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	<title>Cineresie.info &#187; film</title>
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		<title>I novant’anni del Partito // Cinque ragioni per (non) vedere un cinepolpettone rivoluzionario</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 07:28:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>
		<category><![CDATA[propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’ultimo periodo sulla stampa internazionale sono apparsi diversi articoli su “La mastodontica impresa di fondare un Partito” (jiandang weiye), il colossal cinematografico celebrativo del novantesimo anniversario della fondazione del Partito uscito qualche giorno fa. Se la maggior parte dei commenti apparsi sui media sono irrisori, vi proponiamo cinque motivi per cui questo film merita di essere visto, seguiti da altri cinque motivi per cui invece è meglio lasciar perdere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/jiandangweiye.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4024" title="jiandangweiye" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/jiandangweiye.jpg" alt="" width="549" height="395" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane sulla stampa internazionale sono apparsi diversi articoli su “<strong>La mastodontica impresa di fondare un Partito</strong>” (<em>jiandang weiye</em>), il colossal cinematografico celebrativo del novantesimo anniversario della fondazione del Partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Se molti giornalisti stranieri hanno deciso di non scriverne considerandolo poco più che una ripetizione di “La grande impresa di fondare uno Stato” (<em>jianguo daye</em>) del 2009, coloro che ne hanno scritto hanno usato <strong>toni per lo più irrisori</strong>, sottolineando l’ingenuità o la disperazione di una <strong>propaganda</strong> che è tornata a servirsi di patinati “<strong>polpettoni patriottici</strong>” per riattizzare l’interesse della popolazione per la storia di un Partito comunista che nell’immaginario collettivo è sempre meno rivoluzionario e sempre più smorto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni poi hanno ridicolizzato il <strong>puritanesimo dei censori</strong> che hanno deciso di escludere dal cast Tang Wei, invisa per essere stata a suo tempo protagonista di un film con alcune scene piuttosto spinte; altri hanno banalmente ricollegato l’opera cinematografica alla rinascita del “maoismo” a Chongqing e nel resto della Cina. Anche in Cina il film ha suscitato non poche perplessità. I miei stessi conoscenti cinesi, molti dei quali giornalisti, quando chiedevo loro se avessero intenzione di andarlo a vedere, facevano facce sdegnate o divertite.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarò forse l’unico, ma personalmente non vedevo l’ora che uscisse “La mastodontica impresa di fondare un Partito”. Sarà perché in passato uno dei miei principali interessi era la storia del movimento dei lavoratori cinesi negli anni Venti, sarà perché la propaganda con un <strong>sapore vintage</strong> mi ha sempre affascinato, fatto sta che la mattina seguente all’uscita nelle sale mi sono precipitato al cinema, dove in una sala semivuota ho potuto assistere tra i primi al grande evento. Mi è piaciuto. Quasi per razionalizzare questa mia insana passione, qui di seguito propongo una serie di ragioni per cui questo film a mio avviso merita di essere visto, seguite da cinque ragioni per cui alcuni potrebbero voler lasciar perdere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<h2 style="text-align: justify;">Cinque ragioni per vedere “La mastodontica impresa di fondare un Partito”</h2>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">a) <strong><em>E’ un film di propaganda!</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se siete affascinati dai film di propaganda e, più in generale, dalla costruzione dell’immaginario collettivo legato al Partito in Cina, questo film fa assolutamente per voi. Ci sono alcune scene che rientrano nella migliore tradizione del genere, come ad esempio un’<strong>epica battaglia</strong> in cui un giovane <strong>Zhu De</strong> guida una carica di cavalleria contro le truppe di Wu Peifu e, disarcionato da un esplosione e armato solo di un fucile, riesce a sbaragliare l’esercito avversario praticamente da solo. Oppure la scena in cui <strong>Li Dazhao</strong>, in piedi su un risciò in movimento, tiene un discorso rivoluzionario tra due ali di studenti acclamanti, (come avranno fatto a sentirlo tra le urla della folla senza altoparlante rimane un mistero). O ancora quando i partecipanti al primo congresso intonano tutti insieme la versione cinese dell’Internazionale e, a differenza del film del 2009, questa volta non erano ubriachi. Tutto questo rende “La mastodontica impresa di fondare un Partito” un gran bel film di propaganda, <strong>kitsch ed esagerato</strong> al punto giusto.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">b) <em><strong>Evoca sentimenti rivoluzionari.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi crederete, ma “La mastodontica impresa di fondare un Partito” probabilmente è <strong>uno dei film più sovversivi</strong> che ho mai visto proiettati in un cinema cinese. Non per niente in rete molti netizen si chiedono: “Ma come? Nel periodo dei signori della guerra era possibile organizzare manifestazioni di protesta? Com’è che allora gli studenti potevano pubblicare i proprio giornali?” Effettivamente, la parte del film dedicata al movimento patriottico del quattro maggio 1919, con gli studenti che affollano la piazza di fronte alla Porta della pace celeste, non può non richiamare a quello che sarebbe successo in quello stesso luogo esattamente settant’anni dopo, tra gli studenti vestiti di bianco, gli slogan patriottici e gli striscioni di contestazione nei confronti del governo. Mancavano solamente i <strong>carri armati</strong>!<em> </em>Non posso esserne sicuro, ma credo che l’analogia non sia sfuggita neppure a molti spettatori cinesi. Senza contare la parte sul movimento dei lavoratori: nell’ascoltare un giovane rivoluzionario (non ricordo quale) che arringa i lavoratori e grida “<strong>Lunga vita ai lavoratori!</strong>”, come non pensare alla recente ondata di scioperi?</p>
<p style="text-align: justify;">c) <em><strong>Ci sono un sacco di personaggi secondari interessanti.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Sarà perché sono appassionato di storia cinese dei primi anni Venti, ma il film mi sembra affascinante per il fatto di aver recuperato moltissimi <strong>personaggi secondari</strong> di quell’epoca, alcuni dei quali sconosciuti persino al pubblico cinese. Penso ad esempio a <a href="http://www.cineresie.info/i-novantanni-del-partito-zhang-guotao-un-racconto-eretico-della-nascita-del-partito/" target="_blank">Zhang Guotao</a>, il leader studentesco e fondatore del Partito di cui ho già scritto qui su Cineresie, e a Deng Zhongxia, uno dei primi leader sindacali; a Yuan Shikai, l’aspirante imperatore che ha preso il potere nel 1912 dopo il crollo dell’impero, e al signore della guerra Wu Peifu. Suscita invece una certa ilarità vedere un Chiang Kaishek sicario che cerca di uccidere il suo obiettivo con un improbabile<strong> travestimento da suora</strong>. Interessante pure la ricostruzione dei <strong>dibattiti ideologici</strong> tra gli esponenti della “nuova cultura”, Hu Shi in primis, e coloro che invece sostenevano un ritorno alle radici confuciane dell’impero.</p>
<p style="text-align: justify;">d) <strong><em>Non è un film Mao-centrico.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fortunatamente, <strong>Mao appare poco</strong> in questo film, come d’altra parte è giusto che sia, visto il ruolo limitato da lui giocato negli eventi che hanno portato alla fondazione del Partito.</p>
<p style="text-align: justify;">e) <strong><em>Ci sono un sacco di star!</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo punto non significa molto per me, ma probabilmente ci sarà qualcuno che sarà interessato a vedere alcune delle più <strong>grandi star</strong> del cinema cinese odierno recitare insieme in un unico film. Si va da Andy Lau a Zhou Xun, da Chou Yun-fat a Zhao Benshan, eccetera eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<h2 style="text-align: justify;">Cinque ragioni per non vedere “La mastodontica impresa di fondare un Partito”</h2>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>a) <strong>E’ un film di propaganda.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Immagino che ci siano persone che non sopportino la visione del <strong>kitsch</strong>, del <strong>trash</strong> e della<strong> retorica </strong>che costituiscono buona parte di un film di propaganda. Se siete questo tipo di persone, meglio che non andiate a vedere questo film.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>b) <strong>Tagliate la testa all’attrice che interpreta Yang Kaihui!</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Li Qin, che nel film interpreta la giovane Yang Kaihui (la prima moglie di Mao), interpreta il proprio personaggio in una maniera talmente <strong>sdolcinata </strong>da far accapponare la pelle a chiunque. I suoi <strong>risolini</strong>, gli <strong>sguardi languidi</strong>, i continui epiteti “<strong>fratellone Mao</strong>” (<em>Mao gege</em>) fanno sì che lo spettatore che conosce un minimo di storia speri che la scena della morte di Yang arrivi al più presto. Purtroppo questa scena non c’è, visto che gli eventi narrati si fermano al 1921 e Yang muore nel 1930.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c) <strong>Non contiene riferimenti all’attualità.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei punti di forza del precedente “La grande impresa di fondare uno Stato” erano i riferimenti non troppo velati all’attualità, dai rapporti con Taiwan alla questione delle relazioni con i partiti democratici. Il nuovo film appare immune a qualsiasi lettura in chiave attuale. Sempre ammesso che non si voglia interpretarlo nella già citata <strong>chiave rivoluzionario-sovversiva</strong>, cosa che però chiaramente non era nelle intenzioni degli autori.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>d) <strong>E’ difficile da seguire se non si conosce la storia degli anni Venti.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Se non si conoscono le linee generali della storia di quel periodo, è difficile districarsi tra i personaggi e gli eventi.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>e) <strong>Non conosco le star cinesi e non me ne importa niente.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Se, come me, non avete familiarità con i nomi e i volti delle star cinesi, non sarà la fine del mondo, ma è pur sempre una ragione in meno per vedere questo film (o, a seconda dei punti di vista, una ragione in più per non vederlo).<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Addio Jiabiangou: un&#8217;intervista con Yang Xianhui</title>
		<link>http://www.cineresie.info/addio-jiabiangou-unintervista-con-yang-xianhui/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 01:06:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Voci]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>

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		<description><![CDATA[Jiabiangou, una località sperduta ai confini del deserto del Gobi, un inferno dove alla fine degli anni '50 migliaia di prigionieri politici morirono di stenti. Cinque decadi dopo, le vicende delle persone che hanno vissuto e sofferto laggiù stanno riaffiorando. All'ultima Mostra del cinema di Venezia è stato presentato "Le fossé", un film di Wang Bing basato sulle testimonianze di alcuni superstiti, ma questa è solamente l’ultima iniziativa. Prima sono arrivati alcuni libri. Un’intervista con Yang Xianhui...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/The-Ditch1.jpg"><img class="size-full wp-image-2614  aligncenter" title="The-Ditch" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/The-Ditch1.jpg" alt="" width="436" height="274" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/The-Ditch1.jpg"></a>Jiabiangou</strong>. Un nome che a molti non dirà nulla, una località sperduta nella provincia del Gansu, non lontano dalla desolazione polverosa del <strong>deserto del Gobi</strong>. Eppure alla fine degli anni Cinquanta in quest’angolo dimenticato della Cina sono state decise le sorti di migliaia di persone, quasi tutti “elementi di destra”, condannati per aver osato esprimere le proprie critiche al Partito durante quella falsa primavera che è stata il “<a href="http://www.tuttocina.it/tuttocina/storia/centofio.htm" target="_blank">Movimento dei cento fiori</a>”, dopo che il presidente Mao con somma ipocrisia aveva invitato la popolazione a esprimere liberamente le proprie opinioni per costruire insieme la nuova Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la vera <strong>tragedia di Jiabiangou</strong> non è stata il “semplice” lavoro forzato, la massacrante guerra dell’uomo contro una natura ostile, i turni di lavoro interminabili, l’aver costretto persone deboli ed anziane a farsi carico di lavori al di sopra delle loro forze e capacità. No, Jiabiangou non è stato solo questo. In quel luogo sperduto migliaia di persone sono state lasciate <strong>morire di fame</strong> durante la colossale carestia causata dalla follia collettiva del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Grande_balzo_in_avanti" target="_blank">Grande balzo in avanti</a>. In fondo, quando anche tra gli abitanti delle città e i contadini il cibo scarseggiava, chi poteva aver interesse a nutrire quella che allora era considerata la feccia della società?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/gaobie.jpg"><img class="size-medium wp-image-2611 alignright" style="margin: 6px;" title="gaobie" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/gaobie-211x300.jpg" alt="" width="161" height="229" /></a>Da allora sono passati oltre cinquant’anni. Ora che di quelle che un tempo erano persone rimangono solamente delle ossa sparse in anonime sepolture, le flebili voci dei dannati di Jiabiangou sono tornate a levarsi dalla polvere, in un soffio che inaspettatamente è arrivato anche all’estero. Negli ultimi anni più d’una persona si è messa sulla strada alla ricerca dei sopravvissuti di Jiabiangou, ora ultrasettantenni. In Italia, un primo risultato di questo sforzo documentaristico si è visto durante l’ultima <strong>Mostra del cinema di Venezia</strong>, quando è stato presentato al pubblico “<a href="http://www.cinefile.biz/?p=20948" target="_blank">Le fossé</a>&#8220;, un film di <strong>Wang Bing</strong> basato sulle testimonianze di alcuni anziani superstiti. Il cinema però è l’ultimo ad arrivare. Negli ultimi anni sono stati diversi gli autori che hanno cercato di risanare questa ferita aperta nella memoria attraverso la scrittura. Primo fra tutti è stato forse Yang Xianhui, autore di un volume di racconti intitolato “<strong>Addio Jiabiangou</strong>” (<em>Gaobie Jiabiangou</em>, tradotto in inglese con un discutibile <a href="http://www.amazon.com/Woman-Shanghai-Tales-Survival-Chinese/dp/0307377687" target="_blank">Woman from Shanghai</a>). L’ho intervistato nella sua abitazione di Tianjin.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ha sentito parlare di Jiabiangou per la prima volta?</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La prima volta che ho sentito questo nome è stato negli anni Sessanta, dal direttore della fattoria in cui lavoravo allora. Egli mi ha raccontato quanti elementi di destra erano morti laggiù, quanti altri erano scappati e mi ha descritto la situazione di coloro che da Shanghai erano stati mandati nel campo. Io ho ribattuto che in giro si diceva che molti elementi di destra fossero stati rieducati a Hexi, ma lui ha risposto che queste persone per la maggior parte erano state mandate a Jiabiangou. Ha proseguito dicendo che tutte le persone laggiù erano morte e il campo alla fine era stato chiuso. Anche nella nostra fattoria c’erano alcuni elementi di destra: nel 1965, otto anni dopo la campagna politica che aveva portato alla loro condanna, stavano ancora scontando la loro condanna. Anche se grazie a loro tutti noi eravamo a conoscenza dei lavori forzati nelle fattorie, ho saputo della storia della morte di tutti gli elementi di destra di Jiabiangou solamente dal direttore della fattoria.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando le è venuta l’idea di scrivere questo libro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando frequentavo la scuola media, amavo leggere e anche dopo aver iniziato a lavorare nella fattoria ho continuato ad esercitarmi nella scrittura. Ho scritto il mio primo racconto nel 1979, un racconto della vita nella fattoria – in quel luogo ho passato ben sedici anni, dal 1965 al 1981, anno in cui sono stato mandato a lavorare in una fabbrica di tabacco di Bohai. Dal momento in cui ho sentito parlare di Jiabiangou per la prima volta, ho sempre pensato che in futuro ne avrei scritto, ma quest’idea ha preso corpo solamente negli anni Novanta. Negli anni Ottanta le riforme e l’apertura erano ancora in una fase iniziale e la società in fondo non era cambiata per niente rispetto al passato, quindi i tempi non erano maturi. Quando ho avvertito che la società stava diventando più tollerante allora ho deciso di cominciare a scrivere e nel 1997 ho iniziato la mia ricerca.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è riuscito a rintracciare i sopravvissuti di Jiabiangou?</strong><strong> </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando lavoravo nella fattoria sono entrato in contatto con alcune persone che erano a conoscenza di quanto era accaduto a Jiabiangou. Partendo dalle informazioni ottenute da loro, sono andato a cercare i sopravvissuti uno a uno e una volta trovato il primo è stato relativamente semplice rintracciare gli altri.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le storie che ha raccolto, quale l’ha colpito di più?</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tutte le persone che ho incontrato sono state uno shock, non saprei dire quali storie mi abbiano commosso o colpito di più.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual era il suo obiettivo nello scrivere questo libro?</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quel periodo storico è stato molto importante per la vita politica cinese. Dopo aver preso il potere, il Partito comunista voleva sopprimere le voci critiche e quindi ha lanciato la campagna contro gli elementi di destra. Fu colpita quella che era l’elite della Cina di allora, coloro che erano in grado di rappresentare la voce del popolo. È stato solamente grazie alla campagna contro gli elementi di destra che poi si sono potute avere le comuni popolari, il Grande balzo in avanti e persino la Rivoluzione culturale. Se ho deciso di raccontare questo periodo storico non è solo per far sì che la gente rifletta su questi problemi, ma anche perché la gente si opponga a questo tipo di campagne, onde evitare che il nostro popolo debba subire ancora una volta un dolore del genere. Non possiamo assolutamente permettere che la nostra società si incammini nuovamente su quella strada. Dobbiamo trarre delle lezioni dalla nostra storia: proprio per questo ho scritto questo libro.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esistono ancora realtà come Jiabiangou nella Cina di oggi? </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Oggi non esiste una simile repressione nei confronti del mondo intellettuale e culturale. Anche i <em>laogai </em>di oggi sono molto differenti rispetto al passato. Se oggi ti azzardi a dire cose non gradite alle autorità, il governo al massimo può fare in modo che tu non abbia un palcoscenico da cui parlare. Ad esempio noi oggi siamo seduti qui a discutere: abbiamo forse paura che qualcuno faccia rapporto al governo? Nessuno verrà qui ad arrestarci. In questo la società ha fatto grandi passi avanti.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che accoglienza hanno avuto i suoi racconti sui media cinesi?</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’uscita del libro, nessuna rivista l’ha recensito, a parte il <em>Nanfang Renwu Zhoukan</em>. Solamente quando è uscito “L’orfanatrofio di Dingxi” (<em>Dingxi gu’eryuan</em>), il mio libro sugli orfani del Grande balzo in avanti, i giornali hanno iniziato a parlare del mio lavoro.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Immagino che lei abbia letto “Arcipelago Gulag”.</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’ho letto nel 1991 o 1992. Quando l’ho finito, ho avvertito una specie di shock. Mi sono chiesto: perché in Cina non si possono scrivere cose del genere? Questa è stata un’altra ragione per cui ho deciso di scrivere di Jiabiangou. All’inizio avevo intenzione di raccontare la realtà di Jiabiangou come un romanzo, ma dopo aver letto “Arcipelago Gulag” ho deciso di servirmi di una forma maggiormente documentaristica. Dovevo riuscire a rendere al meglio la situazione reale, non potevo permettermi di romanzare. Tuttavia, quando ho finito il lavoro di ricerca e stavo iniziando a scrivere il libro, mi sono reso conto che non potevo servirmi della forma del reportage (<em>baogao wenxue</em>), perché in quel caso il materiale non sarebbe mai uscito. Per questa ragione alla fine ho deciso di “mascherare” un po’ la storia, trasformandola in una serie di racconti.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solzhentsyn alla fine è stato espulso dal suo paese.</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non sono poi tanto preoccupato di fare la stessa fine, ma non sono neppure tranquillo e proprio per questo alla fine ho deciso di ricorrere alla forma del racconto. Solzhenitsyn è stato mandato in esilio per via del suo romanzo, a me che cosa può succedere? In realtà, penso che alla fine degli anni Novanta il clima si sia relativamente disteso. Non capita più che la gente finisca in un <em>laogai </em>o in esilio a causa di qualcosa che ha scritto. I miei racconti sono usciti prima su rivista. Nei media ci sono almeno tre fasi di controllo: prima il contenuto viene valutato da un redattore, il quale fa rapporto ad un ufficio di redazione, il quale poi a sua volta fa rapporto ad un caporedattore. È sufficiente che loro abbiano controllato il materiale e lo abbiano approvato per evitare di essere arrestato per aver scritto qualcosa non conforme alle esigenze politiche del paese. Quando ho cominciato a scrivere questi racconti mi sono detto: “Se riesco a pubblicarli bene, altrimenti li terrò nel cassetto”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora che il suo libro è uscito anche in inglese, lo sa che all’estero probabilmente molti la vedranno come un dissidente?</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Io non sono un dissidente, né ho intenzione di diventarlo. Finora ho condotto la mia attività letteraria all’interno dei limiti consentiti dal governo, non sono mai entrato nei circoli dei dissidenti, né ho mai preso parte in quelle che lo Stato ritiene siano organizzazioni illegali. Mi sono semplicemente limitato a documentare una fase della storia della Cina, raccontando alcune cose che le persone non sanno. Non ho ancora rappresentato un rischio per le autorità, mi sono semplicemente limitato ad esprimere alcune critiche. In fondo, io non sono nient’altro che una persona media: da un lato sono disgustato da alcune cose fatte dal governo, ma dall’altro non faccio dichiarazioni. Non ho un coraggio così grande. La società cinese non permette la dissidenza politica, quindi da questo punto di vista bisogna fare molta attenzione. Ad esempio la “Carta ‘08” di Liu Xiaobo era una cosa non permessa. Quando scrivo, mantengo sempre il principio di mandare tutti i miei scritti a riviste e case editrici regolari: se mi permettono di pubblicare allora pubblico, altrimenti metto tutto nel cassetto. Non ho mai pubblicato nulla su internet, neppure una singola frase.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa pensa della società civile nella Cina di oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A livello popolare si discute ininterrottamente di alcuni problemi. Allo stesso tempo, anche alcuni giornali e riviste dibattono senza sosta questi stessi problemi. Tuttavia questo non cambia il contesto generale. Il nostro governo non cambierà solamente a causa dell’opinione pubblica. Se non cerchi di sfidarlo dal punto di vista ideologico, esso ti permette di dire qualche parola, ma se i tuoi discorsi diventano pungenti basta che il governo apra la bocca e tu non avrai più il coraggio neppure di fiatare. Questa è la cosiddetta forza della società civile oggi.</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>World of Warcraft, il virtuale incontra il reale</title>
		<link>http://www.cineresie.info/world-warcraft-virtuale-reale/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 09:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<description><![CDATA[Giovani internauti cinesi realizzano un film contro la censura sul web. In breve tempo diventa un caso nazionale. Il film, intitolato War of Internet Addiction è stato recentemente premiato al Tudou Video Festival a Pechino. L’hanno realizzato, praticamente a costo zero, un gruppo di cento giovani patiti della saga di World of Warcraft, gioco on line diffusissimo in Cina. Proprio nei numeri e nella tipologia sociale dei produttori-fruitori, per lo più ventenni, si nasconde l’efficacia contestatrice del prodotto. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/wow.jpg"><img class="size-full wp-image-524 aligncenter" title="wow" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/wow.jpg" alt="" width="512" height="288" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #808080;">foto di <a title="internet addiction" href="http://cybershack.com/img/2008/News/november/intenet_addiction512x288.jpg" target="_blank">cybershack</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/wow.jpg"></a>“O voi tutti giocatori di <strong><em>World of Warcraft</em></strong>, levate in alto le braccia, ora serve il vostro aiuto!”. Un grido di ribellione esce dalla bocca dell’eroe Kan Ni Mei e si sparge per la rete cinese come un virus, nella scena finale di <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=cCgwV8RDklg">War of internet addiciton</a></em>, il film cinese che <strong>in rete</strong>, nonostante le censure, ha rubato la scena al colossal su Confucio. 64 minuti di video realizzati interamente con il software di gioco su cui si basa <em>World of Warcraft</em> (WoW), il <strong>videogioco</strong> fantasy tridimensionale che conta 11 milioni di giocatori nel mondo, metà dei quali in Cina. L’hanno realizzato, praticamente a costo zero, un gruppo di cento giovani patiti di giochi on line, guidati dal regista che risponde al nome di fantasia Xinggan Baomi (trad. Sexy Granturco). La diffusione in rete è stata fulminea e si stima che sia stato visto e scaricato già da circa dieci milioni di persone. Ed è proprio nei numeri e nella tipologia sociale dei produttori-fruitori, per lo più ventenni, che si nasconde l’efficacia contestatrice del prodotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli stessi giorni in cui molti commentatori occidentali esultavano per le intenzioni ribelli di Google China, la stragrande maggioranza dei teenagers cinesi poltriva, ignara, in un qualunque internet bar alle prese con una nuova missione <em>World of Warcraft</em>, probabilmente dannandosi per le mille <strong>difficoltà tecniche</strong> subentrate negli ultimi tempi. Perché, come si racconta con ironia nel film, il gioco americano sviluppato dalla <em>Blizzard</em> ha avuto <a href="http://www.businessinsider.com/new-world-of-warcraft-banned-in-china-2009-3">non pochi ostacoli in Cina</a>, specie nell’ultimo anno. Molti giovani cinesi hanno seguito con apprensione lo scontro fra la società cinese distributrice del gioco e gli enti governativi preposti a concedere i <strong>permessi</strong>. Molti altri si sono visti costretti a “emigrare” su server stranieri per riuscire ad accedere ai livelli successivi della saga e godersi il gioco in un “mondo virtuale più libero” come si legge in molti forum. La  rabbia dei giocatori, presenze silenziose e invisibili nelle città, monta ormai da anni. Da quando il gioco è divenuto celebre nella Repubblica Popolare, molti genitori disperati hanno denunciato la <strong>dipendenza</strong> dei loro figli dalla tastiera e dalla rete. E così i giovani giocatori si sono sentiti prima etichettare in massa come dei drogati del gioco, e poi si sono visti spedire nei sempre più numerosi <strong>campi di rieducazione</strong> per malati da internet. Poi è arrivato lo scandalo delle case di cura in cui veniva <a href="http://www.wired.it/news/archivio/2009-07/16/cina-vietato-l%27-electroshock-per-curare-presunti-casi-di-dipendenza-dal-web.aspx">praticato l’elettroshock</a> a scopo terapeutico (vietato nel 2009) e infine le notizie di adolescenti ammazzati di botte che hanno sconvolto molte famiglie cinesi. Ora finalmente alcuni di loro, cresciuti e diventati fratelli e amici proprio grazie al gioco, hanno deciso di farsi sentire. “Difendiamo questo <strong>mondo virtuale </strong>che è la casa delle nostre anime!”, si sente nell’amaro epilogo del film che contiene anche un appello rivolto alla moltitudine dei più pigri e rassegnati: “si sono presi youtube, twitter, fanfou e non avete fatto niente, perché non vi riguardava, ma adesso sono venuti per prendersi anche <em>WoW</em>, facciamo giungere la nostra voce <strong>attraverso la rete</strong>!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film ha colpito molti, anche fra i non appassionati. Ne ha parlato persino il <a href="http://media.people.com.cn/GB/40606/10851211.html">Quotidiano del Popolo</a> – organo di stampa del partito – nel suo sito web. Southern Weekly, il giornale riformista più letto nel Paese, ha dedicato ai giovani autori del film un lungo <a href="http://caracina.wordpress.com/2010/02/09/generazione-80-sono-arrivati/">editoriale</a> intitolato “Generazione ’80, sono arrivati!”. Anche Michael Anti, celebre blogger già censurato da Microsoft nel 2005, dal suo twitter ha commentato “non sono mai stato un patito di giochi on line, ma questo film mi ha commosso profondamente”. D’altra parte come ha commentato il regista stesso in un’intervista: “Se questo film colpisce anche chi non gioca è perché i problemi della rete cinese si assomigliano un po’ in ogni ambito”. La lotta per una <strong>rete più libera</strong> non conosce pause e come è già successo in passato la <strong>mobilitazione</strong> può passare dal virtuale al reale in breve tempo. A Pechino i censori sono avvertiti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">pubblicato su Giornalettismo.com</span></p>
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		<title>Pozzi ciechi</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 20:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.flickr.com/photos/26073312@N08/3404795767/" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-86" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/blind-shaft.jpg" alt="" width="327" height="445" /></a>&#8220;Pozzo cieco&#8221; (<em>mang jing</em>) è il titolo di uno dei film cinesi più belli degli ultimi anni, uno dei tanti capolavori del cinema orientale che purtroppo non sono mai arrivati al pubblico italiano. I protagonisti di questa sconvolgente storia, opera prima di Li Yang, sono due semplici lavoratori migranti, persone allo sbando che farebbero qualunque cosa pur di guadagnare qualche soldo. Sullo sfondo dell&#8217;industria mineraria della Cina settentrionale &#8211; gran parte del film è stata girata a settecento metri di profondità al confine tra Shanxi e Hebei &#8211; essi si aggirano tra i disperati appena arrivati dalla campagna alla ricerca di un lavoro, tra i mercati della manodopera improvvisati ai bordi delle strade, di fronte alle vetrine dei bordelli. Quando trovano qualche giovane sufficientemente solo e sperduto, si fanno avanti con la loro storia: raccontano di avere conoscenze in qualche miniera dove c&#8217;è lavoro da fare e, fingendo buon cuore, convincono lo sprovveduto a fingere di essere un loro parente per poter essere assunto. Solamente una volta nelle profondità della terra essi rivelano la loro vera natura, uccidendo i &#8220;parenti&#8221; in finti incidenti e richiedendo sostanziosi risarcimenti ai padroni delle miniere.</p>
<p style="text-align: justify;">Storie simili sembrano assurde, eppure nella Cina di oggi a volte capitano davvero. Proprio in questi giorni sui media cinesi si sta discutendo di quanto avvenuto a Daye, una remota contea della provincia dello Hubei. Stando a quanto riferito dal <a href="http://www.cqwb.com.cn/webnews/htm/2009/12/27/355175.shtml">Chongqing Wanbao</a>, lo scorso 21 novembre un uomo di nome Wu Guji aveva presentato un proprio compaesano di nome &#8220;Huang Suoge&#8221; per un lavoro in miniera ma, trascorsi appena due giorni, quest&#8217;ultimo era misteriosamente morto nelle profondità del pozzo. Qualche giorno dopo, tre persone erano arrivate nella miniera presentandosi come parenti del defunto e, dopo lunghe trattative, avevano raggiunto un accordo con il management della miniera per un risarcimento di duecentomila yuan (l&#8217;equivalente di circa ventimila euro). La dinamica dell&#8217;incidente tuttavia non aveva convinto la polizia locale e apposite indagini erano state avviate nella contea di Leibo nella provincia del Sichuan, il luogo d&#8217;origine delle persone coinvolte. Così si era scoperto che &#8220;Huang Suoge&#8221; effettivamente era una persona reale, ma era morto suicida più di due anni prima.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa storia ha scoperchiato un vaso di Pandora. I poliziotti di Daye inviati a Leibo infatti hanno scoperto dai propri omologhi locali che a partire dal 2007 le autorità di ben nove provincie erano arrivate sul posto per condurre indagini su almeno diciassette casi analoghi. A quanto pare, contadini provenienti da una contea dei dintorni avevano scoperto per primi l&#8217;efficacia di questo inganno sperimentandolo di persona in una miniera della provincia del Fujian e una volta rientrati nei loro villaggi natali ne avevano parlato con i compaesani. La voce era arrivata fino a Leibo, un&#8217;area di montagna povera ed arretrata, e alcuni avevano deciso di imitare i vicini per arricchirsi. Il punto in comune delle vittime, si è scoperto, stava nel fatto che in tutti i casi si trattava di disabili con problemi mentali, incapaci persino di ricordare il proprio nome, per non parlare del proprio luogo d&#8217;origine. Questi ultimi venivano &#8220;allevati&#8221; in appositi capanni, sfruttati all&#8217;occorrenza per i lavori più pesanti e umili, rivenduti per pochi spiccioli proprio come degli animali. I locali li chiamavano <em>wazi</em>, un termine traducibile come &#8220;infanti&#8221;. Adescare con il cibo i ritardati dei dintorni e poi rivenderli come schiavi era diventata una vera e propria professione per alcuni abitanti del posto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ha ricordato all&#8217;opinione pubblica cinese <a href="http://news.sina.com.cn/c/sd/2009-07-22/092818272706.shtml">un caso</a> successo qualche mese fa a Jieshou, nella provincia dello Anhui. Allora trentadue persone con problemi mentali erano state salvate da due fornaci di mattoni clandestine dove erano tenute in schiavitù. Come avevo già avuto occasione di scrivere in un <a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/05/due-anni-dopo-la-stessa-storia.html">altro post</a>, questi schiavi di età compresa tra i venticinque e i quarantacinque anni vivevano rinchiusi in un cortile, sorvegliati a vista da guardiani che non esitavano a ricorrere alla violenza per costringerli a lavorare oltre dieci ore al giorno, senza alcun salario che non fosse quella decina di yuan che di tanto in tanto veniva loro concessa per le spese personali. Niente di nuovo rispetto a quanto emerso nel celebre scandalo delle fornaci di mattoni clandestine della provincia dello Shanxi, scoppiato nell&#8217;estate 2007. Allora nell&#8217;arco di pochi mesi si era scoperto che la schiavitù dei disabili era un fenomeno endemico nelle campagne dello Shanxi, e si era lanciata una grande <a href="http://live.people.com.cn/note.php?id=555070810141900_ctdzb_009">indagine ufficiale</a> che aveva portato al salvataggio di 359 schiavi. Centoventuno di questi erano persone con problemi mentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Storie del genere scatenano l&#8217;indignazione dell&#8217;opinione pubblica cinese. Un <a href="http://epaper.bjnews.com.cn/html/2009-12/28/content_48687.htm?div=-1">commento</a> pubblicato sul Xinjingbao di ieri titolava &#8220;Il degrado collettivo dell&#8217;uccisione dei disabili per i finti incidenti in miniera&#8221;. L&#8217;autore così analizzava la situazione: &#8220;Non possiamo semplicemente condannare la malvagità della natura umana. È ovvio come il sistema dovrebbe fungere da strumento per limitare la cattiveria dell&#8217;uomo, ma se coloro che dovrebbero garantire l&#8217;applicazione di questo sistema abbandonano la pubblica supervisione, questo equivale ad un ammiccamento verso i sediziosi, è come dire che perpetrare il male non comporta il pagamento di alcun costo troppo elevato. Il degrado alle spalle dell&#8217;uccisione dei disabili nei finti incidenti in miniera sta proprio in questo: stiamo pagando un prezzo per questo, nella morale, nella vita, nei diritti. Siamo disposti a continuare a sopportarlo?&#8221;. Come ha commentato <span style="text-decoration: underline;">un <a href="http://blog.tianya.cn/blogger/post_show.asp?idWriter=0&amp;Key=0&amp;BlogID=1746774&amp;PostID=21141615">blogger</a></span> su Tianya: &#8220;Le persone non devono solamente chiedersi: chi sono quei disabili che sono stati colpiti? Dopo che questi sono scomparsi, perché tra i loro parenti e tra i loro vicini nessuno si è chiesto che fine avessero fatto? Non è possibile evitare la tragica ammissione che forse essi non sono morti in incidenti di miniera fasulli, ma che sono deceduti a causa di un destino deciso molto prima dall&#8217;abbandono da parte della società&#8221;. Una società che, nonostante gli enormi passi avanti degli ultimi anni, rimane largamente insensibile ai bisogni dei più deboli, a quei &#8220;pozzi ciechi&#8221; che rimangono una condizione dello spirito ancora prima che luoghi fisici.</p>
<p style="text-align: justify;">
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