@支付宝.jpg" alt="" width="452" height="640" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><em>Il No..Nobel? Io.. Io..non posso uscire per prendere il pre.. premio, non è che potreste versarmelo nel mio a… alipay? Il numero di conto è L.. L.. Liu Xiaobo, no no no, con un “L&#8221; soltanto&#8230;<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Contesto</strong>: ne abbiamo sentito parlare tutti, <strong>Liu Xiaobo</strong> ha vinto il <strong>Nobel per la pace</strong>. Il nostro Li Xiaoguai lo immagina balbuziente per l&#8217;emozione mentre dal carcere chiede che il premio in denaro gli venga versato nel suo conto <em>alipay</em> (una sorta di <em>paypal</em> cinese). Sulla schiena, nella tuta da carcerato, il numero 1949, anno di fondazione della RPC. Una data evocativa sulla schiena di un uomo condannato a 11 anni di carcere con l&#8217;accusa di &#8220;incitamento alla sovversione dell&#8217;ordine statale vigente&#8221;. Lascio a voi le associazioni di idee possibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">pubblicata su <a href="http://blogtd.org/2010/10/08/llliu-xiaobo/" target="_blank">blogtd</a> l&#8217; 8.10.2010</span></p>
<p style="text-align: center;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo qualche appunto – non troppo ordinato per la verità – sulla giornata di oggi. Nei prossimi giorni cercheremo di fare il punto e di capire che cosa può significare questo premio, dentro e fuori la Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che si conclude è stato una giorno caratterizzato da un <strong><a title="twitter topic" href="http://twitter.com/#search/%23liuxiaobo" target="_blank">fiume di commenti</a> </strong>che chi si trova fuori dal grande <em>firewall</em> – o riesce a scavalcarlo – ha potuto seguire in tempo reale. Sul versante dei portali commerciali cinesi finora ovviamente non c&#8217;è traccia della notizia. Di qua e di là della grande muraglia di fuoco si segnalano in ordine sparso: voci di <strong>fuochi d’artificio</strong> nei pressi dell&#8217;Università di Pechino (<em>Beida</em>) e fuori dalla sede della Scuola dell’Amministrazione del partito a Pechino; un aumento degli ordini di piatti a base di salmone norvegese; “Liu Xiaobo” bannato dai cellulari; <em>topic</em> relativo bloccato sul microblog <em>Sinaweibo</em>; bloccata anche la ricerca per argomento (qualsiasi argomento); “Premio dinamite” (<em>zhayao jiang</em>) è l’espressione più usata on line per aggirare i filtri della censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre scrivo il noto blogger-pilota-scrittore <strong>Han Han</strong> ha trovato il suo modo per “aggirare” la censura commentando la notizia con un <a href="http://blog.sina.com.cn/s/blog_4701280b0100lvjb.html" target="_blank">post</a> sul suo blog. Il post, intitolato 08.10.2010, è il seguente: <strong>“  ”</strong>. Sì, aperte virgolette, chiuse virgolette. Frustrante? Geniale?</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, due cose interessanti. L’agenzia stampa governativa <em>Xinhua </em>ha <a href="http://news.xinhuanet.com/world/2010-10/08/c_12638645.htm" target="_blank">commentato</a> oggi la notizia riportando le dichiarazioni del portavoce del ministro degli esteri cinese. Il post non è in home page, tuttavia è significativo che non l&#8217;abbiano ignorata del tutto! Ecco il testo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il portavoce del ministero degli esteri: l’assegnazione del Nobel per la pace a Liu Xiaobo è una bestemmia nei confronti del premio</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Xinhua,</em> Beijing, 8 ottobre. L’8 ottobre il portavoce del Ministero degli esteri Ma Zhaoxu ha dichiarato che l’assegnazione del Nobel per la pace di quest’anno a Liu Xiaobo è assolutamente in contrasto con ogni finalità del premio ed è una bestemmia nei confronti  del premio Nobel per la pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Comitato per il Nobel  ha assegnato il premio Nobel per la pace di quest’anno al “dissidente” cinese Liu Xiaobo [le virgolette sono presenti nel testo originale]. Ma Zhaoxu nel rispondere alle domande su questo argomento ha affermato che il premio Nobel per la pace dovrebbe essere assegnato a “persone che si sforzano nel promuovere l’armonia tra i popoli, l’amicizia tra i paesi, il disarmo, così come nel convocare e pubblicizzare conferenze di pace”, com’era nel testamento di Nobel.  Liu Xiaobo è stato condannato al carcere dagli organi giudiziari cinesi <strong>per aver violato le leggi cinesi</strong>, ogni sua azione e ogni suo gesto è in contrasto con gli obiettivi del premio Nobel per la pace. Il fatto che il Comitato per il Nobel abbia assegnato il premio ad una persona del genere è in completa contraddizione con le finalità di questo premio e costituisce una <strong>bestemmia nei confronti del premio stesso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel rispondere a chi gli chiedeva se l’assegnazione del premio a Liu Xiaobo influenzerà o meno i rapporti tra Cina e Norvegia, Ma Zhaoxu ha dichiarato che negli ultimi anni le relazioni tra i due paesi hanno continuato a svilupparsi positivamente, una situazione vantaggiosa per gli interessi fondamentali dei due paesi e dei loro popoli. L’assegnazione del premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo va contro le finalità del premio e danneggerà le relazioni tra i due paesi.    <span style="color: #888888;"> (traduzione Ivan F.)</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche il <em>Beijing Qingnian Bao</em> – giornale della sezione giovanile del partito comunista – ha appena pubblicato la notizia riprendendo quanto scritto on line da <em>Xinhua</em>. Il titolo recita: “Il dissidente Liu Xiaobo ha vinto il Nobel. Per la Cina si tratta di un premio <strong>Nobel per la pace blasfemo</strong>”. Qui sotto un’immagine del giornale cartaceo (via <a href="http://twitpic.com/2vpoow" target="_blank">@avb001</a>) .</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/174198848.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2831" title="174198848" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/174198848.jpg" alt="" width="490" height="791" /></a></p>
<p>[aggiornamento di sabato 9.10.2010] Risulta che nel giornale effettivamente in edicola il pezzo su Liu Xiaobo sia stato sostituito da uno sulla successione al governo in Corea del Nord. Cambio all&#8217;ultimo momento o scherzo con Photoshop?</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Foto: Non chiamateci dissidenti</title>
		<link>http://www.cineresie.info/foto-non-dissidenti-cinesi/</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 20:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallerie]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[ong]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Contrariamente a ciò che molti credono, la società civile cinese non è una realtà passiva, completamente assoggettata  ad un governo autoritario. Al contrario, essa è percorsa da una vena critica molto forte e, quando necessario, non esita a mobilitarsi per tutelare i diritti e gli interessi delle fasce più deboli. A promuovere la mobilitazione non sono i cosiddetti “dissidenti”, ma persone comuni – giornalisti, scrittori, blogger, avvocati, ambientalisti e semplici cittadini. Una galleria fotografica di Tommaso Bonaventura di Contrasto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><span style="color: #000000;">Come abbiamo avuto modo di scrivere più di una volta, la <strong>società civile cinese </strong>non è una realtà passiva, completamente assoggettata  ad un governo autoritario che non esita a ricorrere a misure repressive. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><span style="color: #000000;">Al contrario, essa è percorsa da una <strong>vena critica</strong> molto forte e, quando necessario, non esita a mobilitarsi per tutelare i diritti e gli interessi delle fasce più deboli. A promuovere la mobilitazione non sono i cosiddetti “<strong>dissidenti</strong>”, ma persone comuni – giornalisti, scrittori, blogger, avvocati, ambientalisti e semplici cittadini – che nel loro piccolo credono di poter far qualcosa per migliorare la società in cui vivono. Costoro costituiscono la <strong>coscienza civile</strong> della Cina di oggi. I ritratti che seguono sono stati scattati da <a href="http://www.tommasobonaventura.com/">Tommaso Bonaventura</a>, fotografo di</span> <a href="http://www.contrasto.it/">Contrasto</a><span style="color: #000000;">; organizzazione a cura di Ivan Franceschini.</span><em><br />
</em></span></p>
<p><em><br />
</em></p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_001.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Zhang Shihe </strong>(alias &#8220;Tiger Temple), blogger e citizen journalist<strong><br />
</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Tiger Temple</strong>, blogger e pioniere del <em>citizen journalism</em> in Cina, da anni dedica le sue energie a raccontare le storie degli ultimi e degli strati più bassi della società cinese.  Alla vigilia delle Olimpiadi del 2008 hanno fatto sensazione i suoi reportage da Qianmen, la zona immediatamente a sud di piazza Tiananmen, in cui egli raccontava la vita dei senzatetto che nell’area trovavano rifugio, prima che la zona fosse sgombrata dalle autorità, preoccupate per l’immagine della città durante il periodo olimpico.</span></p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_015.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Zhou Yunpeng</strong>, cantautore</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zhou Yunpeng</strong>, canta la sofferenza degli oppressi e degli emarginati, criticando una società sempre più prospera ma anche sempre più indifferente ai problemi dei deboli. Nella sua canzone più celebre, <a title="video e traduzione" href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/meglio-non-essere-bambini-cinesi.html" target="_blank"><em>Bambini cinesi</em></a>, denuncia diversi episodi di infanzia violata, arrivando ad affermare che  “è meglio non essere bambini cinesi”. Non vedente dall&#8217;età di nove anni, con la sua musica e la sua immagine, Zhou Yunpeng ha contribuito a lanciare un programma di assistenza a bambini ciechi.<em> </em></p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_016.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Wang Yiou</strong><strong>, </strong>attivista ong<strong><br />
</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Wang Yiou</strong>, responsabile di <em>China Dolls</em>, un’organizzazione della società civile che si occupa delle persone con problemi ossei. Affetta da una malattia che rende fragilissime le sue ossa, dopo essersi laureata in legge in un’università della capitale, Wang Yiou ha fondato quest’organizzazione per fornire assistenza alle persone con la sua stessa patologia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_011.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_017.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Hao Jingsong</strong>, avvocato</h3>
<p style="text-align: justify;">Dopo essersi laureato in chimica ed aver lavorato per otto anni in una banca, <strong>Hao Jingsong</strong> ha deciso di abbandonare la stabilità della sua posizione per dedicarsi agli studi giuridici. Oggi è avvocato. Si definisce un “combattente del diritto” e ha fondato una propria organizzazione per la difesa dell’interesse pubblico. Negli ultimi anni ha fatto causa a diversi dipartimenti governativi, tra cui il Ministero delle ferrovie, ritenuto responsabile di aumenti ingiustificati del prezzo dei biglietti ferroviari nel periodo del capodanno lunare, e l’amministrazione della metropolitana di Pechino, per il suo rifiuto di emettere regolari fatture.  <a href="http://www.cineresie.info/hao-jingsong-il-combattente-del-diritto-2/">Qui</a> il testo di una sua intervista per Cineresie.</p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_020.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Wu Rongrong, </strong>attivista per i diritti delle donne<strong><br />
</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Wu Rongrong</strong>, attivista per i diritti delle donne. Impegnata in diverse organizzazioni della società civile di Pechino, il filo conduttore delle sue attività è la promozione dei diritti femminili. Quando nel maggio del 2009 è scoppiato il caso di Deng Yujiao, la pedicure di un albergo di provincia che, nel tentativo di difendersi da un tentativo di violenza sessuale, ha ucciso a coltellate un funzionario locale e ne ha ferito gravemente un altro, Wu Rongrong è stata una delle tante voci che si sono alzate in difesa della giovane. In quell’occasione ha organizzato un controverso spettacolo di <em>performative art</em>, in cui si vedeva una ragazza legata ed imbavagliata sul pavimento, sotto la scritta “chiunque può essere la prossima Deng Yujiao”.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_004.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_012.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Yang Xianhui</strong>, scrittore</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Yang Xianhui</strong>, autore del libro <em>Addio Jiabiangou</em> (recentemente tradotto e riadattato in inglese con il titolo <em>Woman from Shanghai</em>). Ha passato anni a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti di Jiabiangou, un campo di lavoro nella provincia del Gansu in cui negli anni Cinquanta venivano mandati gli “elementi di destra”. Successivamente ha rielaborato queste storie in forma letteraria, in modo da garantirne la pubblicazione in Cina. Oltre a questo, Yang Xianhui ha pubblicato anche un volume sulla storia dei ragazzi rimasti orfani in una contea del Gansu durante la gravissima carestia successiva al “Grande Balzo in Avanti”. Attualmente sta documentando le condizioni di vita delle comunità di tibetani nelle campagne della regione del Qinghai.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_010.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_013.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Dou Jiangming</strong>, giornalista</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dou Jiangming</strong>, caporedattore dell’edizione cinese di <em>Esquire</em>.  Nell’estate del 2007, sconvolto nel leggere le storie di ragazzi rapiti e rivenduti come schiavi alle fornaci di mattoni clandestine, ha aperto una serie di blog in cui con lo pseudonimo di IamV pubblicava annunci per le persone scomparse, lanciava raccolte di fondi per aiutare i genitori nelle loro ricerche e cercava di tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica. Ex-redattore delle pagine della cultura e degli spettacoli di un importante quotidiano della Cina meridionale, è approdato a <em>Esquire</em> nell’estate del 2008 con il dichiarato obiettivo di trasformare la rivista in un punto di riferimento per la società civile in Cina.</p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_014.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Lu Jun</strong>, attivista ong</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lu Jun</strong>, responsabile di <em>Yirenping</em>, un’organizzazione della società civile che si occupa di tutelare i diritti dei malati di epatite B. In Cina questa malattia è endemica, con quasi cento milioni di portatori. Nonostante il contagio avvenga solamente attraverso il sangue o da madre a figlio, i portatori del virus sono comunemente discriminati, sia sul posto di lavoro che nel sistema scolastico. Lu Jun, lui stesso un portatore del virus, ha iniziato ad occuparsi del problema nel 2003, dopo che un giovane malato a cui era stato negato un lavoro in un impeto d’ira aveva ucciso un funzionario, finendo per essere condannato a morte.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_024.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_002.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Wan Yanhai</strong>, attivista per i diritti dei malati d&#8217;AIDS</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Wan Yanhai</strong>, direttore di <em>Aizhixing</em>, la più famosa organizzazione della società civile cinese nel campo dell’AIDS. Funzionario del Ministero della Salute, nel 1994 egli è stato licenziato dopo aver creato la prima <em>hotline</em> in cui i cittadini cinesi potevano avere informazioni dettagliate riguardo al virus dell’HIV, quando questo era ancora un argomento assolutamente off-limits. Da allora è stato arrestato tre volte, una delle quali è stato accusato di aver fatto trapelare un rapporto ufficiale riservato sullo scandalo delle trasfusioni infette nella provincia dello Henan. Nel maggio 2010 <a href="http://www.cineresie.info/wan-yanhai-aids-lascia-cina/" target="_blank">ha lasciato la Cina </a>trasferendosi stabilmente negli Stati Uniti.</p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_005.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Lu Guang</strong>, fotografo</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lu Guang</strong>, fotografo, vincitore del premio Eugene Smith per il 2009. Ex-operaio in una fabbrica della provincia dello Zhejiang, Lu Guang ha cominciato a fotografare come hobby negli anni Ottanta. Dopo essere giunto a Pechino nel 1995 per studiare fotografia, egli ha iniziato ad occuparsi di tematiche sociali, dalla prostituzione all’AIDS. È diventato noto al grande pubblico solamente nell’ultimo decennio, soprattutto grazie ai suoi<a title="intervista" href="http://www.cineresie.info/lu-guang-il-fotografo-dellinquinamento-2/" target="_blank"> lavori sull’inquinamento</a>.</p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_006.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /></h3>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_019.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Zhang Zhiqiang, </strong>attivista ong<strong><br />
</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zhang Zhiqiang</strong>, fondatore di un’organizzazione della società civile che a Pechino si occupa della tutela dei lavoratori migranti. Migrante originario della provincia del Sichuan, dopo aver sperimentato le ingiustizie della vita del comune lavoratore, egli ha deciso di creare un’organizzazione in grado di fornire consulenza legale gratuita sui problemi del lavoro. La sua organizzazione contribuisce anche alla gestione di diverse scuole per i figli dei lavoratori migranti, ragazzi che ancora oggi non godono del diritto di frequentare gli istituti pubblici urbani. Qui è fotografato in una di queste scuole nella periferia meridionale di Pechino.</p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_007.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Yan Lianke</strong>, scrittore</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Yan Lianke</strong>, autore di <em>Servire il popolo </em>(pubblicato in Italia da Einaudi). Scrittore tradotto in decine di lingue, con le sue opere lancia una critica corrosiva al potere e ai suoi meccanismi. In  <em>Servire il popolo</em>, la sua opera più celebre, Yan racconta una storia d’amore adulterina tra la moglie di un generale ed un soldato sullo sfondo della Rivoluzione Culturale. Nel corso della narrazione i due scoprono che sfasciare i busti di Mao permette loro di arrivare ad inaspettati crescendo sessuali. In un altro romanzo, <em>Il sogno del villaggio di Ding</em>, ha denunciato lo scandalo dell’AIDS nella sua provincia natale, lo Henan.</p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_008.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Zhou Shuguang</strong><strong>,</strong> blogger e citizen journalist<strong><br />
</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zhou Shuguang</strong>, alias Zola, blogger e <em>citizen journalist</em>. Nato nei pressi del villaggio natale di Mao, nella provincia dello Hunan, dal 2004  tiene un blog in cui fino ad oggi ha avuto modo di occuparsi di diverse questioni politicamente sensibili, dai disordini tibetani del 2008 al problema della censura e della libertà di stampa. In più di un’occasione, ha cercato di portare alla luce verità alternative a quelle ufficiali. All’estero è considerato uno dei blogger cinesi più importanti ed influenti.</p>
<h3 style="text-align: center;"><img class="ngg-singlepic ngg-center aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/gallery/attivisti/BOT09013_009.jpg" alt="BOT09013" width="550" height="550" /><strong>Deng Yi</strong><strong>, </strong>ambientalista<strong><br />
</strong></h3>
<p><strong>Deng Yi</strong>, ambientalista. Dagli anni Ottanta si occupa di protezione ambientale. È stato uno dei primi in Cina ad adottare un approccio alla tutela dell’ambiente che tiene in considerazione le esigenze delle comunità locali, coinvolgendole nel processo decisionale e nell’amministrazione dei fondi.</p>
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		<title>Xu Zhiyong lancia il Patto tra i Cittadini</title>
		<link>http://www.cineresie.info/xu-zhiyong-patto-cittadini-avvocati-cinesi/</link>
		<comments>http://www.cineresie.info/xu-zhiyong-patto-cittadini-avvocati-cinesi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 18:39:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flora Sapio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[avvocati]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 17 giugno sul blog di Laohumiao (“Tempio della Tigre”) è comparso un documento intitolato “Patto tra i Cittadini”, redatto da avvocati e attivisti per i diritti umani ben noti tanto al pubblico, quanto agli organi di pubblica sicurezza dello Stato. Coloro che firmano il documento si impegnano a tenere una serie di condotte già prescritte dalla legge, dall’astenersi dal violare i relativi divieti e a difendere valori morali non incompatibili con quelli propugnati dal Partito. Eppure tra le righe si può leggere qualcosa di più.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/pledge2010b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1438" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/pledge2010b-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il 17 giugno sul blog di <em>Laohumiao</em> (“<a href="http://24hour.blogbus.com/logs/66342007.html" target="_blank">Tempio della Tigre</a>”) è comparso un documento intitolato “<strong>Patto tra i Cittadini</strong>” (<em>gongmin chengnuo</em>), già tradotto in Inglese su <a href="http://chinageeks.org/2010/06/xu-zhiyong-et-al-the-chinese-citizens-pledge/" target="_blank">China Geeks</a> .</p>
<p style="text-align: justify;">Il Patto tra i Cittadini è diviso in due parti. Nel Preambolo, il Patto richiama i valori di  <strong>Democrazia</strong> e <strong>Stato di Diritto</strong> già inseriti nella Costituzione della RPC dal Partito Comunista Cinese, e manifesta la volontà dei cittadini di rispettare tali principi, contribuire alla loro difesa ed alla loro attuazione, non senza un richiamo patriottico al futuro dell’etnia (<em>minzu</em>) Cinese. Negli articoli, i firmatari si impegnano a tenere una serie di condotte già prescritte dalla legge, ad astenersi dal violare i relativi divieti, ed a difendere <strong>valori morali</strong> non incompatibili con quelli propugnati dal PCC.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi impegno a ….</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>4. mantenere i seguenti principi di deontologia professionale:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>in quanto pubblico funzionario, servirò il popolo con diligenza, non commetterò atti di peculato e corruzione, non mi approprierò di fondi pubblici, né userò auto di stato a scopo privato;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>in quanto giudice, sarò equo ed incorruttibile, coscienzioso e fedele alla legge, non manipolerò la legge per il mio potere o vantaggio personale; </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>in quanto agente di pubblica sicurezza, sarò imparziale nell’applicazione della legge, eliminerò tutto quanto è dannoso e proteggerò tutto ciò che è buono, non praticherò la tortura né colluderò con le mafie; </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>[…]</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il Patto tuttavia non è  una generica dichiarazione di intenti, ma contiene una norma tesa ad introdurre un <strong>meccanismo di attuazione</strong>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>7. Per attuare in modo efficace il patto comune, ove il Patto dei Cittadini raggiunga il consenso di un certo numero di cittadini, essi stabiliranno di comune accordo un sistema di regolamentazione,  ed istituiranno un meccanismo di attuazione del Patto stesso. </em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quanti condividono lo spirito del Patto, impegnandosi ad attuarlo, possono <strong>firmarlo online</strong> su questo <a href="http://survey.activepower.net/service/survey/survey.asp?survey_id=58235" target="_blank">sito</a>. Appreso della sua pubblicazione, ho fatto un balzo al di qua della Grande Muraglia di Internet grazie ad un proxy localizzato ad Hangzhou, scoprendo che il testo del Patto sarebbe disponibile in teoria su una decina di siti. Eppure, quando si tenta di caricare il documento, alcuni rinviano ad una schermata bianca, ove il lettore è informato che</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.my1510.cn/article.php?id=afc05bbc116c0359" target="_blank">没有文章或文章未审批</a>！</p>
<p style="text-align: center;"><em>Il documento non esiste oppure non è stato approvato!</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Cercare di leggere <a href="http://wanggongquan.tianyablog.com/post_show.asp?BlogID=320819&amp;PostID=22561191&amp;idWriter=0&amp;Key=0" target="_blank">alcuni commenti</a> sui blog induce lo stesso risultato.</p>
<p style="text-align: justify;">In apparenza dietro il Patto dei Cittadini non vi è nulla di minaccioso o destabilizzante, ma, dietro il velo della legalità e della deontologia professionale, si cela ben altro.</p>
<p style="text-align: justify;">I redattori del documento sono <strong>avvocati per i diritti umani</strong> ben noti tanto al pubblico, quanto agli organi di pubblica sicurezza e di sicurezza di stato. <a href="../xu-zhiyong-multati-difesa-diritti/" target="_blank">Xu Zhiyong</a>, Teng Biao, Wang Gongquan e Li Xiongbing sono stati tra i fondatori o tra lo staff della <a href="http://www.cineresie.info/xu-zhiyong-multati-difesa-diritti/" target="_blank">Gongmeng</a>. <a href="http://www.hrichina.org/public/contents/press?revision_id=169854&amp;item_id=169851" target="_blank">Li Fangping</a> si è pubblicamente opposto ai tentativi di pre-installare il software <strong>Green Dam</strong> sui personal computer. Xu Youyu è un docente all’Istituto di Filosofia dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali, <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/jun/02/tiananmen-china" target="_blank">notoriamente critico</a> del sistema politico della RPC. Zhang Shihe è l’autore del blog Tempio della Tigre, <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/asia/the-big-question-is-google-right-to-abandon-its-search-engine-in-china-over-censorship-1926890.html?action=Popup" target="_blank">impegnato sul fronte della libertà di informazione</a>, e <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5jtNY0yG3_nZLgR1L1Bsan_YJUQAQ" target="_blank">dell’attivismo sociale</a>. In vari momenti sono stati fatti sparire per brevi periodi di tempo, hanno assistito al sequestro dei propri computer, o sono stati accusati di evasione fiscale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciononostante, sarebbe paranoico arginare la diffusione del Patto solo con questa motivazione. Il linguaggio utilizzato dai redattori contiene però una serie di significative omissioni. Si parla di legalità, ma di una <strong>legalità che non è mai socialista</strong>. Lo stato di diritto (<em>fazhi</em>) è citato in quanto valore assoluto, privo anche stavolta dell’attributo “socialista” (<em>shehuizhuyi fazhi guojia</em>). Il popolo, l’entità rappresentata dal PCC, è qualificato non come <em>renmin</em>, in senso politico-ideologico, ma come <em>minzu</em>, termine più neutrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il PCC è citato una sola volta come soggetto i cui membri promettono pragmatismo e sincerità; promessa che nel patto è compiuta non al PCC, ma ad un’entità diversa, cui Xu, Teng e gli altri stanno <strong>cercando di dare vita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa entità dovrebbe consistere nei cittadini che costituiscono il Patto. Il Patto è un accordo sottoscritto da persone capaci di intendere e di volere, dotati di autonomia, ovvero del potere di compiere scelte per e su se stessi. Quanti firmano il Patto si accordano per  assoggettarsi ad un potere di tipo diverso da quello del PCC. Un potere basato sulla volontà e sul consenso dei contraenti, <strong>non sulla vittoria rivoluzionaria</strong> del PCC.  Questo <em>contratto</em> tra i cittadini è considerato vincolante. Il potere che ne emerge è visto come giusto e legittimo perché è un potere costituito autonomamente da una serie di contraenti, e non imposto mediante la vittoria militare sul Guomindang.</p>
<p style="text-align: justify;">Come in un gigantesco laboratorio, stiamo assistendo ad un tentativo di attuare idee e principi radicati nella filosofia politica e del <strong>diritto occidentale</strong>, che partono da Hobbes per giungere ai contemporanei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Rawls" target="_blank">Rawls</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ronald_Dworkin" target="_blank">Dworkin</a>. E’ un tentativo per certi versi più raffinato di quello compiuto dagli autori e dai firmatari di <a href="http://www.asianews.it/index.php?l=it&amp;art=14313" target="_blank">Carta 08</a>. Non si presenta come immediatamente destabilizzante, e potrebbe trovare una risposta tra le <strong>istanze pluraliste</strong> esistenti nella società cinese. I punti di appiglio che offre all’azione repressiva sono pochi o nulli, se si parte dall’assunto (opinabile) che gli alti dirigenti di partito/sicurezza siano dei quadri ignoranti ed intellettualmente rozzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei prossimi giorni e mesi varrà la pena di osservare attentamente ciò che accadrà ad uno o più dei redattori. Le possibilità sono molteplici. Mi limito a citare quelle che si sono già verificate, anche se ovviamente altre forme di repressione che <strong>intenzionalmente non menziono</strong> sono possibili. Nessuna di esse deve necessariamente verificarsi nell’immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">Una <em>prima possibilità</em> consiste nell’usare meccanismi e prassi “al di fuori del diritto”: sparizione, inviti a bere un tè presso gli uffici della sicurezza di stato, pestaggi ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Una <em>seconda possibilità</em> da tenere in conto è l’<strong>uso strumentale di norme incriminatrici</strong>, che condurrebbe all’accusa di incitamento alla sovversione, già  mossa a <a href="../liu-xiaobo-testo-della-sentenza/" target="_blank">Liu Xiaobo</a>, di evasione fiscale, come avvenuto nel caso della <a href="../xu-zhiyong-multati-difesa-diritti/" target="_blank">Gongmeng</a>, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Una <em>terza possibilità</em> vedrebbe semplicemente cadere il <strong>silenzio</strong> sulla questione. In definitiva, il documento finora circola su pochi blog di intellettuali, che forse non sono la meta preferita del grande pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>quarta</em> ed ultima possibilità vedrebbe il sistema muovere una virulenta critica alle idee di Xu Zhiyong e degli altri. In questo caso si instaurerebbe un dialogo tra quanti contestano la base dell’autorità politica del PCC, e quanti la difendono. Ciò equivarrebbe al riconoscimento di Xu e degli altri come di un <strong>attore politico</strong>. Al di là dell’esito finale del dialogo, solo questo risultato testimonierebbe una notevole apertura ad autentiche istanze di <em><strong>pluralismo</strong> politico</em>.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Flora Sapio</strong> <span style="color: #808080;">è affidataria del corso in Storia ed  Istituzioni della Cina all’Università degli Studi di Napoli  “L’Orientale”. Ricercatrice attiva in ambito italiano e internazionale,  membro della <em>European China Law Studies Association</em>, è autrice  per <em>Brill</em> del volume “Sovereign Power and the Law in China”, e  di articoli sul sistema di giustizia penale nella Repubblica Popolare  Cinese.</span></p>
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		<title>Wan Yanhai lascia la Cina: duro colpo per la lotta all&#8217;AIDS</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 14:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[ong]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo mesi di pressioni, Wan Yanhai, fondatore di Aizhixing, organizzazione non governativa all’avanguardia nella lotta all’AIDS, ha annunciato la decisione di rimanere negli Stati Uniti con la propria famiglia. Dai primi anni Novanta la sua organizzazione conduceva campagne per educare la popolazione ai rischi del virus dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili. Ora che se n’è andato, quale futuro per la lotta all’AIDS? La società civile cinese si riprenderà da questo nuovo durissimo colpo?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: right;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/Wan-Yanhai-1.jpg"></a><span style="color: #808080;"> </span></h6>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-682    aligncenter" title="Wan Yanhai" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/Wan-Yanhai-1.jpg" alt="" width="475" height="475" /></p>
<h6 style="text-align: right;"><span style="color: #808080;">foto di <a href="http://www.tommasobonaventura.com/" target="_blank">Tommaso Bonaventura</a></span></h6>
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<p style="text-align: justify;">Un nuovo drammatico episodio segna i rapporti tra Stato e società civile in Cina. <strong>Wan Yanhai</strong>, il fondatore di <em>Aizhixing</em>, la nota organizzazione non governativa che si occupa dei problemi dell’<strong>HIV</strong>, la scorsa settimana ha <strong>abbandonato la Cina</strong> per rifugiarsi negli Stati Uniti con la famiglia. Parlando con una giornalista del <em>South China Morning Post</em> ha dichiarato: “Prima che lasciassimo la Cina, ero sottoposto ad una grande pressione ed ero minacciato da diversi dipartimenti governativi. Sentivo che la mia sicurezza personale era a rischio e la pressione psicologica era troppo grande, così me ne sono andato per trovare un attimo di respiro”. Un ruolo importante in questa decisione sembra essere stato giocato dalla preoccupazione per la <strong>sicurezza</strong> della sua famiglia, in particolare per la figlia di quattro anni. Sembra infatti che la polizia più di una volta abbia fatto visita alla sua abitazione privata mentre lui era fuori città.</p>
<p style="text-align: justify;">Wan Yanhai è uno dei personaggi chiave della nuova <strong>società civile cinese</strong>, uno dei critici più attivi e severi delle politiche del governo cinese, soprattutto nel campo sanitario. Già funzionario del Ministero della Sanità, nel 1994 fu<strong> costretto a dimettersi</strong> per aver aperto la prima hot-line cinese destinata ai portatori del virus HIV. Si trattava di una scelta in anticipo sui tempi, visto che allora le autorità erano impegnate a promuovere l’idea dell’AIDS come una malattia di origine straniera, trasmessa solamente per via di rapporti sessuali non convenzionali e con un’incidenza assolutamente insignificante in Cina. Poco dopo aver lasciato la sua posizione, Wan Yanhai fondò <em>Aizhixing</em>, un’organizzazione che con le sue campagne avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella <strong>lotta all’AIDS</strong> e alle malattie sessualmente trasmissibili in Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Novanta Wan Yanhai è stato un attore di primo piano nel portare alla luce il rapporto tra le trasfusioni di sangue infetto e lo scoppio dell’<strong>epidemia di AIDS</strong> in alcune zone dello Henan, ma con le sue denunce si è guadagnato l’eterna inimicizia delle autorità.  Il <a href="http://www.scmp.com/portal/site/SCMP/" target="_blank"><em>South China Morning Post</em></a> in un paio di articoli usciti oggi ripercorre alcuni dei momenti più drammatici che hanno contraddistinto la sua attività negli ultimi anni, in particolare le tre volte in cui è stato <strong>detenuto</strong> e gli innumerevoli <strong>interrogatori</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2002 Wan Yanhai è stato detenuto per quasi un mese con l’accusa di “aver rivelato segreti di Stato”, il tutto per aver diffuso su internet un rapporto governativo che dimostrava come i funzionari locali dello Henan avessero ignorato e <strong>coperto lo scandalo</strong> del sangue infetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del 2006 è stato detenuto per tre giorni dopo che la polizia aveva cancellato un <em>workshop</em> destinato ad avvocati, ong e malati di HIV in cui si sarebbe dovuto discutere della diffusione dell’AIDS attraverso le trasfusioni di sangue. Infine è stato detenuto per una notte alla fine del 2008, poco dopo l’arresto di <a title="voce Wikipedia (eng)" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hu_Jia_%28activist%29" target="_blank">Hu Jia</a>, l’attivista poi condannato a tre anni e mezzo di carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">Che <em>Aizhixing</em> fosse in difficoltà, era già noto nell’ambiente dei media e delle ong cinesi. Negli ultimi mesi l’organizzazione è stata sottoposta ad una lunga ed estenuante serie di <strong>controlli fiscali</strong>, l’ultimo dei quali ha avuto luogo il 25 marzo di quest’anno. Alla giornalista del South China Morning Post, Wan Yanhai ha dichiarato che <em>Aizhixing</em> nell’ultimo periodo non solo era finita sotto indagine da parte dei dipartimenti tributari, dell’industria e del commercio, ma anche da parte dei vigili del fuoco, i quali avrebbero ispezionato più volte i locali dell’organizzazione alla ricerca di una qualsiasi violazione delle norme di sicurezza. La polizia di Pechino lo avrebbe chiamato dozzine di volte e, come detto, sarebbe arrivata addirittura al punto di visitare la sua famiglia mentre lui era in viaggio. “Anche se fossi rimasto non avrei potuto lavorare normalmente. Continuavo a ricevere telefonate dalla polizia e avevo cinque o sei dipartimenti governativi alle calcagna: non ce la facevo proprio a concentrarmi sul mio lavoro”, ha dichiarato Wan Yanhai al SCMP.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se Wan Yanhai ha sempre negato che ci fossero problemi seri, le <strong>voci </strong>giravano incontrollate. Alla fine di novembre dello scorso anno, alla vigilia della giornata mondiale dell’AIDS, in ambienti diplomatici è girata una mail in cui un funzionario di un’ambasciata europea affermava che <em>Aizhixing</em> aveva un <strong>deficit di bilancio </strong>di 2,3 milioni di yuan e lanciava un appello a chiunque fosse stato disposto ad aiutare. La situazione finanziaria di <em>Aizhixing</em> ha poi subito un ulteriore colpo ai primi di marzo di quest’anno, in seguito all’implementazione di un <a title="Fonte in inglese" href="http://www.safe.gov.cn/model_safe_en/laws_en/laws_detail_en.jsp?ID=30600000000000000,58&amp;type=&amp;id=3" target="_blank">regolamento</a> che inserisce una serie di complicati controlli per i <strong>trasferimenti bancari dall’estero</strong> per le organizzazioni non governative registrate come aziende. Questo ha spinto Wan ad esporsi ancora una volta in prima persona: egli infatti non solo ha firmato una lettera aperta destinata ai dipartimenti competenti, ma si è anche appellato per vie legali alla normativa sulla trasparenza delle informazioni governative per richiedere delle spiegazioni alle autorità sulle ragioni che hanno portato all’adozione di questo nuovo regolamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo quasi <strong>vent’anni</strong> di faticoso lavoro in prima linea, Wan Yanhai ha deciso di <strong>lasciare</strong>. È stata una decisione inaspettata che si abbatterà come un uragano sul panorama di una già provata società civile cinese. Con ogni probabilità, l’impatto di questa fuga non sarà poi così differente da quello del “<a title="Appunti Cinesi" href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/12/alcune-riflessioni-sulla-dialettica-tra.html" target="_blank">caso Gongmeng</a>” dell’estate scorsa. Anche se sul web cinese si moltiplicano gli attestati di solidarietà verso Wan Yanhai &#8211; che per conto suo su Twitter risponde di non preoccuparsi – sono molti quelli che a voce affermano che il suo sia stato solamente un colpo di testa, se non addirittura una <strong>scelta sbagliata</strong>. Che si sia trattato di una decisione improvvisa sembra essere smentito dallo stesso interessato, che ad un amico ha scritto come già alla fine di aprile aveva deciso di lasciare il paese, anche se non aveva ancora le idee chiare su quale sarebbe stato il passo successivo. Persone a lui vicine però affermano di non aver avuto il minimo sospetto di quanto stava per accadere e di aver saputo della cosa solamente dai giornali.</p>
<p style="text-align: justify;">L’interrogativo centrale in questo momento è: che ne sarà di <em>Aizhixing</em>, ora che il suo leader carismatico se n’è andato? Anche se Wan dal suo <strong>esilio auto-imposto</strong> si dice fiducioso che lo staff dell’organizzazione sarà in grado di proseguire le attività anche senza di lui, è difficile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi. Nella più ottimista delle ipotesi l’organizzazione subirà un <strong>drastico ridimensionamento</strong> e continuerà la proprie attività sottotono, come ha fatto la <a title="Xu Zhiyong" href="http://www.cineresie.info/xu-zhiyong-multati-difesa-diritti/" target="_blank">Gongmeng</a>; nella più pessimista invece <strong>verrà chiusa</strong>, travolta dai controlli e dai debiti, lasciando un vuoto che molti anni non saranno sufficienti a colmare. In entrambi i casi, si tratterà di un altro <strong>duro colpo</strong> per la società civile cinese, tanto più che intorno ad essa ruotano alcuni tra i più importanti gruppi non governativi attivi nel campo della diversità sessuale, della discriminazione e della salute. Ora c’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho avuto occasione di conoscere Wan Yanhai lo scorso ottobre, quando stavo lavorando ad un servizio giornalistico sulla società civile cinese. Con un fotografo, avevo deciso di andare a ritrarre coloro che definisco i “non dissidenti”, quegli <strong>attivisti</strong> che, pur essendo estremamente critici nei confronti delle autorità, continuano a lottare all’interno dei limiti della legalità per tutelare i diritti degli emarginati e per ampliare lo spettro delle <strong>libertà personali</strong> – una schiera da cui Wan Yanhai è consapevolmente uscito nel momento in cui ha deciso di rimanere negli Stati Uniti. Lo avevo poi risentito in qualche altra occasione, quando mi aveva contattato per segnalarmi in tempo reale avvenimenti che avrebbero potuto interessarmi, tra cui ricordo una marcia di protesta di malati d’AIDS fuori dal Ministero della sanità. Anche se ha deciso di andarsene, Wan Yanhai rimane una presenza fondamentale all’interno della nuova società civile cinese, un precursore, un leader, il portavoce di istanze che spesso per paura vengono sottaciute. Anche da lontano la sua voce risuonerà forte e chiara.</p>
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		<title>Tempi duri per le ong cinesi</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 17:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[A due anni dalle Olimpiadi di Pechino e dal terremoto del Sichuan, i rapporti tra Stato e società civile in Cina sono sempre più tesi. Dalla chiusura della Gongmeng nell’estate del 2009, i continui attacchi alle ong che si occupano dei diritti delle fasce emarginate della popolazione dimostrano come le autorità cinesi siano sempre meno disposte a tollerare associazioni di base in aree ritenute politicamente sensibili. La società civile cinese annaspa sotto la presa dello Stato: anche se si spera in tempi migliori, le prospettive rimangono grame.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli ostacoli non finiscono mai per le organizzazioni che si occupano dei diritti degli emarginati in Cina.</h2>
<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/04/2009317755461.jpg"><img class="size-medium wp-image-224    alignleft" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/04/2009317755461-300x213.jpg" alt="" width="377" height="267" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Qualche giorno fa, un’immagine ha attirato la mia attenzione mentre sfogliavo una rivista: la foto di una donna in lacrime che si copriva gli occhi con una mano davanti ad uno sfondo rosso su cui si intravvedeva la scritta sfocata “gruppo di <strong>avvocati per l’interesse pubblico</strong>” (<em>gongyi lüshi tuandui</em>).</p>
<p style="text-align: justify">Leggendo l’articolo, ho scoperto che si trattava di Guo Jianmei, la leader di una nota <strong>organizzazione non governativa</strong> di Pechino che fino a qualche settimana fa si occupava di tutelare i <strong>diritti delle donne</strong>. La notizia era che recentemente questa Ong è stata chiusa dopo che l’Università a cui era affiliata aveva deciso di rompere il legame.</p>
<p style="text-align: justify">A mio avviso, non c’è immagine migliore per descrivere lo stato della <strong>società civile</strong> nella Cina di oggi. Se ci si aspettava che le Olimpiadi di Pechino portassero a una nuova fase di apertura nella politica interna cinese, gli ultimi due anni sembrano aver dimostrato l’ingenuità di simili aspettative. Mentre il <a href="http://leviedellasia.corriere.it/2010/04/la_resurrezione_di_hu_yaobang.html"><span style="text-decoration: underline">recente omaggio</span></a> del premier Wen Jiabao al defunto leader riformista Hu Yaobang in occasione del ventunesimo anniversario della morte di quest’ultimo lancia una nuova tornata di speculazioni sul rafforzamento della <strong>corrente riformista</strong> ai vertici della piramide politica, alla base le prospettive per la società civile di questo paese non sono mai sembrate così sconfortanti.</p>
<p style="text-align: justify">Yu Fangqiang, responsabile di Yirenping, un’organizzazione della società civile cinese che si occupa della discriminazione nei confronti dei malati di epatite B, così legge l’evoluzione della società civile cinese nell’ultimo periodo: “Negli ultimi due anni abbiamo avuto modo di assistere a due fenomeni paralleli in seno alla società civile cinese: da un lato il numero complessivo delle organizzazioni non governative è aumentato, in particolare in seguito al terremoto del Sichuan e alle Olimpiadi di Pechino, due eventi che hanno messo in luce l’importanza del <strong>terzo settore</strong> nel garantire servizi là dove il governo non arriva; dall’altro, invece, si è avuto un notevole incremento del numero delle <strong>Ong supportate dalle autorità</strong>, mentre, al contrario, le <strong>organizzazioni autonome</strong> stabilite al livello di base sono progressivamente diminuite”. I dati più recenti sembrano supportare questa lettura, in particolare se si considera il fatto che alla fine del 2008 in Cina erano presenti 413.660 organizzazioni non governative, registrate rispettivamente come organizzazioni sociali (<em>shehui tuanti</em>), fondazioni (<em>jijinhui</em>) o unità private non aziendali (<em>minban feiqiye danwei</em>). Come ha affermato Jia Xijin, specialista dell’università Qinghua, tuttavia si stima che le organizzazioni della società civile prive di registrazione o registrate come entità commerciali siano molto più numerose, addirittura<strong> alcuni milioni</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Ciò che questi dati nascondono è il fatto che, a fronte di un crescente pluralismo nelle forme di associazionismo “autorizzato”, le autorità cinesi si sono mostrate sempre meno disposte a tollerare associazioni di base in <strong>aree politicamente sensibili</strong> quali quella della “tutela dei diritti” (<em>weiquan</em>) e quella del “pubblico interesse” (<em>gongyi</em>). Di fatto, non si tratta di un discorso di principio su una questione astratta come quella dei “<strong>diritti umani</strong>” (<em>renquan</em>), un termine che peraltro non ricorre spesso nella retorica adottata dalle Ong cinesi, quanto piuttosto di un ben più pragmatico discorso di opportunità politica. Le Ong, in Cina come altrove, fanno comodo quando assistono le autorità nel fornire servizi essenziali dai quali lo Stato si è ritirato, ad esempio nel caso di emergenze successive a catastrofi naturali, così come nei casi in cui fungono da ausiliari nel mantenimento di una <strong>stabilità sociale </strong>sempre più precaria di fronte agli squilibri derivanti dallo sviluppo economico; quando, invece, queste organizzazioni diventano troppo sicure di sé ed iniziano ad agire come dei <strong>cani da guardia</strong> nei confronti delle autorità, è il momento di lanciare un richiamo all’ordine.</p>
<h2 style="text-align: justify">Chiusure forzate e intimidazioni contro gli avvocati</h2>
<p style="text-align: justify">Il primo durissimo avvertimento è arrivato nell’estate del 2009, ad un anno esatto dalle Olimpiadi, con la <strong>chiusura forzata</strong> della <strong>Gongmeng</strong>, una nota <strong>lega di avvocati</strong> per la tutela dei diritti con base a Pechino, un argomento su cui ho avuto modo di soffermarmi già in più di una volta <a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/12/alcune-riflessioni-sulla-dialettica-tra.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline">nei miei post</span></a>. In sostanza, quest’organizzazione contava su una folta schiera di giuristi che mettevano gratuitamente a disposizione le proprie competenze giuridiche in casi di interesse pubblico (uno per tutti, quello della melanina nel latte in polvere). Come un fulmine a ciel sereno, la mattina del 14 luglio 2009 i responsabili della Gongmeng hanno ricevuto un’ingiunzione da parte dell’Ufficio delle imposte della municipalità di Pechino in cui si richiedeva il pagamento di oltre 1.420.000 yuan (circa 140.000 euro) tra tasse non pagate e multe varie, una somma enorme per una struttura non finalizzata al profitto. Scrivendo da un punto di vista puramente personale, questa storia per me è stata uno shock, l’origine di una sensazione di smarrimento che poi non ha fatto altro che aggravarsi in seguito al successivo <strong>arresto</strong> di Xu Zhiyong, uno dei responsabili dell’organizzazione, un giurista noto al grande pubblico per essere al servizio delle fasce più deboli ed emarginate della popolazione. Se fino ad allora ero stato piuttosto ottimista nei confronti delle prospettive di sviluppo della società civile cinese (come ho cercato ad esempio di sostenere nella mia lettura dello <a href="http://www.unive.it/media/allegato/dep/n12-2010/Ricerche/02_Franceschini_c.pdf" target="_blank"><span style="text-decoration: underline">scandalo delle fornaci</span> </a>del 2007), da quel momento in poi la mia fiducia ha cominciato a vacillare. Come poi mi hanno confermato di persona diversi attivisti cinesi, si è trattato di una reazione piuttosto comune tra gli attivisti cinesi: come più d’uno mi ha confermato, l’incidente della Gongmeng ha segnato la definitiva <strong>perdita </strong>di qualsiasi <strong>senso di sicurezza</strong> (<em>anquangan</em>) da parte di coloro che lavorano nel terzo settore in Cina. Come ha affermato Zhang Zhiqiang, responsabile di un’Ong che si occupa di lavoratori migranti a Pechino: “Dopo l’incidente della Gongmeng non sento più nessun senso di sicurezza; d’altra parte questo ha anche i suoi lati positivi, visto che ora so che se deve succedere qualcosa, non posso farci proprio niente e mi metto il cuore in pace”.</p>
<p style="text-align: justify">Contestualmente alla chiusura della Gongmeng (che nel frattempo ha ripreso le proprie attività in sordina lo scorso ottobre), ha avuto luogo un’altra serie di <strong>intimidazioni ufficiali</strong> che si sono riverberate sull’intero tessuto della società civile cinese. Innanzitutto le autorità giudiziarie di Pechino hanno cancellato le licenze d’esercizio a 53 avvocati, alcuni dei quali erano noti attivisti per la tutela dei diritti. Quando si pensa alla dimensione politica di questo gesto, si tende a trascurare quello che è stato un profondo <strong>dramma personale</strong> per questi avvocati. Ricordo l’incertezza negli occhi e nelle parole di uno di loro, quando gli chiedevo come avrebbe fatto per il suo futuro, con una famiglia da mantenere, una figlia piccola da crescere e nessun lavoro. Successivamente, ho avuto modo di incontrare questa persona in più di un’occasione e una cosa che non credo dimenticherò facilmente è stato quando una nostra comune conoscenza mi ha chiesto se per caso avrei potuto aiutare costui a trovare un lavoro in qualche organizzazione straniera, visto che in Cina non trovava nessuna possibilità. È stato avvilente vedere come una persona dotata di un coraggio senza pari nello sfidare in pubblico corti popolari e funzionari corrotti fosse stata annichilita nella sua sfera privata, ridotta ad elemosinare un lavoro qualsiasi semplicemente per <strong>sopravvivere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Mentre ci si stava ancora interrogando su che fine avesse fatto Xu Zhiyong, il leader della Gongmeng, prelevato dalla sua abitazione alle cinque di mattina del 29 luglio e poi scomparso senza lasciare traccia (sarebbe riapparso solamente il 23 agosto, dopo aver passato quasi un mese in custodia degli organi di pubblica sicurezza), le autorità non hanno perso tempo. Il bersaglio successivo è stato <strong>Yirenping</strong>, la già citata organizzazione attiva nel campo della discriminazione dei malati di epatite B. Al pari della Gongmeng, si tratta di una realtà estremamente visibile sui media cinesi, pertanto qualunque cosa le accada assume automaticamente un significato particolare. La mattina del 29 luglio, alcuni funzionari dell’Ufficio della pubblica sicurezza municipale e di un dipartimento del Ministero della cultura per la supervisione delle attività pubblicistiche hanno visitato l’ufficio di Pechino dell’organizzazione e, adducendo il pretesto di un’indagine su alcune “attività di stampa illegali”, hanno <strong>sequestrato</strong> una pubblicazione ad uso interno. Per cortesia degli attivisti di Yirenping, che sono al corrente del mio interesse nei confronti delle problematiche del lavoro in Cina, questa pubblicazione mi è capitata tra le mani più di una volta: in sostanza, non si trattava di nient’altro che una rassegna stampa in cui di mese in mese si raccoglievano i principali articoli apparsi sulla stampa cinese sul tema della discriminazione. Niente di sensibile, niente che in Cina non fosse già noto al grande pubblico, eppure, a quanto pareva, un pericolo <strong>strumento sovversivo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Allo stesso tempo, un’altra organizzazione attiva nel campo della salute pubblica è finita nel mirino. Si tratta di <strong>Aizhixing</strong>, una struttura creata negli anni Novanta da un ex-funzionario del Ministero della Salute per far fronte alle <strong>problematiche dell’AIDS</strong>, delle malattie sessualmente trasmissibili e della diversità sessuale. In questo caso la strategia adottata dal governo cinese è stata quella di una lunga serie di <strong>controlli fiscali </strong>sulla contabilità dell’organizzazione. Quando nell’ottobre del 2009 ho intervistato Wan Yanhai, il fondatore e responsabile dell’organizzazione, egli ci ha tenuto a ribadire il fatto che i problemi incontrati dalla sua organizzazione erano del tutto relativi a confronto di quelli in cui erano finiti la Gongmeng e Yirenping, ma non ha mancato di sottolineare l’irragionevolezza della normativa in vigore, sottolineando come questa non solo non fornisse alle organizzazioni della società civile cinese un sostegno finanziario, ma anche costringesse buona parte di esse a pagare le tasse alla stregua di una comune impresa. Anche Wan Yanhai ha affermato di aver perso ogni senso di sicurezza durante l’attacco alla Gongmeng, ma ciononostante ha chiuso su una nota ottimistica: “Dopo l’incidente il nostro senso di sicurezza è addirittura aumentato, quando abbiamo capito che il peggio era passato e che le nostre paure peggiori non si erano avverate.  Tanto meglio non pensarci più”. Si tratta di parole che, simili a quelle di Zhang Zhiqiang, risultano straordinariamente efficaci nel descrivere il senso di<strong> rassegnazione ed impotenza</strong> nella società civile post-Gongmeng.</p>
<h2 style="text-align: justify">Contro Oxfam, federazione di ong internazionali</h2>
<p style="text-align: justify">Dopo qualche mese di relativa calma, lo scorso marzo è arrivato il nuovo subdolo attacco. Il sentore che una nuova ondata di tensione stava maturando si aveva già da qualche settimana, quando le autorità cinesi avevano iniziato una campagna denigratoria nei confronti di <strong>Oxfam</strong>, una nota federazione di Ong internazionali finalizzate alla <strong>lotta alla povertà e all’ingiustizia</strong>. In una <a href="http://chinadigitaltimes.net/2010/03/notice-from-the-education-bureau%E2%80%99s-party-organization/"><span style="text-decoration: underline">direttiva ufficiale</span></a> del Comitato di Partito del Ministero dell’educazione datata 4 febbraio 2010 si leggeva: “Sin dal 2005 l’ufficio di Oxfam International basato a Hong Kong ha collaborato in maniera continuativa con alcune organizzazioni domestiche per la ‘tutela dei diritti’ (<em>weiquan</em>) per lanciare dei progetti di addestramento per studenti universitari volontari. […] Oxfam di Hong Kong è una delle Ong che cercano di infiltrarsi nelle nostre regioni interne e i suoi leader sono la spina dorsale di alcune fazioni d’opposizione. Considerata la natura particolare del nostro sistema educativo, in particolare per quanto riguarda gli istituti superiori e le università, dobbiamo recidere e rimuovere ogni contatto con tale organizzazione e non avere alcuna forma di cooperazione con essa. I dipartimenti per l’educazione, le scuole superiori e le università in tutte le regioni devono avere un&#8217;unica linea di pensiero, stare all’erta, riconoscere le cattive intenzioni di Oxfam nel reclutare ‘studenti universitari volontari’ e adottare in maniera diligente delle misure di sorveglianza. […] Mentre ogni località e ogni istituzione per l’educazione superiore adotta queste misure, tutti devono mostrare una chiara posizione politica e un atteggiamento deciso. Inoltre, tutti devono essere rigidi all’interno e mostrarsi rilassati all’esterno, fare attenzione ai metodi adottati e prevenire le persone in malafede dall’approfittare di questa occasione per creare dei problemi”.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo questo preludio, il vero attacco è giunto alla fine di febbraio, quando le autorità cinesi hanno reso pubblico un <a href="http://www.safe.gov.cn/model_safe_en/laws_en/laws_detail_en.jsp?ID=30600000000000000,58&amp;type=&amp;id=3" target="_blank"><span style="text-decoration: underline">nuovo regolamento</span></a> finalizzato a regolamentare alcune questioni tecniche relative ai<strong> trasferimenti bancari internazionali</strong> destinati alle “organizzazioni cinesi” (<em>jingnei jigou</em>). Se formalmente lo scopo della normativa risulta essere quello di prevenire il riciclaggio di denaro sporco, gli attivisti di molte Ong cinesi si sono resi conto che in questo modo qualsiasi somma di denaro proveniente dall’estero, compresi i finanziamenti loro destinati, si trovava ad essere oggetto di uno scrutinio senza precedenti. In particolare, il quinto articolo del regolamento imponeva una serie di vincoli molto rigidi ai trasferimenti di denaro da parte di entità no-profit straniere ad organizzazioni cinesi, obbligando queste l’ultime, tra l’altro, a presentare un atto di donazione autenticato in cui si specificava lo scopo del finanziamento e tutta la documentazione relativa alla registrazione ufficiale dell’organizzazione donatrice, documenti che in altri contesti sarebbero innocui, ma che nel caso cinese sarebbero potuti risultare politicamente molto sensibili. Se alcuni hanno salutato la nuova normativa come un passo avanti verso la trasparenza finanziaria delle Ong cinesi, il South China Morning Post in un articolo datato 12 marzo 2010 ha registrato la seguente dichiarazione di Wan Yanhai, il leader di Aizhixing: “Questo mi fa veramente arrabbiare… Sono pronto a chiudere in qualsiasi momento. Ho lavorato duramente per sedici anni in questo campo e ora mi rendo conto che non solo non mi mostrano gratitudine per questo, ma che vogliono pure <strong>farci fuori</strong>”. Questa preoccupazione di Wan, giustificata in parte dal fatto che Aizhixing notoriamente non versa in ottime condizioni finanziarie, rispecchia un <strong>malessere diffuso</strong> in seno alla società civile cinese. Alla metà di marzo, mentre Wan Yanhai mandava una richiesta ufficiale alle autorità cinesi per ottenere informazioni sulle basi giuridiche del regolamento, cinque Ong di primo piano hanno inviato una lettera congiunta all’Amministrazione statale della valuta estera, chiedendo chiarimenti interpretativi su alcuni punti del regolamento che avrebbero potuto essere strumentalizzati dalle autorità a scapito delle Ong. Ad oggi non è ancora pervenuta alcuna risposta.</p>
<h2 style="text-align: justify">L&#8217;ultimo attacco contro l&#8217;ong delle donne</h2>
<p style="text-align: justify">Infine, il 25 marzo 2010, prima che si esaurisse la polemica su questo regolamento, è giunta la notizia che un’altra nota organizzazione della società civile cinese, il <strong>Centro di servizio e studio legale per le donne</strong> (<em>funü falü yanjiu yu fuwu zhongxin</em>), è finita nelle maglie della burocrazia cinese. Fondata nel 1995 come primo centro cinese finalizzato alla tutela dei diritti delle donne, quest’organizzazione fino ad oggi è stata affiliata (<em>guakao</em>) all’<strong>Università di Pechino</strong>, la quale ha accettato di fungere da organismo supervisore per le sue attività. Già nel febbraio di quest’anno la direzione dell’Università aveva espresso la volontà di dissolvere il proprio legame con il Centro, di fatto condannando quest’ultimo a un’esistenza precaria e priva di qualsiasi tutela giuridica, al pari di molte altre ong cinesi che non godono di “ombrelli” ufficiali. Persone informate dei fatti che vengono citate in un articolo del Xin Shiji Zhoukan affermano che questa decisione sarebbe legata al fatto che l’organizzazione in questione ha ricevuto fondi dall’estero e si sarebbe immischiata in alcuni casi sensibili, al punto che nel 2009 dirigenti scolastici avrebbero ripetutamente avvertito il Centro di “fare più ricerca e occuparsi di meno casi”. In una <a href="http://www.woman-legalaid.org.cn/detail.asp?id=1090"><span style="text-decoration: underline">dichiarazione</span></a> pubblicata il 2 aprile sul sito dell’organizzazione si legge che la cancellazione dell’affiliazione con l’Università di Pechino è solamente una delle tante difficoltà che il Centro ha incontrato da quando è stato stabilito, mentre Guo Jianmei, la leader dell’organizzazione, ha dichiarato di voler tentare la strada della registrazione come “unità privata non aziendale” o, nel caso in cui questa non venga approvata, come semplice entità commerciale.</p>
<p style="text-align: justify">Sul numero della rivista Xin Shiji Zhoukan uscito nelle edicole cinesi il 15 aprile, Xiao Han, professore presso l’Università cinese di politica e diritto (<em>Zhongguo zhengfa daxue</em>) di Pechino, in <a href="http://www.chinaelections.org/newsinfo.asp?newsid=174241"><span style="text-decoration: underline">un commento</span></a> intitolato “Chi danneggia la stabilità sociale?” ha commentato così la chiusura del Centro di Guo Jianmei: “Attaccare, infastidire, punire le Ong in sostanza non significa altro che mandare in frantumi la <strong>forza di auto-organizzarsi di una società</strong>, far sì che i cittadini si trovino in una situazione di individualismo privo di vie d’uscita. Questa situazione fa sì che i diritti dei cittadini più deboli siano completamente esposti alla forza di un’autorità governativa che non è sottoposta ad alcuna supervisione, al punto che finiscono per trovarsi nella tragica posizione in cui essi non hanno alcun modo per tutelare i propri diritti. Cercando nella storia di tutti i paesi, non ci sono esempi in cui la polverizzazione dei diritti dei cittadini abbia portato a un lungo periodo di pace ed ordine. La storia ci ha insegnato proprio la lezione opposta: schiacciare senza scrupoli i diritti dei cittadini non solo non aiuta la stabilità sociale, ma la danneggia gravemente, un risultato che spesso porta a conseguenze che nessuno vorrebbe vedere”. Considerazioni amare che dovrebbero trovare eco in una dirigenza cinese da sempre ossessionata dallo spettro dell’<a href="http://appunticinesi.blog.unita.it//Contraddizioni_in_seno_al_popolo_868.shtml"><span style="text-decoration: underline">instabilità sociale</span></a>, ma che sembrano cadere nel vuoto. Quando si vede che tante organizzazioni che da anni lottano in prima linea per il benessere delle fasce discriminate ed emarginate della popolazione cinese vengono umiliate in questo modo, mentre allo stesso tempo molte altre realtà che hanno trasformato la beneficenza in un puro strumento di arricchimento personale dei propri dirigenti (e anche su questo ci sarebbe molto da scrivere) continuano a prosperare e a crescere con il sostegno delle autorità, non si può fare a meno di dubitare della bontà della direzione in cui si sta muovendo la società cinese. Come si diceva un tempo, <strong><em>mala tempora currunt</em></strong>. Peccato che ancora non si veda una via d’uscita.</p>
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