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	<title>Cineresie.info &#187; lavoratori migranti</title>
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		<title>Hukou, esperimenti per una riforma della cittadinanza</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 06:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[La questione del sistema di registrazione familiare, il cosiddetto hukou, è uno degli aspetti più complessi delle riforme cinesi. Se sono anni che la comunità internazionale critica questa forma di discriminazione istituzionale, non altrettanto evidenti sono gli esperimenti di riforma delle autorità cinesi. Di fatto, nell’ultimo biennio diverse località si sono lanciate in audaci sperimentazioni in materia, prime fra tutte Shanghai, Chongqing, Chengdu e il Guangdong.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4806" title="hukou" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou.jpg" alt="" width="483" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più spinosi e complessi delle riforme nella Cina contemporanea riguarda la questione del <strong>sistema di registrazione familiare</strong>, il cosiddetto <em>hukou</em>. Nato alla metà degli anni Cinquanta come strumento di controllo della popolazione, questo meccanismo ancora oggi vincola la popolazione cinese al proprio luogo d’origine, distinguendo tra una forma di cittadinanza “agricola” (<em>nongye hukou</em>) e “non agricola” (<em>fei nongye hukou</em>). Se i residenti delle aree urbane, in quanto portatori di <em>hukou</em> non rurale, possono godere di un <strong>trattamento preferenziale</strong> dal punto di vista della sanità, degli alloggi, dell’educazione e delle pensioni, i portatori di <em>hukou</em> rurale continuano ad avere un accesso molto limitato ai servizi pubblici, quasi come se si trattasse di cittadini di seconda classe. Se poi si considera che attualmente decine di milioni di contadini – le <a href="http://news.163.com/11/1009/19/7FURNSIO00014JB5.html">ultime cifre</a> parlano di oltre 220 milioni di individui – sono emigrati nelle città per lavorare, la portata di questo problema sociale appare evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui non c’è niente di nuovo. Da anni la comunità internazionale e i media cinesi e stranieri criticano costantemente la discriminazione istituzionale derivante da questo sistema. Non altrettanto evidenti sono però gli esperimenti con cui le autorità cinesi stanno cercando di cambiare la situazione. Di fatto, nell’ultimo biennio molto è stato fatto per gettare le basi di un futuro cambiamento e, come di consueto, si è deciso di partire da alcune specifici esperimenti su base locale in diverse <strong>aree “campione”</strong>. In particolare, nel solo 2010 ben quattro località sono finite sotto i riflettori per le proprie innovazioni in questo campo: Shanghai, Chongqing, Chengdu e l’intera provincia del Guangdong.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Quattro luoghi, quattro esperimenti</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4807" style="margin: 5px;" title="hukou2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou2.jpg" alt="" width="180" height="280" /></a>Se <strong>Shanghai</strong> si è limitata ad adottare <a href="http://www.shanghai.gov.cn/shanghai/node2314/node2319/node12344/userobject26ai23100.html">nuove misure</a> finalizzate ad attrarre e trattenere manodopera qualificata, permettendo ad alcune categorie professionali di richiedere lo <em>hukou </em>urbano, decisamente più interessante è l’esperimento attuato dalla provincia del <strong>Guangdong</strong>, dove nel giugno del 2010 è stato adottato in via sperimentale uno “<a href="http://news.sina.com.cn/c/2010-06-07/195220428892.shtml">hukou a punti</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, il nuovo regolamento introduce un sistema in cui i lavoratori migranti, una volta raggiunto un determinato punteggio, possono richiedere lo <em>hukou </em>urbano. I criteri di valutazione comprendono un misto di indicatori decisi a livello provinciale e cittadino, pensati prendendo in considerazione la “qualità”, la partecipazione ai fondi previdenziali, il contributo alla società, la situazione occupazionale e fiscale dei singoli individui. Il tutto con l’obiettivo dichiarato di assorbire a pieno titolo nei centri urbani oltre 1,8 milioni di migranti entro la fine del 2012, una cifra non poi così notevole, se si considera che nell’intera provincia i lavoratori migranti sono quasi 30 milioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Una risonanza ancora maggiore hanno avuto gli esperimenti di riforma che stanno avendo luogo a Chongqing e Chengdu. Le autorità di <strong>Chongqing</strong> hanno deciso di adottare un <a href="http://baike.baidu.com/view/4272326.htm">approccio graduale</a> alla riforma, impegnandosi a creare nuovi alloggi, nuove scuole e nuovi posti di lavoro per accogliere la popolazione proveniente dalle campagne.</p>
<p style="text-align: justify;">I numeri ancora una volta sono massicci, tanto che si parla di 5-6 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di cinque anni, così come di oltre 30 milioni di metri quadri di nuove abitazioni e cento scuole medie ed elementari nello stesso arco di tempo. L’obiettivo è quello di avere 7 milioni di nuovi residenti urbani entro il 2020, il 60% della popolazione totale. Al contrario, <strong>Chengdu</strong> ha adottato un <a href="http://news.xinhuanet.com/politics/2010-11/28/c_12824443.htm">approccio più radicale</a>, attuando una serie di politiche mirate alla completa abolizione di ogni distinzione tra <em>hukou</em> rurale e urbano entro il 2012.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cosa ne pensano i cittadini cinesi?</h2>
<p style="text-align: justify;">La società cinese segue con grande interesse e partecipazione questi tentativi di cambiamento. In un’iniziativa senza precedenti, il primo marzo del 2010 ben tredici differenti testate sparse in tutto il paese hanno pubblicato uno <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703429304575095153343091306.html">stesso editoriale</a> richiedendo a gran voce un’<strong>accelerazione della riforma</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a href="http://baike.baidu.com/view/6232137.htm">uno studio</a> dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, nel maggio del 2011 erano oltre 18mila gli articoli sulla riforma dello <em>hukou </em>disponibili su <em>Baidu News</em>, per la maggior parte focalizzati sulla descrizione delle nuove politiche, ma con una non trascurabile vena critica. Secondo un <a href="http://news.sohu.com/20100604/n272557326.shtml">sondaggio d’opinione</a> condotto nel giugno del 2010 dal portale web Sohu.com, su 47.932 rispondenti il 49% riteneva che fosse necessario abolire il sistema dello <em>hukou</em>, permettendo ai cittadini una totale libertà di movimento; il 39% si schierava a favore di un avanzamento delle riforme, al fine di separare i diritti e il welfare collegati al sistema della registrazione e trovando un sistema di gestione della popolazione alternativo in modo da garantire flussi migratori ordinati; il 9% era assolutamente contrario a qualsiasi riforma; il 3% semplicemente non era interessato al problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, nonostante tutta quest’attenzione, nella società cinese rimangono <strong>notevoli resistenze</strong> ad una riforma radicale dello <em>hukou</em>. Da un lato, la popolazione urbana teme gli effetti che una mobilità incontrollata potrebbe avere sui servizi pubblici, dall’altro i migranti temono di perdere il <strong>diritto alla terra</strong>, quell’unica forma di sicurezza sociale che sostiene le loro famiglie in caso di crisi o disoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, la riforma dello <em>hukou </em>non è solamente una questione astratta di diritti, ma anche e soprattutto un processo strettamente legato alla questione della riforma della terra e alla disponibilità di risorse pubbliche da erogare nella forma di servizi. Si tratta di una complessità che a volte rischia di sfuggire all’osservatore straniero, ansioso com’è di articolare il discorso esclusivamente in termini di “diritti”. Il punto è che la situazione sta cambiando, lentamente ma sta cambiando. Sta a noi cogliere il significato e la portata di questo cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">anche su</span> <a href="http://www.twai.it/article/153/pubblicato-il-n.-11/2011-di-%3Ci%3Eorizzontecina%3C/i%3E">Orizzonte Cina</a></p>
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		<title>Dreamwork China, una nuova generazione nella fabbrica del mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 14:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallerie]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo una lunga attesa, siamo lieti di potervi presentare il progetto a cui abbiamo lavorato lo scorso inverno. Allora ci siamo trasferiti a Shenzhen per cercare di raccontare quei giovani operai nati negli anni Ottanta e Novanta che lo scorso anno sono stati protagonisti di tanti episodi di resistenza. Da questo viaggio è nato Dreamwork China: un documentario, innanzitutto, ma anche una raccolta di ritratti, un quaderno di appunti e uno spazio multimediale da ampliare, discutere e approfondire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/07/home-dreamwork-china.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4284" title="home-dreamwork-china" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/07/home-dreamwork-china.jpg" alt="" width="577" height="337" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Cari amici di Cineresie, finalmente possiamo presentarvi il <strong>progetto multimediale</strong> di cui vi parlavamo qualche tempo fa, quando cercavamo di giustificare il lungo periodo di inattività dello scorso inverno: <a title="visita il progetto" href="http://www.dreamworkchina.tv" target="_blank">Dreamwork China</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ben sapete, il 2010 è stato un anno caldo per il lavoro in Cina. La vicenda dei suicidi alla Foxconn di Shenzhen, lo sciopero alla Honda di Foshan, l’ondata di scioperi, il risveglio dei lavoratori cinesi… tutte storie che hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica cinese e internazionale la questione dello <strong>sfruttamento della forza lavoro migrante</strong> in Cina. Su Cineresie ne abbiamo scritto in più occasioni, spesso con toni critici, soprattutto per quanto riguarda quell’idea, accarezzata da molti giornalisti, che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente “svegliati”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il novembre del 2010 e il marzo del 2011 abbiamo deciso di <strong>trasferirci a Shenzhen</strong> per documentare sul campo la realtà della nuova generazione di lavoratori migranti (<em>xin shengdai nongmingong</em>), quei giovani operai che sono nati negli anni Ottanta e Novanta e che generalmente vengono additati come il vero motore della mobilitazione operaia dello scorso anno. A noi si è unito <strong>Tommaso Bonaventura</strong>, un fotografo di Contrasto di cui in più di un’occasione abbiamo riproposto le gallerie.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo sforzo congiunto è nato Dreamwork China<em>. </em>Un documentario, innanzitutto, ma anche una raccolta di ritratti, un quaderno di appunti e uno spazio multimediale da ampliare, discutere e approfondire (lo trovate su <a href="http://www.dreamworkchina.tv/">www.dreamworkchina.tv</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Per giorni abbiamo occupato uno studio fotografico nei pressi dell’ingresso meridionale della <strong>Foxconn</strong> di Guanlan, cercando di convincere i giovani lavoratori di passaggio a farsi fotografare e intervistare. Siamo stati negli uffici delle <strong>organizzazioni della società civile</strong> del Delta del Fiume delle Perle, cercando di capire le ragioni per cui fanno quello che fanno e i rischi che si trovano ad affrontare. Abbiamo visitato fabbriche e assistito ad <strong>attività di addestramento</strong> in cui si spiegava ai lavoratori come stabilire le proprie priorità nella vita. Abbiamo intervistato attivisti maoisti, lavoratori che conoscono il diritto meglio di tanti avvocati, giovani che non hanno mai sentito nominare la parola “sindacato”, operai in fin di vita per malattie occupazionali o incidenti sul lavoro. Abbiamo seguito alcuni giovani fino al loro paese natale in occasione della Festa di primavera, girando un villaggio rurale casa per casa, chiedendo ai giovani migranti che vi abitavano cosa pensano e cosa sanno del diritto e <span style="color: #000000;">dei diritti</span>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul sito di <a href="http://www.dreamworkchina.tv/">Dreamwork China</a> troverete molte di queste storie, assieme a ritratti e a documenti che aggiungeremo nel tempo. Come vedrete, il nostro obiettivo non è mai stato quello di documentare le condizioni di lavoro nella fabbrica del mondo. Non solo, almeno. La nostra idea era quella di raccontare la vita quotidiana, i sogni, le aspirazioni di questi giovani, capire come la dimensione della fabbrica, nel bene e nel male, plasma le loro esistenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è aperto a ulteriori sviluppi e alla ricerca di una distribuzione. Fino a quando non avremo trovato un canale attraverso cui far circolare il video integrale non vi resta che seguire le proiezioni pubbliche in Italia e in Cina (chiunque fosse interessato a organizzare una proiezione può scrivere a <a href="mailto:info@dreamworkchina.tv">info@dreamworkchina.tv</a>) e i contenuti che via via verranno aggiunti.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie, fateci sapere che ne pensate!</p>
<p style="text-align: justify;">Ivan e Tommaso</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La nuova Legge sulla previdenza sociale: innovazioni reali o aspettative eccessive?</title>
		<link>http://www.cineresie.info/la-nuova-legge-sulla-previdenza-sociale-innovazioni-reali-o-aspettative-eccessive/</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 12:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Bellomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>

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		<description><![CDATA[Domani entrerà in vigore la nuova Legge sulla previdenza sociale della Rpc, un testo destinato ad uniformare tutti i precedenti atti normativi in materia. Dal punto di vista delle autorità cinesi, questa Legge è funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato, la stabilizzazione sociale e lo stimolo dei consumi interni; dall’altro, il rafforzamento della legittimità del Partito. Ma con quali conseguenze per il costo del lavoro? Un’analisi delle innovazioni della nuova normativa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/shebaofa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4115" title="shebaofa" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/shebaofa.jpg" alt="" width="298" height="350" /></a>Domani, 1 luglio 2011, entrerà in vigore la prima<strong> <a href="http://www.gov.cn/flfg/2010-10/28/content_1732964.htm">Legge sulla previdenza sociale</a></strong> (<em>shehui baoxianfa</em>)della Repubblica popolare cinese, un testo destinato ad uniformare definitivamente tutti i precedenti atti normativi in materia. Dopo quattro letture e altrettante revisioni della bozza iniziale, l’approvazione definitiva è sopraggiunta tenendo conto del <em>feedback</em> di commenti pubblici pervenuti su invito del legislatore stesso. Sono stati necessari <strong>tre anni di consultazioni</strong> per giungere all’emanazione di quello che, senza dubbio, può essere considerato l’atto normativo più rilevante dopo la Legge sui contratti di lavoro del 2008.  La normativa, infatti, pur non costituendo una vera novità dal punto di vista del riconoscimento e della classificazione delle <strong>cinque voci previdenziali obbligatorie</strong> (pensione, assicurazione medica, infortunio, disoccupazione e sussidio di maternità), riunisce per la prima volta in un testo unico tutti gli aspetti amministrativi ad esse collegati, come le modalità di versamento delle diverse forme di contribuzione e la vigilanza sull’adesione dei datori di lavoro agli obblighi previdenziali nei confronti dei propri impiegati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel concreto, la nuova Legge introduce poche ma significative variazioni rispetto alla prassi in vigore, limitandosi più che altro ad uniformare e standardizzare un sistema disapplicato in molte sue parti e frammentato in una serie di regolamenti e disposizioni che hanno caratterizzato finora la condotta delle singole province.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Un sistema nazionale unificato, ma rimane l’autonomia dei governi locali</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, la nuova normativa non specifica le percentuali di contribuzione e la base di calcolo relative a ciascuna voce previdenziale, lasciando inalterato il sistema secondo cui <strong>saranno i governi locali a determinare annualmente l’ammontare dei contributi</strong> in considerazione della realtà economica delle diverse province. L’intento è piuttosto quello di attuare un rafforzamento legale dell’intero apparato, volto a promuovere una <strong>gestione più trasparente</strong> dei fondi e a stimolare un’adesione a tutti i livelli. Il sistema previdenziale cinese, infatti, si fonda già da decenni sulla combinazione di fondi pubblici e contributi individuali, ma numerosi limiti oggettivi, tra i quali una debole struttura giuridica, hanno reso le disposizioni facilmente aggirabili, tanto dalle autorità locali &#8211; spesso sorprese ad <a href="http://www.asianews.it/news-en/More-party-members-involved-in-the-Shanghai-pension-funds-scandal-7567.html">utilizzare in maniera impropria</a> i fondi previdenziali &#8211; quanto dai lavoratori stessi. Ne è conseguita la comparsa del fenomeno dei “<strong>conti vuoti</strong>” (<em>kong zhanghu </em>o <em>zhanghu xushe</em>): milioni di lavoratori registrati presso gli uffici della previdenza sociale, ma senza alcun accantonamento previdenziale o in possesso di contributi irrisori che non potrebbero mai garantire loro una pensione minima sufficiente per sopravvivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo atto normativo tenta concretamente di costruire un <strong>sistema previdenziale unificato a livello nazionale</strong>: è infatti indirizzato alle imprese di qualunque tipologia che impieghino lavoratori all’interno del territorio della Repubblica popolare, senza distinzione tra differenti status di dipendenti, siano essi residenti urbani, migranti, stranieri, lavoratori subordinati o titolari di attività commerciali individuali, impiegati con contratti regolari o secondo le nuove forme flessibili di impiego in costante espansione.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Clausole favorevoli ai migranti e ai lavoratori </strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Tra le principali novità introdotte dalla Legge viene finalmente prevista una <strong>clausola di trasferibilità geografica delle posizioni contributive individuali</strong>. In passato, infatti, se il lavoratore lasciava il proprio posto di lavoro per spostarsi in un’altra provincia, non era possibile trasferire il proprio fondo di contributi da un ufficio della previdenza sociale ad un altro. Tale restrizione ha spesso inibito i <strong>lavoratori migranti</strong> dal contribuire di tasca propria alla costruzione del proprio fondo previdenziale, nella consapevolezza che solo risiedendo per un lungo periodo nella stessa località avrebbero potuto beneficiarne. Riprendendo sperimentazioni già attuate negli anni passati, la nuova Legge pone fine a questo impedimento, prevedendo la possibilità di trasferimento della contribuzione accumulata ai fini pensionistici, dell’assicurazione medica di base e di disoccupazione, nel momento in cui il lavoratore si trovi a dare inizio ad un nuovo rapporto di lavoro in un’altra municipalità o provincia. Al datore di lavoro spetta il compito di facilitare tali operazioni di trasferimento, inviando o consegnando la relativa documentazione al termine del contratto di lavoro del proprio impiegato al fine di permettere un calcolo cumulativo.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito, tramite la Legge sulla previdenza sociale, sopraggiunge un importante chiarimento: <strong>la volontaria rinuncia ai contributi e il rifiuto alla firma di un contratto di impiego da parte dei lavoratori non potranno essere prese in considerazione</strong> al fine di rendere esenti da sanzioni i responsabili delle risorse umane e, di conseguenza, le imprese stesse colte in violazione degli obblighi relativi alla previdenza sociale.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Pensioni e infortuni</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Per usufruire della pensione di anzianità mensile rimangono due le condizioni imprescindibili: l’aver contribuito integralmente e per almeno quindici anni agli accantonamenti previdenziali obbligatori e l’aver raggiunto l’età pensionabile. Sul luogo e sulle modalità con le quali i lavoratori beneficeranno del fondo pensionistico rimangono aperti molti spazi di evoluzione: la municipalità di Shanghai, ad esempio, ha già predisposto che i lavoratori migranti contribuenti per almeno quindici anni presso la città, al raggiungimento dell’età pensionabile, beneficeranno della pensione erogata dal fondo municipale, e non dalla propria località di origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra importante innovazione è rappresentata dall’istituzione di un <strong>fondo nazionale per gli infortuni sul lavoro</strong>, che andrà a coprire le spese sanitarie successive al termine del rapporto o per il periodo di riabilitazione del lavoratore infortunato. Fino ad oggi, teoricamente, il datore di lavoro era obbligato a coprire le spese per il trasporto, il ricovero, i trattamenti medici e per il sussidio di sopravvivenza del lavoratore che avesse riportato un infortunio. L’istituzione di un fondo predisposto alla copertura di tali spese, anche se ancora non ben definito, costituirà sicuramente un incentivo per i datori di lavoro ad aderire al sistema previdenziale generico per gli infortuni, senza lo spettro di grandi esborsi, soprattutto per le categorie occupazionali ai livelli più alti della scala di rischio e malattia occupazionale.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Aumenterà il costo del lavoro?</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Da ottobre, quando è stata approvata, ad oggi, questa nuova Legge non ha mancato di sollevare le <strong>solite preoccupazioni</strong> circa il possibile aumento del costo del lavoro derivante da una regolamentazione più vincolante. Questo nonostante fosse già ben chiaro che la normativa non avrebbe comportato cambiamenti in termini di costi per le imprese che già aderivano alle indicazioni e provinciali.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro la Legge interverrà nell’<a href="http://www.gdlaowei.com/a/news/zhnews/201105/4446.html"><strong>aumentare i costi di eventuali violazioni</strong></a>. Ciò avverrà tramite un rafforzamento generale dell’autorità dei dipartimenti locali della previdenza sociale, sia nel processo di riscossione dei contributi che nella vigilanza sul rispetto delle norme. I rischi derivanti dal tentativo di abbassare i costi di impiego tramite l’evasione parziale o totale del pagamento dei contributi obbligatori diventeranno più consistenti.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Nuovi provvedimenti e progetti pilota</h2>
<p style="text-align: justify;">A ridosso dell’entrata in vigore della Legge, il 10 giugno il Ministero delle risorse umane e della sicurezza sociale ha pubblicato le bozze di <a href="http://www.caijing.com.cn/2011-06-10/110742737.html"><strong>due ulteriori provvedimenti</strong></a> in materia: il “Metodo per la gestione dei registri dei diritti individuali per la previdenza sociale” (<em>shehui baoxian geren quanyi jilu guanli banfa</em>) e il “Metodo provvisorio per la partecipazione alla previdenza sociale degli stranieri occupati in Cina” (<em>zai zhongguo jingnei jiuye de waiguoren canjia shehui baoxian zanxing banfa</em>). Alla base del primo provvedimento ci sarebbe l’intento di stimolare un’applicazione uniforme della nuova Legge sulla Previdenza Sociale, di creare <strong>meccanismi standard per la raccolta dei contributi</strong> e, in generale, di difendere gli interessi dei contribuenti. Il secondo documento pubblicato si riferisce invece all’art. 97 della nuova Legge sulla Previdenza Sociale, in cui si definisce l’obbligo di aderire al <strong>sistema previdenziale nazionale anche per i cittadini stranieri</strong> occupati in Cina, in possesso di regolare permesso di soggiorno e che risiedano per almeno sei mesi nel Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 13 giugno 2011 anche il Consiglio di Stato si è espresso tramite la promulgazione di alcune Opinioni guida per un <strong>progetto pilota di sviluppo del fondo pensionistico</strong> dei lavoratori urbani (<em>guowuyuan guanyu kaizhan chengzhen jumin shehui yanglao baoxian shidian de zhidao yijian</em>), formulato in linea con la nuova Legge sulla Previdenza Sociale e con le disposizioni incluse nel Dodicesimo Piano Quinquennale di recente approvazione. L’auspicio è quello di estendere le <a href="http://www.caijing.com.cn/2011-06-13/110744389.html ">disposizioni sulla raccolta e sulla gestione dei fondi pensionistici</a> a tutti i lavoratori urbani entro il 2012, così come confermato dal <a href="http://economy.caixun.com/content/20110621/NE02o2gv.html">recente intervento</a> di Wen Jiabao.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Un&#8217;arma a doppio taglio</h2>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista delle autorità cinesi, questa Legge si rivela perfettamente funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato, la <strong>stabilizzazione sociale</strong> e lo <strong>stimolo dei consumi interni</strong> già perseguiti tramite le riforme giuslavoristiche dell’ultimo triennio; dall’altro, il <strong>rafforzamento della legittimità </strong>del Partito come rappresentante degli interessi dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione. Non è certo un caso se la Legge entra in vigore proprio il giorno del novantesimo anniversario della fondazione del Partito, una coincidenza che sembra essere sfuggita ai più. Eppure tali obiettivi, se non supportati da un adeguato stimolo all’applicazione e alla diffusione della normativa, potrebbero risultare ambiziosi e irrealistici, finendo per alimentare un <strong>senso di disillusione</strong> tra i lavoratori e la popolazione.  Ma questo è un rischio che il Partito ha deciso di correre.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/author/valentina-bellomo/">Valentina Bellomo</a> <span style="color: #888888;">nel 2011 si è laureata in Lingue e Istituzioni Economiche e Giuridiche dell&#8217;Asia Orientale a Ca&#8217; Foscari con una tesi sulle politiche salariali nella Repubblica popolare cinese.</span></p>
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		<title>Generazioni di migranti a confronto</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 08:44:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
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		<description><![CDATA[Un paio di settimane fa una lavoratrice migrante sulla quarantina si è suicidata in una fabbrica di borse di Dongguan. Tra i clienti della fabbrica, grandi marchi occidentali. Invece di aprire un dibattito sulla questione morale dei grandi marchi stranieri, ci soffermiamo su un altro aspetto messo in luce da questa vicenda: la scomparsa dei migranti della prima generazione dal dibattito pubblico in Cina. Intenti a discutere della nuova generazione di lavoratori, non è che ci siamo dimenticati di loro?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/migranti.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3755" title="migranti" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/migranti.jpg" alt="" width="504" height="336" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il lavoro di Peng Shuiyin, lavoratrice migrante di Dongguan, consisteva nel lucidare giorno dopo giorno le borse in pelle di marche come Gucci. Tuttavia Peng, così come la grande maggioranza delle lavoratrici migranti in Cina, non aveva idea di quale fosse il prezzo di una borsa di pelle del genere, una cifra probabilmente di gran lunga superiore ad un anno del suo salario.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il paragrafo d’apertura di un articolo pubblicato sul Nanfang Zhoumo della scorsa settimana. L’argomento? Il <strong>suicidio di Peng</strong>, una lavoratrice migrante quarantenne originaria della provincia Hubei che lo scorso quattordici maggio è saltata dal quinto piano del suo dormitorio con appena quattro banconote da uno yuan in tasca, un cellulare di bassa lega e la chiave della sua minuscola stanza in affitto per 170 yuan al mese. Semplicemente non ce la faceva più a tirare avanti, con una figlia diciottenne in una scuola superiore e un marito invalido a causa di un recente incidente stradale.</p>
<p>In linea con il dibattito che si sta sviluppando in questi giorni sul web e sui media cinesi, questa storia potrebbe servire ad aprire un dibattito sulla <strong>questione morale</strong> dei grandi marchi stranieri, i quali in Cina mantengono margini di profitto enormi a scapito dei fornitori e della forza lavoro locale. Eppure, in questo post mi limiterò a soffermarmi su un altro aspetto messo in luce da questa vicenda, vale a dire la scomparsa della questione dei migranti della prima generazione dal dibattito pubblico in Cina.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Nuova generazione, nuova retorica</h2>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 2010 costoro sono stati ricacciati sempre più ai margini del dibattito pubblico, rimpiazzati da un’attenzione tutta nuova ai cosiddetti “migranti di nuova generazione” (<em>xinshengdai nongmingong</em>), quei giovani lavoratori migranti nati negli <strong>anni Ottanta e Novanta</strong>. Lo stesso Comitato centrale del Pcc nel suo documento n.1 del 2010 (il testo che tradizionalmente indirizza la politica di sviluppo rurale per l’anno a venire) sottolineava come fosse necessario “adottare misure specifiche per risolvere i problemi dei lavoratori migranti di nuova generazione”. Curiosamente, questa era la prima volta che tale categoria sociale veniva nominata in un documento ufficiale, una scelta che si sarebbe rivelata profetica alla luce dei successivi avvenimenti che hanno coinvolto giovani migranti nel 2010, dai già citati <a href="http://www.cineresie.info/abbandoni-i-la-foxconn-lascia-shenzhen/" target="_blank">suicidi alla Foxconn</a> allo <a href="http://www.cineresie.info/sciopero-lavoratori-honda/" target="_blank">sciopero dei lavoratori Honda</a> di Foshan.</p>
<p style="text-align: justify;">La retorica ufficiale, prontamente e acriticamente ripresa dai media, ha ritenuto opportuno sottolineare una frattura netta tra i lavoratori migranti di nuova generazione, che ormai sarebbero circa <strong>cento milioni</strong>, e i loro predecessori. In particolare, studi condotti dal sindacato ufficiale avrebbero evidenziato alcuni caratteri peculiari di questa nuova classe di lavoratori, in quanto questi ultimi: a) come obiettivo nel migrare, si proporrebbero non tanto “migliorare la propria esistenza”, quanto “fare esperienza di vita” e “inseguire i propri sogni”; b) non chiederebbero semplicemente il rispetto degli standard lavorativi minimi, quanto un lavoro dignitoso e delle opportunità di sviluppo; c) si vedrebbero come “lavoratori” più che “contadini”; d) non si sentirebbero “ospiti” in città, ma avrebbero il desiderio di una vita stabile nel contesto urbano; e) avrebbero una maggiore consapevolezza dei propri diritti e un atteggiamento più attivo nel perseguirli; f) attribuirebbero maggiore importanza ai bisogni psicologici e sentimentali, a dispetto di quelli materiali. Di fatto, sull’onda degli scioperi della primavera del 2010 una grande enfasi è stata posta sulla questione della crescente <strong>consapevolezza giuridica dei migranti </strong>di nuova generazione, così come sulla loro riluttanza a “mangiare amaro” (<em>chi ku</em>), due aspetti che sono stati presentati come una vera e propria rottura rispetto al passato.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di questa nuova generazione di giovani, i “vecchi” lavoratori sono stati descritti come un caso clinico di <strong>apatia e passività</strong>, quasi si trattasse poco più che di animali da soma pronti a tutto per qualche centinaio di yuan. In realtà studi basati su criteri statistici più accurati hanno messo in discussione l’esistenza di una significativa frattura generazionale tra i lavoratori nati prima e dopo il 1980. In particolare, uno studio di <strong>Zhang Yi</strong>, specialista dell’Accademia delle scienze sociali, condotto sui dati dell’indagine sulla mobilità della popolazione fluttuante in Cina lanciata dall’Ufficio statistico nazionale nel 2010 riesce a sfatare tutta una serie di luoghi comuni.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Affinità e divergenze&#8230;</h2>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo, stando a questo studio, se è indubbiamente vero che i lavoratori migranti di nuova generazione hanno un <strong>livello di educazione</strong> più elevato rispetto ai loro predecessori, dall’altro è difficile trovare dei dati che supportino l’affermazione che i giovani migranti non abbiano la stessa capacità di <strong>sopportare le durezze</strong> sul lavoro dei genitori. Al contrario, un’analisi degli orari di lavoro dimostra come i giovani migranti si trovino a lavorare <strong>orari ben più lunghi</strong> della generazione nata prima degli anni Ottanta. In particolare, i dati dimostrano come per ogni livello educativo i migranti di nuova generazione che lavorano otto ore al giorno siano meno numerosi rispetto ai migranti di vecchia generazione, mentre al contrario siano percentualmente più numerosi nel caso delle giornate lavorative che superano rispettivamente le nove e le undici ore.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, l’idea che i lavoratori di nuova generazione abbiano <strong>aspettative</strong> molto elevate nei confronti del proprio lavoro e siano disposti ad aspettare di trovare un lavoro di loro interesse piuttosto che accettare posizioni faticose e mal pagate – un atteggiamento che in cinese è stato definito <em>ningken daiye </em>– sarebbe difficilmente sostenibile. Zhang Yi analizzando i dati relativi all’occupazione e alla disoccupazione dei lavoratori migranti giunge alla conclusione che in realtà le differenze nella situazione occupazionale delle due generazioni sono assolutamente insignificanti. Non solo, anche dando un’occhiata ai <strong>livelli salariali medi</strong> si scopre che in realtà i lavoratori della vecchia generazione guadagnano di più. Ad esempio, i lavoratori migranti di sesso maschile della vecchia generazione se la passano meglio delle controparti più giovani, guadagnando una media di 2269,03 yuan al mese contro 1977,69 yuan al mese (i salari medi sono sbilanciati a favore della generazione più anziana per ogni livello di istruzione), mentre è vero l’inverso per le lavoratrici migranti, con le giovani al di sotto dei trent’anni che guadagnano una media di 1384,38 yuan contro 1250,01 yuan, un fatto giustificabile con la maggior competitività del mercato del lavoro delle migranti, dove l’età è un elemento determinante.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, Zhang Yi sfata il mito che i migranti vogliano a tutti costi <strong>ottenere uno <em>hukou </em>non rurale</strong>. In sostanza, i lavoratori migranti di vecchia e nuova generazione sono ben lungi dall’essere entusiasti all’idea di cambiare il loro <em>hukou </em>da rurale a urbano. Anche se sembra esserci una correlazione diretta tra il livello di istruzione e la volontà di cambiare la propria registrazione famigliare, di fatto appena il 33,9% dei lavoratori migranti della vecchia generazione con un livello di istruzione di scuola professionale o più elevato si è detto interessato a questo cambiamento, contro il 30,7% della nuova generazione – per coloro con un diploma di scuola superiore le percentuali erano rispettivamente 28,1% e 30,4%, per i diplomati di scuola media 24,9% e 27,3% e per i diplomati di scuola elementare 21,1% e 23,6%. Non solo, quando a questa frazione di persone interessate è stato chiesto se sarebbero ugualmente disponibili a cambiare di status qualora dovessero <strong>restituire il terreno</strong> rurale a loro appaltato (<em>chengbaodi</em>), nel caso dei lavoratori di vecchia generazione di scuola professionale o più elevato il 59,2% ha risposto affermativamente, contro il 50,3% della nuova generazione, cifre che risultano inferiori rispetto a coloro con un’istruzione di livello più basso.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Sfide comuni</h2>
<p style="text-align: justify;">Dati del genere sono ben lungi dall’essere conclusivi, ma se non altro dimostrano quanto poco sappiamo dei migranti della nuova generazione, a dispetto di tanta retorica sul loro <strong>presunto “risveglio”</strong>. Se per molti versi la frattura generazionale tra la vecchia e la nuova generazione rimane tutta da dimostrare, non si possono perdere di vista le <strong>sfide comuni</strong> che i lavoratori migranti di nuova e vecchia generazione si trovano ad affrontare. Storie come quella di Peng Shuiyin ci ricordano come i giovani lavoratori che con le loro <strong>proteste</strong> hanno fatto notizia sui media di tutto il mondo la scorsa estate siano solamente una faccia della medaglia. Di fatto, alle loro spalle esistono altrettanti lavoratori di età più avanzata che necessitano delle stesse tutele e della stessa attenzione. Da questo punto di vista, Peng rappresenta il <strong>disagio di un’intera generazione</strong> che ha sì beneficiato delle riforme, ma ad un prezzo enorme.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, il tragico gesto di Peng ci porta ad una riflessione più ampia sulla questione delle condizioni di lavoro nella “fabbrica del mondo”. Mentre i media di tutto il mondo concentrano la propria attenzione sulla Foxconn, un’azienda indubbiamente criticabile per le sue politiche manageriali e le condizioni di lavoro nei suoi impianti – basta pensare alla recente esplosione nell’impianto di Chengdu e all’altrettanto recente denuncia da parte dei media cinesi dello sfruttamento di stagisti reclutati tramite scuole professionali – bisogna fare attenzione a non perdere di vista i problemi strutturali relativi alle <strong>relazioni industriali</strong> nel contesto cinese. Le autorità cinesi da qualche anno stanno cercando di correggere la rotta, ma si trovano a scontrarsi con difficoltà imponenti su più fronti. Nel frattempo, ci saranno sempre persone come Peng, “danni collaterali” sulla strada verso la ricchezza e lo sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/21953266@N00/3417370721/" target="_blank">hunxue-er</a></p>
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		<title>Abbandoni (II): la &#8220;tribù delle formiche&#8221; se ne va da Tangjialing</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 08:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Da anni luogo di residenza di giovani cinesi in ristrettezze economiche, il villaggio di Tangjialing alla periferia di Pechino è sul punto di essere raso al suolo e ricostruito dalle autorità cittadine. Nel frattempo i giovani residenti, le cosiddette "formiche", sono costretti a trasferirsi in zone sempre più periferiche, lì dove il costo della vita è ancora abbordabile. Lo stesso accade regolarmente anche agli altri gruppi sociali emarginati in Cina. La seconda di due storie che parlano di “abbandono”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1900" style="margin: 6px;" title="formiche_tangjialing_3" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_3-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Mentre le imprese se ne vanno dai grandi centri della costa alla ricerca di maggiori margini di profitto per le proprie attività, altri nel loro piccolo sono costretti a trasferirsi molto meno volentieri in periferie sempre più remote, sempre più lontano dai centri urbani che hanno contribuito a costruire con le proprie forze e il proprio sudore.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono <strong>i perdenti dello sviluppo cinese</strong>, gli emarginati, i poveri, coloro che nel loro piccolo costituiscono il motore umano dello sviluppo economico cinese, non solo i migranti che costruiscono i grattacieli delle città, ma anche la &#8220;<a href="http://www.cineresie.info/formiche/">tribù delle formiche</a>&#8220;, quei giovani istruiti che a causa del surplus di manodopera e della scadente qualità dell’istruzione faticano a trovare un’occupazione all’altezza delle loro aspettative e qualifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio le formiche sono i protagonisti della seconda storia che mi ha colpito nelle ultime settimane: lo <strong>sgombero forzato di Tangjialing</strong>.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Tangjialing, da villaggio a città</h2>
<p style="text-align: justify;">Pochi avranno sentito nominare <a href="http://www.flickr.com/photos/wang_zhou/sets/72157623912684589/" target="_blank">Tangjialing</a>, un piccolo villaggio a nordovest di Pechino, distante circa undici chilometri da Zhongguancun, la <strong>silicon valley cinese</strong>. Fino al 2000 era un’ordinaria comunità rurale come tutte le altre, situata in quella cintura di territorio che si colloca a metà strada tra la città e la campagna. Poi nell’ultimo decennio, man mano che i <strong>giovani istruiti </strong>impiegati nei centri nevralgici della capitale (Zhongguancun, Guomao, Jinrongjie, etc.) arrivavano sul posto alla ricerca di sistemazioni economiche, questa realtà ha subito una <strong>metamorfosi radicale</strong>. Ben servita dai trasporti pubblici e prossima al centro dell’industria hi-tech della capitale, Tangjialing era una sistemazione ideale per queste formiche alla ricerca di una base su cui fondare le proprie precarie esistenze.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 2003 i contadini, fiutando l’affare, hanno <strong>smesso di coltivare</strong> i campi e hanno  concentrato energie e risorse sull’ampliamento delle proprie case. Nel giro di pochi mesi palazzi sono sorti praticamente dal nulla, mentre edifici già esistenti hanno iniziato a crescere in altezza, arrivando a volte fino a sette piani. Nonostante i divieti espliciti delle autorità di villaggio e a dispetto delle più elementari norme di sicurezza, questo trend è continuato indisturbato negli anni, al punto che alcuni stimano che nel 2009, all’apice dello sviluppo, gli edifici illegali fossero ben cinque volte quelli legali. Con il <strong>boom edilizio</strong>, non è passato molto tempo prima che le formiche soverchiassero numericamente gli abitanti locali, tanto che un’indagine condotta lo scorso anno ha contato non più di 2.800 residenti locali e oltre 37.000 affittuari esterni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1902" style="margin: 5px;" title="formiche_tangjialing_4" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_4-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Portato all’attenzione dei media da un noto studio etnografico (“<a href="http://www.amazon.cn/mn/detailApp/ref=sr_1_1?_encoding=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1281491213&amp;asin=B002PY75DO&amp;sr=8-1">La tribù delle formiche</a>” di Lian Si, fenomeno editoriale dello scorso anno) e finito nelle mire di immobiliaristi e funzionari della pianificazione urbana, questo villaggio ormai ha i giorni contati. Da settimane le sue <strong>stanze vanno svuotandosi</strong>, mentre quegli squallidi palazzi sorti dal nulla vengono abbattuti uno dopo l’altro per far spazio ad una capitale che si sta espandendo incessantemente in tutte le direzioni. Entro la fine dell’anno tutti gli edifici dovranno essere sgombrati, mentre la scadenza per la conclusione dei lavori di ricostruzione è già stata fissata per gli ultimi mesi del 2012.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Se la città si allarga la formica si trasferisce</h2>
<p style="text-align: justify;">Per invitare quelli che ormai sono diventati inquilini indesiderati ad andarsene, il comitato di villaggio ha scritto una<strong> </strong><a href="http://gongyi.qq.com/a/20100623/000053.htm" target="_blank">lettera aperta</a><strong> </strong>rivolgendosi in terza persona ad un’ipotetica formica: “Forse lei ha abitato a Tangjialing per molti anni anni e sente questo posto come una seconda casa, o forse ha vissuto qui solamente per un semestre o due o tre mesi: gli abitanti del villaggio le saranno comunque grati in eterno per il suo contributo. Di fronte a questo grande ambiente in via di ristrutturazione, in quanto ospite di Tangjialing, la invitiamo a <strong>collaborare attivamente</strong> al lavoro di sgombero, affrettandosi ad andarsene da Tangjialing, a trovare una nuova residenza e ad iniziare una nuova vita. Fuori da Tangjialing il mondo è grande.”</p>
<p style="text-align: justify;">E si tratta di un vero e proprio addio, visto che gli edifici della nuova Tangjialing non saranno più squallidi e cadenti come prima e difficilmente le formiche potranno permettersi gli affitti maggiorati delle nuove sistemazioni. L’<strong>esodo</strong> di questi giovani verso i villaggi dei dintorni è già iniziato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non sono solamente le formiche a doversi spostare in continuazione da un posto all’altro. All’inizio dell’anno lo <em>Xin Shiji Zhoukan</em> pubblicava <a href="http://magazine.caing.com/2010-01-08/100106713.html" target="_blank">un pezzo</a> in cui si descrivevano le difficoltà dei lavoratori migranti nel <strong>trovare alloggio</strong> a Pechino. Stando a quanto veniva riportato, nel 2009 l&#8217;<strong>espansione della capitale</strong> verso est avrebbe coinvolto oltre 168.000 contadini locali e 442.000 lavoratori migranti. Con un salario medio che si aggira intorno ai 1400 yuan al mese, un lavoratore migrante non può neanche lontanamente permettersi di affittare un&#8217;abitazione nel centro della città, neppure nel sotterraneo di un palazzo, e pertanto è costretto a trasferirsi sempre più lontano dal centro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’articolo in questione, Lin Zhiwu, autrice di uno studio sulla situazione degli<strong> alloggi dei migranti di Pechino</strong>, sintetizzava così lo sviluppo urbano della capitale dal punto di vista dei migranti: &#8220;A Pechino, all&#8217;inizio i migranti vivevano in villaggi nel mezzo della città. In seguito alla riorganizzazione e all&#8217;abbattimento di questi villaggi urbani, nonché a causa della crescita dei prezzi, essi si sono spostati nei seminterrati; una volta che non potevano più permettersi neppure di vivere nei seminterrati, si sono spostati nei sotterranei. Ora anche la domanda dei sotterranei è molto elevata, la maggior parte dei migranti può solamente vivere nei villaggi nelle zone dove città e campagna si incontrano. Dal secondo anello ad oltre il terzo anello e ora fondamentalmente tutti stanno <strong>fuori dal quinto anello</strong>. La città sta continuando ad allargarsi ed essi non possono fare altro che trasferirsi sempre più lontano&#8221;. Un lavoratore migrante di Chengde di nome Li Jiatian ironizzava sulla situazione: &#8220;Dove possiamo trasferirci ancora? Ascolti in giro e senti che ad est stanno abbattendo le case, a nord pure, lo stanno facendo dappertutto. A Pechino non stanno anche sistemando il settimo e ottavo anello? Tanto vale che me ne torni <strong>direttamente a casa</strong> a Chengde [a circa trecento chilometri dalla capitale]!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<h2 style="text-align: justify;">La forza centrifuga dello sviluppo cinese</h2>
<p style="text-align: justify;">Che cos’hanno in comune la <strong>delocalizzazione</strong> della Foxconn e lo <strong>sfratto</strong> delle formiche di Tangjialing, la vicenda di una delle più grandi imprese in Cina e i piccoli drammi dei tanti emarginati che vivono nelle periferie delle città? Probabilmente niente. Eppure queste storie, lette nel loro insieme, non possono non stimolare una riflessione sulla direzione in cui si sta muovendo lo sviluppo cinese, uno sviluppo che si allontana sempre di più dai grandi centri urbani della costa, sorretto da una f<strong>orza centrifuga</strong> che spinge manodopera e capitali sempre più lontano da quelle aree che hanno beneficiato maggiormente dalle riforme dell’ultimo trentennio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1903" style="margin: 6px;" title="formiche_tangjialing_2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_2-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le imprese se ne vanno spontaneamente alla ricerca di nuovi lidi in cui <strong>incrementare</strong> i propri profitti, mentre i lavoratori sono obbligati a lasciare, spesso a mani vuote, le città che hanno contribuito a erigere attraverso anni e anni di duro lavoro. Si dirà che questo è parte di un processo naturale di sviluppo economico che sul medio termine si rivelerà benefico per quelle periferie che finora sono rimaste in disparte. Eppure è difficile non provare una certa amarezza nel vedere come gli artefici materiali di questo <strong>boom economico</strong> – i lavoratori cinesi, migranti, <em>xiagang</em> o formiche che siano – vengano ricacciati sempre più <strong>ai margini</strong>, senza godere minimamente del frutto delle proprie fatiche. Ed è triste vedere come le grandi imprese si muovono a loro piacimento sul territorio, abbandonando un luogo non appena i salari (e i diritti) crescono quel tanto da permettere ai lavoratori di condurre una vita dignitosa. Le leggi dell’economia, certo. Le dinamiche della globalizzazione, sicuramente. Ma che squallore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/wang_zhou/" target="_blank">Zhou Wang</a></p>
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		<title>Foto: schiavi del mattone</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 18:25:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallerie]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel maggio del 2008, esattamente un anno dopo lo scoppio dello scandalo del traffico di esseri umani destinati alle fornaci di mattoni clandestine della provincia dello Shanxi, il fotografo Daniele Dainelli con l'aiuto di un attivista cinese ha rintracciato alcune delle vittime. Il suo obiettivo era quello di capire cosa fosse stato di queste persone nel momento in cui media cinesi ed internazionali avevano smesso di occuparsi della loro storia. Una serie di ritratti di persone e di luoghi finiti nell'occhio del ciclone di uno dei principali scandali sul lavoro cinesi degli ultimi anni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[[Mostra come slideshow]]
<p style="text-align: justify;">Nel maggio del 2008, esattamente un anno dopo lo scoppio dello <a href="http://www.ibs.it/code/9788875432348/cronache-dalle-fornaci.html" target="_blank">scandalo delle fornaci di mattoni </a>clandestine nella provincia dello Shanxi, il fotografo <a href="http://www.formafoto.it/_com/asp/pageGal.asp?g=gar&amp;s=-&amp;l=ita&amp;id_pag={FAD281F6-C1FD-4C8B-8A98-45C542D2E89A}" target="_blank">Daniele Dainelli</a> (<em>Contrasto</em>), accompagnato da Ivan Franceschini e da un attivista che in rete si faceva chiamare IamV, ha rintracciato alcune delle vittime, nel tentativo di capire la loro situazione nel momento in cui media avevano smesso di occuparsi della loro storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio è iniziato a <strong>Zhengzhou</strong>, nel piazzale della stazione ferroviaria e degli autobus a lunga percorrenza, luogo di caccia prediletto dai trafficanti di esseri umani. Questo è il crocevia di un&#8217;umanità varia composta per la maggior parte da migranti provenienti dalle campagne, alcuni dei quali ragazzini a  malapena adolescenti, che si avventurano lontano dai propri villaggi e dalle proprie famiglie per cercare un&#8217;illusoria fortuna nelle grandi città. E&#8217; a Zhengzhou che si incrociano le storie delle vittime delle fornaci.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi scatti si vedono uno dopo l&#8217;altro alcune dele vittime delle fornaci: <strong>Yuan Cheng</strong>, contadino che per cercare il figlio quindicenne si è fatto assumere come operaio  nel cantiere da cui quest&#8217;ultimo è scomparso; <strong>Wang Xiaoli</strong>, madre di <strong>Chen Chang</strong>, che siede sul letto che era del figlio e continua ad aspettarlo, in una stanza rimasta immobile nel tempo; <strong>Zhang Wenlong</strong>, sopravvissuto alla forncace del villaggio di Caoshengcun, mostra le cicatrici che le ustioni hanno lasciato sulla sua schiena&#8230; In un&#8217;ultima agghiacciante immagine, sparse su un letto le fototessere di alcuni dei ragazzi scomparsi che ancora non sono stati ritrovati: anche se i media tacciono, i genitori continuano a cercare.</p>
<p style="text-align: justify;">In collaborazione con <a href="http://www.contrasto.it/" target="_blank">Contrasto</a>, © tutti i diritti riservati.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Approfondimenti:</p>
<p style="text-align: justify;">- <a href="http://news.qq.com/a/20080613/002199.htm" target="_blank">Versione cinese</a> del reportage di Ivan Franceschini pubblicato sul <em>Nandu Zhoukan</em></p>
<p style="text-align: justify;">- <em>Schiavi del Mattone</em>, pubblicato su DEP (Università Ca&#8217; Foscari) <a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/07/02_Franceschini_c.pdf" target="_blank">pdf scaricabile</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il miracoloso &#8220;risveglio&#8221; dei lavoratori cinesi e la curiosa baldanza dei media</title>
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		<comments>http://www.cineresie.info/risveglio-lavoratori-cinesi-scioperi/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 09:31:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Che dire della recente ondata di scioperi in Cina? Che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente "svegliati" da un lungo sonno? Che si stia avvicinando una nuova primavera per la classe operaia cinese? E ancora, perchè i media cinesi sono diventati così attivi nel riportare le proteste operaie e rivendicare il diritto allo sciopero? Forse, in fondo, anche il Partito ha qualcosa da guadagnare da questi scioperi. Considerazioni a partire dalle ultime copertine di alcune riviste cinesi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/Nanfeng_Chuang.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1368" title="Nanfeng_Chuang" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/Nanfeng_Chuang-232x300.jpg" alt="" width="238" height="308" /></a>Quando, la settimana scorsa, sono andato in edicola per recuperare un po&#8217; di giornali arretrati mi sono inaspettatamente trovato di fronte a tutta una serie di copertine inneggianti a questa nuova &#8220;<strong>ondata operaia</strong>&#8221; (<em>gongchao</em>). <em>Nanfengchuang</em>, <em>Xin Shiji Zhoukan</em>, <em>Sanlian Shenghuo</em>, <em>Fenghuang Zhoukan</em>, tutte riviste che seguo abitualmente, dedicavano voluminosi inserti alle lotte dei lavoratori cinesi, ricorrendo a toni epici per descrivere la resistenza di questi ultimi, non risparmiando critiche radicali al sindacato ufficiale, e richiedendo a gran voce la concessione del <strong>diritto di sciopero</strong>.</p>
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<p style="text-align: justify;">Che dire? Che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente &#8220;svegliati&#8221;, come ha sostenuto più di un commentatore? Che si stia avvicinando una nuova primavera per la classe operaia cinese? Personalmente, sento <strong>puzza di bruciato</strong>. Già il fatto che i media cinesi prestino tanta attenzione alla questione, chiamando in causa il sindacato ufficiale e la linea politica del Partito, mi insospettisce. Come ho già avuto modo di scrivere in un <a href="http://www.cineresie.info/sciopero-lavoratori-honda/" target="_blank">post precedente</a>, negli ultimi due decenni gli scioperi sono stato un fenomeno ricorrente ed estremamente diffuso nelle fabbriche cinesi, eppure difficilmente queste vicende hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, neanche nei momenti più drammatici, quando a scendere in strada erano <strong>decine di migliaia di lavoratori</strong> licenziati dalle imprese statali del Nordest del paese (penso ad esempio al grande <a href="http://www.clb.org.hk/en/node/100163" target="_blank">sciopero di Liaoyang</a> del 2002). Sarebbero state decine se non centinaia le occasioni in cui i media avrebbero potuto <strong>aprire la prima pagina</strong> con la storia di un&#8217;&#8221;ondata di scioperi nel paese&#8221; e lanciare una campagna per il riconoscimento del diritto di sciopero, ma non è mai accaduto. Perché dunque farlo proprio ora?</p>
<p style="text-align: justify;">Si dirà che raramente è capitato che tanti scioperi colpissero allo stesso tempo imprese di queste dimensioni e di questo peso a livello internazionale. Probabilmente è vero. Eppure non è un&#8217;argomentazione sufficiente a spiegare la <strong>baldanza dei media cinesi</strong> nel riproporre l&#8217;argomento. Nella Cina di oggi, la questione del diritto di sciopero è uno degli aspetti giuridici politicamente più sensibili, e qualunque redattore ci penserebbe mille volte prima di lanciare una campagna di lobbying in questa direzione. Quest&#8217;apertura dei media nasce da qualcos&#8217;altro, una ragione più sottile, vale a dire il fatto che finalmente il <strong>Partito</strong> si è reso conto che i propri interessi e quelli dei <strong>lavoratori</strong> in sciopero si trovano parzialmente a coincidere.</p>
<p style="text-align: justify;">In che modo si realizza questa <strong>coincidenza di interessi</strong>? In primo luogo, bisogna considerare il fatto che le varie stratificazioni del Partito comunista cinese hanno priorità molto differenti: se a livello locale si tende a privilegiare l&#8217;aspetto della crescita economica, misurato prevalentemente in termine di investimenti e produzione, a livello centrale la preoccupazione principale è quella della <strong>legittimità</strong>. In un periodo di crisi profonda, come oggi, i livelli più elevati del Partito hanno tutto da guadagnare dal &#8220;mettere il cappello&#8221; su queste proteste operaie, come effettivamente è stato fatto nei giorni scorsi dal premier Wen Jiabao, con la sua<a href="http://www.agichina24.it/repository/canali/norme-e-tributi/notizie/201006160200-rt2-ss20100616010baa-wen_rispetto_per_gli_operai_cinesi2" target="_blank"> apologia</a> dei lavoratori migranti, e dal <em>Quotidiano del popolo</em>, che in un suo recente <a title="articolo in cinese" href="http://news.163.com/10/0609/07/68NHG35A000146BC.html" target="_blank">editoriale</a> ha richiamato la necessità di alzare i salari. Si tratta di una dinamica perversa in base alla quale i lavoratori vengono a considerare il <strong>Partito</strong> come un effettivo <strong>difensore dei loro interessi</strong>, sempre pronto ad ascoltare le loro richieste.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, in assenza di una legislazione che normi il diritto di sciopero esiste il costante rischio che quelle che nascono come semplici dispute tra il lavoro e il capitale si trasformino in conflitti tra i lavoratori e lo Stato, creando seri rischi per la <strong>stabilità sociale</strong>. La concessione del diritto di sciopero in fin dei conti fungerebbe dunque da valvola di sfogo, evitando l&#8217;escalation dei conflitti e salvaguardando l&#8217;autorità del Partito. Di fatto, sono anni che la comunità accademica cinese sta facendo pressione perché in Cina si adotti una legislazione sullo sciopero e lo stesso sindacato ufficiale nel 1988 ha richiesto a gran voce, senza successo, che gli venisse concesso il diritto di scioperare. A questo punto concedere una legislazione in materia sarebbe nell&#8217;interesse del Partito, perché <strong>regolamentare lo sciopero</strong><em> </em>significherebbe anche vincolarlo ad una serie di norme più o meno restrittive e quindi limitarne l&#8217;incidenza. In quel caso, non si avrebbero più scioperi selvaggi, ma solo blocchi del lavoro strettamente regolamentati.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, come ho già avuto modo di scrivere, questa presunta ondata di disordini risponde ad un&#8217;esigenza politica che il Partito ha più volte esplicitato: la necessità di <strong>stimolare la domanda interna</strong>. Come è stato rilevato da più parti, l&#8217;innalzamento dei salari risponde ad una più generale strategia per stimolare i consumi interni e garantire quella <strong>crescita economica</strong> che costituisce uno dei pilastri del potere del Partito, ora che la sua aurea rivoluzionaria è pressoché scomparsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti sostengono che questi scioperi sono il preludio per una trasformazione politica in Cina, quasi si trattasse di una sorta di prova generale di un&#8217;imminente rivoluzione, stanno dunque prendendo un clamoroso abbaglio. I lavoratori cinesi, salva qualche rara eccezione (penso ancora al caso di Liaoyang, in cui, tra le altre cose, si richiedevano le dimissioni di un politico locale corrotto), in genere scioperano per <strong>ragioni economiche</strong>: vogliono salari più elevati, orari di lavoro più brevi, condizioni di salute e sicurezza più ragionevoli. Anche se spesso criticano il sindacato ufficiale, non scendono mai in strada per richiedere sindacati indipendenti o, ancora peggio, riforme politiche. Al contrario, gli slogan degli scioperanti quasi sempre si appellano alla benevolenza e alla comprensione del Partito. Il più delle volte gli scioperi potrebbero essere prevenuti ed evitati, se solo i datori di lavoro avessero l&#8217;accortezza di concedere ai lavoratori quel minimo di tutele previste dalla legislazione in vigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, questi scioperi <strong>non sono organizzati</strong>. Non esiste una versione cinese di Solidarnosc, né una qualsiasi cabina di regia che diriga e coordini le azioni degli scioperanti. Questo è inevitabile, se si considera il fatto che il sindacato ufficiale in genere se ne sta ai margini dei disordini, svolgendo un ruolo di mediatore, e coloro che emergono come leader operai incappano regolarmente in ritorsioni. Questi scioperi sono episodi scollegati che di volta in volta nascono dall&#8217;esasperazione dei lavoratori nei confronti di datori di lavoro che non rispettano neppure i loro più <strong>elementari diritti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, un conto è affermare che i lavoratori cinesi siano sempre più consapevoli dei propri diritti e non siano più disposti a lasciarsi mettere i piedi in testa per qualche centinaio di yuan, un altro è descrivere la Cina come se fosse sull&#8217;orlo di una <strong>rivoluzione operaia</strong>. Ciò dimostra solo quanto poco si sappia di questo paese e quanto limitata sia la capacità di analisi di tanti operatori dei nostri media. Personalmente, ritengo che affermare che i lavoratori cinesi si siano &#8220;risvegliati&#8221; sia fare un grande torto nei loro confronti. In tutti questi anni loro sono sempre stati svegli, solo che noi non eravamo lì ad ascoltare le loro voci e non ce ne siamo mai accorti.</p>
<p style="text-align: justify;">[[Mostra come slideshow]]</p>
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