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	<title>Cineresie.info &#187; lavoro</title>
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		<title>La Foxconn &#8220;assume&#8221; un milione di robot?</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 08:42:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[foxconn]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora una volta la Foxconn torna a far discutere. Dopo la serie di suicidi tra i lavoratori, dopo le denunce sulle condizioni di lavoro nei suoi impianti, dopo che i media hanno svelato la pratica di impiegare giovani stagisti sottopagati, questa volta il colosso taiwanese dell’elettronica è nell’occhio del ciclone per le affermazioni del suo fondatore, che ha annunciato di voler portare il numero di robot alla catena di montaggio a un milione entro tre anni. Ma sarà vero? Un’analisi da Agi China.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/08/foxconn-robots-china-factory1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4383" title="foxconn-robots-china-factory" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/08/foxconn-robots-china-factory1.jpg" alt="" width="487" height="287" /></a><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/08/foxconn-robots-china-factory.jpg"><br />
</a></p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta la <strong>Foxconn</strong> torna a far parlare di sé. Dopo la serie di suicidi tra i lavoratori dello scorso anno, dopo che un’organizzazione non governativa basata a Hong Kong ha a più riprese denunciato le condizioni di lavoro nei suoi impianti, dopo che il <em>Nanfang Zhoumo</em> ha svelato la pratica di impiegare giovani stagisti sottopagati presentati direttamente dalle scuole, questa volta il <strong>colosso taiwanese dell’elettronica</strong> fa sensazione per alcune affermazioni del suo fondatore e CEO Terry Gou, il quale ieri ha annunciato di voler portare il numero di <strong>robot</strong> alla catena di montaggio a un milione nel giro tre anni. Singolarmente, questo avviene appena dieci mesi dopo che la Foxconn aveva annunciato con gran fanfara un piano per assumere oltre quattrocentomila nuovi dipendenti nella Cina continentale entro la fine del 2011.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non può che sollevare la più elementare delle domande: è credibile l’idea che un esercito di un milione di robot vada a sostituire un numero pari se non superiore di lavoratori in operazioni come la verniciatura, la saldatura e il montaggio? Che la Foxconn stia attraversando una fase di trasformazione e revisione delle proprie strategie di produzione è indubbio. La situazione è molto cambiata rispetto al maggio dello scorso anno, quando i media hanno riportato la notizia della <strong>serie di suicidi</strong>, scatenando l’indignazione dell’opinione pubblica. Da allora, non solo i salari dei lavoratori di prima linea sono cresciuti, passando da una media di meno di mille yuan a circa il doppio, ma la dirigenza aziendale ha anche deciso di rilocare buona parte della produzione in città di seconda e terza fascia, dove i salari sono inferiori e il costo dei terreni è molto più basso. Che questi cambiamenti strategici abbiano avuto un prezzo non indifferente, appare evidente se si considera il fatto che lo scorso anno la Foxconn ha riportato <strong>perdite</strong> per circa 218 milioni di dollari americani, contro i 37 milioni di profitti dell’anno precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">L’annuncio di Terry Gou lascia aperti non pochi dubbi. Liu Kaiming, direttore dell’Institute for Contemporary Observation di Shenzhen, un’organizzazione della società civile che da un decennio si occupa di CSR e di lavoratori migranti, dubita che un simile piano sia fattibile: “Un lavoratore alla catena di montaggio costerà all’azienda circa trentamila yuan all’anno per i salari, quarantamila yuan se aggiungiamo gli altri costi: esistono forse dei robot altrettanto economici?” Liu Kaiming avanza tre ipotesi: “Una prima possibilità è che nell’azienda siano già stati installati alcuni macchinari e che si stia pensando di potenziare la capacità aziendale sotto questo aspetto, cosa che poi alcuni hanno ingigantito come se si trattasse di <strong>macchine senzienti</strong>; una seconda possibilità è che la Foxconn stia incontrando dei problemi a reclutare la manodopera e stia cercando di risolvere la questione attraverso un processo di meccanizzazione; infine, c’è la possibilità che si tratti di una risposta alle richieste dei lavoratori di alzare i salari, una sorta di minaccia ai dipendenti”. Anche se è ancora presto per trarre delle conclusioni, non è detto che queste ipotesi siano mutualmente esclusive.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, lo scorso inverno, con Tommaso Facchin avevo intervistato alcune decine di dipendenti della Foxconn di Shenzhen per il progetto <a href="http://www.dreamworkchina.tv">Dreamwork China</a>, la maggior parte si era detta <strong>soddisfatta delle condizioni di lavoro</strong> nell’azienda. “E’ stancante, ma sempre meglio che lavorare nelle piccole fabbriche della zona”, “i media non hanno detto tutta la verità sulla vicenda dei suicidi”, “non ce la passiamo poi così male”, ci avevano detto in tanti. Secondo una psicologa che collabora regolarmente con la Foxconn di Shenzhen per fornire assistenza psicologica ai dipendenti, la reazione dei lavoratori ad un’eventuale <strong>meccanizzazione su larga scala</strong> non sarà omogenea: “Dipenderà tutto dalla ‘qualità’ dei singoli individui, se si limiteranno a considerare semplicemente l’aspetto occupazionale oppure se prenderanno in considerazione anche la qualità del lavoro e della vita. Ci sono posti di lavoro che sono dannosi per la salute dei lavoratori: la soluzione migliore per tutelare le persone non è certo mantenerli, ma migliorarne la qualità”. Altri dipendenti nei reparti di ricerca e sviluppo e gestione delle risorse umane hanno mostrato di condividere quest’opinione. Resta da vedere se i lavoratori di prima linea, alla notizia che qualcuno ai vertici vorrebbe “<strong>sostituirli</strong>” con dei robot, manterranno inalterata la loro “fedeltà” all’azienda.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credit:</span> <a href="http://singularityhub.com/" target="_blank">singularityhub</a></p>
<p style="text-align: justify;">(questo articolo è stato pubblicato il 3 agosto su <a href="http://www.agichina24.it">AGI China 24</a>)</p>
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		<title>Dreamwork China, una nuova generazione nella fabbrica del mondo</title>
		<link>http://www.cineresie.info/dreamwork-china-documentario-lavoratori-cinesi/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 14:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallerie]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo una lunga attesa, siamo lieti di potervi presentare il progetto a cui abbiamo lavorato lo scorso inverno. Allora ci siamo trasferiti a Shenzhen per cercare di raccontare quei giovani operai nati negli anni Ottanta e Novanta che lo scorso anno sono stati protagonisti di tanti episodi di resistenza. Da questo viaggio è nato Dreamwork China: un documentario, innanzitutto, ma anche una raccolta di ritratti, un quaderno di appunti e uno spazio multimediale da ampliare, discutere e approfondire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/07/home-dreamwork-china.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4284" title="home-dreamwork-china" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/07/home-dreamwork-china.jpg" alt="" width="577" height="337" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Cari amici di Cineresie, finalmente possiamo presentarvi il <strong>progetto multimediale</strong> di cui vi parlavamo qualche tempo fa, quando cercavamo di giustificare il lungo periodo di inattività dello scorso inverno: <a title="visita il progetto" href="http://www.dreamworkchina.tv" target="_blank">Dreamwork China</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ben sapete, il 2010 è stato un anno caldo per il lavoro in Cina. La vicenda dei suicidi alla Foxconn di Shenzhen, lo sciopero alla Honda di Foshan, l’ondata di scioperi, il risveglio dei lavoratori cinesi… tutte storie che hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica cinese e internazionale la questione dello <strong>sfruttamento della forza lavoro migrante</strong> in Cina. Su Cineresie ne abbiamo scritto in più occasioni, spesso con toni critici, soprattutto per quanto riguarda quell’idea, accarezzata da molti giornalisti, che i lavoratori cinesi si siano improvvisamente “svegliati”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il novembre del 2010 e il marzo del 2011 abbiamo deciso di <strong>trasferirci a Shenzhen</strong> per documentare sul campo la realtà della nuova generazione di lavoratori migranti (<em>xin shengdai nongmingong</em>), quei giovani operai che sono nati negli anni Ottanta e Novanta e che generalmente vengono additati come il vero motore della mobilitazione operaia dello scorso anno. A noi si è unito <strong>Tommaso Bonaventura</strong>, un fotografo di Contrasto di cui in più di un’occasione abbiamo riproposto le gallerie.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo sforzo congiunto è nato Dreamwork China<em>. </em>Un documentario, innanzitutto, ma anche una raccolta di ritratti, un quaderno di appunti e uno spazio multimediale da ampliare, discutere e approfondire (lo trovate su <a href="http://www.dreamworkchina.tv/">www.dreamworkchina.tv</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Per giorni abbiamo occupato uno studio fotografico nei pressi dell’ingresso meridionale della <strong>Foxconn</strong> di Guanlan, cercando di convincere i giovani lavoratori di passaggio a farsi fotografare e intervistare. Siamo stati negli uffici delle <strong>organizzazioni della società civile</strong> del Delta del Fiume delle Perle, cercando di capire le ragioni per cui fanno quello che fanno e i rischi che si trovano ad affrontare. Abbiamo visitato fabbriche e assistito ad <strong>attività di addestramento</strong> in cui si spiegava ai lavoratori come stabilire le proprie priorità nella vita. Abbiamo intervistato attivisti maoisti, lavoratori che conoscono il diritto meglio di tanti avvocati, giovani che non hanno mai sentito nominare la parola “sindacato”, operai in fin di vita per malattie occupazionali o incidenti sul lavoro. Abbiamo seguito alcuni giovani fino al loro paese natale in occasione della Festa di primavera, girando un villaggio rurale casa per casa, chiedendo ai giovani migranti che vi abitavano cosa pensano e cosa sanno del diritto e <span style="color: #000000;">dei diritti</span>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul sito di <a href="http://www.dreamworkchina.tv/">Dreamwork China</a> troverete molte di queste storie, assieme a ritratti e a documenti che aggiungeremo nel tempo. Come vedrete, il nostro obiettivo non è mai stato quello di documentare le condizioni di lavoro nella fabbrica del mondo. Non solo, almeno. La nostra idea era quella di raccontare la vita quotidiana, i sogni, le aspirazioni di questi giovani, capire come la dimensione della fabbrica, nel bene e nel male, plasma le loro esistenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è aperto a ulteriori sviluppi e alla ricerca di una distribuzione. Fino a quando non avremo trovato un canale attraverso cui far circolare il video integrale non vi resta che seguire le proiezioni pubbliche in Italia e in Cina (chiunque fosse interessato a organizzare una proiezione può scrivere a <a href="mailto:info@dreamworkchina.tv">info@dreamworkchina.tv</a>) e i contenuti che via via verranno aggiunti.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie, fateci sapere che ne pensate!</p>
<p style="text-align: justify;">Ivan e Tommaso</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La nuova Legge sulla previdenza sociale: innovazioni reali o aspettative eccessive?</title>
		<link>http://www.cineresie.info/la-nuova-legge-sulla-previdenza-sociale-innovazioni-reali-o-aspettative-eccessive/</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 12:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Bellomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
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		<category><![CDATA[partito]]></category>

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		<description><![CDATA[Domani entrerà in vigore la nuova Legge sulla previdenza sociale della Rpc, un testo destinato ad uniformare tutti i precedenti atti normativi in materia. Dal punto di vista delle autorità cinesi, questa Legge è funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato, la stabilizzazione sociale e lo stimolo dei consumi interni; dall’altro, il rafforzamento della legittimità del Partito. Ma con quali conseguenze per il costo del lavoro? Un’analisi delle innovazioni della nuova normativa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/shebaofa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4115" title="shebaofa" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/shebaofa.jpg" alt="" width="298" height="350" /></a>Domani, 1 luglio 2011, entrerà in vigore la prima<strong> <a href="http://www.gov.cn/flfg/2010-10/28/content_1732964.htm">Legge sulla previdenza sociale</a></strong> (<em>shehui baoxianfa</em>)della Repubblica popolare cinese, un testo destinato ad uniformare definitivamente tutti i precedenti atti normativi in materia. Dopo quattro letture e altrettante revisioni della bozza iniziale, l’approvazione definitiva è sopraggiunta tenendo conto del <em>feedback</em> di commenti pubblici pervenuti su invito del legislatore stesso. Sono stati necessari <strong>tre anni di consultazioni</strong> per giungere all’emanazione di quello che, senza dubbio, può essere considerato l’atto normativo più rilevante dopo la Legge sui contratti di lavoro del 2008.  La normativa, infatti, pur non costituendo una vera novità dal punto di vista del riconoscimento e della classificazione delle <strong>cinque voci previdenziali obbligatorie</strong> (pensione, assicurazione medica, infortunio, disoccupazione e sussidio di maternità), riunisce per la prima volta in un testo unico tutti gli aspetti amministrativi ad esse collegati, come le modalità di versamento delle diverse forme di contribuzione e la vigilanza sull’adesione dei datori di lavoro agli obblighi previdenziali nei confronti dei propri impiegati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel concreto, la nuova Legge introduce poche ma significative variazioni rispetto alla prassi in vigore, limitandosi più che altro ad uniformare e standardizzare un sistema disapplicato in molte sue parti e frammentato in una serie di regolamenti e disposizioni che hanno caratterizzato finora la condotta delle singole province.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Un sistema nazionale unificato, ma rimane l’autonomia dei governi locali</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, la nuova normativa non specifica le percentuali di contribuzione e la base di calcolo relative a ciascuna voce previdenziale, lasciando inalterato il sistema secondo cui <strong>saranno i governi locali a determinare annualmente l’ammontare dei contributi</strong> in considerazione della realtà economica delle diverse province. L’intento è piuttosto quello di attuare un rafforzamento legale dell’intero apparato, volto a promuovere una <strong>gestione più trasparente</strong> dei fondi e a stimolare un’adesione a tutti i livelli. Il sistema previdenziale cinese, infatti, si fonda già da decenni sulla combinazione di fondi pubblici e contributi individuali, ma numerosi limiti oggettivi, tra i quali una debole struttura giuridica, hanno reso le disposizioni facilmente aggirabili, tanto dalle autorità locali &#8211; spesso sorprese ad <a href="http://www.asianews.it/news-en/More-party-members-involved-in-the-Shanghai-pension-funds-scandal-7567.html">utilizzare in maniera impropria</a> i fondi previdenziali &#8211; quanto dai lavoratori stessi. Ne è conseguita la comparsa del fenomeno dei “<strong>conti vuoti</strong>” (<em>kong zhanghu </em>o <em>zhanghu xushe</em>): milioni di lavoratori registrati presso gli uffici della previdenza sociale, ma senza alcun accantonamento previdenziale o in possesso di contributi irrisori che non potrebbero mai garantire loro una pensione minima sufficiente per sopravvivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo atto normativo tenta concretamente di costruire un <strong>sistema previdenziale unificato a livello nazionale</strong>: è infatti indirizzato alle imprese di qualunque tipologia che impieghino lavoratori all’interno del territorio della Repubblica popolare, senza distinzione tra differenti status di dipendenti, siano essi residenti urbani, migranti, stranieri, lavoratori subordinati o titolari di attività commerciali individuali, impiegati con contratti regolari o secondo le nuove forme flessibili di impiego in costante espansione.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Clausole favorevoli ai migranti e ai lavoratori </strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Tra le principali novità introdotte dalla Legge viene finalmente prevista una <strong>clausola di trasferibilità geografica delle posizioni contributive individuali</strong>. In passato, infatti, se il lavoratore lasciava il proprio posto di lavoro per spostarsi in un’altra provincia, non era possibile trasferire il proprio fondo di contributi da un ufficio della previdenza sociale ad un altro. Tale restrizione ha spesso inibito i <strong>lavoratori migranti</strong> dal contribuire di tasca propria alla costruzione del proprio fondo previdenziale, nella consapevolezza che solo risiedendo per un lungo periodo nella stessa località avrebbero potuto beneficiarne. Riprendendo sperimentazioni già attuate negli anni passati, la nuova Legge pone fine a questo impedimento, prevedendo la possibilità di trasferimento della contribuzione accumulata ai fini pensionistici, dell’assicurazione medica di base e di disoccupazione, nel momento in cui il lavoratore si trovi a dare inizio ad un nuovo rapporto di lavoro in un’altra municipalità o provincia. Al datore di lavoro spetta il compito di facilitare tali operazioni di trasferimento, inviando o consegnando la relativa documentazione al termine del contratto di lavoro del proprio impiegato al fine di permettere un calcolo cumulativo.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito, tramite la Legge sulla previdenza sociale, sopraggiunge un importante chiarimento: <strong>la volontaria rinuncia ai contributi e il rifiuto alla firma di un contratto di impiego da parte dei lavoratori non potranno essere prese in considerazione</strong> al fine di rendere esenti da sanzioni i responsabili delle risorse umane e, di conseguenza, le imprese stesse colte in violazione degli obblighi relativi alla previdenza sociale.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Pensioni e infortuni</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Per usufruire della pensione di anzianità mensile rimangono due le condizioni imprescindibili: l’aver contribuito integralmente e per almeno quindici anni agli accantonamenti previdenziali obbligatori e l’aver raggiunto l’età pensionabile. Sul luogo e sulle modalità con le quali i lavoratori beneficeranno del fondo pensionistico rimangono aperti molti spazi di evoluzione: la municipalità di Shanghai, ad esempio, ha già predisposto che i lavoratori migranti contribuenti per almeno quindici anni presso la città, al raggiungimento dell’età pensionabile, beneficeranno della pensione erogata dal fondo municipale, e non dalla propria località di origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra importante innovazione è rappresentata dall’istituzione di un <strong>fondo nazionale per gli infortuni sul lavoro</strong>, che andrà a coprire le spese sanitarie successive al termine del rapporto o per il periodo di riabilitazione del lavoratore infortunato. Fino ad oggi, teoricamente, il datore di lavoro era obbligato a coprire le spese per il trasporto, il ricovero, i trattamenti medici e per il sussidio di sopravvivenza del lavoratore che avesse riportato un infortunio. L’istituzione di un fondo predisposto alla copertura di tali spese, anche se ancora non ben definito, costituirà sicuramente un incentivo per i datori di lavoro ad aderire al sistema previdenziale generico per gli infortuni, senza lo spettro di grandi esborsi, soprattutto per le categorie occupazionali ai livelli più alti della scala di rischio e malattia occupazionale.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Aumenterà il costo del lavoro?</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Da ottobre, quando è stata approvata, ad oggi, questa nuova Legge non ha mancato di sollevare le <strong>solite preoccupazioni</strong> circa il possibile aumento del costo del lavoro derivante da una regolamentazione più vincolante. Questo nonostante fosse già ben chiaro che la normativa non avrebbe comportato cambiamenti in termini di costi per le imprese che già aderivano alle indicazioni e provinciali.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro la Legge interverrà nell’<a href="http://www.gdlaowei.com/a/news/zhnews/201105/4446.html"><strong>aumentare i costi di eventuali violazioni</strong></a>. Ciò avverrà tramite un rafforzamento generale dell’autorità dei dipartimenti locali della previdenza sociale, sia nel processo di riscossione dei contributi che nella vigilanza sul rispetto delle norme. I rischi derivanti dal tentativo di abbassare i costi di impiego tramite l’evasione parziale o totale del pagamento dei contributi obbligatori diventeranno più consistenti.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Nuovi provvedimenti e progetti pilota</h2>
<p style="text-align: justify;">A ridosso dell’entrata in vigore della Legge, il 10 giugno il Ministero delle risorse umane e della sicurezza sociale ha pubblicato le bozze di <a href="http://www.caijing.com.cn/2011-06-10/110742737.html"><strong>due ulteriori provvedimenti</strong></a> in materia: il “Metodo per la gestione dei registri dei diritti individuali per la previdenza sociale” (<em>shehui baoxian geren quanyi jilu guanli banfa</em>) e il “Metodo provvisorio per la partecipazione alla previdenza sociale degli stranieri occupati in Cina” (<em>zai zhongguo jingnei jiuye de waiguoren canjia shehui baoxian zanxing banfa</em>). Alla base del primo provvedimento ci sarebbe l’intento di stimolare un’applicazione uniforme della nuova Legge sulla Previdenza Sociale, di creare <strong>meccanismi standard per la raccolta dei contributi</strong> e, in generale, di difendere gli interessi dei contribuenti. Il secondo documento pubblicato si riferisce invece all’art. 97 della nuova Legge sulla Previdenza Sociale, in cui si definisce l’obbligo di aderire al <strong>sistema previdenziale nazionale anche per i cittadini stranieri</strong> occupati in Cina, in possesso di regolare permesso di soggiorno e che risiedano per almeno sei mesi nel Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 13 giugno 2011 anche il Consiglio di Stato si è espresso tramite la promulgazione di alcune Opinioni guida per un <strong>progetto pilota di sviluppo del fondo pensionistico</strong> dei lavoratori urbani (<em>guowuyuan guanyu kaizhan chengzhen jumin shehui yanglao baoxian shidian de zhidao yijian</em>), formulato in linea con la nuova Legge sulla Previdenza Sociale e con le disposizioni incluse nel Dodicesimo Piano Quinquennale di recente approvazione. L’auspicio è quello di estendere le <a href="http://www.caijing.com.cn/2011-06-13/110744389.html ">disposizioni sulla raccolta e sulla gestione dei fondi pensionistici</a> a tutti i lavoratori urbani entro il 2012, così come confermato dal <a href="http://economy.caixun.com/content/20110621/NE02o2gv.html">recente intervento</a> di Wen Jiabao.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Un&#8217;arma a doppio taglio</h2>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista delle autorità cinesi, questa Legge si rivela perfettamente funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato, la <strong>stabilizzazione sociale</strong> e lo <strong>stimolo dei consumi interni</strong> già perseguiti tramite le riforme giuslavoristiche dell’ultimo triennio; dall’altro, il <strong>rafforzamento della legittimità </strong>del Partito come rappresentante degli interessi dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione. Non è certo un caso se la Legge entra in vigore proprio il giorno del novantesimo anniversario della fondazione del Partito, una coincidenza che sembra essere sfuggita ai più. Eppure tali obiettivi, se non supportati da un adeguato stimolo all’applicazione e alla diffusione della normativa, potrebbero risultare ambiziosi e irrealistici, finendo per alimentare un <strong>senso di disillusione</strong> tra i lavoratori e la popolazione.  Ma questo è un rischio che il Partito ha deciso di correre.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/author/valentina-bellomo/">Valentina Bellomo</a> <span style="color: #888888;">nel 2011 si è laureata in Lingue e Istituzioni Economiche e Giuridiche dell&#8217;Asia Orientale a Ca&#8217; Foscari con una tesi sulle politiche salariali nella Repubblica popolare cinese.</span></p>
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		<title>Diritti e consapevolezza: procedere adagio, prego</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 13:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[In Cina sono sempre più numerosi i lavoratori che decidono di ricorrere alla legge e allo sciopero per risolvere le proprie controversie, tanto che diversi commentatori hanno parlato di un vero e proprio “risveglio” operaio. Eppure, ridurre il tutto ad una pura “epifania” dei diritti è semplicistico, oltre che discutibile, visto che dinamiche ben più complesse sono all’opera nel plasmare la direzione dello sviluppo cinese. Ma cosa significa tutto questo per noi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/04/Lavoratori.jpg"><img class="size-large wp-image-3452 aligncenter" title="china_workers" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/04/Lavoratori-1024x668.jpg" alt="" width="531" height="346" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“In quest’ultimo anno <strong>ho cambiato dodici o tredici lavori</strong>, neanche io mi ricordo il numero preciso. Ogni volta che le condizioni di lavoro non rispettano quanto previsto dalla legge, lo faccio presente al capo e, se non mi ascolta, gli faccio causa. Negli ultimi tre anni ho intentato oltre venti cause e al momento ne ho otto ancora in corso”. A parlare è <strong>Ren Mancang</strong>, un lavoratore migrante trentenne che da undici anni vive e lavora a Shenzhen, nel cuore della “fabbrica del mondo”. Da lavoratore non specializzato, una semplice vite in un ingranaggio più grande di lui, per anni ha subito passivamente qualunque decisione dei suoi datori di lavoro – le alternative erano adeguarsi oppure cambiare fabbrica – fino a quando, nel 2007, non ha letto sui giornali dell’imminente uscita di una <strong>nuova legge sui contratti di lavoro</strong>. Da allora si è trasformato in quello che i datori di lavoro e i colleghi indistintamente definiscono un “attaccabrighe”. Il diritto è diventato la sua arma e la sua ossessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono sempre più numerosi i lavoratori che, come Ren, <strong>ricorrono alla legge</strong> per risolvere i propri problemi sul lavoro, una tendenza che viene vista con favore dalle autorità cinesi, che nel diritto vedono soprattutto uno strumento di stabilizzazione sociale. La <strong>coscienza dei diritti </strong>sembra essere penetrata a tal punto nel tessuto della nuova classe operaia cinese, che diversi osservatori della Cina contemporanea hanno cominciato a parlare di un vero e proprio “risveglio” dei lavoratori cinesi, in particolare per quanto riguarda quel centinaio di milioni di ragazzi nati nelle campagne negli anni Ottanta e Novanta che ora stanno rapidamente rimpiazzando i loro genitori alle catene di montaggio delle fabbriche della Cina meridionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha affermato <strong>Liu Kaiming</strong>, direttore dell’Institute of Contemporary Observation (ICO) di Shenzhen, un’organizzazione della società civile che da anni si occupa di temi legati al mercato del lavoro cinese: “A confronto con i lavoratori di dieci anni fa, i giovani di oggi sono più consapevoli dei propri diritti e hanno maggiori esigenze in questo senso”. Ed effettivamente è difficile non convenire con questa lettura, se si pensa alle oltre <strong>ottocentomila dispute sul lavoro</strong> registrate per l’arbitrato in Cina nel solo 2009 e agli oltre <strong>mille scioperi </strong>– le stime non sono ufficiali – verificatisi nel 2010, metà dei quali nella provincia del Guangdong.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Lavoratori oggi, consumatori domani</h2>
<p style="text-align: justify;">Eppure, ridurre il tutto ad una pura “epifania” dei diritti è semplicistico, oltre che discutibile. Dinamiche ben più complesse sono all’opera nel plasmare la direzione dello sviluppo cinese. Innanzitutto, per ragioni demografiche il bacino di manodopera originario dalle campagne a cui le fabbriche nelle più sviluppate aree costiere hanno attinto a piene mani negli ultimi tre decenni si sta rapidamente esaurendo, al punto che da almeno qualche anno in Cina si parla di una vera e propria “<strong>carestia di lavoratori migranti</strong>” (<em>mingonghuang</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Per di più, grazie all’adozione di nuove politiche favorevoli alle aree meno sviluppate, la <strong>forbice dei redditi </strong>tra le aree costiere e l’interno si sta rapidamente riducendo: stando a dati ufficiali per il 2009, il reddito medio di un lavoratore migrante nelle aree orientali del paese (la “fabbrica del mondo”) era di 1455 yuan, in quelle centrali di 1389 yuan e in quelle occidentali di 1382. Se si tratta di guadagnare solamente qualche decina di yuan in più, perché un lavoratore dovrebbe sobbarcarsi un viaggio di migliaia di chilometri quando può tranquillamente trovare lavoro a poca distanza da casa? Di fatto, quella che sembrava essere niente più che una possibilità di un remoto futuro si sta verificando proprio ora e le autorità locali delle aree costiere trovano difficoltà sempre maggiori nell’attirare la manodopera dall’entroterra.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, lo sviluppo cinese sta attraversando una fase di riassestamento, con un graduale passaggio da un modello di crescita basato sulle esportazioni a un altro <strong>modello basato sui consumi interni</strong>. Questi fattori concorrono nel determinare un relativo <strong>rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori</strong> cinesi, che non sono più semplicemente la manodopera di oggi, quanto piuttosto i consumatori di domani. Ecco allora spiegati i continui aumenti dei salari minimi legali dettati dalle autorità locali nell’ultimo anno: salari più elevati non solo danno ai giovani lavoratori una ragione in più per emigrare, ma soprattutto mettono a loro disposizione le risorse necessarie per consumare. Ecco spiegati pure gli sforzi delle autorità centrali cinesi, che negli ultimi anni stanno emanando una legislazione sul lavoro sempre più completa e dettagliata.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Più diritti, imprese permettendo</h2>
<p style="text-align: justify;">Questo avviene a dispetto di mille <strong>pressioni contrarie</strong> provenienti dal mondo imprenditoriale, soprattutto straniero. Per citare solo un paio di esempi, è ancora vivo nella memoria di molti cinesi quanto è accaduto nel 2006, quando, di fronte alla pubblicazione di una bozza di legge sui contratti di lavoro molto favorevole ai lavoratori, alcune camere di commercio statunitensi hanno emesso documenti in cui si paventava – alcuni direbbero minacciava – la possibilità di una <strong>fuga di capitali</strong>, cosa che aveva spinto le autorità ad un drastico ripensamento dei contenuti della bozza, approvata in una versione molto differente l’anno successivo. Oppure, quanto è avvenuto nel settembre dell’anno scorso quando un’aggressiva azione di lobbying da parte degli imprenditori manifatturieri di Hong Kong ha portato al rinvio a data da definire dell’adozione di un regolamento sulla <strong>contrattazione collettiva dei salari</strong> nella provincia del Guangdong.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa significa tutto questo per noi?  Si sta avvicinando la<strong> fine dell’era del “prezzo cinese” </strong>e della competitività della Cina sui mercati internazionali? In realtà, nonostante se ne discuta da tempo, questa eventualità appare ancora lontana. Il<strong> vantaggio competitivo cinese</strong> è troppo grande e non si basa solamente sul basso costo della manodopera. Gli incentivi a continuare a produrre in Cina rimangono molti, se non nelle aree costiere “guastate” da decenni di sviluppo, quantomeno nelle zone vergini dell’interno. Di fatto, negli ultimi anni molte imprese hanno iniziato a spostare gli impianti produttivi verso l’entroterra, dove i costi di produzione rimangono molto bassi, le politiche fiscali sono favorevoli e le <strong>infrastrutture</strong> sono ugualmente moderne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Investire in Cina ancora conviene</strong>. Prossimamente sarà pubblicato un report investigativo realizzato congiuntamente dall’Istituto Sindacale per la Cooperazione allo Sviluppo (ISCOS) della CISL e dall’Institute of Contemporary Observation (ICO) di Shenzhen, un documento che prende in esame le condizioni di lavoro in sedici imprese metalmeccaniche italiane della provincia del Guangdong. Le conclusioni a cui arrivano gli estensori della ricerca sono disarmanti: a dispetto di tutta la retorica sulla responsabilità sociale dell’impresa, le paghe sono molto basse, in genere allineate al salario minimo locale; gli orari di lavoro sono eccessivi, a volte superiori alle sessanta ore a settimana; mancano realtà associative e si verificano licenziamenti arbitrari; c’è scarsa attenzione alla salute e alla sicurezza sul posto di lavoro. Ci vorrà ben di più che un innalzamento di un paio di centinaia di yuan del salario minimo legale e qualche nuovo regolamento di cui nessuno supervisiona l’implementazione per eliminare questi vantaggi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Alcuni stanno svegliando, moltissimi dormono ancora</h2>
<p style="text-align: justify;">La triste realtà è che una preponderante maggioranza dei lavoratori cinesi, soprattutto quelli che ruotano nell’universo delle piccole e medie imprese, non si è ancora “svegliata”. Basta parlare con loro, cercare di entrare un minimo nelle loro vite, per rendersi conto che molti, anche nella nuova generazione, non hanno ancora la minima idea di cosa sia un sindacato, dell’importanza della previdenza sociale e persino di come calcolare il salario per gli straordinari. Ren “l’attaccabrighe” ama raccontare come un giorno un funzionario in un tribunale lo abbia elogiato per la sua passione per il diritto e per la maniera in cui di volta in volta dà una lezione ai datori di lavoro. Eppure egli non è convinto di meritare questi complimenti: “Non penso che se in Cina ci fossero più persone come me sarebbe una buona cosa. Al contrario, mi auguro che non ci sia più bisogno di gente come me, ma che le leggi possano essere rispettate senza che qualcuno debba continuamente servire da promemoria.”</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">(questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo sulla rivista <em>Ventiquattro</em>) </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Foto credits: </span><a href="http://blogs.reuters.com/andrew-marshall/files/2010/06/RTR2ED9L.jpg"><span style="color: #000000;">Reuter</span></a><span style="color: #000000;">.</span></p>
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		<title>Huawei, un Marchionne con caratteristiche cinesi</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Mar 2011 21:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre l’Italia ha i suoi Marchionne a cui pensare, anche in Cina ci si interroga se i diritti dei lavoratori siano sacrificabili in nome del profitto dell’impresa. Merito tra l’altro della Huawei, un colosso globale dell’elettronica che recentemente ha fatto discutere per una nuova politica aziendale con cui ai dipendenti è stato chiesto di firmare un accordo in cui rinunciano “spontaneamente” ad alcuni diritti riconosciuti per legge. Il ritratto di una cultura aziendale “da lupi”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/03/Ren_Zhengfei.jpg"><img class="size-full wp-image-3350  alignleft" style="margin: 3px 7px;" title="Ren_Zhengfei" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/03/Ren_Zhengfei.jpg" alt="" width="282" height="254" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre l’Italia ha i suoi Marchionne a cui pensare, anche in Cina il dibattito sulle relazioni industriali prosegue tra alti e bassi. Esattamente come a Mirafiori, anche qui si cerca la risposta ad un interrogativo fondamentale: <strong>i diritti e le tutele dei lavoratori sono sacrificabili</strong> in nome di una presunta “sopravvivenza” dell’azienda? C’è chi sostiene di sì e argomenta che nel caso in cui un’azienda fallisca i lavoratori si ritrovano disoccupati e quindi è nell’interesse di tutti arrivare ad una soluzione di compromesso; c’è chi invece afferma il contrario, ribadendo che esistono delle garanzie minime, spesso conquistate a caro prezzo dai movimenti operai, assolutamente irrinunciabili. Di fatto, questo è uno dei tanti paradossi delle relazioni industriali che la globalizzazione produttiva non ha fatto altro che acuire.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Più diritti o più investimenti?</h2>
<p style="text-align: justify;">Sono ormai anni che in Cina si dibatte l’importanza di rafforzare le tutele dei diritti dei lavoratori. E in questo senso sembrerebbe andare pure l’opera del governo, se si considera l’<strong>imponente opera legislativa </strong>che è stata intrapresa nell’ultimo lustro. Non solo in questi anni sono state promulgate almeno quattro leggi fondamentali – rispettivamente sui contratti di lavoro, sulla promozione dell’occupazione, sulla mediazione e l’arbitrato sulle dispute sul lavoro e sulla sicurezza sociale – ma tuttora si sta lavorando ad una revisione della legge nazionale sui sindacati, mentre le varie province stanno legiferando su temi fondamentali come la contrattazione collettiva e la gestione democratica dell’impresa. Il tutto tra mille intoppi e ritardi, soprattutto a causa della <strong>feroce opposizione</strong> delle associazioni imprenditoriali cinesi e straniere, nonché di parte dello stesso establishment politico cinese, convinto che i tempi non siano ancora maturi per introdurre simili elementi di rigidità nel mercato del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Un Marchionne con caratteristiche cinesi</h2>
<p style="text-align: justify;">Esattamente com’è accaduto in Italia con le vicende della FIAT, anche in Cina uno degli ultimi scossoni al dibattito è arrivato dalle politiche interne di un’azienda che per molti versi si presenta come una sorta di “orgoglio nazionale”: la Huawei, un colosso nel settore delle apparecchiature per le telecomunicazioni basato a Shenzhen. Cos’è successo? In sostanza, nell’estate del 2010 la dirigenza aziendale ha deciso di adottare una nuova politica con cui i dipendenti di livello intermedio e superiore sono stati obbligati a scegliere tra due titoli, “<strong>lavoratore</strong>” (<em>laodongzhe</em>) e “<strong>combattente</strong>” (<em>fendouzhe</em>). Per potersi definire “combattente”, il dipendente non doveva far altro che firmare una <strong>dichiarazione in cui affermava di rinunciare <em>spontaneamente</em> ad alcuni diritti stabiliti per legge</strong>, come ad esempio le ferie pagate, il pagamento degli straordinari non obbligatori e il permesso di maternità per i padri. Chi, al contrario, decideva di rimanere un semplice “lavoratore” manteneva i propri diritti, ma si trovava ad affrontare il rischio di una penalizzazione in fase di valutazione, promozione e distribuzione delle azioni e dei bonus. Come un dipendente dell’azienda protetto dall’anonimato ha dichiarato al <a href="http://www.infzm.com/content/53863">Nanfang Zhoumo</a> lo scorso dicembre: “Non è detto che firmare l’accordo abbia dei vantaggi, ma ciò che è certo è che rifiutarsi di firmarlo non può portare niente di buono”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Nanfang Zhoumo in un suo <a href="http://www.infzm.com/content/53863">articolo</a> sulla vicenda ha cercato di ricostruire la cultura aziendale della Huawei, fondata nel 1988 da <a href="http://baike.baidu.com/view/23495.htm">Ren Zhengfei</a>, un imprenditore oggi sessantaseienne con un passato tra i ranghi dell’esercito. Se il capitale iniziale era di appena 240.000 yuan, nel giro di un decennio quest’azienda è arrivata ad assumere la leadership sul mercato cinese delle apparecchiature per le telecomunicazioni, fino al 2009, quando ha raggiunto un volume di vendite globale pari a 149,1 miliardi di yuan e ad un profitto netto di 18,3 miliardi. Tuttavia, nonostante questo incredibile successo e il progressivo radicamento sui mercati globali – in Italia la Huawei è presente con tre sedi, rispettivamente a Milano, Torino e Roma – i dipendenti cinesi dell’azienda, il 70% dei quali ha una laurea specialistica o addirittura un dottorato, sono da sempre costretti a lavorare come se fossero in uno stato di <strong>crisi perenne</strong>. Questo per una scelta esplicita e consapevole della dirigenza, che non vuole che essi pensino di aver trovato la propria “<strong>ciotola di riso di ferro</strong>” (<em>tiefanwan</em>), come veniva chiamato il posto di lavoro a vita con pieni benefit del periodo maoista.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Lei Feng, una vite rivoluzionaria <em><br />
</em></h2>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, la Huawei motiva i propri dipendenti vincolando la sorte di questi ultimi al proprio successo attraverso la distribuzione di partecipazioni azionarie ed opzioni varie. Eppure, allo stesso tempo pretende una fedeltà assoluta a quella che è stata definita una cultura aziendale “da lupi” (<em>langxing wenhua</em>). Per citare solo un paio di slogan interni: “Bisogna riuscire a sopportare dieci anni seduti su una fredda panca”, “Solamente un uccello che brucia ma non muore è una fenice”. Come lo stesso Ren Zhengfei <a href="http://bbs.vsharing.com/Management/Bi-Ci/1014770-1.html">ha affermato</a>, citando il classico modello d’epoca maoista di quel giovane soldato che affermava di voler essere solamente una <strong>vite rivoluzionaria che non arrugginisce mai</strong>: “La Huawei spinge ogni persona a diventare come <a href="http://baike.baidu.com/view/1753.htm">Lei Feng</a>, ma assolutamente non maltratta Lei Feng”. In altre parole, quest’azienda, che ci tiene a sottolineare il suo ruolo di pioniere nel proprio campo, continua a promuovere una <strong>cultura aziendale della “frontiera”</strong>, in cui ogni dipendente, soprattutto ai livelli manageriali più elevati, viene <strong>spinto ad essere un “eroe”</strong> (<em>yingxiong</em>) e a comportarsi come tale. Per citare ancora Ren Zhengfei, “i manager devono capire che il loro compito è quello di aiutare i subordinati ad essere degli eroi, ad essere dei buoni eroi per loro, a realizzare gli obiettivi dell’azienda e a fornire un buon servizio. Se gli eroi sono gli altri, allora questi manager chi sono? Sono dei leader. E un leader ha la funzione di servire.”</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Dimettiti che poi ti riassumo<em><br />
</em></h2>
<p style="text-align: justify;">Che i tanti Lei Feng della Huawei non vengano “maltrattati”, per usare il lessico di Ren Zhengfei, non è poi così scontato. Già in passato l’azienda ha adottato iniziative manageriali discutibili, come quando, nel 1996, ha costretto i dipendenti del reparto di marketing a <a href="http://www.csscipaper.com/management/hr/185855.html">dimettersi in massa</a> e a competere tra loro per essere riassunti. Oppure come quando, nel dicembre del 2007, alla vigilia dell’entrata in vigore della nuova Legge sui contratti di lavoro, <strong>ha costretto alle dimissioni oltre settemila dipendenti</strong> con più di otto anni di anzianità, sborsando circa un miliardo di yuan per le liquidazioni solamente per costringere costoro a competere per riavere indietro i loro posti di lavoro. Nonostante i dinieghi dei vertici aziendali, questa scelta, economicamente irragionevole, era con ogni evidenza motivata dal fatto che la nuova legge prevedeva che ai dipendenti con dieci anni continuativi di lavoro in una stessa azienda dovesse essere garantito un contratto di lavoro a tempo indeterminato.  Allora il cosiddetto “<a href="http://baike.baidu.com/view/1257761.htm">scandalo delle dimissioni della Huawei</a>” (<em>huawei cizhimen</em>) aveva diviso ulteriormente un’opinione pubblica già di per sé polarizzata. Se da un lato specialisti e sindacalisti cinesi in ciò avevano letto una fondamentale ignoranza della nuova legge e una dimostrazione della scarsa disponibilità da parte delle aziende a farsi carico di nuove responsabilità nei confronti dei dipendenti, dall’altra il mondo imprenditoriale aveva interpretato il tutto come una scelta inevitabile a fronte di una legge ingiusta ed eccessivamente onerosa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">Firmare la propria condanna?</h2>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla storia dei “lavoratori” e dei “combattenti”, l’azienda sembra aver dato rigide disposizioni ai propri dipendenti di non discutere della questione con i media. Tutti i miei tentativi di intervistare dei lavoratori della Huawei, fatti anche attraverso contatti personali, sono caduti nel vuoto, soprattutto una volta che l’interlocutore si è reso conto di trovarsi di fronte uno straniero. Alcune voci critiche sono rintracciabili negli articoli usciti sulla stampa cinese tra l’agosto e il dicembre del 2010 – ad esempio il <a href="http://magazine.caing.com/news/chargeFullNews.jsp?id=100174812&amp;time=2010-08-28&amp;cl=115&amp;page=1">Xin Shiji Zhoukan</a> riporta le parole di un dipendente che avrebbe detto: “In ogni caso si tratta di una morte. Firmiamo un accordo per stabilire se <strong>morire di stanchezza o di fame</strong>”. Oppure un altro dipendente, citato dal Nanfang Zhoumo, che su un forum interno dell’azienda avrebbe commentato: “E’ come se io avessi due lingotti d’oro e tu me ne portassi via uno e poi mi chiedessi quale voglio. Che differenza fa che tu me lo chieda? Di per sé, sono cose che mi appartengono, che diritto hai di servirti della tua autorità e di usare il sistema come uno scudo per portarmene via una parte apertamente e legalmente?”</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Eppure, se si guarda al web, si possono scoprire diverse voci che si levano a <strong>difesa dell’azienda</strong>. Come il netizen “<em>gudairen</em>”, che sul forum <a href="http://bbs.hoopchina.com/1790268-4.html">HoopChina</a> ci tiene a fare dei distinguo: “[Una simile politica] è condivisibile (<em>heqing</em>) ma non ragionevole (<em>heli</em>). Da un lato è condivisibile perché, a confronto con altre imprese nello stesso settore, le condizioni alla Huawei sono sufficientemente buone da far sì che simili decisioni non vadano ad intaccare l’attrattiva dei salari. Non vuoi farlo? OK, fuori ci sono altre persone che sono disposte a farlo. D’altra parte non è ragionevole, perché si tratta di un modo di fare contrario alla legislazione sul lavoro e non è possibile vincolare il salario che un dipendente dovrebbe ricevere alle sue prospettive di carriera. Per dirla tutta, si tratta semplicemente di un modo con cui l’azienda vuole <strong>abbassare i propri costi</strong>”. Oppure, sempre sullo stesso forum, la netizen “<em>lingyunliushui</em>” che scrive: “La Huawei pretende che tu ti dia da fare e allo stesso tempo ti paga in proporzione, questa è la sua cosiddetta cultura aziendale ‘sfruttatrice’. Se non ti va di darti da fare, se preferisci una cultura aziendale dell’’ammazzare le giornate’, allora cercati un’azienda di questo tipo. Non si tratta d’altro che di una decisione bilaterale presa da entrambe le parti.” In particolare, quest’<strong>enfasi sulla “libera scelta”</strong> sembra essere particolarmente diffusa tra i netizen. Chissà come si pronuncerebbero i dipendenti della Huawei nell’improbabile caso di un referendum interno all’azienda. Le vicende della FIAT in fondo ci dimostrano che nulla è poi così scontato.</p>
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		<title>Vignetta: Un cuore nero da burocrate</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 15:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vignette]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>

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		<description><![CDATA[Contesto: secondo dati ufficiali fra i minatori cinesi il numero dei morti dovuti a malattie polmonari (soprattutto pneumoconiosi) è tre volte superiore a quello dei decessi per incidenti in miniera. Ha fatto perciò notizia il fatto che undici minatori dello Xinjiang sottoposti a un “lavaggio dei polmoni” abbiano prodotto ben 48 scodelle di “acqua nera”. Ma che cosa uscirebbe se si dovesse fare un lavaggio del cuore ai membri della classe politica al governo, dei dirigenti a livello locale e nazionale, dei funzionari corrotti?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_1.jpg"></a></h1>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-3209  aligncenter" title="black_heart_1" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_1.jpg" alt="" width="364" height="315" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Impressionante! Alcuni minatori cinesi hanno ricevuto cure mediche specifiche e dopo il lavaggio dei polmoni sono state asportate loro decine di coppe di liquido nero&#8230;.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_2.jpg"><img class="size-full wp-image-3210  aligncenter" title="black_heart_2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_2.jpg" alt="" width="365" height="278" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[reparto lavaggio polmoni]</p>
<p style="text-align: center;"><em>Anche se non sono mai stato in miniera, visto l&#8217;inquinamento ambientale che c&#8217;è, sarà meglio che faccio un lavaggio anche io.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_3.jpg"><img class="size-full wp-image-3211      aligncenter" title="black_heart_3" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_3.jpg" alt="" width="368" height="284" /></a><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>– Accidenti! Direttore, il liquido di lavaggio dei suoi polmoni è ancora più nero!</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>– Ah&#8230;? Com&#8217;è possibile?!</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_4.jpg"><img class="size-full wp-image-3212  aligncenter" title="black_heart_4" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/black_heart_4.jpg" alt="" width="362" height="308" /></a><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>– Scusate, c&#8217;è stato un errore, abbiamo fatto un risciacquo al cuore del Direttore&#8230;.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>– &#8230;..   &#8230;&#8230;</em></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Contesto</strong>: secondo <a href="http://www.speroforum.com/site/article.asp?id=43103&amp;t=China%3A+++The+massacre+of+Chinese+miners%3A+lung+diseases+kill+three+times+more+than+accidents" target="_blank">dati ufficiali</a> fra i minatori cinesi il numero dei morti dovuti a <strong>malattie polmonari</strong> (soprattutto pneumoconiosi) è tre volte superiore a quello dei decessi per incidenti in miniera. Ha fatto perciò notizia il fatto che <a href="http://news.163.com/10/1109/07/6L1GHLA500014AEE.html" target="_blank">undici minatori dello Xinjiang</a> sottoposti a un “lavaggio dei polmoni” abbiano prodotto ben 48 scodelle di “acqua nera” (v. foto). Ma che cosa uscirebbe se si dovesse fare un lavaggio del cuore ai membri della classe politica al governo, dei dirigenti a livello locale e nazionale, dei funzionari corrotti?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/nero_minatori.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3224" title="nero_minatori" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/nero_minatori.jpeg" alt="" width="396" height="317" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Vignetta pubblicata su blogtd.org il</span> <a href="http://blogtd.org/2010/11/10/%E9%BB%91/" target="_blank">10/11/2010</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Li Xiaoguai</strong> (1974) è un <strong>disegnatore satirico</strong> che vive nel Guangdong. Nel suo <a href="http://blogtd.org/" target="_blank">blog</a> commenta l’attualità attraverso vignette e caricature. I suoi post sono  spesso corredati da qualche link alla notizia che fa da contesto. Li è  ospite fisso di Cineresie.</p>
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		<title>Imprenditori di Hong Kong al contrattacco</title>
		<link>http://www.cineresie.info/imprenditori-hong-kong-contrattacco/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 23:23:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[modello cinese]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la calda primavera dei lavoratori cinesi, per il mondo imprenditoriale è giunto il momento del contrattacco. Le autorità sembrano aver ceduto di fronte all'azione di lobbying di alcuni gruppi imprenditoriali di Hong Kong e hanno tolto dall'agenda politica del Guangdong la discussione di nuove norme finalizzate a rafforzare i meccanismi di contrattazione collettiva. Non è la prima volta che interessi economici esteri interferiscono sui processi legislativi cinesi: limiti strutturali del “modello cinese” o strategia di legittimazione?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/12037-workers-on-strike-at-honda-lock-plant-in-zhongshan-guangdong.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2559" style="margin: 3px 9px;" title="12037-workers-on-strike-at-honda-lock-plant-in-zhongshan-guangdong" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/12037-workers-on-strike-at-honda-lock-plant-in-zhongshan-guangdong-300x210.jpg" alt="workers-on-strike-at-honda-lock-plant-in-zhongshan-guangdong" width="300" height="210" /></a>Dopo la <a href="http://www.cineresie.info/sciopero-lavoratori-honda/" target="_blank">calda primavera dei lavoratori cinesi</a>, per il mondo imprenditoriale è giunto il momento del contrattacco. Una reazione silenziosa e strisciante, ma molto più efficace delle rumorose proteste con cui migliaia di migranti hanno levato la propria voce. Il S<a href="http://www.scmp.com/portal/site/SCMP/menuitem.2af62ecb329d3d7733492d9253a0a0a0/?vgnextoid=db26483f4bf2b210VgnVCM100000360a0a0aRCRD&amp;ss=china&amp;s=news">outh China Morning Post</a> del 21 settembre riporta infatti il successo degli <strong>imprenditori manifatturieri </strong>di Hong Kong nella loro azione di <em>lobbying</em> presso le autorità di Pechino contro alcuni progetti di legge finalizzati a rafforzare il diritto dei lavoratori del Guangdong a contrattare collettivamente con i propri datori di lavoro salari e benefits, nonché il diritto a prendere parte alla gestione delle imprese. La proposta, di cui si parla da tempo ma che era stata ripresa solamente un paio di mesi fa come panacea per i disordini operai, avrebbe dovuto essere discussa alla fine di settembre all’Assemblea popolare provinciale, ma è stata cancellata dall’agenda politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si occupa di lavoro in Cina, sa che si tratta di un film già visto. Non è infatti la prima volta che la comunità imprenditoriale straniera <strong>interferisce pesantemente</strong> sul processo legislativo cinese al fine di tutelare i propri interessi. È ancora fresco nella memoria collettiva ciò che avvenne nel 2006, in occasione del dibattito pubblico sulla nuova legislazione sui contratti di lavoro. Nel marzo di quell’anno, seguendo una consuetudine consolidata nel tempo, le autorità cinesi avevano divulgato sul web e sui media tradizionali una prima bozza della nuova Legge, al fine di testare gli umori della popolazione. Avevano avuto un riscontro con pochi precedenti: nell’arco di appena un mese, avevano ricevuto oltre 192.000 commenti, per la maggior parte provenienti da lavoratori e comuni cittadini, una quantità inferiore solamente a quella registrata nel 1954 in occasione della consultazione sulla Costituzione.</p>
<h2>Troppi diritti, l&#8217;investitore straniero si lamenta</h2>
<p style="text-align: justify;">Tra i commenti pervenuti figuravano anche dei testi inoltrati dalle organizzazioni imprenditoriali straniere, in particolare l’<em>American Chamber of Commerce</em> di Shanghai, lo <em>US-China Business Council</em> e la Camera di Commercio Europea in Cina. Si trattava di corposi documenti in cui si analizzavano non senza errori ed imprecisioni i contenuti della bozza in questione e si concludeva che qualora la legge fosse stata approvata così com’era, vale a dire con norme molto favorevoli a lavoratori e sindacati, ci sarebbe stata una <strong>fuga generale</strong> degli investimenti esteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo USCBC a proposito si dimostrava molto esplicito, affermando nel proprio commento che “la bozza di legge [avrebbe potuto] ridurre le opportunità di lavoro per i lavoratori cinesi e avere un impatto negativo sulla competitività e sull’appeal della Rpc come una destinazione per gli investimenti stranieri”. Inutile dire che nelle bozze successive della legge <strong>non c’è traccia</strong> degli articoli più controversi, ad esempio le norme che assegnavano al sindacato un sostanziale diritto di veto sui regolamenti aziendali.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Interessi incrociati e strategie</h2>
<p style="text-align: justify;">Nel 2006 questa vicenda ha fatto scalpore in tutto il mondo, con i media internazionali che la descrivevano come l’ennesima dimostrazione dell’<strong>ipocrisia occidentale</strong> nei confronti della Cina e degli altri paesi in via di sviluppo. Descritta in questo modo, effettivamente la vicenda sembrerebbe configurarsi come una sorta di scontro tra il bene e il male, la storia di una lotta tra un governo caritatevole che ha a cuore gli interessi dei propri cittadini e un malvagio gruppo di stranieri che pensano solamente al proprio interesse. In realtà, i termini della questione sono leggermente più sfumati e molte domande rimangono ancora aperte. In particolare, rimane un dubbio di fondo: sulla Legge sui contratti di lavoro si è avuta una reale interferenza oppure si è semplicemente trattato dell’ennesima<strong> strategia delle autorità</strong> cinesi per rafforzare il proprio consenso?</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di azzardare una risposta, c’è però una precisazione da fare. Se realmente si è trattato di una strategia consapevole delle autorità – cosa che personalmente non credo – si è trattato di un gioco molto rischioso per il governo centrale. Da un lato la leadership cinese infatti poteva avere un certo interesse a mostrarsi una “vittima” dell’avidità degli imprenditori stranieri, proponendosi come promotrice degli interessi dei lavoratori, dall’altro però nel farlo ha dovuto trasmettere un’immagine di grande debolezza, mostrandosi assolutamente <strong>incapace di dettare legge</strong> in casa propria.</p>
<h2 style="text-align: justify;">I piedi in testa? Sì, prego&#8230;</h2>
<p style="text-align: justify;">Ora gli stessi dubbi vengono nel leggere la nuova vicenda della <strong>contrattazione collettiva</strong> nella provincia del Guangdong: possibile che il governo locale più ricco e potente di tutta la Cina si faccia mettere i piedi in testa da un gruppo di imprenditori di Hong Kong?</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, non potrebbe essere altrimenti, almeno se si considera l’importanza che gli <strong>investimenti esteri</strong> ricoprono nello sviluppo cinese. Per molti sarà scontato, ma forse è opportuno ricordare che, lungi dall’essere “onnipotenti”, le autorità di Pechino (e delle varie provincie) si trovano a dover gestire e coordinare complicati <strong>intrichi di interessi</strong>, emanazione di gruppi sociali che spesso entrano in conflitto tra loro. Nonostante tutte le dichiarazioni di principio sulla necessità di creare una “società armoniosa” e tutte le implicazioni del caso, il collante della stabilità sociale rimane tuttora la crescita economica, in quello che alcuni hanno definito come una sorta di “patto sociale” tra lo Stato e i suoi cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se questa lettura pecca di un’eccessiva schematicità, è difficile negare che per molti anni ancora la Cina continuerà ad aver bisogno dei capitali esteri per alimentare la propria crescita. Proprio per questa ragione possiamo essere ragionevolmente certi che dovrà passare molto tempo prima che i grandi gruppi imprenditoriali smettano di dettare a legge nei campi di loro interesse, primo fra tutti il <strong>lavoro</strong>. E su questo non c’è sciopero o protesta di lavoratori che tenga.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">altri post correlati:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">- <a href="http://www.cineresie.info/sciopero-lavoratori-honda/" target="_blank">Sciopero dei lavoratori Honda: un cambiamento di tendenza?</a> di Ivan Franceschini </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">- <a href="http://www.cineresie.info/risveglio-lavoratori-cinesi-scioperi/" target="_blank">Il miracoloso &#8220;risveglio&#8221; dei lavoratori cinesi e &#8230;. </a> di Ivan Franceschini</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">- <a href="http://www.cineresie.info/ran-yunfei-ondata-operaia-scioperi-cina/" target="_blank">Ran Yunfei sull&#8217;ondata operaia</a> di Tommaso Facchin</span></p>
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		<title>Accordi e disaccordi: la CGIL a Pechino vent&#8217;anni dopo</title>
		<link>http://www.cineresie.info/accordi-disaccordi-cgil-pechino-cina-ventanni-dopo1989/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 22:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo oltre vent'anni di lontananza, in questi giorni è in Cina una delegazione della CGIL capeggiata dal segretario generale Guglielmo Epifani. Nonostante il programma fosse quello di riallacciare i rapporti con il sindacato cinese, rotti nel lontano 1989 dopo gli eventi di Tiananmen, all'ultimo minuto l'incontro è saltato. Una lettura che ci spiega perché le ragioni che due decenni fa causarono la rottura sono le stesse che oggi ci portano ad auspicare una ripresa del dialogo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/cgil_cina.png"><img class="size-full wp-image-2215  aligncenter" title="cgil_cina" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/cgil_cina.png" alt="" width="400" height="204" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Prima o poi la storia torna sempre sui suoi passi, spesso in maniera imprevedibile, disfacendo amicizie solidissime o ricomponendo divergenze apparentemente insanabili. Proprio in questi giorni, dopo oltre venti anni di freddezza e diffidenze reciproche, una <strong>delegazione della CGIL è in Cina</strong> per riallacciare i rapporti con la controparte cinese, la Federazione Nazionale dei Sindacati Cinesi (FNSC).</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione tra le due organizzazioni fu troncata in quella drammatica <strong>primavera del 1989</strong>, quando i sindacati occidentali facevano a gara per marcare le distanze dalla controparte cinese, sempre più allineata sulle posizioni di un governo che, all’indomani del quattro giugno, appariva violento e autoritario come non mai. Nessuno voleva avere a che fare con il complice dichiarato di una <strong>strage di stato</strong> e poco importava che la FNSC, l’unico sindacato ufficiale in Cina, avesse giocato un ruolo di primo piano nel sostenere le proteste degli studenti attraverso donazioni di denaro, petizioni alle autorità e discese in strada. Allora si diceva addirittura che la FNSC fosse sul punto di dichiarare uno sciopero generale – quello sì un evento senza precedenti nella storia della Repubblica Popolare – e alcuni sono arrivati persino a speculare che questa sia stata la ragione ultima per cui il gabinetto di Li Peng alla fine ha deciso di proclamare la legge marziale. Se quello sciopero fosse avvenuto molte cose sarebbero andate diversamente, ma purtroppo con i “se” non si fa la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo “attivismo politico” da parte del sindacato ufficiale si ferma all’inizio di giugno di quel fatidico 1989, prima dell’irrigidirsi dei ranghi all’interno del Partito. Alla vigilia del massacro e nei giorni immediatamente successivi, anche all’interno della FNSC ci fu un regolamento dei conti, che portò all’<strong>epurazione di numerosi membri </strong>della corrente più attiva e progressista. Già il 2 giugno Ni Zhifu, allora presidente della FNSC, aveva tenuto un discorso in cui ribadiva il cambiamento di tendenza, sottolineando l’importanza della guida del Partito Comunista sul sindacato e attaccava duramente i sindacati autonomi. Il 12 giugno poi i vertici sindacali avevano diffuso una lettera destinata ai lavoratori e ai quadri di tutto il paese, un testo a suo tempo ampiamente diffuso dalla stampa ufficiale. I punti cardinali dell’attività sindacale post-quattro giugno erano diventati: “rispondere con decisione all’annuncio del Comitato Centrale sull’opporsi con convinzione ai disordini”, “portare alla luce e combattere con decisione i complotti in cui pochissime persone scatenano degli scioperi”, “lottare con decisione contro le organizzazioni illegali quali i cosiddetti ‘sindacati autonomi’”, “eliminare i vari disturbi, rimanere sul posto di lavoro, mantenere la produzione e garantire l’offerta”. Per un’organizzazione in piena <strong>crisi di rappresentatività</strong> qual era – ed è – il sindacato cinese, fu un vero e proprio disastro: l’indebolimento della corrente progressista e la radicalizzazione del dibattito interno cancellò qualsiasi prospettiva di riforma per molti anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, oltre due decenni dopo, la CGIL è tornata a Pechino con una delegazione di altissimo livello – a capo c’è il segretario generale uscente, Guglielmo Epifani – per riallacciare il filo di un dialogo interrotto. Non che sia stato un gesto particolarmente innovativo, considerato il fatto che segue tutta una serie di riconoscimenti ufficiali da parte di organizzazioni sindacali occidentali, ma nel contesto italiano è indubbiamente significativo, se si considera il fatto che la <strong>CISL</strong> continua ostinatamente a <strong>rifiutare ogni contatto</strong> con la controparte cinese, mentre la <strong>UIL</strong>, una singolare eccezione, ha sempre <strong>mantenuto aperti</strong> i propri canali con la Cina. Eppure, nonostante le buone premesse e gli innumerevoli contatti verbali avvenuti in sede ILO a Ginevra, qualcosa è andato storto e all’ultimo minuto <strong>l’incontro non si farà</strong>. Un problema diplomatico dovuto alla volontà della CGIL di muoversi autonomamente in Cina? La conseguenza di cambiamenti latenti all’interno del loro gruppo dirigente? Il timore di guastare i rapporti con la FIAT, presente in forze in Cina? Nessuno è in grado di dare una spiegazione convincente a questo <strong>improvviso voltafaccia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a questo incidente, forse starebbe bene una digressione sulle potenzialità della “diplomazia sindacale” internazionale ai fini di una riforma del sindacalismo cinese, su come (non) è cambiato il sindacato cinese negli ultimi anni, sulle prospettive di cambiamento e tutto il resto. Ma non la farò. Ne ho già scritto molte volte e ci sono ancora troppe questioni in sospeso per azzardare giudizi.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei invece chiudere questo post ricordando due persone, <strong>veri sindacalisti</strong> che hanno speso la loro vita nel sindacato cinese nella speranza di cambiarlo dall’interno. Entrambi sono morti recentemente, in tarda età, dopo essere stati allontanati dalla vita pubblica a causa della loro franchezza nell’esprimere le proprie opinioni. Il primo è <strong>Cheng Yongwen</strong>, direttore del Quotidiano dei lavoratori (l’organo ufficiale della FNSC) dal 1950 al 1958: furono gli articoli da lui pubblicati durante la Campagna dei cento fiori a lanciare un dibattito sul ruolo del sindacato nel sistema cinese, aprendo una delle prime crepe nel rapporto di dipendenza dal Partito. Come tante altre voci critiche emerse allora, venne etichettato come elemento di destra e fu spedito in una zona sperduta del Ningxia, prima di essere riabilitato all’alba delle riforme. È morto nel suo letto quasi novantenne nell’ottobre del 2007. La seconda persona è <strong>Zhu Houze</strong>, vice-presidente della FNSC nel 1989, una delle voci più forti a favore del movimento studentesco, successivamente rimosso dall’incarico e arrestato per il suo esplicito supporto alle proteste. È morto il 9 maggio di quest’anno in un letto d’ospedale, portando con sé le risposte alle tante domande su quanto realmente avvenne in quei giorni di vent’anni fa. È anche attraverso persone come queste che passa il rinnovamento del sindacato cinese.</p>
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		<title>La Foxconn lascia Shenzhen? Macchè, secondo il Corriere &#8220;raddoppia&#8221;!</title>
		<link>http://www.cineresie.info/foxconn-shenzhen-corriere-fabbrica-assunzioni/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 14:52:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora un post sulla questione della Foxconn. I portavoce dell’azienda ieri hanno annunciato un piano per assumere oltre quattrocentomila nuovi dipendenti entro la fine del prossimo anno. Il Corriere della Sera in questo legge il risultato delle mobilitazioni operaie della scorsa primavera, una clamorosa vittoria dei lavoratori cinesi che ora “potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno”. Le ragioni per cui una simile lettura è a dir poco ingenua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/aas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2031" style="margin: 6px;" title="aas" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/aas-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>Sul sito del <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml">Corriere della Sera</a> di oggi si legge: “<em>Ipad city</em>, assunzioni di massa nella fabbrica dei suicidi”. E poi ancora, nell’occhiello: “Foxconn: quattrocentomila nuovi dipendenti per un orario di lavoro ‘normale’”. Sulla prima pagina del cartaceo invece  il medesimo pezzo, in prima pagina, è intitolato: &#8220;La fabbrica che assume quattrocentomila operai&#8221;, &#8220;In Cina la catena di montaggio più grande della storia&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho letto questi titoli, non ho potuto fare a meno di chiedermi: com’è possibile che l’<strong>impianto di Shenzhen</strong> della Foxconn stia assumendo altri quattrocentomila dipendenti? Ma se proprio qualche giorno fa su <a href="http://www.cineresie.info/abbandoni-i-la-foxconn-lascia-shenzhen/">questo stesso blog</a> stavo raccontando dell’imminente <strong>trasferimento</strong> della produzione in altre fabbriche situate nell’entroterra cinese? Non avrò preso una colossale cantonata?</p>
<p style="text-align: justify;">Con una certa apprensione, ho letto l’articolo. Quasi subito mi sono reso conto che il titolo  in realtà è ingannevole. Il giornalista nel testo precisa: “Il gigante taiwanese Foxconn<strong> </strong>che con i suoi 900 mila dipendenti &#8211; se si contano quelli in tutta la Cina &#8211; è già oggi il più grande produttore tecnologico al mondo ha annunciato ieri, all&#8217;indomani delle manifestazioni aziendali per ‘tirare su il morale’ delle tute blu cinesi, di voler assumere fino a 400 mila nuovi salariati da qui a un anno”. Dunque le assunzioni non riguarderanno solamente l’impianto di Shenzhen, ma le varie fabbriche della Foxconn <strong>sparse per il continente</strong>. La mia tesi di fondo è salva.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’occhiata ai <a href="http://www.cb.com.cn/1634427/20100820/144746.html">siti web cinesi</a> sembra confermare a grandi linee la storia: la Foxconn sta pianificando un aumento del 9% delle assunzioni nel 2010, a cui si aggiungerà un ulteriore 20-30% nel 2011. Se i dipendenti oggi in tutto sono circa 900.000, il totale di nuove assunzioni dovrebbe effettivamente aggirarsi intorno alle 400.000. Certo, forse il giornalista avrebbe dovuto specificare che questo avverrà<strong> nell&#8217;arco di quasi due anni</strong> negli impianti sparsi in tutto il continente e non solo a Shenzhen, in cui invece <a href="http://news.xinhuanet.com/fortune/2010-08/18/c_12460537.htm">l&#8217;organico verrà ridotto</a> dagli attuali 450.000 a 300-350.000, ma si sa che i giornali non badano a queste <strong>sottigliezze</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuo nella mia lettura. La Foxconn avrebbe giustificato questa nuova ondata di assunzioni spiegando che l’obiettivo sarebbe quello di “mantenere la produzione attuale pur riducendo al minimo le ore di straordinario”. Il giornalista del Corriere sembra abboccare a questa ennesima manovra di <strong>pubbliche relazioni</strong> dei manager del colosso taiwanese e scrive che “ora i 420 mila ‘iPad-operai’ della Foxconn potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno e così non arrivare a fine mese con i 140 dollari della vecchia paga base”. Ma come? Se l’impianto di Shenzhen sta riducendo il personale e le nuove assunzioni avverranno altrove sul continente &#8211; là dove i salari minimi sono notevolmente più bassi – è possibile sostenere una cosa del genere? Come ho <a href="http://www.cineresie.info/abbandoni-i-la-foxconn-lascia-shenzhen/" target="_blank">già scritto</a>, la maggior parte dei dipendenti dei nuovi impianti sarà <strong>assunta in loco</strong>, con varie quote di assunzioni assegnate ai governi locali, e solamente ad alcuni lavoratori specializzati è stata offerta la possibilità di un trasferimento. I lavoratori in loco saranno pagati il minimo legale, con un salario iniziale da praticanti – a Lanfang nello Hebei sono 760  yuan, una cifra destinata a salire a 900 yuan nel momento del passaggio in ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguo la lettura. Dopo le solite frasi di circostanza sulla durezza della vita del lavoratore migrante cinese, definita dal giornalista un “inferno in terra”, e le solite<strong> banalizzazioni</strong> sulla questione della “seconda generazione di poveri”, riecco un altro tema caldo degli ultimi mesi: la presunta “ondata” di <strong>scioperi </strong>della scorsa primavera. Il giornalista scrive: “Non è un caso che questa che sarà probabilmente la più grande assunzione di massa della Cina post-comunista, sia stata ottenuta grazie alla <strong>ribellione al sindacato tradizionale</strong> &#8211; che è legato al Partito Comunista e dunque, di fatto, filo-governativo”. Francamente, fatico ad individuare un nesso tra le strategie di sviluppo aziendale perseguite dalla Foxconn per penetrare sul mercato interno e ridurre i costi del personale e una supposta “ribellione” al sindacato di Stato. Che il sindacato ufficiale sia finito sotto accusa da parte dei lavoratori e dell’opinione pubblica nel corso delle recenti proteste è innegabile, ma da questo a dedurne che i manager assumono quattrocentomila nuovi dipendenti motivati da un’irrazionale paura degli effetti di una mobilitazione dal basso scatenata dall’insoddisfazione verso il sindacalismo giallo è a dir poco ridicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornalista prosegue notando che “quella cinese è stata un&#8217;estate caldissima di scioperi contro le organizzazioni tradizionali: oltre a Foxconn, anche le fabbriche locali di Toyota e Honda sono scese sul piede di guerra”. Forse mi sbaglio, ma al di là del clamore mediatico seguito alla serie di suicidi dei lavoratori, non mi risulta che ci siano stati scioperi o manifestazioni operaie di alcun genere alla Foxconn, a differenza di quanto invece è avvenuto negli impianti  cinesi di Honda e Toyota. Perché dunque mettere insieme casi completamente differenti che ben poco hanno a che fare gli uni con gli altri? Certo, anche autorevoli media internazionali a suo tempo hanno fatto questo accostamento, ma in ben altri termini. Ho già avuto modo di sostenere su <a href="http://www.cineresie.info/risveglio-lavoratori-cinesi-scioperi/">questo stesso blog</a> la mia tesi riguardo al ruolo del governo cinese e dei media ufficiali nella <strong>strumentalizzazione di questi incidenti</strong> – in realtà derivanti da problematiche molto varie, anche se tutti riconducibili al macro-tema del lavoro &#8211; e da allora non ho ancora cambiato idea.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, la conclusione dell’articolo: “Il caso [di questi scioperi] passerà alla storia per aver mostrato gli effetti socio-economici della <strong>fabbrica globale</strong>, dalle file notturne degli Apple-maniaci fuori dall&#8217;Apple Store di Manhattan alle catene di montaggio in Cina. E forse, anche se ci vorranno anni, è il prodromo della fine del lavoro low cost Made in China”. Se su questo posso anche essere d’accordo, in particolare su quella sfumatura di dubbio riguardo alla prossima fine del modello cinese basato sul low cost, ancora una volta non posso fare a meno di chiedere: ma dove eravate voi giornalisti negli anni scorsi quando i lavoratori protestavano a milioni e nessuno ne parlava?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits: <a href="http://www.flickr.com/photos/micgadget/4680084666/sizes/m/in/photostream/" target="_blank">MIC Gadget</a></span></p>
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		<title>Abbandoni (I): la Foxconn lascia Shenzhen</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 22:02:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Finita nell'occhio del ciclone a causa di una serie di suicidi tra i propri dipendenti, la Foxconn è riuscita a soffocare lo scandalo promettendo un innalzamento generale dei salari. Ora si apprende che, come molte altre imprese, anche questo colosso taiwanese sta pianificando di spostare gran parte della produzione nell'entroterra cinese, lì dove i costi sono inferiori, una mossa che vanifica le promesse fatte. La prima di due storie che parlano di "abbandono", ponendo alcuni interrogativi sulla direzione in cui si sta muovendo lo sviluppo cinese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/foxconn-exposed.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1886" style="margin: 6px;" title="foxconn-exposed" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/foxconn-exposed-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a>Nel torpore causato dal gran caldo che ha colpito Pechino nelle ultime settimane, due storie hanno attratto la mia attenzione. Entrambe, in un modo o nell’altro, parlano di <strong>abbandono</strong> e, seppure da angolazioni differenti, offrono una prospettiva sulla direzione in cui la Cina si sta muovendo nel suo sfrenato sviluppo economico.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Foxconn, un trasferimento strategico</h2>
<p style="text-align: justify;">La prima storia riguarda la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Foxconn"><strong>Foxconn</strong></a>, il gigante taiwanese della componentistica elettronica che nei mesi scorsi è finito nell’occhio del ciclone a causa di una drammatica <strong>serie di suicidi</strong> tra le fila dei suoi lavoratori. Additata, a ragione o a torto, come l’ennesimo caso di “fabbrica del sangue e sudore” (<em>xuehan gongchang</em>) e descritta come un perfetto esempio dei limiti del modello di sviluppo cinese basato sullo <strong>sfruttamento della manodopera</strong> da parte di imprenditori (preferibilmente stranieri) privi di scrupoli, questa colossale impresa con oltre quattrocentomila dipendenti era riuscita a risollevare la propria immagine promettendo un <strong>aumento del salario</strong> minimo per i propri lavoratori di base da 900 a 1200 yuan al mese (+33%), una cifra che qualche giorno dopo è stata ulteriormente elevata a 2000 yuan al mese (+66%).</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito a questa brillante <strong>mossa di pubbliche relazioni</strong>, lo scandalo – che i media cinesi e internazionali spesso e volentieri hanno accostato alla presunta <a href="http://www.cineresie.info/risveglio-lavoratori-cinesi-scioperi/">ondata di scioperi</a> nelle imprese straniere in Cina – si è gradualmente acquietato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però si viene a sapere che sin dall’inizio (almeno dal 2008), i vertici della Foxconn avevano intenzione di <strong>ridimensionare</strong> l’impianto produttivo di Shenzhen, <strong>trasferendo la produzione</strong> altrove, in altre zone dell’entroterra cinese, principalmente a Chongqing, Wuhan e Yantai. Questo comporterà un massiccio trasferimento di personale, macchinari e materie prime, dopodiché nulla alla Foxconn sarà più come prima.</p>
<p style="text-align: justify;">In linea con il cambiamento strutturale che le autorità locali auspicano per la propria città – si sta cercando di passare da un modello economico ad alta intensità di manodopera ad un modello ad <strong>alta intensità tecnologica</strong> –, a Shenzhen dovrebbero rimanere solamente i dipartimenti di ricerca e sviluppo della Foxconn, nonché alcune linee produttive, in particolare quella della Apple. Si parla di un drastico ridimensionamento della forza lavoro, che dovrebbe passare da oltre quattrocentomila dipendenti a non più di centocinquantamila. L’impatto sulla zona industriale di Longhua, dove gli impianti oggi sono situati, sarà massiccio, così come drammatico sarà l’impatto sull’economia di Shenzhen nel complesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Bastano alcuni dati per dare un’idea delle potenziali <strong>conseguenze della rilocazione</strong>: le esportazioni della Foxconn oggi valgono complessivamente oltre 50 miliardi di dollari e contano per il 10-15% delle esportazioni totali di Shenzhen. Stando ad un documento rilasciato lo scorso aprile dall’ufficio doganale cinese le <strong>esportazioni </strong>delle nove aziende sotto l’ombrello del gruppo tecnologico Foxconn nel 2009 hanno superato i 40 miliardi di dollari, piazzando la Foxconn saldamente in testa tra gli esportatori cinesi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Aumenti salariali e pubbliche relazioni</h2>
<p style="text-align: justify;">E i lavoratori? I lavoratori come sempre <strong>dovranno adattarsi</strong>. Innanzitutto l’aumento salariale promesso dai vertici della Foxconn per mettere a tacere lo scandalo si applica solamente ai dipendenti dell’impianto di Shenzhen e non ai dipendenti degli altri impianti, per i quali vigono i <strong>salari minimi</strong> locali, notevolmente più bassi. È stato stimato che la <a href="http://www.yicai.com/news/2010/06/364443.html">spesa aggiuntiva</a> dovuta all’aumento dei salari sarebbe di circa 3,8 miliardi di yuan, meno dell’1% del fatturato totale della Foxconn, calcolo che però non tiene conto degli effetti del piano di rilocazione sulle spese per gli stipendi della forza lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte dei dipendenti dei nuovi impianti sarà <strong>assunta in loco</strong>, con varie quote di assunzioni assegnate ai governi locali, e solamente ad alcuni lavoratori specializzati è stata offerta la possibilità di un trasferimento. Un giornalista del <a href="http://www.yicai.com/news/2010/07/372009.html">Diyi Caijing Zhoukan</a> ha raccolto la <strong>testimonianza di uno dei lavoratori </strong>trasferiti dall’impianto di Shenzhen a quello di Lanfang, nella provincia dello Hebei: “In realtà quella dell’innalzamento dei salari del 66% è solo una copertura. Alcuni dicono che la Foxconn cancellerà il bonus di merito che viene corrisposto due volte all’anno, il quale ammonta a 5-8 volte il salario minimo: facendo due conti non è che abbiano alzato il salario di molto.” Di fatto, la busta paga di giugno di questo lavoratore includeva l’aumento del 30%, eppure la maggior parte dei lavoratori in loco avrebbe ricevuto un salario da praticanti di appena 760 yuan, destinato ad aumentare a 900 yuan al momento del passaggio in ruolo.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Rilocalizzare nell&#8217;entroterra, il Vietnam può attendere</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma perché la Foxconn ha deciso di andarsene da Shenzhen? Alcuni hanno individuato due <strong>motivazioni “strategiche” </strong>alla base di questa decisione  in primo luogo, con il riposizionamento i nuovi impianti Foxconn si troverebbero nelle immediate vicinanze delle fabbriche di alcuni dei loro principali acquirenti stranieri; in secondo luogo, ciò getterebbe le basi per un massiccio <strong>attacco al mercato interno</strong> cinese. Altri si spingono oltre, leggendo in questa decisione il frutto di sotterranei contrasti con le autorità locali di Shenzhen, intervenute per calmare le acque in seguito allo scandalo dei suicidi. Eppure se ci si sofferma sul caso particolare si rischia di perdere di vista quello che sembra essere un <strong>trend più generale</strong> che si è manifestato negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono almeno un paio d’anni che in Cina sta montando un imponente <strong>movimento di capitali </strong>e impianti che si trasferiscono dalle zone costiere all’entroterra. Ricordo che già nel febbraio del 2009, quando mi trovavo a Shenzhen per intervistare i lavoratori riguardo all’<a href="http://www.cineresie.info/tempesta-sulla-fabbrica-del-mondo/" target="_blank">impatto della crisi finanziaria</a>, più di una volta mi è stato risposto che la fabbrica in cui avevano lavorato aveva chiuso e si era trasferita in un non precisato “interno” (<em>neidi</em>), lì dove la produzione costava di meno. E come potrebbe essere diversamente? Basta dare un’occhiata ad <a href="http://www.qikan.com.cn/Article/xwzk/xwzk201027/xwzk20102702-1.html">alcuni indici</a> per capire la forza della <strong>competizione tra aree costiere ed entroterra</strong>: se a Shenzhen il salario minimo mensile consentito dalla legge è di 1100 yuan, a Zhengzhou è di 800 yuan, a Wuhan di 900 yuan; se a Shenzhen il costo della terra per utilizzo industriale è di 600 yuan per metro quadro, a Zhengzhou è di appena 384 yuan, a Chongqing dai 60 ai 480 yuan.</p>
<p style="text-align: justify;">Apparentemente, prima ancora che in Vietnam e in altri paesi in via di sviluppo, la nuova frontiera della <strong>globalizzazione produttiva</strong> ancora una volta cade in Cina, con tutte le conseguenze che ciò comporterà per quelle aree che oggi si candidano a nuovi paradisi industriali. Questo con buona pace di coloro che nel 2007 denunciavano l’imminente entrata in vigore della nuova Legge sui contratti di lavoro, con le sue norme relativamente restrittive nei confronti dei datori di lavoro, come il preludio ad una fuga di capitali verso i paesi confinanti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(<a href="http://www.cineresie.info/abbandoni-tribu-formiche-lascia-tangjialing/"><em>continua…</em></a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://static.businessinsider.com/image/4bf4446c7f8b9a5129c60200/foxconn-exposed.jpg" target="_blank">business insider</a></p>
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