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	<title>Cineresie.info &#187; incidenti di massa</title>
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		<title>Cosa ci insegna Wukan? Un editoriale dal Quotidiano del Popolo</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane abbiamo seguito con attenzione l'evolversi della situazione a Wukan, il villaggio teatro di una ribellione contro i funzionari locali, protagonisti dell’ennesimo caso di abusi nella gestione di terreni collettivi. Ora che la situazione sta tornando alla normalità, è interessante osservare il discorso ufficiale sull’argomento. Dopo un lungo silenzio, sul Quotidiano del Popolo di ieri finalmente ha fatto capolino il nome del villaggio ribelle. Ma in quali termini? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: right;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/wukan.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5015" title="wukan" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/wukan.jpg" alt="" width="510" height="340" /></a></h4>
<h4 style="text-align: right;"><span style="color: #888888;">photo credits: associated press</span></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane abbiamo tutti seguito con attenzione l&#8217;evolversi della situazione a <strong>Wukan</strong>, il villaggio della provincia del Guangdong teatro di una ribellione contro i funzionari locali, protagonisti dell’ennesimo caso di <strong>cessione di terreni collettivi</strong> a costruttori senza fornire adeguata compensazione ai contadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scontri hanno raggiunto il culmine dopo la morte in carcere di uno dei leader della protesta, un macellaio locale di nome Xue Jinbo. Il fatto che ad oggi il suo corpo non sia ancora stato riconsegnato ai familiari non ha fatto altro che <strong>incendiare gli animi</strong> degli abitanti, barricati nel villaggio. I resoconti dei molti giornalisti internazionali, una volta tanto presenti sul posto, forniscono un quadro esauriente dell’evoluzione della situazione (su tutti si vedano i reportage del <a href="http://www.telegraph.co.uk/search/?queryText=wukan&amp;Search=">Telegraph </a>e del <a href="http://blogs.wsj.com/chinarealtime/tag/wukan/">Wall Street Journal</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni, dopo lunghe settimane di assedio, la situazione sembra evolversi verso la normalità. Come spesso accade in questi casi la <strong>successione degli eventi</strong> ha seguito una prassi abbastanza consolidata nel caso degli <a href="http://www.cineresie.info/contraddizioni-in-seno-al-popolo/">incidenti di massa</a> (ogni anno in Cina ci sono almeno <strong>centomila proteste</strong> così classificate).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le barricate, la soppressione della notizia sui media tradizionali e il filtro dei contenuti sulla rete, è arrivato l&#8217;<strong>intervento risolutore</strong> delle autorità, in questo caso provinciali, che hanno provveduto a sospendere i funzionari locali – messi sotto inchiesta in <a href="http://cin.sagepub.com/cgi/content/abstract/22/1/7">regime extra giudiziario</a> (<em>shuanggui</em>) – e a negoziare con i manifestanti, promettendo loro un&#8217;equa compensazione e la liberazione dei loro leader ancora detenuti. Le mele marce verranno punite, l&#8217;armonia sociale sarà salva e il Partito ancora una volta avrà mantenuto intatta la propria legittimità <strong>ergendosi a paladino</strong> della gente comune. Poi in un secondo momento, quando i riflettori dei media internazionali si saranno spenti, i leader locali vedranno di <strong>regolare i conti</strong>, in modo da non dare un’immagine di eccessiva debolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo che tanto è stato scritto su Wukan e sulla vera o presunta portata rivoluzionaria di questo evento, è interessante osservare le ultime evoluzioni del discorso ufficiale sull’argomento, finora puntualmente descritto dal <a href="cmp.hku.hk">China Media Project</a>. Dopo un lungo silenzio, a pagina nove del Quotidiano del Popolo di ieri, in una colonna non troppo appariscente, ha finalmente fatto capolino il nome del villaggio rivoltoso.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli interessi legittimi degli abitanti di Wukan</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://theory.people.com.cn/GB/16678229.html">L&#8217;editoriale</a>, firmato da Zhang Tie, si intitola “Che cosa c&#8217;insegna la risoluzione della situazione a Wukan” e nel sommario enuncia un leitmotiv che verrà ripetuto per tutto l&#8217;articolo, ovvero che “la chiave per la soluzione dei problemi sta nel tenere in considerazione gli interessi legittimi delle masse”. Insomma, come al solito secondo la  <strong>narrazione ufficiale</strong> la responsabilità è tutta delle autorità locali e per fortuna che salendo di grado nelle gerarchie del Partito (e passando al livello Provinciale del Guangdong) si trovano persone che sanno come si governa la società. Dopo i preamboli iniziali infatti leggiamo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Osservando l&#8217;incidente di Wukan ci rendiamo conto che le richieste degli abitanti del villaggio coincidevano proprio con la soluzione del problema. Gli appelli che gli abitanti locali portavano avanti sin da settembre originavano dall’insoddisfazione nei confronti del modo in cui i quadri locali avevano gestito la terra, da questioni economiche e dal ricambio dei leader arrivati alla fine del mandato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se solo gli interessi legittimi e le rimostranze della cittadinanza venissero ascoltate per tempo, se si giudicasse con imparzialità risolvendo prontamente le questioni senza procrastinare, allora non succederebbe che da piccole cose i problemi si ingrandiscano e si sommino l&#8217;uno all&#8217;altro, fino ad esplodere in conflitti sociali. Nel caso di Wukan ciò avrebbe portato i fatti a svilupparsi in una maniera differente. La situazione intricata che oggi si è determinata sta venendo risolta da un gruppo di lavoro provinciale che ha riconosciuto che “le richieste fondamentali della popolazione sono legittime”. Questo dimostra chiaramente che, nell&#8217;affrontare certi conflitti particolari, la chiave per la soluzione dei problemi sta nel considerare gli interessi delle masse.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;osservazione prima di proseguire nella lettura. L&#8217;<strong>interesse legittimo</strong> di cui si parla nel testo (<em>liyi</em>) rientra nel diritto soggettivo di ogni cittadino nei confronti della pubblica amministrazione. Gli abitanti di Wukan possono e devono reclamare il loro interesse privato nei confronti di un bene collettivo (la terra) su cui si fonda il loro sostentamento e per il quale hanno diritto ad un’equa compensazione nel caso in cui essa venga destinata ad altri usi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante i responsabili degli abusi siano quasi sempre <strong>funzionari</strong> locali del Partito, il garante di questi interessi legittimi è proprio il Partito stesso, una situazione che dà origine ad un cortocircuito istituzionale per moltio versi tipico di un contesto autoritario. Ciononostante, il Partito continua a fondare la propria legittimità su questo ruolo di <strong>garante degli interessi legittimi</strong> dei cittadini e della giustizia sociale e gioca sapientemente sulle divisioni tra i vari livelli della gerarchia per <strong>scaricare la responsabilità</strong> alla base e promuovere l’immagine delle alte sfere. Nel pezzo il concetto di <em>liyi</em> viene ripetuto per ben 26 volte!</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Cina odierna si trova ad affrontare un periodo di trasformazione sociale che inevitabilmente comporta dei conflitti, la moltiplicazione degli interessi, la diversificazione dei reclami, l&#8217;emergere di conflitti d’interesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che è accaduto è particolarmente rappresentativo e preoccupante proprio perché coinvolge la provincia del Guangdong, un’area all&#8217;avanguardia nel processo di riforme ed apertura, che ha saputo imporsi per la sua crescita economica, per la sua elevata apertura, per la rapidità delle trasformazioni sociali […]</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esplosione del conflitto legato alla terra è avvenuta a Wukan in un modo che raramente s&#8217;è visto in altre parti della Cina ed ha messo in evidenza un contrasto fra interessi personali legittimi e interessi della comunità, fra interessi e benefici di breve e di lungo periodo. Questo mostra come un conflitto apparentemente imponderabile avesse alle spalle le caratteristiche dell&#8217;inevitabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ci sia dietro una partita a scacchi fatta di interessi legittimi non deve spaventare. È proprio grazie a questo gioco di interessi legittimi che è possibile bilanciare meglio e armonizzare le dinamiche interne alla società.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio che le masse non possono avere reazioni estreme non appena sentono di dover fare delle rimostranze, finendo così per infrangere la legge. Di fronte a richieste ragionevoli è possibile dare una risposta che sia conforme alle leggi. I governi locali d&#8217;altra parte non possono trasformare quelle che sono normali rivendicazioni in contrapposizioni radicali reagendo attraverso divieti e pressioni sulla popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;incidente di Wukan, il primo errore commesso dal governo locale è stato quello di non confrontarsi immediatamente faccia a faccia con le richieste ragionevoli degli abitanti del villaggio, lasciando così che queste degenerassero in una contrapposizione radicale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo di lavoro provinciale, con la più grande determinazione, la più grande sincerità e il più grande impegno ha dimostrato responsabilità e fermezza nel dare una risposta ai ragionevoli appelli della popolazione e ha creato le condizioni per una soluzione dei problemi, la stabilità e l&#8217;armonia nell&#8217;area.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa capacità di correggere un atteggiamento inizialmente sbagliato è l&#8217;espressione di un&#8217;aspirazione del nostro Partito, che vuol adottare un unico principio per gestire il tutto (<em>yiyi guanzhi</em>): responsabilità nei confronti degli interessi legittimi delle masse, ovvero responsabilità verso la causa del Partito stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti incidenti di massa di questi ultimi anni nella maggior parte dei casi hanno avuto origine in situazioni in cui gli interessi legittimi delle masse non venivano soddisfatti. Questo ci mostra che quando siamo di fronte a una rivendicazione dei propri interessi legittimi da parte delle masse, anche in situazioni conflittuali, i governi locali devono avere un&#8217;elevata consapevolezza della situazione generale.</p>
<p style="text-align: justify;">[...]</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, che la <em>governance</em> sociale sia buona o meno non si valuta dall&#8217;insorgenza dei conflitti, ma dalla capacità di risolverli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel principio fondamentale del governo della legge (<em>fazhi</em>) come si attua una distribuzione equa degli interessi legittimi? Come si fa in modo che gli interessi legittimi si esprimano senza impedimenti? Come si garantisce la difesa di tali interessi?</p>
<p style="text-align: justify;">Se si risponde bene a queste domande, i conflitti verranno risolti come l&#8217;acqua che in un canale scorre verso una via d&#8217;uscita e non si scontra in prossimità di sbarramenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lenin usava dire che l&#8217;indole di ogni uomo è mossa dall&#8217;interesse personale. Il cambiamento di situazione a Wukan ci insegna che per diminuire la conflittualità sociale è necessario dare maggiore importanza alla <em>governance </em>sociale e risolvere la questione degli interessi legittimi delle masse.</p>
<p style="text-align: justify;">Zhang Tie</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Leggi l&#8217;articolo in cinese:</span> <a href="http://theory.people.com.cn/GB/16678229.html" target="_blank">乌坎转机提示我们什么</a></p>
<p style="text-align: justify;">
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Movimenti ambientalisti: uno sguardo incrociato fra Cina e Occidente</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 02:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa dell’ambiente. Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di questi movimenti in Cina e in Occidente. Questi due scenari rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Un post scritto con Marco Tonino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I <strong>conflitti ambientali locali</strong> sono un fenomeno comune in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa della salute, dell’ambiente e, a volte, addirittura della stessa democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di movimenti locali in campo ambientale <strong>in Occidente e in Cina</strong>. Si tratta di due scenari che rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco da difendere, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Uno sguardo comparato è necessario per meglio comprendere le dinamiche in gioco e azzardare alcune ipotesi su quello che sarà <strong style="text-align: justify;">il futuro</strong> della Cina se si manterrà sul presente corso di sviluppo</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4959" title="China-Pollution-Problem" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg" alt="" width="521" height="694" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Ambientalismo &#8220;giovane&#8221; sul versante cinese</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>NIMBY</strong>. “<em>Not In My Backyard</em>”, non nel mio cortile. Questo acronimo, noto in Italia grazie a decenni di lotte contro opere che lo Stato ritiene di interesse pubblico ma che i cittadini osteggiano per timore di possibili <strong>ricadute su ambiente e salute</strong>, da qualche mese è un termine di uso corrente anche in Cina. Questo da quando, lo scorso 14 agosto, i <a href="http://globalvoicesonline.org/2011/08/14/china-large-nimby-protest-erupts-in-dalian/">cittadini di Dalian</a>, un centro urbano nel nordest del Paese, sono scesi in piazza a migliaia per chiedere la <strong>rilocazione di un impianto chimico</strong> per la produzione di parasilene, strappando alle autorità locali la promessa che la loro richiesta sarebbe stata esaudita. La mobilitazione era nata sulla scia dell’allarme scattato la settimana precedente a causa del cedimento di una diga protettiva della fabbrica durante un tifone e la voce si era poi diffusa a macchia d’olio attraverso il web e i cellulari.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto ampliamente pubblicizzato sui media internazionali, il caso di Dalian non è certo il primo esempio di protesta NIMBY in Cina. Già quattro anni prima, nel giugno del 2007, i <a href="http://www.zonaeuropa.com/20070601_1.htm">cittadini di Xiamen</a> si erano mobilitati a migliaia contro il progetto di aprire un altro impianto per la produzione del parasilene non lontano da una zona residenziale. La fabbrica in questione, che aveva ottenuto il supporto dei vertici dello Stato e aveva già attratto quasi 11 miliardi di yuan di investimenti, avrebbe arricchito enormemente le casse cittadine, tanto che si calcolava che il nuovo impianto avrebbe portato al prodotto interno lordo cittadino oltre 80 miliardi di yuan, un quarto del totale di allora. Anche in quel caso però <strong>migliaia di persone</strong> si erano date appuntamento nel centro cittadino per “fare una passeggiata” e protestare pacificamente contro il piano del governo locale. Non appena i cittadini erano scesi in piazza, il <strong>web si era mobilitato</strong> per coprire la protesta e i media nazionali avevano seguito a ruota, spingendo le autorità di Xiamen a fare un clamoroso passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando ancora più in là nel tempo, molti specialisti sono concordi nell’indicare come prima grande mobilitazione ambientale in Cina il caso della resistenza contro la costruzione di una serie di <a href="http://books.google.it/books?id=mdlSyAHSHrQC&amp;lpg=PA152&amp;ots=jzVo8RuVAo&amp;dq=nujiang%20protest&amp;hl=it&amp;pg=PA143#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">dighe sul fiume Nujiang</a>, nella provincia dello Yunnan, tra il 2003 e il 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo evento, che giustamente viene descritto come un punto di svolta per la società civile cinese, sia per il ruolo giocato in quell’occasione dalle ONG ambientali, sia per la (temporanea) capitolazione delle autorità centrali, tuttavia non è rappresentativo di quella che è la tendenza generale nelle proteste ambientali in Cina. Mobilitazioni per la preservazione dell’ambiente naturale, del paesaggio o dell’identità culturale, rimangono eventi molto rari. Anche casi di proteste NIMBY come quelle di Xiamen e Dalian – ma si potrebbero citare anche la lotta dei <a href="http://www.zonaeuropa.com/20091123_1.htm">cittadini di Panyu</a> contro l’apertura di un inceneritore nel 2009 o la resistenza dei <a href="http://www.reuters.com/article/2008/01/12/us-china-maglev-protest-idUSPEK32757920080112">cittadini di Shanghai</a> contro l’espansione del Maglev nel 2008 – per quanto significativi, <strong>rimangono un’eccezione</strong> più che la regola.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, al giorno d’oggi le mobilitazioni ambientali dei cittadini cinesi si configurano come lotte “a posteriori” per la salute o, addirittura, per la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha riconosciuto nel febbraio del 2009 <a href="http://www.hnhbjn.com/newsshow.asp?id=2214">Chen Xiwen</a>, un importante funzionario del governo centrale, “il problema dell’inquinamento ambientale è ormai diventato una delle cause principali che portano allo scoppio di incidenti di massa tra i contadini”. Timothy Hildebrandt e Jennifer Turner in <a href="http://books.google.it/books?hl=it&amp;lr=&amp;id=SDaEslFSP4oC&amp;oi=fnd&amp;pg=PA89&amp;dq=Timothy+Hildebrandt+green+activism&amp;ots=B-Dq2LqSLp&amp;sig=DWLpKdwfhEdxaH6X2SL0sQsRxwI#v=onepage&amp;q=Timothy%20Hildebrandt%20green%20activism&amp;f=false">uno studio</a> pubblicato nel 2009 hanno riportato alcuni indicatori particolarmente significativi: stando a dati diffusi dall&#8217;Amministrazione statale per la protezione dell&#8217;ambiente  (oggi Ministero della protezione ambientale), nel 2005 nell’intero paese avrebbero avuto luogo oltre <strong>51.000 proteste</strong> dovute all’inquinamento, molte delle quali dovute alle crescenti perdite economiche da parte di contadini impossibilitati a vendere i propri raccolti “tossici”; nel 2007, inoltre, il Ministero della salute avrebbe riportato che tra il 2005 e il 2007 il numero di coloro che hanno contratto il cancro a causa dell’inquinamento sarebbe cresciuto del 19% nelle aree urbane e del 23% in quelle rurali. Di fatto, <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">indagini ufficiali</a> condotte di recente su 7.555 progetti chimici di grandi dimensioni hanno dimostrato come ancora oggi l’81% degli impianti chimici si trovino in aree fluviali, zone densamente popolate e altri <strong>luoghi “sensibili” dal punto di vista ambientale</strong>, mentre il 45% sarebbero addirittura considerati “fonte di elevato rischio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è dunque da stupirsi se nell’aprile del 2009, <a href="http://bbs.ccvic.com/thread-120-1-1.html">uno speciale</a> sui cosiddetti “villaggi del cancro” (<em>aizhengcun</em>), pubblicato dalla rivista <em>Fenghuang Zhoukan</em>, riportava <a href="http://wx.house365.com/bbs/showthread.php?threadid=58338">una mappa</a> della Cina con ben 110 villaggi finiti nel mirino dei media cinesi nel decennio precedente a causa dell’elevato tasso di mortalità legato all’inquinamento. A margine della mappa si notava che “questi ‘villaggi del cancro’ per la maggior parte si trovano nelle cinture territoriali intorno ai parchi industriali delle città, a valle lungo il corso dei fiumi oppure nei pressi di miniere, e subiscono così l’inquinamento delle acque reflue industriali, dei gas di scarico, dei residui, dei rifiuti della vita quotidiana, così come dei metalli pesanti e di altre cause molteplici e combinate”. I giornalisti raccoglievano testimonianze drammatiche di genitori che avevano visto i propri figli morire di leucemia uno dopo l’altro, senza poter garantire loro alcuna cura medica, né ottenere alcuna forma di assistenza dallo Stato. Il tutto, a volte, a due passi dalla capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo un <a href="http://www.ndcnc.gov.cn/datalib/NewBook/2011/2011_09/newbook.2011-07-28.7817892265/">recente studio</a> dell’Accademia delle scienze sociali, nel biennio 2009-2010 in Cina avrebbero avuto luogo ventidue <strong>incidenti ambientali gravi</strong> – o, per usare l’eufemismo ufficiale, “con impatto elevato” (<em>yingxiang jiaoda</em>) – che in un modo o nell’altro hanno smosso l’opinione pubblica cinese. Di fronte a una situazione così drammatica, le proteste ambientali non possono che registrare una continua crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 2009, presentando l’edizione del Libro Blu sulla Società Cinese per l’anno successivo, <a href="http://news.qq.com/a/20091221/001334_1.htm">Li Peilin</a> rilevava come delle dieci grandi proteste per l’ambiente accadute nel decennio precedente, ben sei avessero avuto luogo nell’anno appena concluso. Stando a <a href="http://www.cass.net.cn/file/20101102286576.html">più recenti stime</a> della stessa Accademia delle Scienze Sociali, gli incidenti di massa causati dall’inquinamento ambientale stanno crescendo del 29% all’anno, una velocità ben superiore a quella degli incidenti dovuti ad altre cause. Inoltre tali incidenti sarebbero classificabili come “<a href="../contraddizioni-in-seno-al-popolo/">non di classe e non riconducibili ad interessi diretti</a>”, dunque si tratterebbe di situazioni repentine ed altamente imprevedibili, il genere di incidente che le autorità cinesi considerano più rischioso per la stabilità  sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">un sondaggio</a> condotto dal <em>Quotidiano del Popolo</em> nel febbraio del 2011, tra i “dieci problemi caldi del nuovo anno secondo i netizen”, l’inquinamento ambientale figurava al quinto posto, con 7.583 voti. Tra i 3.207 partecipanti ad un ulteriore sondaggio più specifico sulle questioni ambientali, il 93% riteneva che “in Cina i problemi ambientali fossero molto gravi” e, per quanto riguardava le cause di questa situazione, il 75% sosteneva  che “i governi locali hanno sacrificato l’ambiente per il profitto economico”, contro un 11% che riteneva che “la gestione non è all’altezza degli standard”. Dati simili, per quanto basati su un campione decisamente non scientifico, dimostrano come in Cina l’ambiente possa facilmente trasformarsi da questione di salute pubblica a <strong>problema politico</strong>, un fatto di cui il Partito è ben consapevole.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza occidentale</h2>
<p style="text-align: justify;">In Occidente, le prime forme di movimento in campo ambientale sono nate nella seconda metà del secolo scorso grazie ad una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica degli effetti spesso devastanti delle attività economiche sull’ambiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1962 viene pubblicato il libro  “<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=primavera%20silenziosa&amp;source=web&amp;cd=4&amp;ved=0CDYQFjAD&amp;url=http://books.google.com/books/about/Primavera_silenziosa.html?id=xsfa6U1O4M4C&amp;ei=X1beTqiBCoWB4gTE3eSLBw&amp;usg=AFQjCNELDWwyR4R-bdnsfdLU5nVjJFFbcA&amp;sig2=8l36_W9OsVJBw8GsxzWHpg&amp;cad=rja">Primavera Silenziosa</a>”, una denuncia alla distruzione di interi ecosistemi causati dall’uso indiscriminato dei pesticidi: scritto dalla biologa <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Rachel_Carson">Rachel Carson</a>, questo libro segna convenzionalmente l’inizio del movimento ambientalista. Durante gli <strong>anni Sessanta</strong> il movimento ambientalista vive un periodo di forte crescita in seguito all’acuirsi dei problemi di inquinamento, traffico, smaltimento dei rifiuti. L’interesse verso la questione ambientale subisce però un ridimensionamento a seguito della <strong>crisi energetica del 1973</strong>, quando i problemi dell’ambiente tornano in secondo piano, cedendo il passo alle questioni della ripresa e della crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l’Italia negli anni Settanta vive un’eclissi dei movimenti ambientali causata anche da contingenze storiche interne come i gravi problemi di ordine pubblico (agitazione studentesca, scioperi, criminalità organizzata, terrorismo). Di fatto, gli anni Settanta sono caratterizzati in generale da una lenta istituzionalizzazione dei valori ambientalisti nelle politiche pubbliche: vengono approvate leggi di tutela di aria, acqua, suolo, natura; inoltre si inseriscono criteri ecologici nella progettazione di opere destinate a modificare l’ambiente, cresce la ricerca e l’educazione ambientale. Questo è anche il decennio della nascita dell’<a href="http://www.exibart.com/Libri/dettaglio_libro.asp?IDLibro=1142872">ecologia politica</a>, che si sviluppa in due modalità: la prima riguarda l’adozione di temi ecologici nelle ideologie e nelle forze politiche tradizionali, la seconda riguarda la trasformazione dei movimenti ambientalisti in partiti definiti “Verdi”. Tale fenomeno ha avuto maggiori sviluppi in Europa dove, a differenza degli Stati Uniti, c’è la possibilità di presentare liste politiche monotematiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni Ottanta vedono una ripresa ed espansione del movimento ambientalista in tutto il mondo mentre si susseguono e moltiplicano le conferenze su temi ambientali a livello internazionale. Gli anni successivi vedono infine la progressiva istituzione di Ministeri dell’ambiente nei governi di tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente alla Cina, i paesi occidentali hanno una <strong>lunga tradizione</strong> di proteste per l’ambiente. Considerando i soli conflitti ambientali locali, diverse sono le poste in gioco che vengono messe in discussione da chi si oppone ad un progetto: la salute, il reddito, una specifica componente ambientale (e.g. l’aria, l’acqua, il suolo, una  particolare specie animale); più recenti sono le poste in gioco riguardanti il paesaggio (sia come parte di un ecosistema sia come rappresentazione dell’identità culturale), l’ambiente in senso più ampio e l’idea di uno sviluppo diverso del territorio. Quando una protesta sposta la sua attenzione dalla locazione del progetto alla tipologia di progetto allora non si parla più di protesta NIMBY (<em>Not in My Back Yard</em>) ma di <strong>NIABY</strong> (<em>Not in Anyone’s Back Yard</em>). Non vi è più dunque un atteggiamento di rifiuto spontaneo, “epidermico” ed egoistico ma si passa ad un’opposizione più consapevole, sostenuta da una conoscenza più specifica. Stando ad <a href="http://books.google.com.co/books?id=TcmKDsRLhbMC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">una ricerca</a> su sei città italiane, degli ottantanove comitati di cittadini censiti in uno studio del 2004, solo poco più di un quarto si mobilita secondo logiche NIMBY, mentre i restanti  tre quarti tendono ad ampliare il loro raggio territoriale e/o tematico della loro protesta.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda della <strong>protesta “NO TAV”</strong> della Val di Susa in Piemonte è un caso di opposizione ad un’opera infrastrutturale cominciato nel 1990 e da allora periodicamente all’attenzione dell’opinione pubblica. La Val di Susa rappresenta una situazione d’incontro di fattori predisponenti alla manifestazione del conflitto quali la bassa qualità ambientale e l’alto grado di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte territoriali. La valle, in cui è prevista la  costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, è infatti già sottoposta ad alto <strong>stress ambientale</strong> a causa dell’inquinamento dovuto ai viadotti ed alle aree industriali presenti; il degrado della zona interessata dal progetto e la partecipazione inadeguata alle procedure prevista dalla legge obiettivo 121/2001 hanno portato alla degenerazione in protesta del conflitto. Il difetto di partecipazione all’interno della procedura di valutazione del progetto è confermato dall’<a href="http://temi.repubblica.it/limes/litalia-presa-sul-serio">assenza degli stessi conflitti</a> nei cantieri sul versante francese: grazie al lavoro di ricerca del consenso compiuto in Francia i valligiani locali sembrano essere consapevoli dei benefici che l’opera potrà apportare al loro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nata come fenomeno locale, la protesta della Val di Susa è cresciuta diventando un movimento coordinato ed organizzato  sin a livello sovranazionale che ha elaborato <strong>proposte progettuali alternative</strong>. Se all’inizio del conflitto ambientale i valori da difendere erano la salute ed un’<strong>idea diversa di sviluppo</strong>, ora – soprattutto dopo il ricorso alle forza del governo nel presidiare e difendere i cantieri nella valle &#8211; la  posta in gioco è diventata la democrazia, così come la giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, nonostante l’esistenza di procedure che prevedono la <strong>partecipazione</strong> come strumento chiave per la pianificazione territoriale (VIA, VAS, Agenda 21 Locale) in Italia le situazioni di conflittualità ambientale sono in crescita, grazie anche alla facilità di creare reti e condividere esperienze offerte da internet e nuovi media. Nel solo Veneto, i conflitti ambientali identificati all’interno dell’<a href="http://www.veronainblog.it/wp/2011/11/10/legambiente-veneto-e-universita-iuav-di-venezia-redigono-l%D5-atlante-dei-conflitti-territoriali/">atlante del “malessere territoriale”</a> (redatto nel 2011 da Legambiente ed Università IUAV di Venezia) sono 49 e, di questi, 41 sono ancora in atto. La maggior parte dei conflitti riguarda progetti che minacciano il paesaggio.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Affinità, differenze e scenari futuri<br />
</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Quali conclusioni possiamo trarre da questa breve e incompleta panoramica?</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, possiamo notare alcune differenze sostanziali tra quello che sono le proteste ambientali in Cina e ciò che sono stati e sono ancora oggi i movimenti ambientalisti in Europa e negli Stati Uniti. Se in Occidente, questi movimenti si sono rapidamente <strong>evoluti in partiti</strong> (e poi come tali sono entrati in crisi), in Cina questa evoluzione al momento non è possibile a causa del monopolio politico da parte del Partito comunista. Per questa ragione la forma organizzativa più comune rimane quella della <em>grassroots organization</em>, ciò che in genere gli osservatori definiscono “ONG ambientale”.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, se in Occidente l’<strong>impianto normativo</strong> in campo ambientale è nato nel tempo come risposta a pressioni della società civile e del mondo accademico, in Cina questo è stato introdotto d’autorità dall’alto, senza un reale coinvolgimento dei cittadini. Infine, se in Occidente sempre più spesso le proteste ambientali sono riconducibili alla <strong>difesa di  valori profondi</strong> –la cultura e l’identità territoriale, una certa concezione di sviluppo, l’idea stessa della democrazia partecipativa – in Cina, nonostante si siano verificate mobilitazioni classificabili come NIABY, rimangono prevalenti le proteste legate a questioni ben più concrete come l’<strong>interesse economico</strong> o la <strong>salute</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, queste differenze non possono e non devono oscurare quelli che sono i <strong>punti in comune</strong> tra Cina e Occidente quando si tratta di proteste ambientali.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, in Cina come nel resto del mondo un ruolo sempre più importante nelle mobilitazioni dal basso stanno assumendo i <strong>nuovi media</strong>, come si è visto nel caso della TAV in Italia e nei casi di Dalian e Xiamen in Cina. In secondo luogo, in entrambi i contesti si è assistito e si sta assistendo allo sviluppo di movimenti a-partitici e a-politici che ruotano attorno ai principi della tutela dell’ambiente e dello <strong>sviluppo sostenibile</strong>. Infine, sia in Occidente che in Cina si è avuta una graduale <strong>assimilazione</strong> del discorso ambientalista da parte delle autorità. In Cina questo si è visto soprattutto nell’ultimo decennio, dopo l’ascesa al potere di Hu Jintao e Wen Jiabao e l’affermarsi di una nuova <strong>retorica ufficiale</strong> basata sull’idea di “società armoniosa” (<em>hexie shehui</em>). Non si può infatti dimenticare che una delle componenti fondamentali di questa &#8220;armonia&#8221; sta nel <strong>rapporto tra uomo e natura</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dei movimenti ambientali occidentali si dimostra particolarmente significativa per le autorità cinesi. A dispetto delle mille leggi adottate in materia, in assenza di canali di <strong>partecipazione democratica</strong> alla vita politica, in Cina esiste un rischio concreto che le varie istanze in campo ambientale evolvano in direzione di un movimento politico “verde” più o meno radicale. Se al momento questa eventualità sembra ancora lontana, resta da vedere se le autorità di Pechino riusciranno ad andare oltre la pura retorica e ad imprimere una <strong>nuova direzione</strong> al modello di sviluppo del paese, accogliendo gli stimoli provenienti dalla base e prevenendo che l’instabilità sociale degeneri. In fondo, lo aveva teorizzato per primo <strong>Mencio</strong> oltre duemila anni fa: le catastrofi naturali non sarebbero altro che un segnale divino secondo cui una dinastia ha perso il proprio “mandato del Cielo”, la propria legittimità a governare. Secondo questo antico ma mai dimenticato filosofo, in presenza di terremoti, inondazioni, raccolti tossici ed altre calamità, il popolo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di ribellarsi e mettere sul trono una nuova dinastia. Parole che, dopo millenni, suonano ancora minacciose alle orecchie di coloro che siedono ai vertici del potere a Pechino.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Scritto in collaborazione con </span><strong>Marco Tonino</strong><span style="color: #888888;">, dottorando in Scienze ambientali presso l&#8217;Università Ca&#8217; Foscari di Venezia. Si occupa principalmente di gestione integrata delle zone costiere e di processi partecipativi.</span></p>
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		<title>La Cina oggi: società armoniosa o vulcano sociale?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 10:33:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[armonia]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[modello cinese]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cosa pensano i cinesi? La società cinese è un vulcano sul punto di esplodere a causa dello scontento popolare oppure il Partito comunista gode di un consenso senza precedenti? Il dibattito rimane aperto. Anche se i sostenitori della seconda tesi spesso si nascondono dietro astruse teorizzazioni sul “modello cinese”, alcuni studi pubblicati di recente hanno cercato di analizzare più a fondo gli umori della società cinese, giungendo a conclusioni apparentemente paradossali. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/crowd.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3670" title="Seen enough" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/crowd.jpg" alt="" width="537" height="357" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tra le domande che vengono regolarmente rivolte agli osservatori della Cina contemporanea, una si rivela particolarmente insidiosa: “Che cosa pensano in realtà i cinesi?”. Mi è capitato più volte di essere messo di fronte a questo interrogativo – ricordo ad esempio che è accaduto nel 2009 in occasione del ventesimo anniversario dei fatti di Tiananmen e non più di un paio di mesi fa in merito alla vicenda dei “<a href="http://www.cineresie.info/gelsomini-appassiti-rivoluzione-cinese/" target="_blank">gelsomini</a>” – e  ogni volta ho avuto non poche difficoltà a elaborare una risposta coerente, un po’ per la natura pretenziosa di una domanda che vorrebbe raccogliere un intero popolo in una semplice etichetta – “i cinesi” – un po’ per la difficoltà di interpretare i <strong>reali umori dell’opinione pubblica</strong> di questo paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Io stesso mi sono trovato più volte a chiedermi: che cosa pensano veramente “i cinesi”? Qual è la loro opinione del sistema politico in cui si trovano a vivere? Qual è il loro livello di<strong> fiducia nelle autorità</strong> che li governano? Per anni ho pensato – e in parte penso ancora – che la società cinese fosse una pentola a pressione sul punto di scoppiare. Ricordo che in un mio <a href="http://www.cineresie.info/contraddizioni-in-seno-al-popolo/" target="_blank">vecchio post</a> pubblicato all’inizio del 2010 facevo il punto sulla situazione dei cosiddetti “incidenti di massa” (<em>quntixing shijian</em>). Se nel 1993 gli incidenti di massa erano stati meno di novemila, nel 2006 le autorità cinesi ne contavano oltre novantamila, una tendenza in crescita che ancora oggi, pur in assenza di dati certi, sembra ben lungi dall’arrestarsi. Come tanti altri, in questo leggevo il sintomo di uno <strong>scontento sociale diffuso</strong> e radicato, pronto ad esplodere in qualsiasi momento con conseguenze potenzialmente distruttive per l’ordine sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, questa pare essere la percezione dominante tra gli osservatori di vicende cinesi. Innumerevoli studi evidenziano come nella Cina degli ultimi anni si stia assistendo ad un aggravamento del <strong>divario economico tra città e campagne</strong>, così come non si contano le analisi sulle implicazioni sociali della disoccupazione e della sotto-occupazione che serpeggia in fasce sociali un tempo privilegiate come gli ex-lavoratori statali e i laureati. Esiste una sterminata letteratura accademica sui problemi di sussistenza dei <strong>gruppi sociali svantaggiati</strong> (<em>ruoshi qunti</em>), in particolare migranti, <em>xiagang</em> e contadini, esattamente come sono sempre più numerosi gli studi sui limiti delle riforme in campo sanitario, pensionistico e previdenziale. Ancor più martellante, se possibile, è poi il messaggio che è arrivato dai media cinesi e occidentali, i quali in tutti questi anni non hanno mai mancato di denunciare i vari <strong>scandali</strong> che di volta in volta hanno sconvolto l’opinione pubblica cinese, dai <a href="http://www.cineresie.info/malattie-salute-cina-2010/" target="_blank">cibi adulterati</a> ai traffici di esseri umani, dalla corruzione dei funzionari agli abusi di potere nei confronti dei più deboli.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti questi problemi sociali naturalmente non sfuggono ai cittadini cinesi, anzi. Come si legge nel <em>Libro blu </em>sulla società cinese nel 2011, nell’anno appena trascorso gli abitanti delle aree urbane così classificavano le proprie preoccupazioni: al primo posto si trovava l’aumento dei prezzi (42%), seguito dalle difficoltà nell’accesso al sistema sanitario (37%), i prezzi eccessivi degli immobili (33,6%), la disoccupazione (25,8%), la previdenza sociale (24,2%), la sicurezza alimentare (17,8%), l’aggravarsi del divario nei redditi tra ricchi e poveri (13,3%), la corruzione (9,9%). Diversa era invece la graduatoria per i residenti nelle aree rurali: al primo posto vi era la riforma del sistema sanitario rurale (38,6%), seguito dall’aumento dei prezzi (36%), le pensioni (29,9%), l’aumento dei redditi nelle campagne (16%), l’occupazione dei contadini (12,4%), le politiche per l’agricoltura (12,3%), l’educazione dei giovani (12%) e la riforma dell’educazione (12%).</p>
<h2>Il vulcano sociale è un mito?</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma tutto ciò è sufficiente ad argomentare che in Cina siamo in presenza di un “<strong>vulcano sociale</strong>”? La risposta a questa domanda è controversa. Se un gran numero di commentatori – forse la maggioranza – è concorde nell’affermare che la società cinese è pericolosamente vicina ad un punto di rottura, non mancano coloro che sostengono il contrario. Molti in particolare ritengono che il Partito goda di un <strong>livello di consenso elevatissimo</strong>, soprattutto in virtù della propria performance economica. Se gli aderenti a questa seconda “fazione” in genere si sono scontrati con l’impossibilità di portare dati solidi a supporto delle proprie affermazioni, la loro posizione –che spesso si sovrappone ad un certo entusiasmo in merito al cosiddetto “modello cinese” – sembra prendere sempre più piede nell’opinione pubblica di diversi paesi occidentali, tra cui l’Italia. Se questo nel caso italiano è indubbiamente conseguenza di una fascinazione per il fenomeno cinese da parte di certi settori della società delusi dai limiti evidenti della democrazia parlamentare, nonché del populismo di alcuni autori desiderosi di cavalcare l’onda, non mancano esempi di studi autorevoli che supportano questa tesi. In particolare, nel solo 2010 due studi accademici sono riusciti ad analizzare in maniera articolata ed equilibrata la questione del supporto di cui gode il Partito in Cina, senza cadere nelle solite semplificazioni e luoghi comuni: <a href="http://www.amazon.com/Myth-Social-Volcano-Distributive-Contemporary/dp/0804769427" target="_blank"><em>Myth of the social volcano</em></a> di Martin King Whyte e <a href="http://www.amazon.com/Accepting-Authoritarianism-State-Society-Relations-Chinas/dp/0804769044" target="_blank"><em>Accepting authoritarianism</em></a> di Teresa Wright, entrambi editi dalla Stanford University Press.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/vulcano-sociale.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3668" style="margin: 5px 6px;" title="vulcano sociale" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/vulcano-sociale.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Il libro di Martin K. Whyte, docente di sociologia presso l’Università di Harvard e antico osservatore di vicende cinesi, analizza i risultati di un’indagine condotta nel 2004 da un team di specialisti cinesi e americani su un campione di oltre tremila persone selezionate in tutto il paese in base a criteri rigorosamente statistici. Tralasciando gli aspetti tecnici, quest’indagine sfata non pochi luoghi comuni sulla percezione delle disuguaglianze socio-economiche da parte dei cittadini cinesi. Innanzitutto, dai dati raccolti emerge un notevole <strong>ottimismo nei confronti del futuro</strong>, tanto che oltre il 60% degli intervistati si è mostrato convinto del fatto che “l’ondata crescente dello sviluppo economico sta sollevando tutte le barche, anche se non alla stessa velocità” e si è detto sicuro che nel giro di cinque anni la propria famiglia sarebbe stata meglio; in secondo luogo, la povertà non sarebbe da attribuire ad una struttura sociale ingiusta, quanto piuttosto a mancanza di talento, basso livello di educazione e scarso impegno, mentre al contrario il successo sarebbe il frutto di impegno e duro lavoro; infine, gli intervistati mostravano una certa tolleranza per il fatto che i ricchi si servissero della propria ricchezza per fare una bella vita, ma non accettavano che i politici possano servirsi della propria autorità per migliorare il proprio benessere materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile districarsi tra la miriade di dati – anche contraddittori – contenuti nel libro di Martin Whyte. Eppure nel complesso le poche affermazioni riportate qui sopra sono sufficienti a catturare il nucleo della sua analisi. In sostanza, i dati raccolti dimostrerebbero che “i cinesi” nel 2004 non vedevano negativamente lo <em>status quo</em>, anzi, ritenevano di <strong>vivere in una società meritocratica</strong> in cui le persone con maggiori doti e disposte a lavorare più duramente venivano premiate. Allo stesso modo, il gap nei redditi e negli stili di vita risultava accettabile alla maggioranza – a meno che non fossero coinvolti politici – perché ritenuto fondato essenzialmente sul merito. Per converso, permaneva una certa insoddisfazione per l’assenza di reti di sicurezza per i più poveri e per la disparità nelle opportunità di mobilità sociale, così come per i privilegi dei funzionari e degli uomini di Stato. Tutto questo porta Whyte alla conclusione che all’epoca dell’indagine – il 2004 – le questioni relative all’ingiustizia distributiva e alla disuguaglianza non costituivano una fonte di instabilità politica, anzi, al contrario, potevano essere lette come un indicatore di stabilità, un’idea molto distante dalla percezione comune che vede nella polarizzazione dei redditi il punto cruciale che potrebbe portare ad un futuro cambiamento politico.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Accettare l&#8217;autoritarismo <em> </em></h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/teresa_wright.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3667" style="margin: 6px 7px;" title="teresa_wright" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/teresa_wright-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Per passare al secondo studio, Teresa Wright nel suo <em>Accepting autoritharianism</em> propone un tipo di analisi differente, molto lontana dalle fredde statistiche di Whyte. In sostanza, essa passa in rassegna lo stato della ricerca su alcuni dei gruppi sociali più prominenti in Cina e da questo cerca di dedurre le dinamiche per cui ognuno di questi segmenti avrebbe più o meno interesse a <strong>mantenere lo <em>status quo</em></strong>. La sua analisi spazia dagli imprenditori privati, che avrebbero interesse a supportare le autorità non solo per i vantaggi economici derivanti dalla cooperazione con lo Stato-Partito, ma anche per il timore per le conseguenze di un eventuale <em>empowerment </em>di massa in una società di contadini e lavoratori, agli universitari, che avrebbero tutto da guadagnare in termini socio-economici da una vicinanza con le autorità e allo stesso tempo sarebbero sempre più alienati dalle persone di strati sociali considerati “inferiori” in termini di “qualità” (<em>suzhi</em>); dai lavoratori statali, vincolati economicamente allo Stato e tuttora pervasi dall’idea di essere parte di una aristocrazia operaia, ai lavoratori migranti, discriminati da tutti ma socialmente superiori ai propri compaesani rimasti in campagna e  convinti che lo Stato centrale sia dalla loro parte nelle varie lotte contro i datori di lavoro; fino ai contadini, legati allo Stato centrale in quanto solo quest’ultimo si farebbe garante della proprietà della terra e si presenterebbe come loro protettore nei confronti delle autorità locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ridurre il libro a queste poche righe significa fare un torto all’autrice. Eppure in fondo la Wright non fa altro che sostenere che in Cina i gruppi sociali citati, in un modo o nell’altro, hanno qualcosa da guadagnare dallo <em>status quo</em> e molto da perdere in caso di un eventuale cambiamento politico. In particolare, la sua analisi mette in luce come l’atteggiamento “positivo” della società cinese nei confronti dell’attuale leadership sia plasmato da quattro fattori: in primo luogo, il fatto che politiche di sviluppo confluenti abbiano portato una <strong>grande mobilità socioeconomica</strong> verso l’alto per ampi segmenti della popolazione, in particolare gli imprenditori privati, i professionisti, i lavoratori nel settore privato e i contadini; in secondo luogo, il fatto che alcuni settori chiave abbiano mantenuto rapporti privilegiati con il Partito, in particolare gli imprenditori privati e i lavoratori statali; in terzo luogo, il fatto che le politiche statali e le forze di mercato abbiano portato ad una struttura socio-economica polarizzata, con una maggioranza povera e una minoranza benestante, cosa che non solo ha minato i sentimenti di solidarietà tra le varie classi sociale, ma ha anche creato un’elite per cui un governo liberale e democratico riveste scarso appeal; infine, il fatto che con l’avanzare delle riforme si è registrato un <strong>percepito aumento delle possibilità</strong> sul piano politico, ad esempio con le petizioni e il consolidamento dello stato di diritto, e la contemporanea diminuzione delle alternative politiche appetibili.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Un equilibrio fragile</h2>
<p style="text-align: justify;">Per tornare alla domanda con cui si è aperto questo post – cosa pensano veramente i cinesi del sistema politico in cui si trovano a vivere? – i due libri in questione, così come tanta letteratura che li ha preceduti, non forniscono risposte definitive. Essi sollevano però interessanti interrogativi in merito alle tecniche adottate dal Partito comunista per rafforzare la propria <strong>legittimità</strong> e delineano un ritratto estremamente sfaccettato e sfumato di quelli che sono i sentimenti contraddittori che oggi attraversano l’opinione pubblica cinese. Per citare ancora una volta Martin Whyte, nonostante la maggioranza dei cinesi consideri “giusta” la società in cui vive, rimane il fatto che esistono comunque sostanziali <strong>minoranze insoddisfatte</strong>. Tra gli esempi che egli porta: nel 2004 il 26,1% dei cinesi prevedeva che nei cinque anni successivi la proporzione dei poveri nel paese sarebbe cresciuta; il 27,9% riteneva che le diseguaglianze esistenti fossero in conflitto con i principi del socialismo; il 17,4% era convinto che la disonestà fosse un fattore importante o molto importante per determinare chi si arricchiva, mentre il 26% attribuiva questo all’ingiustizia della struttura economica; il 29,1% riteneva che sarebbe stato giusto distribuire i redditi e la ricchezza in maniera equa; il 33,8% pensava che il governo avrebbe dovuto porre dei limiti ai redditi; il 27,6% avvertiva come ingiusto il fatto che i ricchi potessero godere di migliori cure mediche; il 38,5% percepiva conflitti grandi o molto grandi tra ricchi e poveri; il 34,4% affermava che era inutile parlare di giustizia sociale perché il sistema esistente non poteva essere sfidato o cambiato. Numeri forse ridotti, ma comunque potenzialmente destabilizzanti. Siamo dunque sicuri che quello del vulcano sociale sia solamente un mito?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/triplefivechina/5648038849/" target="_blank">triplefivechina</a></p>
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		<title>I gelsomini appassiti della mancata rivoluzione cinese</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 19:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono ormai settimane che sulla stampa straniera si discute della “rivoluzione dei gelsomini”. Eppure per molti versi questo tentativo di mobilitazione si è rivelato una delusione. Nonostante tutta la retorica sul “potere di Internet”, i “gelsomini” infatti non hanno visto lo scambio di idee, la vivacità del dibattito e la partecipazione popolare manifestatesi in più di un’occasione in passato. Una riflessione che cerca di inserire i “gelsomini” nel contesto della storia cinese più recente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/03/gelsomini.jpg"><img class="size-full wp-image-3442 aligncenter" title="gelsomini" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/03/gelsomini.jpg" alt="" width="485" height="268" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quattro aprile 1976</strong>, una domenica primaverile come tante in una Pechino che si sta leccando le ferite dopo i disordini della Rivoluzione culturale. Eppure c’è qualcosa di strano nell’aria. Sarà perché domani è Qingmingjie, la festa tradizionale della pulizia delle tombe, ma sono già un paio di giorni che la gente di Pechino sta affollando piazza Tiananmen. Depongono delle corone di fiori ai piedi del monumento agli eroi del popolo in memoria del primo ministro Zhou Enlai, morto in gennaio. In un solo fine settimana, circa <strong>mezzo milione di persone</strong>, per lo più giovani lavoratori, arriva in piazza e si ferma a commentare, a discutere, ad arringare la folla, spesso spingendosi fino a criticare apertamente la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gang_of_Four" target="_blank">Banda dei quattro</a>, in questo periodo al culmine del suo potere. È una sfida che le autorità non possono accettare, ma i cittadini non sono disposti a mollare la presa, così la rimozione delle offerte funebri nella notte del 4 aprile si traduce in <strong>violenti scontri c</strong>he in breve tempo si estendono a Taiyuan, Zhengzhou, Wuhan, Xi’an, Luoyang e Kaifeng, senza contare Nanchino, dove la protesta è scoppiata già alla metà di marzo. Ed è proprio da Nanchino che, dipinto sulle fiancate dei treni diretti verso la capitale, è arrivato l’annuncio che ha spinto la popolazione di Pechino alla mobilitazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>16 novembre 1978</strong>. Il <em>Quotidiano del popolo</em> annuncia la revisione del verdetto ufficiale sui disordini dell’aprile di due anni prima, definendoli un atto rivoluzionario delle masse contro la Banda dei quattro e sovvertendo quello che fino a questo momento è stato il discorso ufficiale: “<strong>disordini contro-rivoluzionari</strong>”. Sul muro che fiancheggia la strada nei pressi di Xidan cominciano a comparire manifesti e nelle città iniziano a circolare riviste non ufficiali, scritti artigianali in cui si discutono nuove idee in campo culturale, sociale, politico ed economico. È l’inizio del movimento del “<a title="Democracy Wall" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Democracy_Wall" target="_blank">muro della democrazia</a>”, una nuova <strong>primavera intellettuale</strong> che tra alti e bassi durerà per almeno un biennio, fino alla fine del 1980, quando le autorità cinesi – in primis quello stesso Deng Xiaoping che aveva cavalcato i disordini del 1976 per ascendere al potere – decidono di marchiare come contro-rivoluzionari quegli attivisti che sul muro promuovono idee ritenute dannose per l’ordine sociale e per il nuovo corso di riforme. Alcuni pagano caro per il loro coraggio, come Wei Jingsheng, un elettricista che viene condannato a quindici anni di carcere per aver affisso pamphlet con titoli come “La quinta modernizzazione” o “Vogliamo la democrazia o una nuova dittatura?”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dicembre 1986</strong>. La Cina ormai è entrata in una nuova era di riforme ed apertura. Al potere si trovano leader progressisti come Hu Yaobang, nella posizione di segretario generale del Pcc, e il primo ministro <strong>Zhao Ziyang</strong>. Eppure agli studenti ciò non basta: i cambiamenti sembrano procedere a rilento, i prezzi sono fuori controllo e, più in generale, non si percepisce una reale rottura con il recente passato. Ecco allora che il 5 dicembre un discorso con cui <strong>Fang Lizhi</strong>, celebre astrofisico dell’Università delle scienze e della tecnologia di Hefei, critica la lentezza delle riforme <strong>infiamma gli animi degli studenti</strong>. Quattro giorni dopo i ragazzi dell’ateneo manifestano per tre ore per le strade della città, protestando contro l’impossibilità di nominare i candidati alle prossime elezioni per le assemblee parlamentari. Poco importa che queste elezioni vengano prontamente rimandate dalle autorità locali, nei giorni successivi manifestazioni di supporto hanno ugualmente luogo a Wuhan, Shanghai e Pechino, mentre i campus si riempiono di manifesti murali in cui gli studenti richiedono a gran voce <strong>libertà e democrazia</strong>. I media ufficiali non ne parlano, ma la voce si diffonde comunque con rapidità grazie alle trasmissioni della <em>Voice of America</em>, che moltissimi ragazzi ascoltano nel tentativo di migliorare il proprio inglese. Inevitabile, si abbatte la scure delle autorità: le proteste vengono debellate a colpi di burocrazia e minacce e in gennaio <strong>Hu Yaobang</strong>, additato come responsabile per l’atmosfera permissiva che avrebbe portato ai disordini, viene rimosso dal suo incarico.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Oggi, un vento africano</h2>
<p style="text-align: justify;">Mentre siamo immersi nella retorica “cyber-utopica” legata alle recenti vicende iraniane, egiziane e tunisine, ripercorrere storie come queste assume un significato del tutto particolare. Si tratta infatti di vicende di un’altra epoca, episodi che raccontano come anche un tempo, in assenza di quello strumento che oggi alcuni descrivono in termini messianici come onnipotente, ineguagliabile e soprattutto imprescindibile – Internet – fosse possibile organizzare movimenti di massa di portata tale da mettere in crisi più di un governo. Se la rete è davvero così determinante al fine del successo di una mobilitazione dei cittadini, ci siamo mai chiesti <strong>come avranno fatto le precedenti generazioni </strong>a lottare, a volte con successo, contro regimi autoritari e repressivi che non avevano niente da invidiare agli attuali? È proprio da storie come quelle dei cittadini cinesi degli anni Settanta e Ottanta che scopriamo che pur in assenza di media liberi, sindacati indipendenti, organizzazioni politiche clandestine, ma  soprattutto senza Internet, la gente – quantomeno in Cina – poteva comunque <strong>organizzarsi in maniera creativa</strong>, ad esempio dipingendo delle scritte sui fianchi dei vagoni ferroviari in viaggio tra una città e l’altra, affiggendo dei manifesti murali (<em>dazibao</em>) in luoghi pubblici, stampando riviste clandestine e viaggiando tra una città e l’altra per fungere da collegamento (<em>chuanlian</em>). Certo, si trattava di metodi più laboriosi, <strong>rischiosi</strong> e per molti versi meno versatili del web, ma a volte finivano per rivelarsi ugualmente efficaci.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ciò che in Cina ha cambiato le regole del gioco è stato il <strong>1989</strong>. Che il potenziale rivoluzionario di Internet si sia manifestato in Cina per la prima volta in occasione delle proteste di quell’anno, non è un mistero per nessuno. Come scrive anche Yang Guobin nel suo <em><a href="http://www.amazon.it/Power-Internet-China-Activism-Contemporary/dp/0231144202/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1301474373&amp;sr=8-1">The Power of the Internet in China</a> </em>(Columbia University Press, 2009), già allora gli studenti e gli accademici cinesi all’estero avevano iniziato a servirsi attivamente degli strumenti dell’e-mail e del newsgroup. Mentre la protesta in Cina svolgeva il suo corso, si era venuta a creare una complessa rete di comunicazioni tra gli studenti-attivisti raccolti nella capitale e i cinesi della diaspora. Questi ultimi usavano il web non solo per raccogliere fondi per le proteste e pubblicare dichiarazioni di sostegno, ma anche per organizzare dimostrazioni di supporto nel mondo intero. Pur non essendo un fattore decisivo ai fini della mobilitazione studentesca,  la rete venne ad assumere un ruolo importante come fonte di informazioni su quanto stava accadendo a Pechino, soprattutto dopo quel fatidico quattro giugno in cui il flusso di immagini e notizie dalla capitale subì un brusco arresto. Fu immediatamente chiaro che da quel momento in poi le autorità non avrebbero potuto non tenerne conto.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sappiamo bene cos’è accaduto dopo il 1989, come la rete si sia rapidamente trasformata in un campo di battaglia tra le autorità cinesi e le forze sociali più progressiste all’interno del paese. Abbiamo sentito parlare fino alla nausea di censura, manipolazione dell’informazione e sorveglianza sul web. Abbiamo letto un’infinità di commenti sul “partito dei cinquanta centesimi”, i commentatori prezzolati che sul web promuovono le linee di pensiero ufficiali e confondono le acque attorno alle notizie più sensibili. Abbiamo seguito con apprensione i processi ai netizen accusati di aver diffuso questo o quel post in cui si denunciava un caso di corruzione o un esproprio forzato ai danni di contadini o cittadini. Abbiamo sentito tutti parlare del fatto che alcuni siti in Cina sono inaccessibili o spariscono da un giorno all’altro. Ma, soprattutto, nelle ultime settimane abbiamo seguito tutti con passione la vicenda della cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”, un fenomeno nato interamente sul web, una vera e propria “mobilitazione 2.0”.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">Poca partecipazione e poche idee</h2>
<p style="text-align: justify;">Eppure per molti versi i “gelsomini” sono stati una profonda delusione. Al di là della mancata partecipazione da parte dei cittadini, dov’erano le idee in questa “rivoluzione”? Dov’era il dibattito? Dov’erano la versione contemporanea dei <em>dazibao </em>e dei caratteri dipinti sulle fiancate dei vagoni ferroviari? Non si è visto nulla di tutto questo, solo una grande quantità di <strong>analisi e commenti scritti da stranieri per essere letti da stranieri</strong>. A differenza delle mobilitazioni del passato, con i “gelsomini” non si è capito quali fossero gli attori in gioco, da dove fosse partita l’iniziativa, quali fossero gli <strong>obiettivi</strong>. Le mobilitazioni precedenti certamente non erano organizzate a tavolino, ma quantomeno nascevano da un malessere diffuso e crescevano per iniziativa di alcuni individui o gruppi sociali piuttosto definiti, come ad esempio l&#8217;astrofisico Fang Lizhi, l’elettricista Wei Jingsheng, gli studenti dell’Università di Pechino o di Hefei. In tutte quelle occasioni c’erano delle persone che ci mettevano la faccia e soprattutto proponevano delle <em>idee</em>. Oggi non più, è rimasta solo la fredda impersonalità del web e il gelido linguaggio di qualche post di origine misteriosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Che si sia ottimisti o meno nei confronti del “potere di Internet”, quello che la vicenda dei “gelsomini” ha dimostrato non essere cambiato minimamente nella Cina degli ultimi trent’anni è piuttosto l’<strong>elasticità delle autorità cinesi</strong> nel rispondere a questo tipo di sfide. L’enfasi che i media stranieri hanno riservato al recente appello alla mobilitazione nasce con ogni evidenza dal desiderio di leggere in Cina un germoglio di quello stesso cambiamento che in questi mesi ha avuto luogo in paesi come l’Egitto e la Tunisia, realtà che – nonostante la corsa mediatica ad individuare qualsiasi analogia possibile immaginabile – con la Cina condividono poco più che una forma autoritaria di governo. In qualsiasi altro momento probabilmente la notizia di un <em>tweet</em> anonimo che chiamava i cittadini a radunarsi la domenica di fronte al McDonald di Wangfujing a Pechino o in qualche altro luogo vagamente simbolico in altri centri urbani sarebbe caduta nel vuoto, scartata come l’ennesima bizzarria mediatica di un culto come il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Falun_Gong" target="_blank">Falungong</a>. Non in questo caso. La medesima ragione che inizialmente deve aver spinto gli anonimi autori della chiamata alle armi a pubblicare il loro appello, successivamente ha spinto i media di tutto il mondo a raccogliere ed enfatizzare la notizia: l’assunto era semplicemente che i cambiamenti in corso dall’altro lato del mondo, veicolati da Internet, inevitabilmente avrebbero messo in crisi anche l’apparato di potere di Pechino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono alcune analogie storiche che sarebbe opportuno prendere in considerazione qualora si volesse sostenere questa tesi. Se la leadership di Pechino è sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica e al collasso a catena dei regimi comunisti nei paesi dell’Europa orientale – realtà con cui aveva vere e proprie affinità elettive – è pensabile che quanto sta avvenendo in Tunisia ed Egitto possa rappresentare un significativo punto di rottura dal punto di vista politico per la Cina di oggi? Per rimanere con i piedi per terra, sarebbe necessario non dimenticare un paio di cose. Innanzitutto, bisognerebbe tenere bene a mente che non tutti i sistemi autoritari sono uguali. Cina, Egitto e Tunisia di fatto hanno ben poco in comune, anche se ci piace immaginarli come paesi gemelli, idealmente accumunati dal fatto che i loro cittadini subiscono sistematiche violazioni dei propri diritti politici, economici, sociali e culturali. In secondo luogo, sarebbe il caso di tenere presente che non è poi così scontato che la narrazione di sommovimenti sociali avvenuti altrove vada del tutto a svantaggio degli interessi del Partito.</p>
<h2 style="text-align: justify;">La lezione polacca</h2>
<p style="text-align: justify;">Per un ennesimo parallelo storico, basta pensare agli echi della vicenda di <strong>Solidarnosc </strong>nella Cina degli anni Ottanta. In uno studio del 1990 in cui analizzava l’effetto della “lezione polacca” sulla leadership cinese, Jeanne Wilson sottolineava come sin dall’inizio la copertura mediatica cinese delle vicende polacche fosse connotata da un certo dualismo: da un lato vi era l’esigenza di raccontare l’evolvere degli avvenimenti come un fatto di oggettivo interesse nel campo della politica estera; dall’altro vi era l’esplicita tendenza a trattare quanto avveniva in Polonia come una <strong>critica interna</strong> ai processi politici in atto sulla scena domestica cinese. Ecco allora che sui media, che in una prima fase avevano raccontato addirittura con simpatia l’emergere di Solidarnosc, si rincorrevano tre differenti letture: la situazione polacca indicava la necessità della stabilità sociale, della guida del Partito e del socialismo; le vicende polacche sottolineavano la necessità di riforme economiche; i disordini in Polonia erano dovuti a ragioni economiche, specificamente l’aumento dei prezzi e il declino negli standard di vita dei cittadini. Qualcosa di familiare? A quanto pare, pur tra mille tentennamenti, già negli anni Ottanta il Partito era un maestro nell’arte dello <em>spinning</em>. Purtroppo, se alla fine la Polonia diede veramente una lezione alla Cina, questa non ebbe gli effetti che alcuni avrebbero sperato: per affrontare una nuova ondata di scontento operaio sorta nel cortile di casa, le autorità di Pechino scelsero di adottare provvedimenti draconiani, reprimendo con violenza le proteste e arrivando persino a cancellare il diritto di sciopero dalla nuova carta costituzionale. <!-- @font-face {   font-family: "Cambria"; }@font-face {   font-family: "Tahoma"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --> In definitiva, la vicenda di Solidarnosc finì per <strong>influenzare negativamente il movimento operaio cinese</strong>, mettendo in allerta le autorità e portando queste ultime ad adottare il pugno di ferro anche contro le forme più innocue di dissenso per molti anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, cosa ci rimarrà di questi “gelsomini”? Probabilmente ben poco, se non una società civile ancora più spaurita e debole di quanto non fosse prima, una leadership cinese ancora più diffidente nei confronti del mondo esterno e dei media ancor più prudenti. Tutto questo a dispetto della retorica su Internet. Se la storia ci insegna qualcosa, è che non basta qualche <em>tweet </em>per fare una rivoluzione. Non in Cina, quantomeno.</p>
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		<title>Ran Yunfei sull&#8217;ondata operaia</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 12:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Ran Yunfei  (1965), detto Ran "il bandito" è originario del Sichuan. Attivo in rete sin dal 2002, vive a Chengdu dove lavora come redattore presso l'associazione degli scrittori cinesi della Provincia. E' sicuramente uno dei blogger cinesi più critici contro il governo e molti dei suoi blog sono bloccati dall'inizio del 2009. In questo post intitolato "l'ondata operaia e gli incidenti di massa" riflette sulle recenti tensioni nel mondo del lavoro in Cina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #808080;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/Ran-Yunfei.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1396" title="Ran Yunfei" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/Ran-Yunfei-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" /></a>Post pubblicato sul <a href="https://ranyunfei.com/2010/06/1395.htm" target="_blank">blog di Ran Yunfei</a> il 16/6/2010. Tradotto con alcuni tagli.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Sfogliando la <em>Storia del <strong>movimento dei lavoratori</strong> cinesi</em> pubblicata dopo il 1949 si nota subito una stranezza: il governo descrive il movimento dei lavoratori che ha guidato prima del 1949 – così come il movimento degli studenti – con tratti di impareggiabile eroismo. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia una volta accettato questo uno si chiede: perché dopo il 1949 <strong>non c’è stato più nessuno</strong> disposto a mettersi alla testa delle proteste dei lavoratori? La risposta che il governo offre è la seguente: “la classe dei lavoratori è al potere”! [<em>gongren jieji lingdao le yiqie</em>,<em> </em>slogan maoista, ndt]. Vogliono davvero dire che nella Cina guidata dal Partito comunista gli operai vivono in una <strong>società</strong> assolutamente <strong>priva di conflitti</strong>?!</p>
<p style="text-align: justify;">Non è così che stanno le cose. Gli operai sono sempre stati sfruttati, tuttavia la distanza fra loro e i funzionari di più basso rango non è mai stata così grande come viene percepita oggi. A questo va aggiunto il fatto che il governo cinese ha sempre tenuto la porta chiusa, ha impedito la libera circolazione delle notizie, ha dato uno spazio di confronto insufficiente e ha diffuso la retorica narcotizzante – roba da lavaggio del cervello – dei lavoratori come “<strong>padroni dello stato</strong>”. Si è arrivati perciò a una situazione in cui la gente comune non è più consapevole dei propri diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre il governo, dopo le prime fasi […] in cui il <strong>sindacato</strong> veniva usato <strong>per controllare nell’ombra</strong> quelle imprese private non troppo docili, è poi riuscito finalmente a dar vita a delle imprese a capitale pubblico-privato e alla trasformazione socialista dell’industria e del commercio. In quel momento hanno inventato una parola che anche se si legge “unione dei lavoratori” (<em><em>gonghui</em></em>), in realtà è un’organizzazione di <strong>marionette</strong> a servizio del governo. Organizzazione che è riuscita nell’intento di eliminare i precedenti sindacati indipendenti nati come associazioni spontanee di lavoratori. Alla fine hanno privato completamente i lavoratori dei loro diritti senza che questi avessero modo di difendersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella grande Costituzione (decorativa) che il governo ha promulgato dopo il 1949 – a parte gli emendamenti del 1975 e 1978 che sancivano il diritto di sciopero – tutti gli emendamenti successivi sono andati nella direzione di <strong>togliere il diritto di sciopero</strong> ai lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi trent’anni di apertura e riforme si può dire che <strong>contadini</strong> e <strong>operai </strong>sono i due gruppi sociali che hanno visto maggiormente colpiti i loro interessi. Bisogna poi tener conto che molti degli operai sono in realtà contadini che hanno lasciato le campagne per la città. Ma con l’allargamento dell’accesso all’università e l’istruzione di base anche nelle campagne, i contadini d’oggi, nati negli anni ’80 e ’90, sono diversi dai loro coetanei d’un tempo i quali, nel lasciare le campagne, avevano come unica ricchezza la loro <strong>forza fisica</strong>. Essi infatti hanno maggiore <strong>consapevolezza</strong> dei propri diritti. La differenza fra ricchi e poveri, tuttavia, è maggiore che in passato e l’inflazione è crescente: così lavorare duro non basta ad accedere a un livello di vita migliore di quello dei loro genitori. Difficoltà nel quotidiano, un futuro senza speranza, nessuna dignità, depressione, mancanza di fede in qualcosa e una vita privata di ogni tempo libero: tutto questo causa inevitabilmente un <strong>aumento dei suicidi</strong>. Il caso Foxconn non è che un esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai lavoratori di Foxconn che hanno usato il suicidio per opporsi all’oppressione e allo sfruttamento da parte di coloro che rappresentano il capitale, dal mese di maggio sempre più lavoratori hanno usato lo sciopero per esprimere insoddisfazione e difendere i propri diritti. E’ così riemersa davanti ai nostri occhi un’immagine che quasi avevamo dimenticato: i <strong>lavoratori in sciopero</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo recenti statistiche ancora parziali, nel solo mese di maggio, si sono verificati <strong>dodici scioperi</strong> nelle regioni del Jiangsu, Yunnan, Shanxi, Shandong e Guangdong, la maggior parte dei quali a causa dei bassi salari in fabbriche manifatturiere e in imprese statali riorganizzate iniquamente. Ciò dimostra quanto la differenza fra ricchi e poveri e la <strong>crescente inflazione </strong>non abbiano che peggiorato ulteriormente le condizioni dei contadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo peggioramento, oltre a essere sotto gli occhi di tutti – come la <strong>corruzio</strong>ne dilagante – provoca indignazione e irritazione e la cosa più importante è che anche coloro che si indignano vivono vite ugualmente difficili.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo pensare che gli operai in lotta non abbiano con noi alcuna relazione: tutti coloro che lottano ragionevolmente e in modi legittimi per i propri diritti, anche se stanno lottando principalmente per se stessi, portano avanti lotte i cui risultati rappresentano un contributo al <strong>progresso</strong> dell’intera società.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho detto in passato che quella cinese è una <strong>società di mutuo danno</strong> ma non di mutuo aiuto: ciò è una sconfitta per tutti. E se è una sconfitta di tutta la società dentro questa sconfitta c’è anche un po’ della sconfitta di ciascuno di noi. Ora, se vogliamo supportare il diritto dei lavoratori a scioperare, ebbene anche noi abbiamo più di una maniera per farlo. Fra queste una è quella di <strong>consumatori responsabili</strong>. Alla fine del secolo passato il “movimento per il commercio equo del caffè”  in America, attraverso un certificato di garanzia, ha dato la possibilità ai consumatori di acquistare il caffè direttamente dalle mani dei contadini dell’America Latina e ha consentito agli stessi contadini di aumentare i loro introiti e sconfiggere la povertà. Pur essendo criticato da molti sostenitori del libero mercato,  questo movimento dei consumatori ha mostrato […] la sua forza politica e la sua capacità concreta di migliorare le condizioni degli strati più poveri della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Se prendiamo ad esempio gli stabilimenti della Foxconn a Shenzhen e il suo <strong>sfruttamento</strong> nei confronti dei lavoratori, la gente potrebbe dimostrare la sua protesta contro le fabbriche di “sudore e sangue” [<em>sweatshop</em>, ndt] come questa  iniziando a non comprare prodotti di Apple, Nokia, Dell [la cui componentistica esce proprio dagli stabilimenti Foxconn, ndt]. Certo, ci sono anche metodi più vigorosi. Ad esempio la <a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/CLNT_Foxconn_sociologists_ENG.pdf" target="_blank">lettera aperta </a>sull&#8217;incidente della Foxconn inviata da cittadini al governo di Taiwan nella speranza di influenzare Guo Taiming [CEO di Foxconn, ndt] o addirittura le politiche sul lavoro del continente [...] verso una risoluzione del problema dei suicidi e di questioni legate a questa recente ondata di scioperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ondata operaia del maggio scorso lo sciopero sicuramente più interessante è stato quello dei lavoratori della Honda di Foshan. A differenza di quanto è accaduto nello sciopero al gruppo tessile <a href="http://bbs.news.163.com/bbs/photo/178989780.html">Pingmian di Pingdingshan</a>, dove gli operai si sono rivolti al Partito con slogan d’altri tempi chiedendo la classica “ciotola di riso”, a Foshan gli operai<em> </em>hanno lottato con chiarezza e metodo affinché venissero <strong>rispettati i loro diritti</strong>. In una <a href="http://chinastudygroup.net/2010/06/open-letter-to-the-public-and-all-the-workers-in-honda-auto-parts-manufacturing-co/" target="_blank">lettera aperta</a> pubblicata il 3 giugno hanno criticato aspramente i sindacati che li avevano ostacolati mentre stavano cercando di difendere i propri diritti e interessi. Allo stesso tempo hanno chiesto la costituzione di un <strong>sindacato indipendente</strong> dei lavoratori che li aiutasse nelle loro lotte. Sebbene nella Costituzione attuale non vi sia nulla in difesa del diritto di sciopero, tuttavia non c’è nemmeno <strong>nulla che lo proibisca</strong>, e se qualcosa non è proibito dalla legge significa che si può fare. Tanto più che sia nel “<a href="http://www.escr-net.org/" target="_blank">Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ESCR)</a>” cui la Cina ha aderito, che nella “Legge sul sindacato” e nella “Legge del lavoro” è stabilito il diritto di partecipazione al sindacato e anche il diritto di sciopero. A mio avviso soltanto quando nelle leggi e nella Costituzione verrà sancito con chiarezza il diritto di sciopero allora l’attuale conflitto sempre più serio e iniquo fra capitale e lavoro potrà raggiungere un miglioramento strutturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo dovrebbe usare il suo potere per risolvere in modo equo e imparziale le dispute del lavoro. Ma essendo in Cina la <strong>collusione</strong> fra governo e imprenditoria un fatto normale, i lavoratori si trovano a non avere un canale di comunicazione imparziale e rispettoso della legge. I loro interessi e diritti sono sempre meno tutelati e questo non può che accrescere ulteriormente il <strong>malcontento sociale</strong>.<span style="color: #808080;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #808080;"><span style="color: #000000;">Ran Yunfei</span> (1965), detto Ran &#8220;il bandito&#8221; è originario del Sichuan. Attivo in rete sin dal 2002, vive a Chengdu dove lavora come redattore presso l&#8217;associazione degli scrittori cinesi della Provincia. E&#8217; sicuramente uno dei blogger cinesi più critici contro il governo. Fra i suoi commenti più celebri – spesso censurati e ripostati rapidamente in altri siti – va ricordato quanto scrisse nel caso dello scandalo del latte in polvere adulterato: &#8220;un governo come questo è per noi motivo di umiliazione nazionale&#8221;. Molti dei suoi blog sono bloccati dall&#8217;inizio del 2009.</span></p>
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		<title>Il miracoloso &#8220;risveglio&#8221; dei lavoratori cinesi e la curiosa baldanza dei media</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 09:31:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Che dire della recente ondata di scioperi in Cina? Che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente "svegliati" da un lungo sonno? Che si stia avvicinando una nuova primavera per la classe operaia cinese? E ancora, perchè i media cinesi sono diventati così attivi nel riportare le proteste operaie e rivendicare il diritto allo sciopero? Forse, in fondo, anche il Partito ha qualcosa da guadagnare da questi scioperi. Considerazioni a partire dalle ultime copertine di alcune riviste cinesi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/Nanfeng_Chuang.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1368" title="Nanfeng_Chuang" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/Nanfeng_Chuang-232x300.jpg" alt="" width="238" height="308" /></a>Quando, la settimana scorsa, sono andato in edicola per recuperare un po&#8217; di giornali arretrati mi sono inaspettatamente trovato di fronte a tutta una serie di copertine inneggianti a questa nuova &#8220;<strong>ondata operaia</strong>&#8221; (<em>gongchao</em>). <em>Nanfengchuang</em>, <em>Xin Shiji Zhoukan</em>, <em>Sanlian Shenghuo</em>, <em>Fenghuang Zhoukan</em>, tutte riviste che seguo abitualmente, dedicavano voluminosi inserti alle lotte dei lavoratori cinesi, ricorrendo a toni epici per descrivere la resistenza di questi ultimi, non risparmiando critiche radicali al sindacato ufficiale, e richiedendo a gran voce la concessione del <strong>diritto di sciopero</strong>.</p>
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<p style="text-align: justify;">Che dire? Che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente &#8220;svegliati&#8221;, come ha sostenuto più di un commentatore? Che si stia avvicinando una nuova primavera per la classe operaia cinese? Personalmente, sento <strong>puzza di bruciato</strong>. Già il fatto che i media cinesi prestino tanta attenzione alla questione, chiamando in causa il sindacato ufficiale e la linea politica del Partito, mi insospettisce. Come ho già avuto modo di scrivere in un <a href="http://www.cineresie.info/sciopero-lavoratori-honda/" target="_blank">post precedente</a>, negli ultimi due decenni gli scioperi sono stato un fenomeno ricorrente ed estremamente diffuso nelle fabbriche cinesi, eppure difficilmente queste vicende hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, neanche nei momenti più drammatici, quando a scendere in strada erano <strong>decine di migliaia di lavoratori</strong> licenziati dalle imprese statali del Nordest del paese (penso ad esempio al grande <a href="http://www.clb.org.hk/en/node/100163" target="_blank">sciopero di Liaoyang</a> del 2002). Sarebbero state decine se non centinaia le occasioni in cui i media avrebbero potuto <strong>aprire la prima pagina</strong> con la storia di un&#8217;&#8221;ondata di scioperi nel paese&#8221; e lanciare una campagna per il riconoscimento del diritto di sciopero, ma non è mai accaduto. Perché dunque farlo proprio ora?</p>
<p style="text-align: justify;">Si dirà che raramente è capitato che tanti scioperi colpissero allo stesso tempo imprese di queste dimensioni e di questo peso a livello internazionale. Probabilmente è vero. Eppure non è un&#8217;argomentazione sufficiente a spiegare la <strong>baldanza dei media cinesi</strong> nel riproporre l&#8217;argomento. Nella Cina di oggi, la questione del diritto di sciopero è uno degli aspetti giuridici politicamente più sensibili, e qualunque redattore ci penserebbe mille volte prima di lanciare una campagna di lobbying in questa direzione. Quest&#8217;apertura dei media nasce da qualcos&#8217;altro, una ragione più sottile, vale a dire il fatto che finalmente il <strong>Partito</strong> si è reso conto che i propri interessi e quelli dei <strong>lavoratori</strong> in sciopero si trovano parzialmente a coincidere.</p>
<p style="text-align: justify;">In che modo si realizza questa <strong>coincidenza di interessi</strong>? In primo luogo, bisogna considerare il fatto che le varie stratificazioni del Partito comunista cinese hanno priorità molto differenti: se a livello locale si tende a privilegiare l&#8217;aspetto della crescita economica, misurato prevalentemente in termine di investimenti e produzione, a livello centrale la preoccupazione principale è quella della <strong>legittimità</strong>. In un periodo di crisi profonda, come oggi, i livelli più elevati del Partito hanno tutto da guadagnare dal &#8220;mettere il cappello&#8221; su queste proteste operaie, come effettivamente è stato fatto nei giorni scorsi dal premier Wen Jiabao, con la sua<a href="http://www.agichina24.it/repository/canali/norme-e-tributi/notizie/201006160200-rt2-ss20100616010baa-wen_rispetto_per_gli_operai_cinesi2" target="_blank"> apologia</a> dei lavoratori migranti, e dal <em>Quotidiano del popolo</em>, che in un suo recente <a title="articolo in cinese" href="http://news.163.com/10/0609/07/68NHG35A000146BC.html" target="_blank">editoriale</a> ha richiamato la necessità di alzare i salari. Si tratta di una dinamica perversa in base alla quale i lavoratori vengono a considerare il <strong>Partito</strong> come un effettivo <strong>difensore dei loro interessi</strong>, sempre pronto ad ascoltare le loro richieste.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, in assenza di una legislazione che normi il diritto di sciopero esiste il costante rischio che quelle che nascono come semplici dispute tra il lavoro e il capitale si trasformino in conflitti tra i lavoratori e lo Stato, creando seri rischi per la <strong>stabilità sociale</strong>. La concessione del diritto di sciopero in fin dei conti fungerebbe dunque da valvola di sfogo, evitando l&#8217;escalation dei conflitti e salvaguardando l&#8217;autorità del Partito. Di fatto, sono anni che la comunità accademica cinese sta facendo pressione perché in Cina si adotti una legislazione sullo sciopero e lo stesso sindacato ufficiale nel 1988 ha richiesto a gran voce, senza successo, che gli venisse concesso il diritto di scioperare. A questo punto concedere una legislazione in materia sarebbe nell&#8217;interesse del Partito, perché <strong>regolamentare lo sciopero</strong><em> </em>significherebbe anche vincolarlo ad una serie di norme più o meno restrittive e quindi limitarne l&#8217;incidenza. In quel caso, non si avrebbero più scioperi selvaggi, ma solo blocchi del lavoro strettamente regolamentati.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, come ho già avuto modo di scrivere, questa presunta ondata di disordini risponde ad un&#8217;esigenza politica che il Partito ha più volte esplicitato: la necessità di <strong>stimolare la domanda interna</strong>. Come è stato rilevato da più parti, l&#8217;innalzamento dei salari risponde ad una più generale strategia per stimolare i consumi interni e garantire quella <strong>crescita economica</strong> che costituisce uno dei pilastri del potere del Partito, ora che la sua aurea rivoluzionaria è pressoché scomparsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti sostengono che questi scioperi sono il preludio per una trasformazione politica in Cina, quasi si trattasse di una sorta di prova generale di un&#8217;imminente rivoluzione, stanno dunque prendendo un clamoroso abbaglio. I lavoratori cinesi, salva qualche rara eccezione (penso ancora al caso di Liaoyang, in cui, tra le altre cose, si richiedevano le dimissioni di un politico locale corrotto), in genere scioperano per <strong>ragioni economiche</strong>: vogliono salari più elevati, orari di lavoro più brevi, condizioni di salute e sicurezza più ragionevoli. Anche se spesso criticano il sindacato ufficiale, non scendono mai in strada per richiedere sindacati indipendenti o, ancora peggio, riforme politiche. Al contrario, gli slogan degli scioperanti quasi sempre si appellano alla benevolenza e alla comprensione del Partito. Il più delle volte gli scioperi potrebbero essere prevenuti ed evitati, se solo i datori di lavoro avessero l&#8217;accortezza di concedere ai lavoratori quel minimo di tutele previste dalla legislazione in vigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, questi scioperi <strong>non sono organizzati</strong>. Non esiste una versione cinese di Solidarnosc, né una qualsiasi cabina di regia che diriga e coordini le azioni degli scioperanti. Questo è inevitabile, se si considera il fatto che il sindacato ufficiale in genere se ne sta ai margini dei disordini, svolgendo un ruolo di mediatore, e coloro che emergono come leader operai incappano regolarmente in ritorsioni. Questi scioperi sono episodi scollegati che di volta in volta nascono dall&#8217;esasperazione dei lavoratori nei confronti di datori di lavoro che non rispettano neppure i loro più <strong>elementari diritti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, un conto è affermare che i lavoratori cinesi siano sempre più consapevoli dei propri diritti e non siano più disposti a lasciarsi mettere i piedi in testa per qualche centinaio di yuan, un altro è descrivere la Cina come se fosse sull&#8217;orlo di una <strong>rivoluzione operaia</strong>. Ciò dimostra solo quanto poco si sappia di questo paese e quanto limitata sia la capacità di analisi di tanti operatori dei nostri media. Personalmente, ritengo che affermare che i lavoratori cinesi si siano &#8220;risvegliati&#8221; sia fare un grande torto nei loro confronti. In tutti questi anni loro sono sempre stati svegli, solo che noi non eravamo lì ad ascoltare le loro voci e non ce ne siamo mai accorti.</p>
<p style="text-align: justify;">[[Mostra come slideshow]]</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Tolta la vignetta su Tiananmen dal Southern Metropolis Daily</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 20:42:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[Tiananmen]]></category>

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		<description><![CDATA[Ventunesimo anniversario dell' "incidente del 4 giugno" (liu si shijian), così come vengono cripticamente chiamati i giorni del massacro di Tiananmen, nel 1989. Come ha già riportato il Guardian, sul numero dello scorso 1 giugno del Southern Metropolis Daily, quotidiano di Guangzhou, sono comparsi una serie di disegni che celebravano la giornata internazionale dell'infanzia. Uno di questi ritraeva un bambino che disegnava sulla bacheca della scuola alcuni carri armati con davanti una persona. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/tiananmen_bimbo.jpg"><img class="size-medium wp-image-1146 alignleft" title="tiananmen_bimbo" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/tiananmen_bimbo-300x269.jpg" alt="" width="300" height="269" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ventunesimo anniversario dell&#8217; &#8220;incidente del 4 giugno&#8221; (<em>liu si shijian</em>), così come viene cripticamente chiamato il <strong>massacro di Tiananmen</strong>, nel <strong>1989</strong>. Come ha già riportato il <em><a title="articolo in inglese" href="http://www.guardian.co.uk/world/2010/jun/02/tiananmen-square-cartoon" target="_blank">Guardian</a></em>, sul numero dello scorso 1 giugno del <a href="http://www.nddaily.com/" target="_blank"><em>Southern Metropolis Daily</em></a>, quotidiano di Guangzhou, sono comparsi una serie di disegni che celebravano la giornata internazionale dell&#8217;infanzia. Uno di questi ritraeva un bambino che disegnava sulla bacheca della scuola alcuni carri armati con davanti una persona. L&#8217;immagine è stata tolta dal sito del giornale senza fornire spiegazioni, rimane tuttavia visibile nella versione in pdf. La voce ha fatto comunque in tempo a diffondersi nel web, per la verità soprattutto al di fuori del &#8220;<a title="voce Wikipedia (eng)" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Golden_Shield_Project" target="_blank">grande firewall</a>&#8220;, ed è stata segnalata via twitter o ripostata su siti di Hong Kong o di cinesi residenti all&#8217;estero (ad esempio<a href="http://www.cnd.org/my/modules/wfsection/article.php%3Farticleid=25957" target="_blank"> cnd</a> e <a href="http://bbs.chineseofchicago.com/showtree.aspx?topicid=1247&amp;forumpage=1&amp;postid=2531" target="_blank">chicago bbs</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>nddaily</em> non è nuovo a iniziative di questo tipo, considerate da molti dei veri e propri test per misurare i <strong>confini del proibito</strong>. Proprio lo scorso aprile il giornale ha voluto misurarsi con un altro argomento tabù. Nella sezione dedicata alle analisi storiche, è comparso un <a title="Traduzione inglese" href="http://chinaelectionsblog.net/?p=4516" target="_blank">articolo</a> intitolato &#8220;Amare la nazione non significa amare il governo&#8221; nel quale lo storico Hong Zhenkuai, partendo da una prospettiva storica, metteva in discussione il concetto secondo cui Stato e Partito sono due <strong>unità indivisibili</strong> (<em>dangguo bu fen</em>)<em>. </em>Il redattore responsabile della pubblicazione dell&#8217;articolo è stato in seguito rimosso dal suo incarico ma non senza aver suscitato un acceso dibattito<em> </em>in rete.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Wu Hao e la propaganda 2.0</title>
		<link>http://www.cineresie.info/wu-hao-propaganda/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 20:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[dissenso]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>

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		<description><![CDATA[In questa intervista Wu Hao, vice responsabile del dipartimento di propaganda dello Yunnan recentemente criticato in pubblico da alcuni studenti, racconta la sua "propaganda 2.0". Wu è noto per le sue idee all’avanguardia in termini di comunicazione, trasparenza e gestione delle notizie. Oltre a essere stato il primo politico cinese a utilizzare i social network per l’interazione fra istituzioni e cittadini, è divenuto celebre per il modo in cui, nel febbraio del 2009, gestì il famigerato “incidente del nascondino”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/wuhao-wumao.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-726" title="wuhao wumao" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/wuhao-wumao-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>L’immagine di <strong>Wu Hao</strong> investito da una pioggia di banconote da cinque <em>mao </em>mentre sta per iniziare il suo discorso all’Università del Popolo a Pechino è di quelle che rimangono impresse nella memoria. I due studenti venticinquenni che il 22 aprile scorso hanno deciso di manifestare in questo modo il loro <strong>dissenso</strong> possono dirsi soddisfatti. Ma perché tanto odio contro un funzionario ritenuto da molti illuminato?</p>
<p style="text-align: justify;">Ex reporter dell’agenzia <em>Xinhua</em>, Wu Hao (40) è da due anni il vice responsabile dell’<strong>Ufficio per la Propaganda</strong> nella provincia dello Yunnan. Il suo ruolo istituzionale lo pone al vertice di quell’apparato parastatale che voci popolari definiscono “<a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/50_Cent_Party" target="_blank">partito dei cinquanta centesimi</a>” (<em>wumaodang</em>), una schiera di persone di svariati strati sociali che ricevono questo leggendario ammontare per ogni commento pubblicato on line a sostegno delle politiche del governo. Ecco spiegato il significato simbolico dietro al gesto dei due giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">Wu Hao è noto per le sue <strong>idee all’avanguardia </strong>in termini di comunicazione, trasparenza e gestione delle notizie. Oltre a essere stato il primo politico cinese a utilizzare i social network per l’interazione fra istituzioni e cittadini, Wu è divenuto celebre per il modo in cui, nel febbraio del 2009, gestì il famigerato “<a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yunnan_hide-and-seek_incident" target="_blank">incidente del nascondino</a>”. In quella circostanza le guardie carcerarie di una prigione dello Yunnan avevano giustificato il decesso di un detenuto – l’autopsia evidenziò importanti danni cerebrali – spiegando che stava “giocando a nascondino”. La notizia scatenò la <strong>rabbia furibonda</strong> degli internauti cinesi che in poche ore riempirono con 35.000 commenti la pagina di QQ dov’era postato l’articolo. Alcuni giorni dopo, per iniziativa dell’Ufficio Provinciale per la Propaganda, le autorità lanciarono un appello sul web – primo caso nella storia della rete cinese – per formare una <strong>commissione di inchiesta </strong>popolare che facesse chiarezza sull’accaduto. A molti parve una mossa per placare la tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">La commissione effettivamente prese forma in pochi giorni – il tutto era gestito proprio da Wu Hao attraverso il suo gruppo su QQ – e dieci rappresentanti scelti fra i cinquecentodieci che avevano aderito all’appello visitarono il carcere in cerca di indizi. La “gita” si rivelò poco utile in concreto dato che i membri del gruppo non erano autorizzati a far domande alle guardie, nè a visionare le registrazioni delle videocamere di sorveglianza o esaminare i risultati dell’autopsia. Il processo si concluse con alcune condanne mentre aumentarono i sospetti sull’affidabilità di questo gruppo di inchiesta “spontaneo” e soprattuto sulla provenienza dei suoi componenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In pochi giorni, sul forum <em>Tianya</em>, il “<a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/il-bene-e-il-male-nel-primo-processo-al.html" target="_blank">motore di ricerca di carne umana</a>” si mise in moto e arrivò a svelare l’identità dei componenti della commissione popolare reclutati da Wu Hao: quasi tutti erano vicini ai media ufficiali o ad ambienti <strong>legati alla propaganda</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi molti <em>netizen</em> – come pure i due studenti della <em>Renmin Daxue – </em>rimangono convinti che Wu Hao e il suo ufficio avessero messo in moto un’astuta operazione di propaganda reclutando collaboratori prezzolati e membri del famigerato “<strong>partito dei cinquanta centesimi</strong>”. Wu Hao da parte sua non ha mai smesso di difendere l’iniziativa e, in nome della sua battaglia per la trasparenza, ha reso pubbliche tutte le <em>chat </em>del gruppo su QQ.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa <a title="fonte in cinese" href="http://nf.nfdaily.cn/nfrwzk/content/2010-05/11/content_11821901.htm" target="_blank">intervista</a> pubblicata il 10 maggio scorso su <em>Nanfang</em> <em>Renwu Zhoukan</em> è possibile farsi un’idea del personaggio, esempio emblematico di una propaganda che cerca di ammodernarsi non senza aperture e concessioni – alcune reali – nei confronti di una opinione pubblica sempre più esigente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornalista Yang Xiao ha incontrato Wu Hao a Pechino dove si trovava per un corso di aggiornamento per quadri. Wu Hao, dopo la contestazione del 22 aprile, fedele al suo stile, aveva dato appuntamento ai netizen per un confronto aperto, ma ha poi ritirato l’invito. L’intervista – cui ho praticato qualche taglio – comincia proprio con una domanda su questo punto.</p>
<blockquote>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Wu Hao dopo il lancio di banconote</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">di Yang Xiao</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ha aggiornato il suo microblog negli ultimi due giorni? Originariamente il suo incontro con i netizen era fissato per oggi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho riflettuto molto dopo quel che è accaduto e penso che sia stata un po’ una messa in scena. Sembrerò un tipo tronfio, che si mette in mostra, ma c’è un motivo: il nostro lavoro di responsabili della propaganda sta attraversando un momento di svolta e rinnovamento. E’ un cambiamento che riguarda le idee ed è importante far sì che molti colleghi ne siano consapevoli. Perciò bisogna fare divulgazione e parlarne, altrimenti le energie di una singola persona non sono sufficienti. In realtà io sarei una persona remissiva, modesta e prudente nella vita di tutti i giorni, però il lavoro e la condotta pubblica sono un’altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’episodio del lancio di banconote tutto quel che avevo da dire l’ho detto, per cui non c’è molto altro da aggiungere. In passato molti, dentro il sistema, faticavano ad accettare le nostre idee innovative, adesso invece vedo che avviene sempre più spesso. Anche nel mio recente periodo di studio alla <a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/China_National_School_of_Administration" target="_blank">Scuola Nazionale dell’Amministrazione</a> ho avuto modo di esporre i nostri nuovi metodi a quadri provenienti da tutto il Paese. Dipartimenti della propaganda di ogni provincia mi hanno invitato da loro a tenere delle lezioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa vogliono studiare? Delle tecniche o dei princìpi teorici?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto i princìpi. È necessario cambiare le nostre idee. Oggi occuparsi di notizie e propaganda è prima di tutto una questione di princìpi e su questo punto ho avuto anche una discussione accesa qui [alla scuola, ndt]. È successo quando alle lezioni di media e informazione sono venute a parlare personalità come <a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bai_Yansong" target="_blank">Bai Yansong </a> [giornalista di punta della CCTV, ndt]. Hanno illustrato questioni squisitamente pratiche, riguardanti ad esempio il modo in cui i giornalisti dovrebbero porsi rispetto ai funzionari o a come i quadri dovrebbero rispondere, eccetera. Io invece ritengo che è sui princìpi che bisogna trovare una direzione nuova: è necessario spostarsi da “partite a scacchi” e antagonismi al lavoro di gruppo e alla cooperazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La trasmissione delle notizie si compone di quattro elementi fondamentali: dipartimenti di competenza, media, supervisori dei media e pubblico. Il punto di incontro fra questi quattro elementi deve essere la pubblicazione trasparente delle notizie.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse la mancanza di reciprocità fra potere e diritti è la questione fondamentale. Rispetto a questo, non è ambiguo parlare di “partite a scacchi”? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È per questo che dico che è necessario cambiare i princìpi di fondo. Se non li si cambia si finisce col servirsi soltanto di norme pratiche, e allora è facile che si arrivi a strappare la macchina fotografica o la penna dalle mani a qualcuno. Ma non è così che si mette in atto l’idea di trasparenza e pubblicità delle notizie. Se io mi nascondo, faccio pressioni, scappo o me la cavo con qualche bella dichiarazione, in realtà dimostro di non avere rispetto per te che sei un giornalista, ti considero pari a nulla, uno a cui non vale la pena di rispondere e può accadere quel che ho appena detto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un amministratore, nella sua posizione, in passato poteva tranquillamente mettere a tacere la gente, per quale ragione adesso dovrebbe cambiare le proprie idee? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ questo il punto cruciale, ecco perchè bisogna far sì che queste idee si diffondano. Vedi che io mi auto esalto sui microblog e appena c&#8217;è qualche commento positivo lo riporto sul mio profilo: non è che voglio fare qualcosa per me stesso, è solo per quella questione molto concreta che hai appena sollevato, vale a dire qual è la ragione alle spalle di questo cambiamento. È importante che più persone possibile [nel governo, ndt] vedano i benefici che un rinnovamento delle idee può portare loro. Dall’anno scorso [nello Yunnan, ndt] ci comportiamo in questo modo: in tutti gli incidenti improvvisi che si sono verificati mai abbiamo proibito ai giornalisti di venire da noi, come invece accade altrove. Non c’erano barriere, occhi puntati addosso o cortesi dinieghi, niente di tutto ciò. Mi pare che questo modo di agire non abbia nuociuto all’immagine dello Yunnan, o sbaglio? Quindi dare trasparenza e pubblicità alle notizie non è un danno per l’immagine di un luogo, anzi, non può che migliorarla e con essa incrementare la credibilità di un governo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’incidente del lancio di<em> </em>soldi che reazioni ci sono state dentro il sistema, per esempio negli altri uffici amministrativi della provincia dello Yunnan?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono state reazioni particolari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci sono state reazioni oppure lei non ne è a conoscenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so, io sono venuto qui a studiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E fra i suoi colleghi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I miei colleghi sono preoccupati. Temono che questo potrà influenzare negativamente la mia carriera istituzionale; dicono che non era mai capitato a nessun funzionario un fatto simile. Certo, se questo dovesse aver oltrepassato il grado di tolleranza di qualche mio superiore allora è possibile che il fatto avrà delle ripercussioni rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E’ una preoccupazione non immotivata, per la verità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo. Ma come ho detto anche a loro, a seguire il dibattito pubblico che c’è stato in questi giorni posso dire che i commenti non sono stati così negativi. Ho anche visto degli esponenti di sinistra che hanno criticato la mia scarsa fermezza sul piano politico e il fatto che non ho dato una risposta netta e decisa ai contestatori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa pensa di queste critiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella società cinese c’è sempre un modo di affrontare le cose come se si trattasse di una partita a scacchi. Noi cerchiamo di trovare un buon canale di comunicazione e interazione con la società. Non importa quanto pesanti siano inimicizia e opposizione se sono in grado di condurre verso il dialogo e la coperazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il suo giudizio su una società cinese che si muove verso il futuro appunto come in una partita a scacchi?<em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario che il Partito sia perfettamente consapevole di questa situazione e metta in atto i cambiamenti necessari a conquistare il consenso da parte della società. Per esempio l’attuale presidente ha detto che vuole far sì che il popolo viva dignitosamente. Ora tutti i funzionari ripetono questa cosa, ma in concreto che cosa fanno? Non molto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quando ha assunto il suo incarico il 10 dicembre 2008 a oggi ha mai sentito un’opposizione proveniente dall’interno del sistema?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me la cosa più importante è che un’idea entri in collisione con qualcosa – i conservatori, manco a dirlo – poi il concetto nuovo che tu proponi ha bisogno di un po’ di tempo per essere recepito: si tratta di un processo. Tutto sommato siamo arrivati fino a oggi, eppure non erano in pochi quelli che prevedevano che io non avrei superato nemmeno il periodo di prova.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto dura il periodo di prova?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un anno. È già finito in effetti. […] Certamente ogni volta che proponi qualcosa di nuovo c’è qualcuno che non lo accetta. Adesso ad esempio stiamo facendo un test sulla gestione degli incidenti che sollevano l’attenzione dell’opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’episodio del lancio di banconote può essere considerato una specie di test?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In effetti [i contestatori, ndt] non hanno provocato in me alcun tipo di reazione emotiva. Le reazioni sono riflessi incondizionati, una cosa naturale, per questo insisto sempre sull’importanza delle idee di fondo. Vale a dire che le tue reazioni sono conseguenza diretta delle idee che hai in testa. Se ad esempio sei convinto che l’autorità non può subire contestazioni, di sicuro giudicheresti quel che è accaduto come una figuraccia e saresti tremendamente irritato, cercheresti di fermare subito i responsabili o comunque indagheresti sul fatto a cosa finita. E se sei un funzionario con un po’ di conoscenza delle leggi andresti subito a denunciare il fatto in tribunale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perciò lei ritiene che incidenti come questo siano una cosa normale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma in un’intervista al Quotidiano del Popolo lei ha detto di non augurarsi che questo diventi la norma, giusto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuro. Singoli casi è normale che possano verificarsi, ma se questo comportamento diventa una prassi nella società, beh allora è come essere durante la Rivoluzione Culturale!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei paesi occidentali la protesta non è un fatto comune?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma accade ogni giorno? In questi anni hanno tirato una volta delle scarpe addosso a Bush, ma non si può dire che questa sia la prassi! Quando accade si risponde, ma se consideriamo concretamente questi anni credo che la società si sia fatta molto più aperta e progressista.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni sono preoccupati e ritengono che questo episodio del lancio di banconote abbia messo all’angolo un funzionario illuminato. Questo potrebbe farla desistere e ritirarsi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avendo delle ferme convinzioni non si corre il rischio di doversi ritirare. Se uno si dirige con passo fermo nella direzione del progresso, perché non si può lasciare che questa società si adatti a te? Se uno è convinto che ciò che fa è giusto questo genere di problemi non sussistono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però oltre all’approvazione del popolo della rete temo serva anche l’approvazione di persone che stanno un po’ più in alto, no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io credo che voi ragioniate in una maniera per cui o si parla in nome del partito o si parla in nome della gente, come se le due cose fossero separate. Ma nella realtà, qualunque cosa tu faccia, se questa è approvata dal popolo allora lo sarà anche dal partito</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ne è sicuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se la direzione è quella giusta, in linea generale, la volontà popolare può formare un tutt’uno con quella del partito. Nel mio caso, in quest’anno ho avuto non pochi scontri, ma fino a oggi ancora non sono caduto! Perciò non fa differenza se l’approvazione proviene dall’interno del sistema o dalla società, l’importante è che ci sia.</p>
</blockquote>
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		<title>Contraddizioni in seno al popolo</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 19:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa la Reuters ha battuto la notizia che Yang Huanning, vice-ministro della Pubblica Sicurezza del governo di Pechino, nel corso di una conferenza per funzionari della sicurezza tenutasi il 18 dicembre avrebbe richiamato l&#8217;attenzione del pubblico sul fatto che &#8220;le macchinazioni delle forze occidentali anti-cinesi per occidentalizzarci e dividerci, gli attriti e le dispute tra i paesi, le forze ostili che creano caos e sabotano rimangono importanti fattori che mettono a rischio la nostra sicurezza nazionale e la stabilità sociale&#8221;. La soluzione che proponeva era quella di &#8220;colpire ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/mao-deng.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-114" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/mao-deng-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Qualche giorno fa la <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTRE5BR0AQ20091228" target="_blank">Reuters </a>ha battuto la notizia che Yang Huanning, vice-ministro della Pubblica Sicurezza del governo di Pechino, nel corso di una conferenza per funzionari della sicurezza tenutasi il 18 dicembre avrebbe richiamato l&#8217;attenzione del pubblico sul fatto che &#8220;le macchinazioni delle forze occidentali anti-cinesi per occidentalizzarci e dividerci, gli attriti e le dispute tra i paesi, le forze ostili che creano caos e sabotano rimangono importanti fattori che mettono a rischio la nostra sicurezza nazionale e la stabilità sociale&#8221;. La soluzione che proponeva era quella di &#8220;colpire duro contro le forze ostili nell&#8217;interno del paese e all&#8217;estero&#8221; e di &#8220;darsi da fare per anticipare e prevenire, ricorrendo ad attacchi preventivi&#8221;. Anche se tra le minacce citate in maniera esplicita ovviamente apparivano i movimenti separatisti nelle regioni di confine del Tibet e dello Xinjiang, il fatto che questo discorso sia stato reso pubblico appena tre giorni dopo la condanna di Liu Xiaobo lasciava ben pochi dubbi su quale sia il reale significato di queste parole.</p>
<p style="text-align: justify">Il Partito Comunista Cinese è ossessionato dall&#8217;idea di stabilità sociale <em>(shehui wending)</em> e non è disposto a soprassedere su qualunque minaccia in questo senso, percepita o reale che sia. Qualche giorno fa, gli specialisti dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno tenuto la consueta <a href="http://news.qq.com/a/20091221/001334_1.htm" target="_blank">conferenza stampa</a> annuale per presentare il nuovo &#8220;Libro Blu sulla Società Cinese nel 2010&#8243;, un volume che viene pubblicato alla fine di ogni anno per presentare quelle che, secondo gli analisti, dovrebbero essere le tendenze sociali in Cina per l&#8217;anno successivo. Uno degli argomenti fondamentali toccati dagli esperti in quest&#8217;ultima occasione era proprio quello della stabilità sociale, a partire dalla constatazione che anche se la società cinese nel 2009 è rimasta sostanzialmente stabile, al suo interno ha continuato a registrarsi una preoccupante tendenza all&#8217;aumento degli incidenti di massa <em>(quntixing shijian)</em>. Anche se durante la presentazione del volume non è stato fornito alcun dato quantitativi sull&#8217;aumento di questi incidenti, possiamo constatare la realtà di questo fenomeno semplicemente prendendo in considerazione <a href="http://special.globaltimes.cn/2009-05/433271.html" target="_blank">alcuni dati</a> degli ultimi anni: se nel 1993 gli incidenti erano stati appena 8.700, nel 2005 il Ministero della Pubblica Sicurezza ne contava 87.000, nel 2007 circa centomila.</p>
<p style="text-align: justify">Nei lontani anni Cinquanta, un altro periodo di grande conflittualità sociale in Cina, Mao Zedong aveva tenuto un <a href="http://www.bibliotecamarxista.org/Mao/libro_14/sull_sol_cd_sen_pop.pdf" target="_blank">importante discorso</a> in cui aveva distinto le tensioni all&#8217;interno della società cinese in due categorie molto nette: le &#8220;contraddizioni in seno al popolo&#8221; (<em>renmin neibu maodun</em>) e le &#8220;contraddizioni tra noi e i nostri nemici&#8221; (<em>diwo maodun</em>).  Mentre queste ultime erano considerate contraddizioni &#8220;antagoniste&#8221;, che andavano risolte attraverso l&#8217;uso della forza, le prime &#8220;esistevano sulla base di una fondamentale identità degli interessi del popolo&#8221; e quindi andavano risolte &#8220;attraverso i metodi della discussione, della critica, della persuasione e dell&#8217;educazione&#8221;. In una recente <a href="http://q.sohu.com/forum/20/topic/4808244" target="_blank">intervista</a> rilasciata al settimanale Liaowang, Huang Huo, direttore dell&#8217;Ufficio di Chongqing dell&#8217;agenzia di stampa ufficiale Xinhua, ha affermato: &#8220;Per definire gli incidenti di massa [nella Cina di oggi] sarebbe opportuno continuare ad utilizzare il vecchio modo di pensare delle &#8216;contraddizioni in seno al popolo&#8217;, evitando assolutamente di definirli in maniera ingiustificata e di &#8216;politicizzarli&#8217;&#8221;. Eppure, dopo oltre cinquant&#8217;anni, gli specialisti dell&#8217;Accademia delle Scienze Sociali hanno deciso di mandare in pensione questa teoria tradizionale della conflittualità sociale, proponendo una nuova chiave di lettura più adatta alla situazione reale della Cina di oggi. Nel nuovo Libro Blu infatti viene proposta una distinzione in due categorie: da un lato i &#8220;conflitti di massa non di classe e non legati ad interessi diretti&#8221; (<em>fei jiecengxing de, wuzhi liyi de quntixing chongtu</em>), dall&#8217;altro i &#8220;conflitti di massa con natura di classe e legati ad interessi diretti&#8221; (<em>you jiecengxing de, you zhijie liyi de quntixing chongtu</em>).</p>
<p style="text-align: justify">Consideriamo innanzitutto la prima categoria di incidenti di massa, quelli privi di natura di classe e non legati ad interessi diretti. Stando a quanto affermato dagli specialisti dell&#8217;Accademia: &#8220;&#8216;Privi di natura di classe&#8217; fa riferimento al fatto che i partecipanti provengono da qualsiasi aspetto della società; non legati ad interessi diretti significa che gli interessi dei partecipanti non hanno alcun legame con l&#8217;incidente in sé&#8221;. Secondo loro, tutto sarebbe riconducibili a questioni sociali originate dal processo di transizione innescato dalle riforme degli ultimi trent&#8217;anni &#8211; ristrutturazioni aziendali malfatte che hanno decimato la classe operaia, espropri di terreni ai danni dei contadini, sfratti forzati che hanno colpito la classe media urbana -, tutti problemi che avrebbero trasformato l&#8217;intera società in una polveriera pronta a scoppiare alla prima scintilla. Come ha affermato Huang Huo nella già citata intervista: &#8220;Le caratteristiche comuni agli incidenti di massa di oggi possono essere riassunte in questo modo: le contraddizioni sociali hanno già una certa base nella società e nelle masse, quindi non appena c&#8217;è una miccia adeguata, l&#8217;esplosione è rapida. Questo [processo] mette in luce le caratteristiche di una rapida escalation, di un confronto accesso, di una grande forza distruttiva contro la società e di una difficile gestibilità&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Per illustrare questa prima tipologia, gli specialisti dell&#8217;Accademia hanno proposto due esempi di conflitto avvenuti negli ultimi due anni con dinamiche praticamente identiche, vale a dire l&#8217;<a href="http://www.zonaeuropa.com/20080701_1.htm" target="_blank">incidente di Weng&#8217;an</a>, verificatosi nel giugno del 2008 nell&#8217;omonima località della provincia del Guizhou, e <span style="text-decoration: underline">l<a href="http://www.zonaeuropa.com/20090621_1.htm" target="_blank">&#8216;incidente di Shishou</a></span>, avvenuto nello Hubei nel giugno del 2009. In entrambi i casi una persona era morta in circostanze misteriose &#8211; a Weng&#8217;an una quindicenne era annegata in un fiume in piena notte, a Shishou un giovane cuoco era stato trovato morto ai piedi dell&#8217;albergo in cui lavorava &#8211; e le autorità avevano dichiarato in tutta fretta che si era trattato di suicidio, alimentando la diffidenza dei famigliari delle vittime. Sempre in entrambi i casi, per ottenere giustizia i famigliari avevano deciso di difendere e conservare i corpi dei defunti fino al momento in cui la polizia non avesse deciso di avviare nuove indagini sulle circostanze della morte e questo aveva attirato l&#8217;attenzione della rete e dell&#8217;opinione pubblica. La scarsa trasparenza nella gestione di questi incidenti da parte dei governi locali, le voci incontrollate su presunti complotti messi in atto da funzionari corrotti per insabbiare l&#8217;accaduto e l&#8217;assenza di fonti d&#8217;informazione attendibili successivamente hanno portato ad un rapido deteriorarsi della situazione, causando incidenti di massa in cui sono state coinvolte decine di migliaia di persone, con conseguente assalti e violenze contro uffici e beni pubblici (in particolare a Weng&#8217;an).</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto riguarda invece la seconda categoria di incidenti, quelli che hanno natura di classe e comportano il coinvolgimento di interessi diretti, gli specialisti dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno proposto un singolo esempio: l&#8217;incidente collettivo che nel luglio di quest&#8217;anno ha coinvolto i lavoratori dell&#8217;<a href="http://chinanewswrap.com/2009/07/28/general-manager-of-steel-company-beaten-to-death-by-employees/" target="_blank">acciaieria Tonggang</a> di Jilin e ha portato alla morte di Chen Guojun, il direttore generale della società. La situazione che ha originato lo scontro non è niente di eccezionale nel contesto della Cina delle riforme e, come è stato detto durante la conferenza stampa, &#8220;riflette il fatto che dopo che le politiche di riforma ed apertura sono state portate avanti per trent&#8217;anni, succede ancora che si vada a colpire in questo modo i diritti e gli interessi dei lavoratori&#8221;. La storia si è svolta in questo modo: il gruppo Jianlong, la più grande società privata nel campo dell&#8217;acciaio in Cina, nel 2005 aveva preso il controllo di una quota di minoranza nella Tonggang, una vecchia impresa di Stato, imponendo un piano di ristrutturazione doloroso che aveva portato al licenziamento di diverse migliaia di lavoratori. Per questa ragione il 24 luglio, quando si era diffusa la notizia che la Jianlong stava per assumere il controllo dell&#8217;acciaieria, alcuni lavoratori hanno attaccato Chen Guojun, il futuro direttore generale, ferendolo a morte. Questo incidente ha gettato una nuova luce sui lavoratori cinesi, tradizionalmente raffigurati come un&#8217;entità passiva e inerme e ora presentati come una massa violenta e minacciosa, tanto che il China Labour Bulletin, un&#8217;organizzazione non governativa basata ad Hong Kong, ha sentito la necessità di lanciare <a href="http://www.clb.org.hk/en/node/100528" target="_blank">un appello</a> per ricordare come in realtà &#8220;i lavoratori siano con molta maggiore probabilità le vittime di violenze, minacce, intimidazioni e abusi, piuttosto che i perpetratori di tutto ciò&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Ma, al di là di queste distinzioni teoriche, quali sono le ragioni concrete che spingono i cittadini cinesi a riversarsi sulle strade a proprio rischio e pericolo? Per rispondere a questa domanda, è necessario far riferimento ad un altro <a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/su-alcune-tendenze-della-societ-cinese.html" target="_blank">documento</a> dell&#8217;Accademia delle Scienze Sociali, l&#8217;edizione precedente del Libro Blu, pubblicata alla fine del 2008. In questo volume, che poneva fortemente l&#8217;accento sul problema della disoccupazione, considerata la più grande minaccia per la società cinese in un&#8217;epoca di crisi, gli autori esponevano i risultati di un&#8217;indagine sulle questioni che più avevano preoccupato i cittadini cinesi nel 2008: al primo posto si trovava l&#8217;aumento dei prezzi (63,5%), seguito dalle difficoltà nell&#8217;accesso al sistema sanitario (42,1%), l&#8217;aggravarsi dei divario nei redditi tra città e campagna (28%), la disoccupazione (26%), i prezzi eccessivi degli immobili (20,4%), la corruzione (19,4%) e la pensione (17,7%). Se ciò permette di stabilire a grandi linee quali sono le principali fonti di preoccupazione (e quindi di tensione) in seno alla società cinese, questo documento era ancora più esplicito riguardo alle ragioni alla base degli incidenti di massa, distinguendo sei ordini di cause: a) i governi locali infrangono gli interessi del popolo; b) l&#8217;allargamento del divario tra ricchi e poveri; c) la forte insoddisfazione dell&#8217;opinione pubblica nei confronti dell&#8217;ingiusta distribuzione delle risorse e dell&#8217;irragionevole ricchezza di alcuni; d) la violazione degli interessi economici e dei diritti democratici del popolo; e) l&#8217;impossibilità per gli individui di trovare meccanismi per il negoziato e per la tutela dei propri diritti; f) l&#8217;inadeguatezza delle modalità di gestione sociale e dell&#8217;economia socialista di mercato rispetto alla crescente coscienza democratica del popolo e delle masse.</p>
<p style="text-align: justify">Stando ad <a href="http://www.infzm.com/content/39165" target="_blank">un articolo </a>pubblicato la settimana scorsa sul Nanfang Zhoumo, i manuali su come gestire gli incidenti di massa starebbero andando a ruba tra i burocrati del Partito e dello Stato, mentre le istituzioni incaricate di addestrare le nuove generazioni di funzionari starebbero adottando simili testi come lettura obbligatoria. Se si presta fede a quanto riportato in questo articolo, nel solo 2009 sono stati pubblicati ben otto libri sull&#8217;argomento, contro gli appena due del 2008. Inoltre, se prima del 2005 sull&#8217;argomento venivano pubblicati appena trenta studi accademici all&#8217;anno, nel solo 2006 il numero era schizzato a 170, per poi passare a 320 nel 2009. Questo non solo riflette una crescente apprensione da parte delle autorità cinesi, ma anche una sempre maggiore consapevolezza della necessità di gestire lo scontento della popolazione con misure ragionate che non si limitino semplicemente allo spiegamento della forza bruta delle armi. Eppure, se prima non si risolvono i problemi strutturali alle spalle degli incidenti di massa, in particolare quelle carenze dello stato di diritto che spesso non lasciano ai cittadini alcuna alternativa allo scendere in piazza, difficilmente sarà possibile mantenere la &#8220;stabilità sociale&#8221;. Come mi ha detto recentemente un noto avvocato impegnato nella tutela dei diritti delle fasce sociali più deboli: &#8220;Sai cosa dico quando un lavoratore mi chiama per chiedermi come può risolvere i suoi problemi? Gli dico di raccogliere quante più persone può e di scendere in strada a protestare, facendo più casino possibile. Non c&#8217;è altro modo&#8221;.</p>
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		<title>Una tigre di carta?</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 14:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche settimana fa sono stato invitato a partecipare ad un ciclo di seminari sulla cultura pop cinese organizzato dai dottorandi del Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia Orientale dell&#8217;Università di Venezia. Considerato il mio interesse verso le dinamiche sociali di contestazione all&#8217;interno della società cinese, ho deciso di concentrare il mio intervento su quello che, in maniera un po&#8217; criptica, ho definito come la questione de &#8220;Il popolo della rete e la mobilitazione sul web nella Repubblica Popolare Cinese&#8221;. È stata una buona occasione per riprendere il filo di alcuni post che ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/Shishou.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-99" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/Shishou-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a>Qualche settimana fa sono stato invitato a partecipare ad un <a href="http://culturapop09.wordpress.com/" target="_blank">ciclo di seminari</a> sulla cultura pop cinese organizzato dai dottorandi del Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia Orientale dell&#8217;Università di Venezia. Considerato il mio interesse verso le dinamiche sociali di contestazione all&#8217;interno della società cinese, ho deciso di concentrare il mio intervento su quello che, in maniera un po&#8217; criptica, ho definito come la questione de &#8220;Il <em>popolo della rete </em>e la mobilitazione sul web nella Repubblica Popolare Cinese&#8221;. È stata una buona occasione per riprendere il filo di alcuni post che in passato avevo già avuto modo di pubblicare su entrambi i miei blog e un pretesto per trarre alcune conclusioni di carattere generale su questo fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify">Alla base del mio ragionamento sta la constatazione che negli ultimi anni si sono verificati innumerevoli casi in cui la società civile cinese si è servita della rete come strumento di lotta. Nel mio discorso, ho provato ad argomentare come il 2007 sia stato un anno di svolta per questo tipo di dinamiche, in quanto allora in pochi mesi si sono avuti ben tre casi di portata nazionale in cui il &#8220;<a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/04/il-popolo-della-rete-e-le-nuove.html" target="_blank">popolo della rete</a>&#8221; ha avuto modo di scontrarsi direttamente con le autorità: in primo luogo c&#8217;è stato il caso dell&#8217;impianto chimico di Xiamen, un confronto tra gli abitanti della città, preoccupati per la propria salute in vista dell&#8217;imminente costruzione della fabbrica in un&#8217;area abitata, e le autorità locali e nazionali, interessate innanzitutto allo sviluppo economico dell&#8217;area; in secondo luogo l&#8217;incidente della tigre della Cina meridionale, quando una truffa ordita dalle autorità locali della provincia dello Shaanxi per ottenere finanziamenti per la creazione di un parco naturale protetto per una specie di tigre da tempo estinta è stata smascherata dai netizen; infine la storia delle fornaci di mattoni clandestine, quando il web è stato utilizzato per denunciare un traffico di esseri umani tra le provincie dello Henan e dello Shanxi, portando ad un deciso intervento da parte del governo centrale per stroncare il fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify">Detto questo, la mia analisi si concentrava su alcuni casi in cui il &#8220;popolo della rete&#8221; è arrivato ad influenzare l&#8217;esito di alcuni casi giudiziari di primo piano. Gli esempi che portavo erano quello del caso di Deng Yujiao, la giovane pedicure di Badong che aveva ucciso a coltellate un funzionario che aveva cercato di violentarla, e il caso di Xu Ting, un ragazzo che aveva approfittato del malfunzionamento di un ATM per prelevare l&#8217;equivalente di oltre diciassettemila euro e per questo era stato condannato all&#8217;ergastolo. Per quanto riguarda Deng Yujiao, la mobilitazione della società civile, virtuale e reale, era riuscita a far sì che la ragazza fosse prontamente scarcerata sulla base di presunti disturbi della personalità; nel caso di Xu Ting invece l&#8217;esito era stata una revisione del processo che successivamente aveva portato ad una condanna, comunque severa, a cinque anni di carcere. Partendo da questi due casi, proponevo una duplice conclusione: da un lato esprimevo un certo pessimismo perché situazioni del genere dimostrano l&#8217;immaturità del sistema giuridico e, più in generale, della concezione dello stato di diritto in Cina; dall&#8217;altro mi dichiaravo ottimista, perché un sistema giuridico con evidenti problemi di mancanza di autonomia come quello cinese mostrava di essere sensibile anche a stimoli provenienti dal basso, non solo dall&#8217;alto.</p>
<p style="text-align: justify">Nella seconda parte del mio intervento affrontavo la questione del famigerato &#8220;<a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/il-bene-e-il-male-nel-primo-processo-al.html" target="_blank">motore di ricerca di carne umana</a>&#8220;. Era un modo di bilanciare la visione positiva della rete come uno strumento di lotta sociale con la constatazione che, nel contesto cinese, questo mezzo viene  spesso piegato ai fini di una lotta più personale e privata. Senza dilungarmi troppo sull&#8217;argomento, su cui è già stato scritto in abbondanza, ricordo semplicemente che &#8220;motore di ricerca di carne umana&#8221; non è una definizione riferita ad un qualche particolare sito, ma a quel meccanismo in base al quale gli utenti del web cinese riescono a reperire nuove informazioni attraverso la condivisione delle informazioni a loro disposizione con altri utenti. In sostanza, se un utente ha in mano una fotografia, un nome oppure un qualsiasi altro elemento riferito ad una persona e da questo vuole risalire ad altri dati, pubblicherà quanto ha a disposizione su qualche forum o sito, chiedendo agli altri netizen di condividere quanto sanno in merito. Anche se le potenzialità di un simile strumento sono praticamente infinite (in fondo si tratta di una modalità innovativa di condivisione delle conoscenze), negli ultimi anni si è assistito ad una preoccupante tendenza che vede il motore di ricerca di carne umana utilizzato per pubblicare i dati personali di persone che l&#8217;opinione pubblica cinese considera moralmente riprovevoli, dagli adulteri ai responsabili di maltrattamenti nei confronti di animali, da ragazze ritratte in pose sexy a truffatori di ogni genere. In sostanza, attraverso il motore di ricerca di carne umana gli utenti si trasformano in una sorta di giustizieri, in grado di supplire alle carenze (o ai limiti naturali) del diritto.</p>
<p style="text-align: justify">Il dibattito sulla &#8220;bontà&#8221; o meno del motore di ricerca di carne umana rimane aperto. Da un lato i suoi sostenitori affermano che si tratta di uno strumento importante per rimediare alle ingiustizie sociali e per limitare lo strapotere dei funzionari corrotti. A sostegno di questa tesi portano diversi casi in cui nel tritacarne sono finiti ufficiali locali, da Lin Jiaxiang, funzionario delle dogane di Shenzhen, filmato in un ristorante dopo aver tentato di abusare di una bambina di undici anni, a Zhou Jiugeng, direttore del dipartimento immobiliare di un distretto di Nanchino, il cui lussuosissimo orologio al polso e la carissima marca di sigarette fumate hanno sollevato un&#8217;infinità di dubbi. D&#8217;altro canto invece i detrattori mettono in discussione la dubbia morale di quelli che sono visti alla stregua di veri processi sommari on-line, un&#8217;edizione moderna delle sessioni di critica della Rivoluzione Culturale, senza contare poi la problematicità dal punto di vista della privacy delle vittime. Dal mio personale punto di vista, come ho già avuto modo di scrivere, il motore di ricerca di carne umana non è altro che l&#8217;emanazione di un profondo (ed irrisolvibile) dilemma etico: agli occhi dell&#8217;opinione pubblica alcune persone meritano di essere punite, ma la giustizia ordinaria non è in grado di provvedere. L&#8217;unica via d&#8217;uscita da questa situazione potrebbe essere il completamento dell&#8217;apparato giuridico ed una legislazione più efficace per la tutela dei dati personali.</p>
<p style="text-align: justify">Ritornando alla questione del &#8220;popolo della rete&#8221;, devo dire che questo fenomeno mi affascina principalmente per le sue implicazioni politiche e sociali. A mio avviso, si tratta della chiara dimostrazione che anche in un sistema politico autoritario e repressivo come quello cinese esistono spazi di manovra che i comuni cittadini possono sfruttare per tutelare i propri diritti e promuovere i propri interessi. Questa non è una grande novità per chi segue con una certa attenzione e un minimo di costanza quanto avviene in Cina, eppure credo sia un aspetto che per anni è stato sottovalutato dai media di casa nostra. Nell&#8217;ultimo decennio ai lettori italiani la Cina è stata descritta come uno vero e proprio stato di polizia, una realtà in cui un governo repressivo e violento tiene sotto controllo ogni aspetto della vita dei cittadini, sudditi inermi e impauriti. Con questo si è mancato di cogliere uno dei fenomeni più significativi della Cina di oggi, vale a dire la rinascita della coscienza civile e lo sviluppo di nuove forze sociali dal basso.  Con questo non intendo certo negare gli aspetti più deleteri dell&#8217;esercizio del potere da parte delle autorità cinesi &#8211; si veda ad esempio quanto ho scritto la scorsa estate sulla <a href="http://appunticinesi.blog.unita.it//Repressione_silenziosa_531.shtml" target="_blank">campagna di intimidazioni</a> messa in atto dal governo cinese contro le organizzazioni della società civile -, vorrei semplicemente sottolineare come la società cinese sia molto più complessa ed articolata di come è stata descritta dai media nostrani negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure non tutti condividono il mio ottimismo nei confronti del &#8220;popolo della rete&#8221;. Un paio di giorni prima del mio intervento a Venezia, ho avuto un&#8217;interessante discussione con <a href="http://www.livestream.com/oilproject/video?clipId=flv_515582b3-94f3-47dc-899c-cee999480413" target="_blank">Renzo Cavalieri</a>, docente di diritto dell&#8217;Asia orientale a Ca&#8217; Foscari e da anni analista di affari cinesi, in merito alla questione dell&#8217;influenza dell&#8217;opinione pubblica cinese sul funzionamento dell&#8217;apparato giudiziario. Se io in questo fenomeno leggevo soprattutto una funzione di bilanciamento &#8220;dal basso&#8221; nei confronti di un sistema giudiziario pesantemente condizionato dalle interferenze ufficiali, il professor Cavalieri mi faceva notare come la spontaneità di queste manifestazioni fosse quantomeno dubbia, in quanto in fin dei conti tutto potrebbe non essere nient&#8217;altro che l&#8217;ennesimo meccanismo di legittimazione del potere, una serie di concessioni mirate, finalizzate a convincere la società cinese della bontà della autorità e della loro disponibilità al dialogo. Uno spunto interessante per un&#8217;ulteriore riflessione sull&#8217;argomento.</p>
<p style="text-align: justify">Anche in Cina sono state sollevate diverse perplessità sulle potenzialità del popolo della rete. In un commento intitolato &#8220;La forza della volontà popolare sul web è solo una fantasia&#8221;, pubblicato in novembre sulla rivista <em>Phoenix Weekly</em>, l&#8217;editorialista Shi Yong sosteneva una tesi in controcorrente: anche se siamo entrati in un&#8217;epoca in cui il concetto di &#8220;popolo&#8221; (<em>renmin</em>) è passato di moda e in cui è il &#8220;popolo della rete&#8221; (<em>wangmin</em>) a mostrare appieno la propria forza, affermare che quest&#8217;ultimo è davvero potente è affrettato. &#8220;Per prendere in prestito una citazione del presidente Mao &#8211; scrive Shi Yong -, il popolo della rete è solo una tigre di carta&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Oltre a notare come il motore di ricerca di carne umana sia un deterrente alquanto efficace nei confronti dei funzionari corrotti (la burocrazia cinese sarebbe talmente ampia che un monitoraggio estensivo da parte dell&#8217;opinione pubblica si rivela sostanzialmente impossibile), Shi Yong esprimeva dubbi molto simili a quelli sollevati da Renzo Cavalieri. Per utilizzare le sue parole: &#8220;Di fatto, l&#8217;identità del ‘popolo della rete&#8217; ha ottenuto una certa connotazione politica ed ha attraversato un processo di trasformazione in cui è stata resa affascinante. Ciò è avvenuto solamente quando [le autorità] si sono rese conto di non essere in grado esercitare un controllo efficace sulla rete. Dato che non si poteva ignorare la voce che indicava la corruzione dell&#8217;intero sistema, per risolvere la ‘crisi di legittimazione&#8217; questa voce è stata resa affascinante attraverso l&#8217;etichetta di ‘volontà popolare&#8217;. Riportare alla luce il suo elemento più alla moda può servire a ricreare un senso di vicinanza tra il popolo della rete e i livelli più elevati del potere. Oggi quella del popolo della rete che chiede conto al governo è diventata una vera e propria marea e ciò implica che il sistema di potere è perfettamente consapevole dell&#8217;utilizzo della ‘forza della volontà popolare sul web&#8217; come confezione della legittimazione politica&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">In definitiva, che dire del &#8220;popolo della rete&#8221;? Si tratta di un semplice strumento per la legittimazione del potere oppure dell&#8217;espressione spontanea di forze sviluppatesi in seno alla nascente società civile cinese? Nel primo caso, com&#8217;è riuscito il governo cinese a creare questa formidabile illusione di libertà? Nel secondo caso, come si spiega l&#8217;esistenza di forme virulente di contestazione su una delle reti più controllate al mondo? Tutti interrogativi a cui prima o poi bisognerà rispondere.</p>
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