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Da due settimane la Cina è alle prese con un incidente diplomatico con le Filippine. Eppure, nell’attuale contesto politico i margini per posizioni nazionaliste estreme sembrano essere ben più stretti di qualche mese fa. Il ricompattarsi del vertice del Partito in seguito alla rimozione di Bo Xilai, i pressanti inviti a non deviare dal “pensiero unitario”, così come la martellante campagna contro le “voci” su Internet sembrano aver drasticamente ridotto lo spazio politico per ogni estremismo.
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È di qualche giorno fa la reazione furente dei media cinesi contro il rapporto annuale sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch. Che si tratti di vuota retorica, propaganda o reale indignazione, la risposta cinese offre alcuni spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il dibattito sui diritti umani in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo. Un’analisi di Elisa Nesossi.
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Mentre l’Unione Europea fatica a voltare pagina dopo un biennio di agonia finanziaria e Bruxelles si prodiga in uno sfacciato corteggiamento dei capitali cinesi, una partita importante si sta giocando nella regione dell’Asia Pacifico. Si tratta dei negoziati per la sigla del Trans-Pacific Partnership Agreement (TPP), un accordo destinato a promuovere un’ambiziosa liberalizzazione degli scambi in un’area del mondo che già oggi genera il 50% del commercio e il 60% del PIL mondiale.
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Contesto: se non fosse chiaro, Li Xiaoguai sottintende che in Cina i cinesi non verrebbero trattati come essere umani. Posizione estrema e discutibile, ma che purtroppo rimane valida in tutte le situazioni – e ne abbiamo dovuto parlare spesso in questo blog – in cui i più deboli subiscono sopprusi e vedono violati i loro diritti fondamentali.
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Recentemente in Europa sono emerse diverse voci critiche nei confronti del discorso sui diritti in Cina. Anche se molti pensano di muovere una critica sincera a dei pregiudizi, in realtà assumere queste posizioni significa restare prigionieri di una pratica discorsiva che finisce per giustificare le detenzioni arbitrarie. Senza considerare il fatto che, in fondo, più che le opinioni personali sulla Cina o su Ai Weiwei, queste discussioni rivelano l’idea di ognuno di noi sui diritti in generale.
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Sono passati pochi mesi da quando l’immagine qui a fianco ha fatto il giro del Web. Se da una parte colpisce la presenza di Facebook a livello globale, sorprende il grande “buco cinese” composto da circa 500 milioni di utenti. Pare che la situazione sia destinata a cambiare. Lo scorso dicembre il viaggio di Mark Zuckerberg in Cina aveva suscitato molti rumors circa la possibile creazione di una joint venture tra Facebook e un’azienda autoctona.
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La Cina è destinata ad essere la più grande economia del pianeta da qui a dieci anni. Cosa significa? Che nel prossimo futuro assisteremo ad un cambiamento non solo nell’ origine dei prodotti che consumeremo – cosa già abbondantemente avvenuta, guardatevi attorno nella stanza in cui state leggendo questo post e contate da quanti oggetti made in China siete circondati – ma che la macchina per l’ideazione e la riproduzione del sistema produttivo odierno, il capitalismo globalizzato, cambierà proprietario.
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Contesto: il gioco di parole cinese su cui si basa la vignetta è difficile da rendere in italiano anche se abbastanza facile da comprendere. Jiayou 加油, letteralmente “aggiungere benzina” è l’espressione cinese più usata per sostenere o incitare qualcuno, equivalente a un “forza! coraggio!” . La recente visita di Hu Jintao negli Stati Uniti e l’elevato prezzo del carburante in Cina – la cui sete di petrolio influenza i prezzi a livello mondiale – sono gli altri due elementi che fanno da contesto alla vignetta.
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Da settembre la tensione diplomatica tra Cina e Giappone è salita nuovamente a causa dell’annosa contesa per la sovranità sulle isole Diaoyu. I fenqing, “giovani arrabbiati”, sono scesi in piazza a Chengdu, Xi’an e in altre città, bruciando merci giapponesi e creando non poca apprensione per l’ordine pubblico. Un commento in cui il blogger Wang Xiaofeng sottolinea i paradossi del patriottismo nella Cina di oggi.
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Nei giorni scorsi, a Pyongyang si è tenuta una duplice commemorazione in occasione del 65esimo anniversario della fondazione del locale Partito Comunista dei Lavoratori e della prima apparizione in pubblico di Kim Jong-un, erede designato di Kim Jong-il, si è tenuta a Pyongyang una imponente parata militare. I soldati marciavano al celebre “passo dell’oca”.







