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	<title>Cineresie.info &#187; disagio</title>
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		<title>La Cina e la lotta alla povertà dopo trent&#8217;anni di riforme</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Aug 2011 02:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valeria Zanier</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<category><![CDATA[modello cinese]]></category>

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		<description><![CDATA[Da anni le autorità cinesi vanno orgogliose del proprio successo nella lotta alla povertà. E se si pensa che appena trent’anni fa, oltre l’80% della popolazione cinese viveva al di sotto della soglia di povertà, c’è da dar loro ragione. Ma come vanno lette le cifre? Com’è distribuito il fenomeno? Quante persone rimangono ancora in condizione di miseria? Un estratto da “Dal grande esperimento alla società armoniosa”, il nuovo libro di Valeria Zanier sulle riforme economiche cinesi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/08/china-countryside.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4411" title="china-countryside" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/08/china-countryside.jpg" alt="" width="501" height="380" /></a></p>
<h3 style="text-align: right;">photo credits: <a href="http://www.flickr.com/photos/suninkaz/" target="_blank">suninkaz</a></h3>
<p style="text-align: justify;">Il fenomeno della <strong>povertà</strong> ha caratterizzato fortemente la storia e la cultura cinese e costituisce tuttora un problema molto serio. In termini di povertà assoluta, all’inizio delle Riforme, la Cina aveva una percentuale di popolazione povera tra le più alte al mondo, basti pensare che <strong>nel 1981 nel paese circa l’84% della popolazione</strong> viveva sotto la linea di povertà e in quell’anno solo Cambogia, Burkina Faso, Mali e Uganda presentavano una percentuale più elevata.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull’incidenza della povertà in Cina, i dati disponibili differiscono parecchio. La misura comunemente utilizzata per determinare l’incidenza della povertà assoluta in un paese è lo <em>headcount ratio</em> (indice di diffusione), che – individuata come soglia un paniere di beni e servizi essenziali (alimentari, vestiario, abitazione) per il soddisfacimento dei bisogni minimi &#8211; determina la percentuale del numero di persone che vivono al di sotto di tale soglia. Il paniere può essere anche espresso in termini monetari, ottenendo così un livello assoluto di spesa il cui mancato raggiungimento individua una condizione di povertà. Nel caso della Repubblica popolare cinese, la <strong>soglia di povertà ufficiale</strong> determinata dal governo è molto inferiore alla soglia di povertà stabilita dagli organismi internazionali (nel 2000 è stata introdotta la misura di un dollaro al giorno).</p>
<p style="text-align: justify;">I primi dati di cui parleremo sono quelli forniti dal governo cinese: essi mostrano una graduale e costante <strong>riduzione del fenomeno della povertà</strong>, evidenziando così che le politiche di sviluppo e la conseguente crescita economica hanno in ogni caso favorito la riduzione della povertà in tutto il paese. Nel 1978 la popolazione in povertà assoluta era stimata in 250 milioni (30,7%), ma grazie alle politiche di sviluppo portate avanti negli anni Ottanta e Novanta, all’8-7 Poverty Alleviation Plan (1994-2000) e al Development Orientated Poverty Alleviation Rural Program in Rural China (2001-2010), nel 2003 la popolazione povera era scesa a 29 milioni (3,1%), mentre la popolazione sopra la soglia di povertà ma sotto la linea di “basso reddito” consisteva in 56,2 milioni di persone (6,0%), cifre che evidenziano una crescente riduzione del fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>linearità delle politiche di sviluppo</strong> è stata però messa in dubbio da altri studi, che dimostrano che l’attenzione del governo a questo fenomeno è stata disomogenea (maggiore nelle aree costiere rispetto alle aree interne) e il progresso nella riduzione della povertà non è stato lineare nel tempo (la maggiore diminuzione della povertà si è registrata nei primi anni Ottanta). I successi ottenuti nei primi anni Ottanta nella riduzione della povertà rurale sono facilmente spiegabili, dal momento che è alle campagne che i riformatori hanno indirizzato le prime attenzioni. Le prime misure introdotte dalla “politica della porta aperta” hanno permesso ai contadini di coltivare in proprio piccoli appezzamenti di terreno, vendere i raccolti allo Stato <strong>a un prezzo più alto</strong> che in passato e, allo stesso tempo, offrire il rimanente sul mercato libero. In tal modo si è innescato un “circolo virtuoso” che ha portato allo sviluppo dell’industria proprio nelle aree rurali (affermazione delle Township and Village Enterprises, TVE) e, di conseguenza, alla comparsa di ricchezza e benessere.</p>
<p style="text-align: justify;">Già qualche anno fa uno studio condotto da due ricercatori della Banca Mondiale aveva fatto emergere fattori di discontinuità nella lotta alla povertà e <strong>discordanze tra dati</strong> raccolti dagli organismi internazionali e dalle fonti ufficiali cinesi. Lo studio ha individuato 400 milioni di residenti rurali in povertà nel 1978 e 114 milioni nel 2002, evidenziando i seguenti aspetti: <strong>1)</strong> La povertà è diminuita fortemente nella prima metà degli anni Ottanta, poi la situazione si è stabilizzata. A metà anni Novanta si è registrata un’altra forte riduzione della povertà, prima che la situazione si stabilizzasse di nuovo alla fine del decennio. <strong>2)</strong> La disuguaglianza è cresciuta, ma non in modo lineare e con grandi differenze a livello locale. La disuguaglianza è maggiore nelle campagne. <strong>3)</strong> I maggiori successi nella riduzione della povertà si sono registrati grazie ai miglioramenti avvenuti nel settore agricolo; minori sono stati gli effetti positivi causati dall’industria e dal terziario. <strong>4)</strong> La disuguaglianza è diminuita maggiormente proprio nei periodi di maggiore crescita economica! Il luogo comune secondo il quale l’aumento della disuguaglianza è il prezzo che si deve pagare per una maggiore crescita economica viene completamente sfatato: infatti, la diminuzione di disuguaglianza coincide con l’aumento dei redditi delle famiglie.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli <strong>anni Ottanta</strong> la riforma economica portata avanti nelle campagne veniva giudicata un successo, mentre il malcontento riguardava soprattutto le aree urbane, come si vide con la crisi del 1989. Nel corso degli <strong>anni Novanta</strong>, invece, la situazione nelle campagne è peggiorata, si sono intensificate le proteste in ambito rurale ed è nata una nuova sensibilità verso gli squilibri portati dallo sviluppo e dalla globalizzazione. Alla fine degli anni Novanta, alcuni intellettuali, economisti, sociologi e attivisti (primo tra questi, Wen Tiejun) hanno fondato il New Rural Reconstruction Movement (NRRM), un movimento non-governativo di carattere sociale e cooperativo, che si è fatto promotore di attività, esperimenti e studi in ambito rurale, che ha svolto un importante ruolo nel determinare il cambio di rotta della leadership cinese. Nei primi anni del nuovo secolo il governo ha aumentato gli <strong>investimenti rivolti all’agricoltura</strong> e ha implementato una serie di politiche a favore dei contadini, che vanno sotto il nome di <em>Documento n. 1 sulla crescita dei redditi dei contadini</em>, che tra le altre cose, ha promosso l’eliminazione del peso fiscale sui contadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul fatto che le riforme abbiano prodotto un innalzamento del livello di sviluppo tutti concordano: i dati, siano essi di fonte cinese o internazionale, offrono un’evidente conferma che l’<strong>apertura economica cinese</strong> abbia prodotto una forte riduzione della povertà nel paese. Asian Development Bank riscontra una diminuzione della povertà pari al 30% in tutta la regione asiatica e ne attribuisce il merito maggiore proprio alla Cina. Negli ultimi trent’anni tutta l’Asia ha beneficiato di uno sviluppo economico senza precedenti, e questo ha portato le organizzazioni internazionali a utilizzare una soglia più adatta per misurare il fenomeno in una regione così dinamica: dapprima la Banca Mondiale ha innalzato la linea di povertà a 1,25 dollari al giorno (a prezzi costanti del 2005). Gli studi condotti sulla base delle nuove misurazioni mostrano un progresso ancora più eclatante: nel 2005 in Cina solo il 16% degli abitanti viveva sotto la soglia di povertà. Nel 2008 Asian Development Bank (ADB) ha proposto un ulteriore innalzamento della linea di povertà a 1,35 dollari al giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ultimo decennio, il governo cinese ha assunto un <strong>atteggiamento più oggettivo</strong> nei confronti del fenomeno, introducendo nel 2000 la categoria di popolazione “a basso reddito” e, di conseguenza, il concetto di “soglia di basso reddito”, uno standard più elevato rispetto alla linea di povertà ufficiale, che si manteneva eccessivamente inferiore alle misure decise a livello internazionale. Nel 2008 il governo cinese ha poi assimilato la misura di “soglia di basso reddito” alla misura di “soglia di povertà” innalzando la linea di povertà ufficiale e spostando molte persone dalla categoria “a basso reddito” alla categoria “poveri”. In questo modo la nuova linea di povertà ufficiale espressa in termini monetari rappresenta circa il 50% di quella utilizzata a livello internazionale. Dunque, essa rimane ancora molto inferiore a quella stabilita a livello internazionale a 1,25 dollari al giorno (PPP) e le differenze che ne derivano sono tuttora rilevanti. Questa situazione conferma ancora una volta che, malgrado vi siano stati dei segnali di apertura, le fonti ufficiali cinesi continuano a sottostimare la consistenza della povertà nel paese e a rendere oltremodo difficile confrontare i dati con quelli elaborati dalle organizzazioni internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Le analisi di cui abbiamo trattato finora si basano sulla <strong>misurazione della povertà assoluta</strong>, un concetto sul quale molti economisti hanno espresso posizioni critiche. È infatti limitativo rilevare il livello di povertà in un paese considerando esclusivamente le analisi basate sulla misurazione della povertà assoluta. Tra tutti, Amartya Sen, spiega che questo tipo di misurazione dei dati assoluti e percentuali su quante persone vivono sotto la soglia di povertà dovrebbe essere accompagnata anche da dati sulla distribuzione del reddito: vi è uguaglianza o disuguaglianza nella distribuzione del reddito? Qual è il livello di reddito medio in una determinata nazione? A quale &#8220;distanza&#8221; si trova rispetto alla soglia di povertà?</p>
<p style="text-align: justify;">Come già evidenziato, le riforme economiche hanno portato una maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e questo ha provocato problemi nella lotta contro la povertà: se, mantenendo lo stesso tasso di sviluppo economico, non si fosse verificato un incremento della disuguaglianza, il numero di poveri in Cina si sarebbe ridotto molto di più. Con l’ascesa della quarta generazione al potere, il governo ha effettivamente preso atto delle differenti velocità di sviluppo presenti nel paese e ha iniziato a porvi rimedio. A prescindere dai dati a livello nazionale (che sono incoraggianti), occorrerebbe verificare quanto le misure varate abbiano inciso nelle realtà particolarmente problematiche, e questo offre spazio per nuovi disegni di ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, vi è la questione del reddito. E’ molto complesso definire il <strong>reddito medio in Cina</strong> e la distanza di questo dalla soglia di povertà. Un recente studio della Asian Development Bank ha provato a definire in termini di reddito la classe media cinese identificando una fascia compresa tra due e venti dollari al giorno pro-capite (PPP 2005) basandosi su dati del National Bureau of Statistics, Chinese Household Income Project Survey e del Ministero dell’Agricoltura dal 1988 al 2002. A prescindere dalle misurazioni e dai dati utilizzati, lo studio della ADB registra una consistente riduzione della povertà nel paese e, parallelamente, la nascita di una numerosa classe media. Lo studio conferma, inoltre, che la povertà rimane un <strong>fenomeno prettamente rurale</strong> (il 95% della popolazione povera risiede nelle campagne) e ci offre un ritratto della realtà cinese piuttosto frastagliato: nell’Ovest è concentrata la metà dei residenti poveri di tutto il paese. D’altra parte, nel 2002 ben il 71,3% della popolazione totale rientrava nella definizione di classe media. Di questi, il 92,3% era residente nelle aree urbane e il 51,8% nelle aree rurali. Piuttosto simile è la concentrazione nelle aree orientali costiere e nelle province centrali (rispettivamente, il 28,32% e il 27,59%), mentre nelle province occidentali risiede appena il 16.9% della classe media cinese. Per ottenere un quadro più esaustivo, tuttavia sarebbe necessario effettuare della ricerca efficace e continuativa che combini i dati su reddito e consumi.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, la riduzione della povertà in Cina ha beneficiato molto dalle recenti riforme economiche, ma presenta ancora numeri molto importanti: con le nuove misurazioni, solo il 16% della popolazione cinese vive sotto la soglia di povertà, ma si tratta comunque di <strong>più di 200 milioni di persone</strong> ed è importante tenerne conto. Ancora più importante è tenere a mente che i dati sulla povertà assoluta di un paese così vasto e variegato come la Cina non possono darci una misura completa dello sviluppo della società. Occorre, allo stesso tempo, approfondire l’aspetto della distribuzione del reddito e della capacità di consumo.</p>
<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/08/dal-grande-esperimento-alla-societa-armoniosa-trent-anni-di-riforme-economiche-per-costruire-una-nuova-cina-2988860.jpg"><img class="size-full wp-image-4414 alignleft" style="margin: 8px;" title="dal-grande-esperimento-alla-societa-armoniosa-trent-anni-di-riforme-economiche-per-costruire-una-nuova-cina-2988860" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/08/dal-grande-esperimento-alla-societa-armoniosa-trent-anni-di-riforme-economiche-per-costruire-una-nuova-cina-2988860.jpg" alt="" width="140" height="204" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Il post è un estratto riadattato tratto dall&#8217;ultimo libro di <span style="color: #000000;">Valeria Zanier</span>, <em>Dal grande esperimento alla società armoniosa: trent’anni di riforme economiche per costruire una nuova Cina</em>, <a href="http://www.francoangeli.it/" target="_blank"><span style="color: #888888;">Franco Angeli</span></a> edizioni. Compra il libro su</span> <a href="http://www.ibs.it/code/9788856831986/zanier-valeria/dal-grande-esperimento-alla.html" target="_blank">ibs</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Generazioni di migranti a confronto</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 08:44:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un paio di settimane fa una lavoratrice migrante sulla quarantina si è suicidata in una fabbrica di borse di Dongguan. Tra i clienti della fabbrica, grandi marchi occidentali. Invece di aprire un dibattito sulla questione morale dei grandi marchi stranieri, ci soffermiamo su un altro aspetto messo in luce da questa vicenda: la scomparsa dei migranti della prima generazione dal dibattito pubblico in Cina. Intenti a discutere della nuova generazione di lavoratori, non è che ci siamo dimenticati di loro?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/migranti.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3755" title="migranti" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/migranti.jpg" alt="" width="504" height="336" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il lavoro di Peng Shuiyin, lavoratrice migrante di Dongguan, consisteva nel lucidare giorno dopo giorno le borse in pelle di marche come Gucci. Tuttavia Peng, così come la grande maggioranza delle lavoratrici migranti in Cina, non aveva idea di quale fosse il prezzo di una borsa di pelle del genere, una cifra probabilmente di gran lunga superiore ad un anno del suo salario.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il paragrafo d’apertura di un articolo pubblicato sul Nanfang Zhoumo della scorsa settimana. L’argomento? Il <strong>suicidio di Peng</strong>, una lavoratrice migrante quarantenne originaria della provincia Hubei che lo scorso quattordici maggio è saltata dal quinto piano del suo dormitorio con appena quattro banconote da uno yuan in tasca, un cellulare di bassa lega e la chiave della sua minuscola stanza in affitto per 170 yuan al mese. Semplicemente non ce la faceva più a tirare avanti, con una figlia diciottenne in una scuola superiore e un marito invalido a causa di un recente incidente stradale.</p>
<p>In linea con il dibattito che si sta sviluppando in questi giorni sul web e sui media cinesi, questa storia potrebbe servire ad aprire un dibattito sulla <strong>questione morale</strong> dei grandi marchi stranieri, i quali in Cina mantengono margini di profitto enormi a scapito dei fornitori e della forza lavoro locale. Eppure, in questo post mi limiterò a soffermarmi su un altro aspetto messo in luce da questa vicenda, vale a dire la scomparsa della questione dei migranti della prima generazione dal dibattito pubblico in Cina.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Nuova generazione, nuova retorica</h2>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 2010 costoro sono stati ricacciati sempre più ai margini del dibattito pubblico, rimpiazzati da un’attenzione tutta nuova ai cosiddetti “migranti di nuova generazione” (<em>xinshengdai nongmingong</em>), quei giovani lavoratori migranti nati negli <strong>anni Ottanta e Novanta</strong>. Lo stesso Comitato centrale del Pcc nel suo documento n.1 del 2010 (il testo che tradizionalmente indirizza la politica di sviluppo rurale per l’anno a venire) sottolineava come fosse necessario “adottare misure specifiche per risolvere i problemi dei lavoratori migranti di nuova generazione”. Curiosamente, questa era la prima volta che tale categoria sociale veniva nominata in un documento ufficiale, una scelta che si sarebbe rivelata profetica alla luce dei successivi avvenimenti che hanno coinvolto giovani migranti nel 2010, dai già citati <a href="http://www.cineresie.info/abbandoni-i-la-foxconn-lascia-shenzhen/" target="_blank">suicidi alla Foxconn</a> allo <a href="http://www.cineresie.info/sciopero-lavoratori-honda/" target="_blank">sciopero dei lavoratori Honda</a> di Foshan.</p>
<p style="text-align: justify;">La retorica ufficiale, prontamente e acriticamente ripresa dai media, ha ritenuto opportuno sottolineare una frattura netta tra i lavoratori migranti di nuova generazione, che ormai sarebbero circa <strong>cento milioni</strong>, e i loro predecessori. In particolare, studi condotti dal sindacato ufficiale avrebbero evidenziato alcuni caratteri peculiari di questa nuova classe di lavoratori, in quanto questi ultimi: a) come obiettivo nel migrare, si proporrebbero non tanto “migliorare la propria esistenza”, quanto “fare esperienza di vita” e “inseguire i propri sogni”; b) non chiederebbero semplicemente il rispetto degli standard lavorativi minimi, quanto un lavoro dignitoso e delle opportunità di sviluppo; c) si vedrebbero come “lavoratori” più che “contadini”; d) non si sentirebbero “ospiti” in città, ma avrebbero il desiderio di una vita stabile nel contesto urbano; e) avrebbero una maggiore consapevolezza dei propri diritti e un atteggiamento più attivo nel perseguirli; f) attribuirebbero maggiore importanza ai bisogni psicologici e sentimentali, a dispetto di quelli materiali. Di fatto, sull’onda degli scioperi della primavera del 2010 una grande enfasi è stata posta sulla questione della crescente <strong>consapevolezza giuridica dei migranti </strong>di nuova generazione, così come sulla loro riluttanza a “mangiare amaro” (<em>chi ku</em>), due aspetti che sono stati presentati come una vera e propria rottura rispetto al passato.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di questa nuova generazione di giovani, i “vecchi” lavoratori sono stati descritti come un caso clinico di <strong>apatia e passività</strong>, quasi si trattasse poco più che di animali da soma pronti a tutto per qualche centinaio di yuan. In realtà studi basati su criteri statistici più accurati hanno messo in discussione l’esistenza di una significativa frattura generazionale tra i lavoratori nati prima e dopo il 1980. In particolare, uno studio di <strong>Zhang Yi</strong>, specialista dell’Accademia delle scienze sociali, condotto sui dati dell’indagine sulla mobilità della popolazione fluttuante in Cina lanciata dall’Ufficio statistico nazionale nel 2010 riesce a sfatare tutta una serie di luoghi comuni.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Affinità e divergenze&#8230;</h2>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo, stando a questo studio, se è indubbiamente vero che i lavoratori migranti di nuova generazione hanno un <strong>livello di educazione</strong> più elevato rispetto ai loro predecessori, dall’altro è difficile trovare dei dati che supportino l’affermazione che i giovani migranti non abbiano la stessa capacità di <strong>sopportare le durezze</strong> sul lavoro dei genitori. Al contrario, un’analisi degli orari di lavoro dimostra come i giovani migranti si trovino a lavorare <strong>orari ben più lunghi</strong> della generazione nata prima degli anni Ottanta. In particolare, i dati dimostrano come per ogni livello educativo i migranti di nuova generazione che lavorano otto ore al giorno siano meno numerosi rispetto ai migranti di vecchia generazione, mentre al contrario siano percentualmente più numerosi nel caso delle giornate lavorative che superano rispettivamente le nove e le undici ore.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, l’idea che i lavoratori di nuova generazione abbiano <strong>aspettative</strong> molto elevate nei confronti del proprio lavoro e siano disposti ad aspettare di trovare un lavoro di loro interesse piuttosto che accettare posizioni faticose e mal pagate – un atteggiamento che in cinese è stato definito <em>ningken daiye </em>– sarebbe difficilmente sostenibile. Zhang Yi analizzando i dati relativi all’occupazione e alla disoccupazione dei lavoratori migranti giunge alla conclusione che in realtà le differenze nella situazione occupazionale delle due generazioni sono assolutamente insignificanti. Non solo, anche dando un’occhiata ai <strong>livelli salariali medi</strong> si scopre che in realtà i lavoratori della vecchia generazione guadagnano di più. Ad esempio, i lavoratori migranti di sesso maschile della vecchia generazione se la passano meglio delle controparti più giovani, guadagnando una media di 2269,03 yuan al mese contro 1977,69 yuan al mese (i salari medi sono sbilanciati a favore della generazione più anziana per ogni livello di istruzione), mentre è vero l’inverso per le lavoratrici migranti, con le giovani al di sotto dei trent’anni che guadagnano una media di 1384,38 yuan contro 1250,01 yuan, un fatto giustificabile con la maggior competitività del mercato del lavoro delle migranti, dove l’età è un elemento determinante.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, Zhang Yi sfata il mito che i migranti vogliano a tutti costi <strong>ottenere uno <em>hukou </em>non rurale</strong>. In sostanza, i lavoratori migranti di vecchia e nuova generazione sono ben lungi dall’essere entusiasti all’idea di cambiare il loro <em>hukou </em>da rurale a urbano. Anche se sembra esserci una correlazione diretta tra il livello di istruzione e la volontà di cambiare la propria registrazione famigliare, di fatto appena il 33,9% dei lavoratori migranti della vecchia generazione con un livello di istruzione di scuola professionale o più elevato si è detto interessato a questo cambiamento, contro il 30,7% della nuova generazione – per coloro con un diploma di scuola superiore le percentuali erano rispettivamente 28,1% e 30,4%, per i diplomati di scuola media 24,9% e 27,3% e per i diplomati di scuola elementare 21,1% e 23,6%. Non solo, quando a questa frazione di persone interessate è stato chiesto se sarebbero ugualmente disponibili a cambiare di status qualora dovessero <strong>restituire il terreno</strong> rurale a loro appaltato (<em>chengbaodi</em>), nel caso dei lavoratori di vecchia generazione di scuola professionale o più elevato il 59,2% ha risposto affermativamente, contro il 50,3% della nuova generazione, cifre che risultano inferiori rispetto a coloro con un’istruzione di livello più basso.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Sfide comuni</h2>
<p style="text-align: justify;">Dati del genere sono ben lungi dall’essere conclusivi, ma se non altro dimostrano quanto poco sappiamo dei migranti della nuova generazione, a dispetto di tanta retorica sul loro <strong>presunto “risveglio”</strong>. Se per molti versi la frattura generazionale tra la vecchia e la nuova generazione rimane tutta da dimostrare, non si possono perdere di vista le <strong>sfide comuni</strong> che i lavoratori migranti di nuova e vecchia generazione si trovano ad affrontare. Storie come quella di Peng Shuiyin ci ricordano come i giovani lavoratori che con le loro <strong>proteste</strong> hanno fatto notizia sui media di tutto il mondo la scorsa estate siano solamente una faccia della medaglia. Di fatto, alle loro spalle esistono altrettanti lavoratori di età più avanzata che necessitano delle stesse tutele e della stessa attenzione. Da questo punto di vista, Peng rappresenta il <strong>disagio di un’intera generazione</strong> che ha sì beneficiato delle riforme, ma ad un prezzo enorme.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, il tragico gesto di Peng ci porta ad una riflessione più ampia sulla questione delle condizioni di lavoro nella “fabbrica del mondo”. Mentre i media di tutto il mondo concentrano la propria attenzione sulla Foxconn, un’azienda indubbiamente criticabile per le sue politiche manageriali e le condizioni di lavoro nei suoi impianti – basta pensare alla recente esplosione nell’impianto di Chengdu e all’altrettanto recente denuncia da parte dei media cinesi dello sfruttamento di stagisti reclutati tramite scuole professionali – bisogna fare attenzione a non perdere di vista i problemi strutturali relativi alle <strong>relazioni industriali</strong> nel contesto cinese. Le autorità cinesi da qualche anno stanno cercando di correggere la rotta, ma si trovano a scontrarsi con difficoltà imponenti su più fronti. Nel frattempo, ci saranno sempre persone come Peng, “danni collaterali” sulla strada verso la ricchezza e lo sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/21953266@N00/3417370721/" target="_blank">hunxue-er</a></p>
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		<title>Kafka nei manicomi cinesi</title>
		<link>http://www.cineresie.info/kafka-nei-manicomi-cinesi/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 11:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi giorni due organizzazioni non governative basate a Shenzhen hanno pubblicato un rapporto sulla situazione degli internamenti psichiatrici in Cina. L’esame di un centinaio di casi accaduti negli ultimi anni sembra portare ad un’unica agghiacciante conclusione: se il sistema non cambia, chiunque può essere portato in manicomio con la forza. Perchè in Cina quello della tutela dei diritti dei malati mentali non è solo un problema medico, ma anche politico e giuridico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><strong><em><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/matti.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2991" title="matti" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/matti.jpg" alt="" width="460" height="293" /></a><br />
</em></strong></h2>
<p style="text-align: justify;">“In questo mese né mia moglie né mio figlio sono mai venuti a trovarmi. Da quando sono entrato in ospedale, il mio cuore ha superato i cento battiti al minuto, la notte devo respirare ossigeno, avverto un senso di oppressione sempre più forte al petto. Nella mia urina c’è sangue. Sento che potrebbe succedere l’imprevedibile. Sono evidenti i contrasti familiari, la crudeltà dei metodi e il fatto che l’ospedale non ha intenzione di fermarsi. Per questo motivo è possibile che accada l’imprevedibile. Se muoio, lascio tutto a mia madre a copertura delle sue spese mediche”.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sono le parole che Zhou Mingde ha scritto il 23 maggio del 2008 nel suo <a href="http://magazine.caing.com/2010-10-16/100188943.html">testamento</a>, vergato nella stanza di un <strong>ospedale psichiatrico di Shanghai</strong> in cui allora era rinchiuso.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo era stato <strong>ricoverato con la forza</strong> poco più di un mese prima, al ritorno dall’ennesimo viaggio a Pechino per <strong>presentare una petizione</strong> al governo centrale. A richiederne l’internamento non erano state le autorità locali, ansiose di liberarsi di un seccatore, ma la sua stessa moglie e il figlio. Ed in quel momento di disperazione erano proprio le persone a lui più care che si ostinavano a rifiutarsi di firmare i documenti che gli avrebbero permesso di uscire, questo senza alcuna perizia medica che ne accertasse la patologia, anzi, a dispetto dei dubbi espressi da più di un dottore che lo aveva visitato nella sua “cella”. Zhou ci avrebbe messo sessantasette giorni per uscire, e sarebbe rimasto in manicomio per sempre se non fosse stato per l’insistenza di un fratello e di un avvocato.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Maltrattamenti in ospedale<em><br />
</em></strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Alcune <a href="http://epaper.nddaily.com/A/html/2009-01/05/content_676921.htm">immagini</a> tratte da una videocamera di sorveglianza posta in un angolo di una stanza dell’<strong>ospedale psichiatrico</strong> di Laiwu, nella provincia dello Shandong. È la metà di dicembre del 2008, una donna è sul pavimento e viene presa a calci da un’infermiera in camice bianco. In un secondo filmato, la stessa donna viene colpita in faccia con il manico di una scopa. Schiaffi e calci che volano senza pietà. Alcuni hanno fatto dei conti: in tutto, nell’arco di cinque giorni la telecamera ha registrato sette schiaffi, dieci calci e quattro colpi con il manico della scopa. Poi, all’alba del quinto giorno, la donna, Wang Xiuying, è morta, ufficialmente per arresto cardio-respiratorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il direttore della struttura, che non sospettava dei maltrattamenti, ha consegnato ai famigliari i filmati che documentavano la degenza della paziente defunta, convinto che questo sarebbe stato sufficiente a fugare i loro dubbi. Non aveva idea che questo avrebbe scatenato una tempesta mediatica su scala internazionale. Tra le altre cose, successivamente si è saputo che tra le tre persone indicate come responsabili delle violenze vi erano due giovani, un ragazzo e una ragazza di ventidue anni, <strong>senza alcuna preparazione</strong> su come trattare persone con problemi di mente. La loro formazione “specialistica” era avvenuta su un paio di opuscoli fotocopiati dati loro dalla direzione dell’ospedale nel momento dell’assunzione. Diciotto pagine in tutto.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Schiavi &#8220;ritardati&#8221; per fare mattoni<em><br />
</em></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fine maggio del 2008. Lo scheletro di un uomo viene ritrovato dalla polizia in una buca scavata nel fango nel cortile di una fornace di mattoni clandestina nel villaggio di <a href="http://www.infzm.com/content/9566">Caoshengcun</a>, provincia dello Shanxi. Nessuno dei suoi compagni di lavoro sa qual era il suo vero nome, lo chiamavano tutti Liu Bao. L’unica certezza è che il ragazzo <strong>aveva seri problemi mentali</strong> e che, come gli altri schiavi, era costretto a produrre mattoni un giorno dopo l’altro, senza un momento di sosta, sotto lo sguardo vigile di aguzzini e cani da guardia. Un giorno il ragazzo si era ribellato, o forse si era semplicemente mostrato troppo lento, e per questo era stato picchiato a morte dai tirapiedi del padrone.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo ore di lenta agonia sul terreno, i suoi compagni avevano ricevuto l’ordine di seppellirlo. Non ci sono certezze, ma sembra che quando la terra aveva iniziato a coprire il suo corpo, egli ancora respirasse. Nessuno aveva avuto pietà di lui. Gli <strong>schiavi “ritardati” </strong>erano l’ultimo anello nella catena alimentare della fornace, umiliati da tutti, non solo dai capi ma anche dai propri compagni di sventura. “Puzzavano in maniera nauseante e quando era ora di mangiare non li lasciavamo avvicinare: li mandavamo via a calci”, ha raccontato nei mesi successivi un giovane schiavo della fornace.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Più di 100 milioni di malati mentali nel 2009<em><br />
</em></strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Queste storie, pur essendo completamente diverse, nell’insieme concorrono nel mettere in luce il problema della tutela dei <strong>diritti dei malati di mente </strong>nella Cina di oggi. Persone con problemi mentali ridotti a merce di scambio, impiegati come schiavi in qualche fornace o miniera; adulti con limitata capacità di comprensione uccisi senza pietà nelle viscere della terra da <a href="http://www.cineresie.info/pozzi-ciechi-miniere/">finti parenti</a> a caccia di risarcimenti; <em>petitioners</em> e personaggi scomodi rinchiusi in manicomi per liberare le autorità da un ricorrente fastidio; vagabondi internati per <strong>ripulire le strade</strong> delle città in occasione di festeggiamenti e celebrazioni; persone completamente sane portate via con la forza su chiamata di parenti che vogliono appropriarsi dei loro averi; malati mentali con patologie gravi trattati come animali da personale che non ha alcuna competenza in campo medico: tutti questi fatti sono avvenuti in Cina negli ultimi anni, spesso ottenendo un’<strong>ampia copertura da parte dei media cinesi</strong> e scatenando reazioni indignate nell’opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Stando ad un <a href="http://news.china.com/zh_cn/domestic/945/20100529/15956791.html">rapporto</a> pubblicato nel gennaio del 2009 dal Centro cinese per il controllo delle malattie (<em>zhongguo jikong zhongxin</em>), in Cina sarebbero <strong>oltre cento milioni </strong>le persone con una qualche patologia mentale. Cinquantasei milioni di queste non avrebbero mai ricevuto alcun trattamento relativo. Secondo lo stesso documento, solamente un malato con gravi problemi mentali su quattro avrebbe ricevuto delle regolari cure. Un problema inevitabile se si considera la struttura orientata al profitto del <strong>sistema sanitario cinese</strong> e la condizione di indigenza in cui spesso si trovano le famiglie delle persone con problemi di mente.</p>
<p style="text-align: justify;">Stando ad un’<a href="http://www.studa.net/Clinical/071004/16224655.html">indagine</a> condotta nel 2004 su 400 malati, il 46,5 % degli intervistati si sarebbe fatto carico autonomamente delle proprie spese mediche, mentre un altro 35% avrebbe dichiarato di avere un reddito estremamente basso o di essere disoccupato, cosa che poneva la famiglia in una situazione di miseria. Un problema evidente, soprattutto se si considera il fatto che i pazienti con problemi mentali in media passano in ospedale un periodo compreso tra uno e tre mesi e che per i periodi superiori ai tre anni la spesa si aggira intorno ai 140.000 yuan, un onere enorme per gran parte delle famiglie cinesi.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Ricoveri politici</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Eppure quella medica è solamente una delle dimensioni del problema. Sullo sfondo esistono anche delle precise dinamiche politico-giuridiche tanto più ovvie se si considerano i frequenti casi in cui <strong>persone completamente sane </strong>sono state internate per ragioni di pura convenienza “politica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, alla fine del 2008 i media cinesi hanno riportato la notizia che sul sito internet dell’Ufficio per le lettere e le visite della città di Xintai nello Shandong era stato pubblicato un <a href="http://www.sunchateau.com/teahouse/ShowPost.asp?ThreadID=153">documento</a> in cui si richiedeva che “gli organi della pubblica sicurezza attaccassero parte dei <em>petitioners </em>in accordo con la legge, mentre un’altra parte la ricoverassero dopo una perizia psichiatrica ordinata per via giudiziaria”. Che questa fosse davvero una pratica diffusa nell’area si è scoperto poche settimane dopo, quando gli <a href="http://www.danwei.org/front_page_of_the_day/the_beijing_newsdecember_8_200.php">stessi media</a> hanno riportato la storia di diversi <em>petitioners </em> della zona, internati in una medesima istituzione psichiatrica.</p>
<p style="text-align: justify;">Curiosamente, in quell’occasione il direttore dell’ospedale incriminato si era difeso di fronte alle domande dei giornalisti dicendo che sebbene fosse consapevole che molti dei <em>petitioners </em>ricoverati non avevano problemi mentali, non poteva farci niente dal momento che erano mandati dalla polizia con una <strong>diagnosi legale</strong>. Inoltre, egli arrivava a lamentarsi del fatto che il governo spesso non pagava i conti per il trattamento medico delle persone che gli mandava in cura. Chiamati in causa, i funzionari locali poi si difendevano dicendo che non era colpa loro, visto che ogni volta che dei <em>petitioners </em>arrivavano a Pechino puntualmente ricevevano una telefonata dall’alto con la richiesta di andarseli a riprendere. Per gli alloggi e i trasporti di due sole persone – raccontavano ai giornalisti – negli ultimi anni erano arrivati a spendere oltre centomila yuan.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Un nuovo rapporto fa il punto della situazione</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">La questione è annosa e pertanto spesso passa sottotono. Per rinfocolare il dibattito sull’argomento, proprio in questi giorni due organizzazioni della società civile basate a Shenzhen – l’Osservatorio sulle malattie mentali e sulla società (<em>Jingshenbing yu Shehui Guancha</em>) e il centro Hengping (<em>Shenzhen Hengping Jigou</em>) – hanno pubblicato un <a href="http://wenku.baidu.com/view/3bb31b2acfc789eb172dc8b1.html">rapporto</a> in cui si prendono in analisi le procedure giuridiche alla base dell’<strong>internamento negli ospedali psichiatrici </strong>in Cina. I risultati sono semplicemente agghiaccianti, con i cento casi raccolti che portano a un’unica conclusione: “se il sistema non cambia, <em>chiunque</em> può essere portato in manicomio con la forza”.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, nel sistema attualmente vigente, una persona può essere internata contro la propria volontà <strong>per iniziativa dei parenti </strong>di sangue e dei coniugi, i quali non devono far altro che dichiarare che la persona in questione soffre di una grave malattia mentale. Dopo l’internamento, il parente che ha richiesto le cure diventa il “rappresentante” dell’internato ed è l’unico dotato dell’autorità necessaria per far rilasciare il “paziente”. Un meccanismo perverso che si rivela particolarmente utile nel caso di dispute economiche in seno ad una stessa famiglia.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Un milionario al manicomio<em><br />
</em></strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Storie del genere sono numerose, eppure quella più familiare presso il pubblico cinese è forse la vicenda che nel 2005 ha coinvolto un milionario cantonese di nome <a href="http://news.163.com/09/0414/14/56S9QEFV00011229.html">He Jinrong</a>, all’epoca proprietario di quattro imprese chimiche. La notte del 20 dicembre del 2005, mentre se ne stava seduto in poltrona a leggere un giornale, la moglie aveva bussato alla sua porta. Ignaro egli aveva aperto e si era trovato di fronte due sconosciuti, i quali lo avevano immobilizzato, legato e caricato su un furgoncino bianco che lo aveva rapidamente portato in un ospedale psichiatrico in città.  Una volta realizzata la situazione, He aveva provato a spiegare ai medici che non aveva nessuna malattia mentale e che si trattava semplicemente di una <strong>vendetta coniugale</strong>, ma non aveva avuto successo ed era finito legato ad un letto nella corsia dei malati di mente con patologie gravi.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie all’aiuto di un infermiere, il giorno successivo era riuscito a telefonare al fratello e alla madre per chiedere aiuto. Immediatamente i suoi famigliari erano corsi sul posto ed avevano avvertito la polizia, ma non c’era stato verso di convincere i medici a rilasciarlo. Nonostante le suppliche della madre ottantenne, alla quale era stato pure richiesto di produrre un attestato di maternità, i dottori esigevano ancora un documento che attestasse l’assenso della moglie, la quale nel frattempo pretendeva che il marito <strong>firmasse un documento</strong> con cui le cedeva il controllo di tutti i suoi beni. Solamente il 20 gennaio, dopo un mese in cui i suoi dipendenti facevano la fila in ospedale per fargli firmare i documenti legati ai suoi affari attraverso le sbarre, He Jinrong è riuscito finalmente ad uscire sotto la tutela del fratello maggiore e della madre. Da allora è cominciato un lungo iter legale per ottenere delle scuse ufficiali e un risarcimento che ora, quattro anni dopo, non si è ancora concluso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Dinamiche kafkiane</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che un milionario, dotato di conoscenze e mezzi, sia potuto finire in un ospedale psichiatrico per un mese senza che nessuno si prendesse la briga di verificare il suo reale stato di salute, è il segnale che in Cina una sorte del genere potrebbe davvero capitare a chiunque, in ogni momento. Esattamente come Josef K nel <em>Processo </em>di Kafka, qualsiasi cittadino cinese potrebbe risvegliarsi una mattina solamente per scoprire di essere finito in un incubo senza vie di fuga, un processo senza testimoni, né prove, né capi d’accusa. Proprio come nel romanzo, questo novello Josef K cinese si troverebbe di fronte alla necessità di <strong>dimostrare la propria innocenza</strong>, nel caso particolare la propria sanità mentale, dinanzi ad una colpevolezza data per certa.</p>
<p style="text-align: justify;">E, parafrasando Kafka, ”non c&#8217;è niente di eroico se anche resiste, se anche mette ora in difficoltà i signori, se tenta di gustare l&#8217;ultimo barlume della sua vita difendendosi”. In fondo, alla fine non rimangono altro che i ricordi di un tradimento, poche immagini sfocate riprese da una videocamera in un angolo della stanza o delle ossa in una fossa fredda e fangosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/96434059@N00/306246751/sizes/z/in/photostream/" target="_blank">sheilaz413</a></p>
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		<title>Liu Zhuiheng, l’eroe bombarolo</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice He</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertine]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[giornali]]></category>

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		<description><![CDATA[Liu Zhuiheng è sospettato di aver fatto saltare in aria lo scorso 30 luglio l'ufficio tributario del distretto di Furong a Changsha, causando 4 morti e 19 feriti. Il settimanale Xin Shiji Zhoukan ricostruisce la sua vita sin dall'infanzia negli anni Cinquanta, raccontando la storia di una follia che continua da almeno trent'anni. L'interrogativo è pesante: dal momento che c'erano tutti i segnali della pericolosità dell'uomo, perchè nessuno è intervenuto? E intanto in rete Liu il bombarolo è diventato un eroe.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/xinnshiji_zhoukan_23082010.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2178" title="xinnshiji_zhoukan_23082010" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/xinnshiji_zhoukan_23082010.jpg" alt="" width="353" height="472" /></a><em><strong> </strong></em></h3>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Xinshiji Zhoukan</strong>, </em><a href="http://magazine.caing.com/2010/cw414/" target="_blank">23.08.2010</a><em> Il bombarolo Liu Zhuiheng<br />
</em></h3>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Sulla copertina dell’<a href="http://magazine.caing.com/2010/cw414/">ultimo numero</a> del Xin Shiji Zhoukan campeggia la foto del “bombarolo” Liu Zhuiheng, sospettato di aver fatto saltare in aria lo scorso 30 luglio l&#8217;ufficio tributario del distretto di Furong a Changsha, causando 4 morti e 19 feriti. Nella didascalia si legge la sostanza della sua storia: “Una personalità distorta e una vita fallimentare sono diventate il palcoscenico di una tragedia sociale – il sospetto per l’esplosione di Changsha ha alle spalle una storia di trent’anni di pazzia”. Dopo l’attentato Liu è riuscito a far perdere le proprie tracce e ora sulla sua testa pende una taglia di centomila yuan.</p>
<p style="text-align: justify;">Liu Zhuiheng è un perfetto rappresentante di quella che alcuni hanno definito la “<strong>generazione perduta</strong>” cinese. Nato nel 1959 a Hengyang, nella provincia dello Hunan, da piccolo dovette patire la fame a causa della carestia causata dal Grande balzo in avanti. La Rivoluzione culturale, scoppiata nel 1966, poi lo privò della possibilità di ricevere una buona educazione tanto che, ancora oggi, dopo trent’anni, le sue lettere ai famigliari sono piene di errori. La morte del padre nel 1969 spezzò la famiglia: i fratelli e le sorelle se ne andarono e lui rimase a vivere con la madre e il nuovo marito di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>follia</strong> tuttavia emerge molto più tardi, nei primi anni Ottanta, quando Liu lavorava come guardia notturna in un ospedale. Una notte del 1981 egli fu aggredito e ferito gravemente da un gruppo di criminali, i quali probabilmente volevano vendicarsi del fatto che un paio di settimane prima uno di loro fosse stato da lui catturato. In quell’occasione Liu scrisse una lettera al direttore dell’ospedale, chiedendo di essere lodato come un eroe, ma la sua richiesta non venne accolta. Da allora iniziò a credere di essere perseguitato da una divinità malevola e il suo equilibrio psichico andò in pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo bersaglio di Liu è stata la sorella, sottoposta a continue minacce di morte per non aver insistito con il direttore dell’ospedale perché il fratello ottenesse il titolo di “eroe”. Nell’agosto del 2005, in una lettera a lei indirizzata Liu esprimeva l’intenzione di “lavare Hengyang o Changsha nel sangue, uccidendo un centinaio di persone”. Lo stesso mese, la sorella si è recata alla polizia con la lettera, chiedendo l’intervento del governo, ma nessuno le ha prestato attenzione. Dal 2005 a oggi, Liu poi ha fatto tutti i preparativi per la sua vendetta nei confronti della società: nel luglio del 2008, dopo che il figlio era entrato all’università, ha prontamente divorziato, lasciando tutti i beni alla moglie e prima della Festa di primavera ha ordinato alla sorella di trasferire la proprietà della casa al figlio. Il 30 luglio 2010 infine l’attentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni i <strong>casi criminali </strong>avvenuti in luoghi pubblici sono cresciuti in maniera esponenziale, basta pensare agli <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=98&amp;ID_articolo=530&amp;ID_sezione=180&amp;sezione=" target="_blank">attacchi contro gli asili</a> che hanno sconvolto la Cina negli ultimi mesi. Molti sono convinti che questo rifletta le tensioni interne alla società cinese, quasi come se si trattasse di un meccanismo di sfogo per una frustrazione latente da parte degli strati più poveri ed emarginati. Eppure, in questo caso l&#8217;interrogativo è ben più pesante: nonostante ci fossero tutti i segnali della pericolosità dell&#8217;uomo, perchè nessuno è intervenuto? Perchè non gli è stata garantita un&#8217;adeguata assistenza?</p>
<p style="text-align: justify;">La storia di questo bombarolo presenta anche un altro interessante risvolto, in quanto essa – esattamente come avvenne nel 2008 con <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yang_Jia" target="_blank">Yang Jia</a>, il killer dei poliziotti di Shanghai – dimostra quanto sia radicato nel popolo cinese l’odio nei confronti del mondo ufficiale, in particolare verso gli organi tributari e di pubblica sicurezza. Molti netizen sono convinti che la ragione per cui Liu ha deciso di compiere l’attentato sia stata l’impossibilità di sopportare le <strong>ingiustizie subite</strong> da parte dell’ufficio delle tasse. In un <a href="http://bbs.money.163.com/bbs/agu/183656419.html" target="_blank">sondaggio in rete</a> sul sito Wangi, il 65,98% dei netizen ha risposto che non avrebbe mai denunciato Liu, neppure per un compenso di centomila yuan.</p>
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		<title>Abbandoni (II): la &#8220;tribù delle formiche&#8221; se ne va da Tangjialing</title>
		<link>http://www.cineresie.info/abbandoni-tribu-formiche-lascia-tangjialing/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 08:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Da anni luogo di residenza di giovani cinesi in ristrettezze economiche, il villaggio di Tangjialing alla periferia di Pechino è sul punto di essere raso al suolo e ricostruito dalle autorità cittadine. Nel frattempo i giovani residenti, le cosiddette "formiche", sono costretti a trasferirsi in zone sempre più periferiche, lì dove il costo della vita è ancora abbordabile. Lo stesso accade regolarmente anche agli altri gruppi sociali emarginati in Cina. La seconda di due storie che parlano di “abbandono”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1900" style="margin: 6px;" title="formiche_tangjialing_3" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_3-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Mentre le imprese se ne vanno dai grandi centri della costa alla ricerca di maggiori margini di profitto per le proprie attività, altri nel loro piccolo sono costretti a trasferirsi molto meno volentieri in periferie sempre più remote, sempre più lontano dai centri urbani che hanno contribuito a costruire con le proprie forze e il proprio sudore.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono <strong>i perdenti dello sviluppo cinese</strong>, gli emarginati, i poveri, coloro che nel loro piccolo costituiscono il motore umano dello sviluppo economico cinese, non solo i migranti che costruiscono i grattacieli delle città, ma anche la &#8220;<a href="http://www.cineresie.info/formiche/">tribù delle formiche</a>&#8220;, quei giovani istruiti che a causa del surplus di manodopera e della scadente qualità dell’istruzione faticano a trovare un’occupazione all’altezza delle loro aspettative e qualifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio le formiche sono i protagonisti della seconda storia che mi ha colpito nelle ultime settimane: lo <strong>sgombero forzato di Tangjialing</strong>.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Tangjialing, da villaggio a città</h2>
<p style="text-align: justify;">Pochi avranno sentito nominare <a href="http://www.flickr.com/photos/wang_zhou/sets/72157623912684589/" target="_blank">Tangjialing</a>, un piccolo villaggio a nordovest di Pechino, distante circa undici chilometri da Zhongguancun, la <strong>silicon valley cinese</strong>. Fino al 2000 era un’ordinaria comunità rurale come tutte le altre, situata in quella cintura di territorio che si colloca a metà strada tra la città e la campagna. Poi nell’ultimo decennio, man mano che i <strong>giovani istruiti </strong>impiegati nei centri nevralgici della capitale (Zhongguancun, Guomao, Jinrongjie, etc.) arrivavano sul posto alla ricerca di sistemazioni economiche, questa realtà ha subito una <strong>metamorfosi radicale</strong>. Ben servita dai trasporti pubblici e prossima al centro dell’industria hi-tech della capitale, Tangjialing era una sistemazione ideale per queste formiche alla ricerca di una base su cui fondare le proprie precarie esistenze.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 2003 i contadini, fiutando l’affare, hanno <strong>smesso di coltivare</strong> i campi e hanno  concentrato energie e risorse sull’ampliamento delle proprie case. Nel giro di pochi mesi palazzi sono sorti praticamente dal nulla, mentre edifici già esistenti hanno iniziato a crescere in altezza, arrivando a volte fino a sette piani. Nonostante i divieti espliciti delle autorità di villaggio e a dispetto delle più elementari norme di sicurezza, questo trend è continuato indisturbato negli anni, al punto che alcuni stimano che nel 2009, all’apice dello sviluppo, gli edifici illegali fossero ben cinque volte quelli legali. Con il <strong>boom edilizio</strong>, non è passato molto tempo prima che le formiche soverchiassero numericamente gli abitanti locali, tanto che un’indagine condotta lo scorso anno ha contato non più di 2.800 residenti locali e oltre 37.000 affittuari esterni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1902" style="margin: 5px;" title="formiche_tangjialing_4" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_4-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Portato all’attenzione dei media da un noto studio etnografico (“<a href="http://www.amazon.cn/mn/detailApp/ref=sr_1_1?_encoding=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1281491213&amp;asin=B002PY75DO&amp;sr=8-1">La tribù delle formiche</a>” di Lian Si, fenomeno editoriale dello scorso anno) e finito nelle mire di immobiliaristi e funzionari della pianificazione urbana, questo villaggio ormai ha i giorni contati. Da settimane le sue <strong>stanze vanno svuotandosi</strong>, mentre quegli squallidi palazzi sorti dal nulla vengono abbattuti uno dopo l’altro per far spazio ad una capitale che si sta espandendo incessantemente in tutte le direzioni. Entro la fine dell’anno tutti gli edifici dovranno essere sgombrati, mentre la scadenza per la conclusione dei lavori di ricostruzione è già stata fissata per gli ultimi mesi del 2012.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Se la città si allarga la formica si trasferisce</h2>
<p style="text-align: justify;">Per invitare quelli che ormai sono diventati inquilini indesiderati ad andarsene, il comitato di villaggio ha scritto una<strong> </strong><a href="http://gongyi.qq.com/a/20100623/000053.htm" target="_blank">lettera aperta</a><strong> </strong>rivolgendosi in terza persona ad un’ipotetica formica: “Forse lei ha abitato a Tangjialing per molti anni anni e sente questo posto come una seconda casa, o forse ha vissuto qui solamente per un semestre o due o tre mesi: gli abitanti del villaggio le saranno comunque grati in eterno per il suo contributo. Di fronte a questo grande ambiente in via di ristrutturazione, in quanto ospite di Tangjialing, la invitiamo a <strong>collaborare attivamente</strong> al lavoro di sgombero, affrettandosi ad andarsene da Tangjialing, a trovare una nuova residenza e ad iniziare una nuova vita. Fuori da Tangjialing il mondo è grande.”</p>
<p style="text-align: justify;">E si tratta di un vero e proprio addio, visto che gli edifici della nuova Tangjialing non saranno più squallidi e cadenti come prima e difficilmente le formiche potranno permettersi gli affitti maggiorati delle nuove sistemazioni. L’<strong>esodo</strong> di questi giovani verso i villaggi dei dintorni è già iniziato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non sono solamente le formiche a doversi spostare in continuazione da un posto all’altro. All’inizio dell’anno lo <em>Xin Shiji Zhoukan</em> pubblicava <a href="http://magazine.caing.com/2010-01-08/100106713.html" target="_blank">un pezzo</a> in cui si descrivevano le difficoltà dei lavoratori migranti nel <strong>trovare alloggio</strong> a Pechino. Stando a quanto veniva riportato, nel 2009 l&#8217;<strong>espansione della capitale</strong> verso est avrebbe coinvolto oltre 168.000 contadini locali e 442.000 lavoratori migranti. Con un salario medio che si aggira intorno ai 1400 yuan al mese, un lavoratore migrante non può neanche lontanamente permettersi di affittare un&#8217;abitazione nel centro della città, neppure nel sotterraneo di un palazzo, e pertanto è costretto a trasferirsi sempre più lontano dal centro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’articolo in questione, Lin Zhiwu, autrice di uno studio sulla situazione degli<strong> alloggi dei migranti di Pechino</strong>, sintetizzava così lo sviluppo urbano della capitale dal punto di vista dei migranti: &#8220;A Pechino, all&#8217;inizio i migranti vivevano in villaggi nel mezzo della città. In seguito alla riorganizzazione e all&#8217;abbattimento di questi villaggi urbani, nonché a causa della crescita dei prezzi, essi si sono spostati nei seminterrati; una volta che non potevano più permettersi neppure di vivere nei seminterrati, si sono spostati nei sotterranei. Ora anche la domanda dei sotterranei è molto elevata, la maggior parte dei migranti può solamente vivere nei villaggi nelle zone dove città e campagna si incontrano. Dal secondo anello ad oltre il terzo anello e ora fondamentalmente tutti stanno <strong>fuori dal quinto anello</strong>. La città sta continuando ad allargarsi ed essi non possono fare altro che trasferirsi sempre più lontano&#8221;. Un lavoratore migrante di Chengde di nome Li Jiatian ironizzava sulla situazione: &#8220;Dove possiamo trasferirci ancora? Ascolti in giro e senti che ad est stanno abbattendo le case, a nord pure, lo stanno facendo dappertutto. A Pechino non stanno anche sistemando il settimo e ottavo anello? Tanto vale che me ne torni <strong>direttamente a casa</strong> a Chengde [a circa trecento chilometri dalla capitale]!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<h2 style="text-align: justify;">La forza centrifuga dello sviluppo cinese</h2>
<p style="text-align: justify;">Che cos’hanno in comune la <strong>delocalizzazione</strong> della Foxconn e lo <strong>sfratto</strong> delle formiche di Tangjialing, la vicenda di una delle più grandi imprese in Cina e i piccoli drammi dei tanti emarginati che vivono nelle periferie delle città? Probabilmente niente. Eppure queste storie, lette nel loro insieme, non possono non stimolare una riflessione sulla direzione in cui si sta muovendo lo sviluppo cinese, uno sviluppo che si allontana sempre di più dai grandi centri urbani della costa, sorretto da una f<strong>orza centrifuga</strong> che spinge manodopera e capitali sempre più lontano da quelle aree che hanno beneficiato maggiormente dalle riforme dell’ultimo trentennio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1903" style="margin: 6px;" title="formiche_tangjialing_2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_2-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le imprese se ne vanno spontaneamente alla ricerca di nuovi lidi in cui <strong>incrementare</strong> i propri profitti, mentre i lavoratori sono obbligati a lasciare, spesso a mani vuote, le città che hanno contribuito a erigere attraverso anni e anni di duro lavoro. Si dirà che questo è parte di un processo naturale di sviluppo economico che sul medio termine si rivelerà benefico per quelle periferie che finora sono rimaste in disparte. Eppure è difficile non provare una certa amarezza nel vedere come gli artefici materiali di questo <strong>boom economico</strong> – i lavoratori cinesi, migranti, <em>xiagang</em> o formiche che siano – vengano ricacciati sempre più <strong>ai margini</strong>, senza godere minimamente del frutto delle proprie fatiche. Ed è triste vedere come le grandi imprese si muovono a loro piacimento sul territorio, abbandonando un luogo non appena i salari (e i diritti) crescono quel tanto da permettere ai lavoratori di condurre una vita dignitosa. Le leggi dell’economia, certo. Le dinamiche della globalizzazione, sicuramente. Ma che squallore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/wang_zhou/" target="_blank">Zhou Wang</a></p>
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		<title>Ye Tan: impossibile opporsi all&#8217;aumento degli affitti</title>
		<link>http://www.cineresie.info/aumento-affitti-cinesi-mercato-immobiliare/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 21:52:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>

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		<description><![CDATA[Le grandi metropoli cinesi sono luoghi di concentrazione di opportunità, risorse, persone.  Ma la speculazione immobiliare e l’aumento degli affitti hanno trasformato i membri degli strati medio bassi della popolazione metropolitana nel popolo dei senza scelta: legati alla città come luogo di “occasioni” eppure sempre più incapaci di viverci in condizioni dignitose. Ye Tan, economista e scrittrice, in questo pezzo apparso sul Nanfang Dushi Bao e ampiamente circolato in rete cerca di focalizzare il problema.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/07/affitti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1529" title="affitti" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/07/affitti.jpg" alt="" width="310" height="403" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le grandi metropoli cinesi sono luoghi di concentrazione di opportunità, risorse, persone.  Ma la speculazione immobiliare e l’aumento degli affititti hanno trasformato i membri degli strati medio bassi della popolazione metropolitana nel <em>popolo dei senza scelta</em>: legati alla città come luogo di “occasioni” eppure sempre più incapaci di viverci in condizioni dignitose. <a href="http://www.hudong.com/wiki/%E5%8F%B6%E6%AA%80">Ye Tan</a> economista e scrittrice, in questo pezzo apparso sul <em><a href="http://nf.nfdaily.cn/nfdsb/content/2010-07/03/content_13429432.htm">Nanfang Dushi Bao</a></em>, sul suo <a href="http://blog.sina.com.cn/s/blog_49818dcb0100kkoq.html?tj=1">blog</a>, e ripostato in moltissimi altri siti cinesi, cerca di mettere a fuoco la questione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><strong>Perché gli affittuari non possono opporsi all’aumento degli affitti?</strong></p>
<p>A osservare dai margini gli ultimi sviluppi del <strong>mercato immobiliare</strong>, l’aspetto più deludente è  <strong>l’aumento degli affitti</strong> che colpisce direttamente le fasce di reddito più basse.</p>
<p>Lo scorso 30 giugno le catene immobiliari hanno reso noti i <strong>dati relativi agli affiti</strong> nella prima metà dell’anno a <strong>Pechino</strong>. Nella prima metà del 2010 l’affitto medio standard in città era di <strong>2792 <em>yuan</em></strong> al mese, con un aumento del 18.5% circa rispetto al semestre precedente.</p>
<p>Anche in altre città di primordine, come Shanghai, Guangzhou, Shenzhen, gli affiti sono aumentati, soprattuto dai mesi di maggio e giugno, quando la percentuale di aumento rispetto al semestre precedente è stata del 20%.</p>
<p>Secondo i calcoli della municipalità di Pechino, attualmente, il peso dell’affitto ammonta a circa 1000 <em>yuan</em> pro capite. Considerando che da gennaio ad aprile le entrate disponibili per gli abitanti erano di circa 10.069 yuan pro capite, circa 2500 yuan al mese, significa che il costo degli affitti pesa per il <strong>40% sul reddito</strong>! Chi vive in affitto, insomma, usa circa la <strong>metà dello stipendio</strong> per pagarsi l’appartamento. E’ un dato scioccante che dimostra come, per le persone comuni, vivere in affitto abbia un <strong>costo esorbitante</strong>.</p>
<p>L’affitto è strettamente collegato con l’occupazione e il reddito. Inoltre, secondo logica, va considerato come parte integrante di una situazione impazzita che circonda <strong>l’economia reale</strong>. Quel che lascia la gente più sorpresa è: come mai gli inquilini di un appartamento non hanno modo di opporsi  all’improvviso innalzamento degli affitti?</p>
<p>La causa principale di questa situazione va rintracciata nell’aumento dell’immissione di moneta nel mercato avvenuto l’anno scorso, unito ai grandi profitti derivanti dalla <strong>vendita di immobili</strong>. A questo si aggiunge una imposta sugli immobili mai effettivamente applicata. I proprietari che hanno investito in immobili, perciò, sono ben forniti di denaro contante e si arricchiscono con gli affitti – attività che consente di evadere le tasse in svariati modi.</p>
<p>Il grande aumento dei prezzi degli affitti, è conseguenza della <strong>distribuzione ineguale della ricchezza</strong> nel Paese. Attualmente, nel settore immobiliare, il 25% delle transazioni avviene attraverso <strong>denaro contante</strong>, senza passaggio per le banche. Ciò significa che moltissimi investitori hanno accumulato ingenti somme di denaro contante e, nei momenti di insicurezza, non ci pensano due volte ad alzare il costo degli affitti.  Altri, nei momenti di crisi del mercato, alzando gli affitti, scaricano sugli affittuari i costi dei loro finanziamenti.<span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p>Se gli affitti aumentano, il rapporto percentuale fra costo delle case e affitti [<em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Real_estate_bubble">price-rent ratio</a></em>, ndr] diminuisce, e se questo valore diminuisce allora gli investimenti nel settore immobiliare diventano più vantaggiosi. Ma dal 2009, in Cina, i costi delle case non hanno fatto che <strong>aumentare,</strong> mentre gli affitti sono rimasti <strong>stagnanti</strong>. E se a livello internazionale il <em>price-rent ratio</em> generalmente accettato come massimo è di 300, nella città chiave della Cina di solito sta sopra il 400, in alcuni casi supera il 600 e talvolta arriva anche a più di 1000. Tuttavia, proprio scaricando i costi della bolla speculativa sugli affettuari, il rapporto prezzo-affitto è considerato calante, ed ecco perché gli investimenti immobiliari rimangono così redditizi nel Paese.</p>
<p>Alcuni <em>netizen</em> hanno calcolato che, in zona <em>Yuhuatai </em>a Nanchino l’affitto più alto per un appartamento di 130 metri quadri ben rinnovato è di 3000 <em>yuan</em> al mese. Ovvero circa 23 <em>yuan</em> al mese per ogni metro quadro, 276 yuan ogni anno. Calcolando un rendimento delle azioni al 5%, il valore di questo capitale sarebbe pari a 276/0,5 = 5520 <em>yuan</em>. […] Continuando a fare i conti, se l’affitto salisse a 3500 <em>yuan</em> al mese, allora l’affitto per metro quadro ogni anno sarebbe di 312 <em>yuan</em> e, se il rendimento delle azioni non cambia, questo appartamento andrebbe acquistato a 6240 <em>yuan</em> al metro quadro… Ora, pensate che trovereste mai una casa così economica da comprare in una città cinese di primo livello in centro?!</p>
<p>L’aumento degli affitti è uno dei fattori che segnalano l’aumento del <strong>costo della vita</strong> nelle grandi città cinesi. Come mai nonostante il costo della vita sia così elevato nelle grandi città, tutti vi affluiscono per viverci? La ragione, inutile dirlo, è che nelle grosse città sono radunate tutte le <strong>risorse</strong> amministrative, sociali ed economiche. E se da una parte il costo della vita è alto, dall’altra  nelle città le <strong>opportunità</strong> sono molte. Ragionando sempre in termini di proporzioni potremmo dire che il “costo” relativo delle opportunità è minore che altrove. <em> </em></p>
<p>Gli abitanti in possesso del certificato di residenza permanente appartenenti ai ceti più poveri, potendo godere delle maggiori garanzie previdenziali che sono state portate nelle metropoli dallo sviluppo economico, non hanno intenzione di abbandonare le grandi città.</p>
<p>Gli <strong>studenti</strong> delle migliori università cinesi preferibilmente si indirizzano verso l’Europa o gli Stati Uniti. Ma il numero enorme di coloro che rimangono nelle città per tentare di iniziare un lavoro, tuttavia non intende rassegnarsi a città di seconda o terza grandezza. Questo non è affatto un problema di comprensione della situazione da parte degli studenti ma si tratta di una scelta ragionevole che nasce da un considerazione attenta delle opportunità e delle risorse.</p>
<p>Gli <strong>investitori</strong> del settore immobiliare che fanno aumentare il costo degli affiti, infine, sono l’espressione di chi gode dei vantaggi offerti da una grande città. Se la Cina non riesce ad abbattere la barriera dei permessi di residenza permanente, se il sistema di garanzie sociali non riesce a uniformarsi in tutto il paese e se le risorse continuano a concentrarsi tutte nei grandi centri, allora la sopravalutazione esagerata nelle grandi città non farà che aumentare colpendo ora gli affittuari ora i pensionati, ecc..</p>
<p>Infine, ed è una questione fondamentale, il nostro Paese manca completamente di <strong>leggi che tutelino gli affittuari</strong>. Paesi come la Germania, il Canada hanno delle ottime tutele legislative per chi vive in affitto. In Germania ad esempio […]</p>
<p>Da noi invece chi vive in affitto, di fronte al progressivo aumento dei costi, o “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Foot_voting">vota con i piedi</a>” [i.e. si spostano altrove, <em>ndt</em>] o resiste e ancora resiste, formando così il <strong>popolo dei senza scelta</strong>.</p></blockquote>
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<p style="text-align: justify;">
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		<title>Formiche</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 13:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo aveva già scritto Goffredo Parise negli anni Sessanta in Cara Cina: &#8220;[I cinesi] lavorano sempre e il vecchio paragone con le formiche è, anche figurativamente, molto esatto. Come accade di contemplare per ore una fila di formiche che si scontra e ogni formica sembra salutare quella che procede in senso inverso, così si contempla la folla cinese nelle strade e pare che si salutino col gesto delle formiche&#8221;. Se quella delle formiche è una rappresentazione ricorrente nell&#8217;immaginario occidentale sulla Cina, la novità è che ora sono i cinesi stessi ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.flickr.com/photos/binux/2495709841/" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-92" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/Formiche.jpg" alt="" width="394" height="263" /></a>Lo aveva già scritto Goffredo Parise negli anni Sessanta in <em>Cara Cina</em>: &#8220;[I cinesi] lavorano sempre e il vecchio paragone con le formiche è, anche figurativamente, molto esatto. Come accade di contemplare per ore una fila di formiche che si scontra e ogni formica sembra salutare quella che procede in senso inverso, così si contempla la folla cinese nelle strade e pare che si salutino col gesto delle formiche&#8221;. Se quella delle formiche è una rappresentazione ricorrente nell&#8217;immaginario occidentale sulla Cina, la novità è che ora sono i cinesi stessi a servirsi di quest&#8217;analogia in riferimento a se stessi, o meglio, in riferimento ad alcune particolari frange sociali che recentemente sono finite sotto i riflettori.</p>
<p style="text-align: justify">Giusto per fare un esempio, la scorsa settimana il <a href="http://www.tianya.cn/publicforum/content/no06/1/136469.shtml" target="_blank">post di punta</a> del forum <em>Tianya</em>, uno dei portali cinesi più seguiti, era intitolato proprio &#8220;2009: onore al popolo delle formiche&#8221;. L&#8217;autore definiva le &#8220;formiche&#8221; non solo come &#8220;il popolo degli alloggi umili, sopraffatto dalla pressione della casa&#8221;, ma anche, in un senso più generale, come &#8220;l&#8217;immensa folla di coloro che nel grande divario tra ricchi e poveri non hanno diritto di parola, coloro che costituiscono l&#8217;ultimo anello della catena alimentare, coloro che sono ignorati dalla società&#8221;. Nello specifico, in questo post sono citati due gruppi sociali: i lavoratori migranti provenienti dalle campagne, discriminati sul lavoro e nella vita a causa della loro origine, e gli sfollati che non ricevono un equo risarcimento per l&#8217;abbattimento delle loro case. Secondo l&#8217;autore, il 2009 dovrebbe essere l&#8217;anno del tributo alle formiche, in quanto esse &#8220;continuano silenziosamente a dare il proprio contributo nei propri posti di lavoro ordinari,  possono lavorare fino allo sfinimento per la propria famiglia e possono anche trovare nuovi modi per contribuire allo sviluppo delle città&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Sono ormai un paio di mesi che questo nuovo termine gira sul web e sui media cinesi. Tutto è iniziato nel settembre di quest&#8217;anno, con l&#8217;uscita di <em>Yizu </em>(letteralmente &#8220;Il popolo delle formiche&#8221;), un volume che in poco tempo è diventato un caso letterario. Curato da Lian Si, un giovane accademico di Pechino, questo libro racconta la vita dei laureati cinesi nei sobborghi urbani, in quei villaggi-formicaio (<em>jujucun</em>) dove gli affitti sono talmente bassi da essere abbordabili anche per chi ha un lavoro modesto o è semplicemente temporeggia in attesa di trovare un&#8217;occupazione. Nel primo capitolo del volume, Lian Si spiega l&#8217;origine dell&#8217;idea alla base di quest&#8217;indagine. Nell&#8217;estate del 2007, dopo aver letto in una nota rivista cinese un articolo intitolato &#8220;La gioventù va verso il basso&#8221;, un pezzo in cui si raccontava la vita di un laureato residente in una zona periferica di Pechino chiamata Tangjialing, egli aveva deciso di recarsi sul posto per condurre alcune ricerche. È stato allora che ha scoperto che a Tangjialing su quaranta-cinquantamila abitanti, solo due o tremila erano persone del posto, mentre per il resto per la maggior parte erano neolaureati di età compresa tra i ventidue e i ventinove anni che vivevano con salari intorno ai mille yuan al mese (circa cento euro), pagando circa trecento yuan per un posto letto, mangiando due pasti al giorno e facendo oltre due ore di autobus ogni mattina per andare al lavoro.</p>
<p style="text-align: justify">Non c&#8217;è dubbio che le &#8220;formiche&#8221; siano l&#8217;ennesimo gruppo svantaggiato (in cinese vengono chiamati <em>ruoshi qunti</em>, &#8220;gruppi deboli&#8221;) emerso nella Cina delle riforme, l&#8217;ultimo in ordine temporale dopo i contadini, i lavoratori migranti e i lavoratori licenziati dalle imprese di Stato negli anni Novanta, i cosiddetti <em>xiagang</em>. Come ho già avuto modo di scrivere in <a href="http://appunticinesi.blog.unita.it//Avere_una_laurea_e_non_trovare_lavoro_468.shtml" target="_blank">questo blog</a> qualche mese fa, in Cina avere una laurea non è più sinonimo di una vita stabile e un buon lavoro, anzi. Da quando, alla fine degli anni Novanta, le autorità cinesi hanno deciso di allargare l&#8217;accesso all&#8217;istruzione universitaria come strumento per stimolare i consumi interni, il numero dei laureati è aumentato a dismisura, a fronte di un mercato del lavoro largamente impreparato. Le cifre sono impressionanti, basta prendere in considerazione il fatto che nel 1998 l&#8217;arruolamento universitario era di appena 1.080.000 studenti, mentre quest&#8217;anno le università cinesi sforneranno la cifra record di 6.300.000 neolaureati. Se da un lato questo può essere letto come un elemento a sostegno della tesi che il governo cinese sta investendo moltissimo nell&#8217;istruzione e nei giovani, dall&#8217;altro si tratta di un fenomeno estremamente preoccupante, che rischia di portare il neonato mercato del lavoro cinese al collasso, con un impatto drammatico sulla vita dei giovani cinesi e delle loro famiglie.</p>
<p style="text-align: justify">Il popolo delle formiche vive, lavora e soffre in silenzio. Raramente si abbandona a gesti eclatanti. La vita di questi ragazzi scorre monotona e allo stesso tempo piena di preoccupazioni, tra un lavoro e il successivo. Eppure in questi giorni in Cina è proprio la tragedia di una formica ad occupare le <a href="http://www.infzm.com/content/38837" target="_blank">prime pagine</a> dei giornali. Il mattino del 26 novembre Yang Yuanyuan, una studentessa di trent&#8217;anni iscritta alla laurea specialistica in diritto marittimo presso un&#8217;università di secondaria importanza di Shanghai, si è suicidata nel bagno del suo dormitorio, impiccandosi con un asciugamano al rubinetto del lavandino. Questo ha portato alla luce una storia drammatica di povertà e speranze spezzate.</p>
<p style="text-align: justify">Laureatasi in economia nel 2002, sin da subito la ragazza si era trovata a dover provvedere per il fratello, anch&#8217;egli studente universitario, e per la madre, senzatetto dal 2001, quando la fabbrica che le garantiva un piccolo salario e un alloggio era stata chiusa. Dopo aver tentato senza successo l&#8217;esame di ammissione alla laurea specialistica per ben tre volte ed aver sperimentato la vita della formica per cinque anni &#8211; aveva lavorato per brevi periodi come insegnante privata, venditrice ambulante al mercato delle pulci, assicuratrice e tutta una serie di altri lavori part-time &#8211; nel 2007 Yang era finalmente riuscita ad appagare il suo sogno di proseguire gli studi a Shanghai. Con il fratello impegnato in un dottorato presso l&#8217;Università di Pechino, il problema da risolvere era, ancora una volta, quello della sistemazione della madre. Inizialmente la ragazza aveva cercato di ottenere l&#8217;autorizzazione dei responsabili dell&#8217;università per far sì che quest&#8217;ultima vivesse con lei nel suo alloggio, ma si era scontrata con un atteggiamento di chiusura e disprezzo. Negli ultimi giorni, dopo essere stata buttata fuori a male parole da un amministratore del dormitorio, l&#8217;anziana donna si era ridotta a dormire sui gradini di un edificio nel campus, prima di affittare un posto in un palazzo ancora in costruzione. Yang Yuanyuan non aveva retto più e pertanto aveva deciso di farla finita. Il giorno dopo avrebbe dovuto recitare la parte di Giulietta in una recita scolastica.</p>
<p style="text-align: justify">Yang Yuanyuan non è la prima né sarà l&#8217;ultima vittima di un sistema sociale che scarica sulle spalle dei giovani le aspettative di intere famiglie, di una concezione utilitaristica del rapporto di parentela che, pur non essendo esclusiva cinese, in Cina è portata all&#8217;estremo. Eppure non è tutto qui. In fondo, la storia di questa ragazza non parla d&#8217;altro che di promesse tradite, del miraggio di un futuro radioso da realizzare attraverso l&#8217;università. Yang Yuanyuan, come le altre formiche, viveva una vita di frustrazioni, il suo sogno di &#8220;servirsi del diritto per aiutare i poveri&#8221; oppure, più semplicemente, di avere una vita stabile e tranquilla, era sempre più lontano dal realizzarsi. Anni di studio e di impegno sembravano essere andati persi. I media cinesi hanno raccontato come recentemente Yang Yuanyuan avesse rifiutato per ben due volte un posto di lavoro come impiegata statale in qualche piccolo comune di campagna. Dopotutto, il sogno di Pechino e di Shanghai, instillatole dalla madre sin da quando era bambina, rimaneva troppo forte per rinunciarvi. Come tutte le altre formiche, non riusciva ad abbandonare l&#8217;illusione che un giorno il suo futuro sarebbe stato in una grande città.</p>
<p style="text-align: justify">Un giornalista del <em>Phoenix Weekly</em> ha interrogato Lian Si, l&#8217;autore de &#8220;Il popolo delle formiche&#8221;, sull&#8217;atteggiamento di questi giovani laureati nei confronti del proprio futuro. La risposta è stata che le formiche mantengono l&#8217;ottimismo dei giovani e continuano a credere che il proprio futuro non sia solamente un sogno, confortati dalle poche storie di altre formiche che hanno avuto successo, racconti di persone assunte in grosse imprese straniere che spesso assumono le sfumature della leggenda. A Yang Yuanyuan ad un certo punto queste storie non sono più bastate e ha deciso di smettere di lottare. Dov&#8217;è la notizia? In fondo, era solo una semplice formica.</p>
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