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Nel maggio del 2008, esattamente un anno dopo lo scoppio dello scandalo del traffico di esseri umani destinati alle fornaci di mattoni clandestine della provincia dello Shanxi, il fotografo Daniele Dainelli con l’aiuto di un attivista cinese ha rintracciato alcune delle vittime. Il suo obiettivo era quello di capire cosa fosse stato di queste persone nel momento in cui media cinesi ed internazionali avevano smesso di occuparsi della loro storia. Una serie di ritratti di persone e di luoghi finiti nell’occhio del ciclone di uno dei principali scandali sul lavoro cinesi degli ultimi anni.
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Una rivista trovata in treno, cortesia del passeggero precedente. Sfoglio leggendo di sbieco fin quando l’occhio non cade sulle parole “Cina” e “tortura”. Stando all’articolo sembra che in Cina la tortura sia ammissibile, permessa o addirittura legalizzata. Il vecchio clichè delle “torture cinesi” di tanto in tanto torna alla ribalta! Poco importa che due nuovi regolamenti antitortura siano entrati in vigore qualche settimana fa. Nei collettivi sogni ad occhi aperti degli “occidentali” la Cina è ormai la casa madre della tortura…
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Nei disordini operai di questi giorni, c’è un convitato di pietra: il sindacato ufficiale. Che fa quest’organizzazione per difendersi dalle infamanti accuse che le stanno piovendo addosso da tutte le parti? Come al solito, dibatte nel chiuso dei propri uffici e al massimo arriva a far trapelare qualche dichiarazione di circostanza. L’apice è stato toccato il 29 maggio, quando il sindacato ha reso pubblico un documento in cui si sottolineava la necessità di mantenere la stabilità sociale. L’opinione di un netizen.
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Ran Yunfei (1965), detto Ran “il bandito” è originario del Sichuan. Attivo in rete sin dal 2002, vive a Chengdu dove lavora come redattore presso l’associazione degli scrittori cinesi della Provincia. E’ sicuramente uno dei blogger cinesi più critici contro il governo e molti dei suoi blog sono bloccati dall’inizio del 2009. In questo post intitolato “l’ondata operaia e gli incidenti di massa” riflette sulle recenti tensioni nel mondo del lavoro in Cina.
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Che dire della recente ondata di scioperi in Cina? Che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente “svegliati” da un lungo sonno? Che si stia avvicinando una nuova primavera per la classe operaia cinese? E ancora, perchè i media cinesi sono diventati così attivi nel riportare le proteste operaie e rivendicare il diritto allo sciopero? Forse, in fondo, anche il Partito ha qualcosa da guadagnare da questi scioperi. Considerazioni a partire dalle ultime copertine di alcune riviste cinesi.
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Dopo il caso della serie di suicidi alla Foxconn, in questi giorni i media internazionali stanno dedicando particolare attenzione ad un’altra storia che coinvolge i lavoratori cinesi: lo sciopero dei dipendenti degli impianti Honda in Cina. Nonostante blocchi del lavoro ed episodi di resistenza operaia siano molto frequenti in Cina, il caso della Honda presenta alcune specificità che potrebbero preludere ad un cambiamento di tendenza nei rapporti tra Stato e lavoratori.
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Lo scorso 7 maggio a Tang Jitian e Liu Wei, avvocati per la difesa dei diritti civili, è stata revocata la licenza. Hanno difeso migranti, agricoltori espropriati della terra, persone sieropositive, le vittime dello scandalo del latte alla melamina e i membri del movimento Falungong. Se l’appello non verrà accolto entrambi rischiano di non poter più esercitare la professione. Flora Sapio analizza il loro caso, emblematico di quell’uso strumentale del diritto che finisce per limitare i diritti in nome di un più ampio e vago interesse comune.
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A due anni dalle Olimpiadi di Pechino e dal terremoto del Sichuan, i rapporti tra Stato e società civile in Cina sono sempre più tesi. Dalla chiusura della Gongmeng nell’estate del 2009, i continui attacchi alle ong che si occupano dei diritti delle fasce emarginate della popolazione dimostrano come le autorità cinesi siano sempre meno disposte a tollerare associazioni di base in aree ritenute politicamente sensibili. La società civile cinese annaspa sotto la presa dello Stato: anche se si spera in tempi migliori, le prospettive rimangono grame.
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Una ricerca pubblicata ormai dieci anni fa da Sing Lee e Arthur Kleinman metteva in luce come la Repubblica Popolare Cinese fosse il paese dove si registrava il più alto numero di suicidi al mondo, con oltre trecentomila casi all’anno, pari al 42% di tutti i suicidi a livello mondiale e al 56% di quelli femminili. Questo studio si concentrava in particolare su due questioni, il fatto che il 90% dei suicidi in Cina avvenivano in zone rurali e il fatto che le giovani donne suicide risultavano essere almeno il …
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Quando nel luglio del 2009 la Gongmeng ha ricevuto la famigerata multa che ne ha decretato la chiusura, Xu Zhiyong, il più noto dei fondatori di quest’organizzazione di avvocati per la tutela dei diritti, si è abbandonato ad uno sfogo sul proprio blog. Questa è la traduzione integrale di questa preziosa testimonianza di impegno civile.





