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Ancora una volta la Foxconn torna a far discutere. Dopo la serie di suicidi tra i lavoratori, dopo le denunce sulle condizioni di lavoro nei suoi impianti, dopo che i media hanno svelato la pratica di impiegare giovani stagisti sottopagati, questa volta il colosso taiwanese dell’elettronica è nell’occhio del ciclone per le affermazioni del suo fondatore, che ha annunciato di voler portare il numero di robot alla catena di montaggio a un milione entro tre anni. Ma sarà vero? Un’analisi da Agi China.
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Dopo una lunga attesa, siamo lieti di potervi presentare il progetto a cui abbiamo lavorato lo scorso inverno. Allora ci siamo trasferiti a Shenzhen per cercare di raccontare quei giovani operai nati negli anni Ottanta e Novanta che lo scorso anno sono stati protagonisti di tanti episodi di resistenza. Da questo viaggio è nato Dreamwork China: un documentario, innanzitutto, ma anche una raccolta di ritratti, un quaderno di appunti e uno spazio multimediale da ampliare, discutere e approfondire.
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Domani entrerà in vigore la nuova Legge sulla previdenza sociale della Rpc, un testo destinato ad uniformare tutti i precedenti atti normativi in materia. Dal punto di vista delle autorità cinesi, questa Legge è funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato, la stabilizzazione sociale e lo stimolo dei consumi interni; dall’altro, il rafforzamento della legittimità del Partito. Ma con quali conseguenze per il costo del lavoro? Un’analisi delle innovazioni della nuova normativa.
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In Cina sono sempre più numerosi i lavoratori che decidono di ricorrere alla legge e allo sciopero per risolvere le proprie controversie, tanto che diversi commentatori hanno parlato di un vero e proprio “risveglio” operaio. Eppure, ridurre il tutto ad una pura “epifania” dei diritti è semplicistico, oltre che discutibile, visto che dinamiche ben più complesse sono all’opera nel plasmare la direzione dello sviluppo cinese. Ma cosa significa tutto questo per noi?
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Mentre l’Italia ha i suoi Marchionne a cui pensare, anche in Cina ci si interroga se i diritti dei lavoratori siano sacrificabili in nome del profitto dell’impresa. Merito tra l’altro della Huawei, un colosso globale dell’elettronica che recentemente ha fatto discutere per una nuova politica aziendale con cui ai dipendenti è stato chiesto di firmare un accordo in cui rinunciano “spontaneamente” ad alcuni diritti riconosciuti per legge. Il ritratto di una cultura aziendale “da lupi”.
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Contesto: secondo dati ufficiali fra i minatori cinesi il numero dei morti dovuti a malattie polmonari (soprattutto pneumoconiosi) è tre volte superiore a quello dei decessi per incidenti in miniera. Ha fatto perciò notizia il fatto che undici minatori dello Xinjiang sottoposti a un “lavaggio dei polmoni” abbiano prodotto ben 48 scodelle di “acqua nera”. Ma che cosa uscirebbe se si dovesse fare un lavaggio del cuore ai membri della classe politica al governo, dei dirigenti a livello locale e nazionale, dei funzionari corrotti?
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Dopo la calda primavera dei lavoratori cinesi, per il mondo imprenditoriale è giunto il momento del contrattacco. Le autorità sembrano aver ceduto di fronte all’azione di lobbying di alcuni gruppi imprenditoriali di Hong Kong e hanno tolto dall’agenda politica del Guangdong la discussione di nuove norme finalizzate a rafforzare i meccanismi di contrattazione collettiva. Non è la prima volta che interessi economici esteri interferiscono sui processi legislativi cinesi: limiti strutturali del “modello cinese” o strategia di legittimazione?
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Dopo oltre vent’anni di lontananza, in questi giorni è in Cina una delegazione della CGIL capeggiata dal segretario generale Guglielmo Epifani. Nonostante il programma fosse quello di riallacciare i rapporti con il sindacato cinese, rotti nel lontano 1989 dopo gli eventi di Tiananmen, all’ultimo minuto l’incontro è saltato. Una lettura che ci spiega perché le ragioni che due decenni fa causarono la rottura sono le stesse che oggi ci portano ad auspicare una ripresa del dialogo.
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Ancora un post sulla questione della Foxconn. I portavoce dell’azienda ieri hanno annunciato un piano per assumere oltre quattrocentomila nuovi dipendenti entro la fine del prossimo anno. Il Corriere della Sera in questo legge il risultato delle mobilitazioni operaie della scorsa primavera, una clamorosa vittoria dei lavoratori cinesi che ora “potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno”. Le ragioni per cui una simile lettura è a dir poco ingenua.
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Finita nell’occhio del ciclone a causa di una serie di suicidi tra i propri dipendenti, la Foxconn è riuscita a soffocare lo scandalo promettendo un innalzamento generale dei salari. Ora si apprende che, come molte altre imprese, anche questo colosso taiwanese sta pianificando di spostare gran parte della produzione nell’entroterra cinese, lì dove i costi sono inferiori, una mossa che vanifica le promesse fatte. La prima di due storie che parlano di “abbandono”, ponendo alcuni interrogativi sulla direzione in cui si sta muovendo lo sviluppo cinese.








