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	<title>Cineresie.info &#187; leggi</title>
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		<title>Diritti umani in Cina: legge e ideologia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Nesossi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
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		<description><![CDATA[È di qualche giorno fa la reazione furente dei media cinesi contro il rapporto annuale sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch. Che si tratti di vuota retorica, propaganda o reale indignazione, la risposta cinese offre alcuni spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il dibattito sui diritti umani in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo. Un'analisi di Elisa Nesossi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg"><img class="wp-image-5329 aligncenter" title="WR2012-300" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/02/WR2012-300.jpg" alt="" width="289" height="303" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È della scorsa settimana la <a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2012-01/29/content_14498408.htm">reazione furente </a>dei media cinesi contro <a href="http://www.hrw.org/world-report-2012">il rapporto annuale </a>sui diritti umani pubblicato da Human Rights Watch (HRW). La risposta cinese offre spunti di riflessione interessanti anche per coloro che non seguono con particolare interesse il <strong>dibattito sui diritti umani</strong> in Cina o per coloro che lo osservano con distacco o scetticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Stupirsi della reazione cinese sarebbe abbastanza singolare. Partiamo da un fattore molto semplice e immediato: l’aspetto pragmatico e <strong>ideologico</strong> della questione.</p>
<h2 style="text-align: justify;">HRW e PCC: ciascuno fa il suo lavoro</h2>
<p style="text-align: justify;">Stiamo analizzando la reazione del governo cinese al rapporto di un’organizzazione americana, che è nata e si è rafforzata significativamente durante la <strong>Guerra Fredda</strong> con un lavoro solerte di denuncia dei paesi del blocco sovietico. HRW oggi è ampiamente sostenuta e <strong>finanziata da George Soros</strong> proprio con lo scopo di scovare e denunciare abusi del genere: se non ci fossero violazioni dei diritti umani essa, al pari di altre organizzazioni internazionali, non avrebbe più ragione di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dinamiche dei gioco-forza tra HRW e la Cina sono sempre state queste. Una volta sola, qualche anno fa, a seguito di una pubblicazione di HRW sul <a href="http://www.hrw.org/news/2009/11/02/china-secret-black-jails-hide-severe-rights-abuses">sistema delle “prigioni nere”</a>, le autorità cinesi hanno prima <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html">rigettato a priori </a>il rapporto e poi &#8211; come se nulla fosse &#8211; qualche mese dopo hanno cominciato a <a href="http://www.voanews.com/chinese/news/china-black-jail-20091112-69874022.html" target="_blank">denunciare apertamente</a> questa piaga nel sistema di amministrazione della “giustizia”. Chi ha osservato queste dinamiche da vicino, ha potuto ampiamente apprezzare l’<strong>involontaria comicità</strong> di tanta ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualsiasi analisi delle reazioni della scorsa settimana deve partire dal presupposto che in un’occasione come questa sia HRW che la stampa cinese hanno fatto adeguatamente il proprio lavoro, giocando il ruolo che ci si aspettava giocassero. Basandosi principalmente su dati empirici – fatti avvenuti durante l’anno, pubblicazioni e testi di legge vigenti – il rapporto di HRW sintetizza quelli che sono stati gli sviluppi, o l’assenza di sviluppi, nell’ambito della <strong>protezione dei diritti umani</strong> nel 2011, un anno in cui il governo cinese non si è certamente distinto in positivo. Francamente, a seguito di tutte <a href="http://www.nytimes.com/2011/03/12/world/asia/12china.html?_r=1">le sparizioni arbitrarie </a>di avvocati e attivisti, delle lacunose proposte per la<a href="http://dingjinkun.blog.caixin.com/archives/23918"> revisione del Codice di Procedura Penale</a>, della reclusione forzata di <a href="http://www.nytimes.com/2011/02/19/world/asia/19china.html">Chen Guancheng e di Liu Xia,</a> e di alcune ridicole forme di censura mediatica (guai a digitare il termine <a href="http://www.cpj.org/2011/02/china-detains-censors-bloggers-on-jasmine-revoluti.php">‘gelsomino’ </a>su Google!?), il governo cinese non poteva che aspettarsi qualche sferzata dall’occidente.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cina/Occidente, scontro sui diritti umani</h2>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione, gli articoli usciti la scorsa settimana sul China Daily confermano piuttosto banalmente le nostre aspettative sull’approccio del governo cinese verso un<strong> concetto internazionalmente riconosciuto</strong> di diritti umani e più in generale di <strong>legalità</strong>, e la postura difensiva ottenuta in risposta ci indica che di recente non si è verificato alcun significativo cambiamento. L’opposizione Cina/Occidente è rimasta pressoché invariata nel tempo e la<strong> retorica nazionalista</strong> contro “l’imperialismo occidentale” pare acuirsi anziché smorzarsi, rinnovandosi in forme sempre alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli articoli apparsi sul <em>China Daily</em> possono provocare reazioni differenti in un pubblico straniero, ma di sicuro non particolarmente positive. Può esserci sconforto: “Perché continuare a perdere tempo a leggere un’inutile propaganda che si ripete negli stessi termini da decenni?” Rabbioso sconforto: “Com’è possibile che ancora oggi influenti intellettuali ed accademici in Cina si prestino a dire fesserie del genere?” Oppure ironico sconforto: “Per fortuna c’e’ chi sa rettificare errori ad omissioni delle visioni imperialiste occidentali&#8230;”.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Le corti sono indipendenti e la tortura non esiste</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma qualcosa di positivo possiamo sicuramente trarre e almeno noi ‘addetti ai lavori’ possiamo prenderci qualche minuto per riflettere sugli spunti che la reazione cinese ci offre.</p>
<p style="text-align: justify;">Lu Jie, autore del pezzo &#8220;<a href="http://www.chinadaily.com.cn/cndy/2012-01/30/content_14502312.htm" target="_blank">Una visione non obiettiva della Cina</a>&#8221; , smentisce con toni duri e definitivi il fatto che le <strong>corti non siano indipendenti</strong> in Cina, che la polizia abbia ancora un peso sostanziale nella gestione della giustizia e che faccia ricorso a metodi come la <strong>tortura</strong> per ottenere la confessione dell’imputato, che <a href="http://www.npc.gov.cn/npc/xinwen/lfgz/2011-08/30/content_1668503.htm">la proposta di revisione del Codice di Procedura Penale</a> contenga degli articoli vaghi e facilmente manipolabili dall’accusa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>unico supporto</strong> alle sue argomentazioni viene fornito dalla Legge scritta: <a href="http://news.xinhuanet.com/legal/2003-01/21/content_699668.htm">la Legge</a> dice che <strong>la tortura e’ proibita</strong> e quindi ovviamente tutti rispettano queste clausole e la tortura in Cina non esiste più; la Legge dice che gli organi del <em>gonjianfa</em> (polizia, procura e corti) devono <strong>lavorare congiuntamente</strong> ma indipendentemente l’uno dall’altro e quindi, di conseguenza, la polizia ha esattamente lo stesso peso di un giudice ma solo un diverso potere decisionale; la Legge dice che la famiglia dell’imputato deve essere informata dell’arresto e detenzione del proprio caro, e di conseguenza tutte le famiglie verranno prontamente informate eccetto proprio in quelle circostanze eccezionali e rarissime in cui sia impossibile effettuare la notifica o la notifica possa ostruire l’indagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora vi rimando all’affascinante  <a href="http://www.brill.nl/sovereign-power-and-law-china" target="_blank">Sovereign Power and the Law in China</a> di Flora Sapio, un testo che ci fa profondamente riflettere sulla <strong>pericolosità di queste eccezioni</strong> quando nella realtà esse diventano parte della Legge e sono gradualmente accettate come corso normale delle procedure. Ciò evidenzia anche la pericolosità di un discorso che supporta una ‘<em>thin rule of law</em>’. Sono infatti abbastanza evidenti i rischi inerenti ad un approccio che si limita ad <strong>applaudire la legge come tale</strong> senza riflettere sull’ideologia e i motivi ulteriori che la sostanziano, così come sulla sua applicazione pratica.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli accademici e il sistema legale ideale</h2>
<p style="text-align: justify;">In chiusura, due ultime brevi considerazioni sull’editoriale del <em>China Daily </em>scritto da Lu Jie. Mi è capitato spesso di parlare con avvocati, procuratori o poliziotti cinesi che <strong>guardano con scetticismo</strong> a ciò che gli accademici dicono a riguardo del sistema legale cinese. Gli accademici spesso si riferiscono ad altri sistemi o ad un <strong>sistema legale ideale</strong>, un utopico modello al quale il diritto cinese dovrebbe tendere. Una delle critiche più frequenti che ho sentito punta l’indice contro l’ignoranza nell’applicazione pratica del diritto – gli accademici sono destinati a non capire e a rimanere ancorati alla teoria pura della legge scritta semplicemente perché non hanno quasi mai accesso ai luoghi fisici in cui l’imputato si trova a tu per tu con le istituzioni. Se spesso c’è l’impossibilità reale di essere presenti durante gli <strong>interrogatori</strong> nelle stazioni di polizia o nei centri di detenzione, in altri casi si tratta di pura mancanza di volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">Come alcuni giuristi cinesi talvolta ammettono, è meglio scrivere dettagliati <strong>articoli teorici sui diritti umani</strong> o fare delle analisi comparate con altri sistemi giudiziari nell’isolata tranquillità del proprio studio. Non si corre nessun rischio e si pubblica in tempi brevi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Elisa Nesossi</em> <span style="color: #888888;">è ricercatrice presso il Centre on China in the World (CIW) della Australian National University (ANU). Si interessa principalmente di diritto cinese, diritto penale comparato e diritti umani. È autrice del volume “China’s Pre-trial Justice. Criminal Justice, Human Rights and Legal Reforms in Contemporary China” (2012).</span></p>
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		<title>La nuova Legge sulla previdenza sociale: innovazioni reali o aspettative eccessive?</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 12:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Bellomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Domani entrerà in vigore la nuova Legge sulla previdenza sociale della Rpc, un testo destinato ad uniformare tutti i precedenti atti normativi in materia. Dal punto di vista delle autorità cinesi, questa Legge è funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato, la stabilizzazione sociale e lo stimolo dei consumi interni; dall’altro, il rafforzamento della legittimità del Partito. Ma con quali conseguenze per il costo del lavoro? Un’analisi delle innovazioni della nuova normativa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/shebaofa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4115" title="shebaofa" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/shebaofa.jpg" alt="" width="298" height="350" /></a>Domani, 1 luglio 2011, entrerà in vigore la prima<strong> <a href="http://www.gov.cn/flfg/2010-10/28/content_1732964.htm">Legge sulla previdenza sociale</a></strong> (<em>shehui baoxianfa</em>)della Repubblica popolare cinese, un testo destinato ad uniformare definitivamente tutti i precedenti atti normativi in materia. Dopo quattro letture e altrettante revisioni della bozza iniziale, l’approvazione definitiva è sopraggiunta tenendo conto del <em>feedback</em> di commenti pubblici pervenuti su invito del legislatore stesso. Sono stati necessari <strong>tre anni di consultazioni</strong> per giungere all’emanazione di quello che, senza dubbio, può essere considerato l’atto normativo più rilevante dopo la Legge sui contratti di lavoro del 2008.  La normativa, infatti, pur non costituendo una vera novità dal punto di vista del riconoscimento e della classificazione delle <strong>cinque voci previdenziali obbligatorie</strong> (pensione, assicurazione medica, infortunio, disoccupazione e sussidio di maternità), riunisce per la prima volta in un testo unico tutti gli aspetti amministrativi ad esse collegati, come le modalità di versamento delle diverse forme di contribuzione e la vigilanza sull’adesione dei datori di lavoro agli obblighi previdenziali nei confronti dei propri impiegati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel concreto, la nuova Legge introduce poche ma significative variazioni rispetto alla prassi in vigore, limitandosi più che altro ad uniformare e standardizzare un sistema disapplicato in molte sue parti e frammentato in una serie di regolamenti e disposizioni che hanno caratterizzato finora la condotta delle singole province.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Un sistema nazionale unificato, ma rimane l’autonomia dei governi locali</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, la nuova normativa non specifica le percentuali di contribuzione e la base di calcolo relative a ciascuna voce previdenziale, lasciando inalterato il sistema secondo cui <strong>saranno i governi locali a determinare annualmente l’ammontare dei contributi</strong> in considerazione della realtà economica delle diverse province. L’intento è piuttosto quello di attuare un rafforzamento legale dell’intero apparato, volto a promuovere una <strong>gestione più trasparente</strong> dei fondi e a stimolare un’adesione a tutti i livelli. Il sistema previdenziale cinese, infatti, si fonda già da decenni sulla combinazione di fondi pubblici e contributi individuali, ma numerosi limiti oggettivi, tra i quali una debole struttura giuridica, hanno reso le disposizioni facilmente aggirabili, tanto dalle autorità locali &#8211; spesso sorprese ad <a href="http://www.asianews.it/news-en/More-party-members-involved-in-the-Shanghai-pension-funds-scandal-7567.html">utilizzare in maniera impropria</a> i fondi previdenziali &#8211; quanto dai lavoratori stessi. Ne è conseguita la comparsa del fenomeno dei “<strong>conti vuoti</strong>” (<em>kong zhanghu </em>o <em>zhanghu xushe</em>): milioni di lavoratori registrati presso gli uffici della previdenza sociale, ma senza alcun accantonamento previdenziale o in possesso di contributi irrisori che non potrebbero mai garantire loro una pensione minima sufficiente per sopravvivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo atto normativo tenta concretamente di costruire un <strong>sistema previdenziale unificato a livello nazionale</strong>: è infatti indirizzato alle imprese di qualunque tipologia che impieghino lavoratori all’interno del territorio della Repubblica popolare, senza distinzione tra differenti status di dipendenti, siano essi residenti urbani, migranti, stranieri, lavoratori subordinati o titolari di attività commerciali individuali, impiegati con contratti regolari o secondo le nuove forme flessibili di impiego in costante espansione.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Clausole favorevoli ai migranti e ai lavoratori </strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Tra le principali novità introdotte dalla Legge viene finalmente prevista una <strong>clausola di trasferibilità geografica delle posizioni contributive individuali</strong>. In passato, infatti, se il lavoratore lasciava il proprio posto di lavoro per spostarsi in un’altra provincia, non era possibile trasferire il proprio fondo di contributi da un ufficio della previdenza sociale ad un altro. Tale restrizione ha spesso inibito i <strong>lavoratori migranti</strong> dal contribuire di tasca propria alla costruzione del proprio fondo previdenziale, nella consapevolezza che solo risiedendo per un lungo periodo nella stessa località avrebbero potuto beneficiarne. Riprendendo sperimentazioni già attuate negli anni passati, la nuova Legge pone fine a questo impedimento, prevedendo la possibilità di trasferimento della contribuzione accumulata ai fini pensionistici, dell’assicurazione medica di base e di disoccupazione, nel momento in cui il lavoratore si trovi a dare inizio ad un nuovo rapporto di lavoro in un’altra municipalità o provincia. Al datore di lavoro spetta il compito di facilitare tali operazioni di trasferimento, inviando o consegnando la relativa documentazione al termine del contratto di lavoro del proprio impiegato al fine di permettere un calcolo cumulativo.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito, tramite la Legge sulla previdenza sociale, sopraggiunge un importante chiarimento: <strong>la volontaria rinuncia ai contributi e il rifiuto alla firma di un contratto di impiego da parte dei lavoratori non potranno essere prese in considerazione</strong> al fine di rendere esenti da sanzioni i responsabili delle risorse umane e, di conseguenza, le imprese stesse colte in violazione degli obblighi relativi alla previdenza sociale.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Pensioni e infortuni</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Per usufruire della pensione di anzianità mensile rimangono due le condizioni imprescindibili: l’aver contribuito integralmente e per almeno quindici anni agli accantonamenti previdenziali obbligatori e l’aver raggiunto l’età pensionabile. Sul luogo e sulle modalità con le quali i lavoratori beneficeranno del fondo pensionistico rimangono aperti molti spazi di evoluzione: la municipalità di Shanghai, ad esempio, ha già predisposto che i lavoratori migranti contribuenti per almeno quindici anni presso la città, al raggiungimento dell’età pensionabile, beneficeranno della pensione erogata dal fondo municipale, e non dalla propria località di origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra importante innovazione è rappresentata dall’istituzione di un <strong>fondo nazionale per gli infortuni sul lavoro</strong>, che andrà a coprire le spese sanitarie successive al termine del rapporto o per il periodo di riabilitazione del lavoratore infortunato. Fino ad oggi, teoricamente, il datore di lavoro era obbligato a coprire le spese per il trasporto, il ricovero, i trattamenti medici e per il sussidio di sopravvivenza del lavoratore che avesse riportato un infortunio. L’istituzione di un fondo predisposto alla copertura di tali spese, anche se ancora non ben definito, costituirà sicuramente un incentivo per i datori di lavoro ad aderire al sistema previdenziale generico per gli infortuni, senza lo spettro di grandi esborsi, soprattutto per le categorie occupazionali ai livelli più alti della scala di rischio e malattia occupazionale.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Aumenterà il costo del lavoro?</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Da ottobre, quando è stata approvata, ad oggi, questa nuova Legge non ha mancato di sollevare le <strong>solite preoccupazioni</strong> circa il possibile aumento del costo del lavoro derivante da una regolamentazione più vincolante. Questo nonostante fosse già ben chiaro che la normativa non avrebbe comportato cambiamenti in termini di costi per le imprese che già aderivano alle indicazioni e provinciali.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro la Legge interverrà nell’<a href="http://www.gdlaowei.com/a/news/zhnews/201105/4446.html"><strong>aumentare i costi di eventuali violazioni</strong></a>. Ciò avverrà tramite un rafforzamento generale dell’autorità dei dipartimenti locali della previdenza sociale, sia nel processo di riscossione dei contributi che nella vigilanza sul rispetto delle norme. I rischi derivanti dal tentativo di abbassare i costi di impiego tramite l’evasione parziale o totale del pagamento dei contributi obbligatori diventeranno più consistenti.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Nuovi provvedimenti e progetti pilota</h2>
<p style="text-align: justify;">A ridosso dell’entrata in vigore della Legge, il 10 giugno il Ministero delle risorse umane e della sicurezza sociale ha pubblicato le bozze di <a href="http://www.caijing.com.cn/2011-06-10/110742737.html"><strong>due ulteriori provvedimenti</strong></a> in materia: il “Metodo per la gestione dei registri dei diritti individuali per la previdenza sociale” (<em>shehui baoxian geren quanyi jilu guanli banfa</em>) e il “Metodo provvisorio per la partecipazione alla previdenza sociale degli stranieri occupati in Cina” (<em>zai zhongguo jingnei jiuye de waiguoren canjia shehui baoxian zanxing banfa</em>). Alla base del primo provvedimento ci sarebbe l’intento di stimolare un’applicazione uniforme della nuova Legge sulla Previdenza Sociale, di creare <strong>meccanismi standard per la raccolta dei contributi</strong> e, in generale, di difendere gli interessi dei contribuenti. Il secondo documento pubblicato si riferisce invece all’art. 97 della nuova Legge sulla Previdenza Sociale, in cui si definisce l’obbligo di aderire al <strong>sistema previdenziale nazionale anche per i cittadini stranieri</strong> occupati in Cina, in possesso di regolare permesso di soggiorno e che risiedano per almeno sei mesi nel Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 13 giugno 2011 anche il Consiglio di Stato si è espresso tramite la promulgazione di alcune Opinioni guida per un <strong>progetto pilota di sviluppo del fondo pensionistico</strong> dei lavoratori urbani (<em>guowuyuan guanyu kaizhan chengzhen jumin shehui yanglao baoxian shidian de zhidao yijian</em>), formulato in linea con la nuova Legge sulla Previdenza Sociale e con le disposizioni incluse nel Dodicesimo Piano Quinquennale di recente approvazione. L’auspicio è quello di estendere le <a href="http://www.caijing.com.cn/2011-06-13/110744389.html ">disposizioni sulla raccolta e sulla gestione dei fondi pensionistici</a> a tutti i lavoratori urbani entro il 2012, così come confermato dal <a href="http://economy.caixun.com/content/20110621/NE02o2gv.html">recente intervento</a> di Wen Jiabao.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Un&#8217;arma a doppio taglio</h2>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista delle autorità cinesi, questa Legge si rivela perfettamente funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato, la <strong>stabilizzazione sociale</strong> e lo <strong>stimolo dei consumi interni</strong> già perseguiti tramite le riforme giuslavoristiche dell’ultimo triennio; dall’altro, il <strong>rafforzamento della legittimità </strong>del Partito come rappresentante degli interessi dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione. Non è certo un caso se la Legge entra in vigore proprio il giorno del novantesimo anniversario della fondazione del Partito, una coincidenza che sembra essere sfuggita ai più. Eppure tali obiettivi, se non supportati da un adeguato stimolo all’applicazione e alla diffusione della normativa, potrebbero risultare ambiziosi e irrealistici, finendo per alimentare un <strong>senso di disillusione</strong> tra i lavoratori e la popolazione.  Ma questo è un rischio che il Partito ha deciso di correre.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/author/valentina-bellomo/">Valentina Bellomo</a> <span style="color: #888888;">nel 2011 si è laureata in Lingue e Istituzioni Economiche e Giuridiche dell&#8217;Asia Orientale a Ca&#8217; Foscari con una tesi sulle politiche salariali nella Repubblica popolare cinese.</span></p>
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		<title>Tressette col morto. Ripensare la pena capitale in Cina.</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2010 11:42:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flora Sapio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>
		<category><![CDATA[processi]]></category>

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		<description><![CDATA[Recentemente si è parlato di una proposta di legge per ridurre i reati punibili con la pena capitale in Cina. Seppur con diverse posizioni in gioco, il dibattito si è configurato in maniera prevedibile: si è trattato di un successo diplomatico dell’Unione Europea? Di un segnale del rafforzamento delle correnti politiche più progressiste?  O un tentativo di razionalizzare un sistema vecchio e inefficiente? Nei giorni in cui negli Usa viene eseguita la condanna di Teresa Lewis, una riflessione sulla pena capitale in Cina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/tresette.jpg"></a><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/tresette.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2584" title="tresette" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/tresette.jpg" alt="" width="466" height="311" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/09/tresette.jpg"></a>La notizia scivola via in pochi articoli e trafiletti, alla fine di agosto. Una proposta di legge per la riduzione dei reati punibili con la pena di morte da 68 a 55 è stata presentata all’Assemblea Nazionale del Popolo. Non si conosce il <a href="http://www.npc.gov.cn/npc/flcazqyj/2010-08/28/content_1592773.htm" target="_blank">contenuto preciso degli emendamenti</a>, non c’è tempo per approfondire. Piuttosto ci si concentra sulla tendenza che essi segnalano, e il gioco ha inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ad un tavolo di tressette, si è in tre. Ogni reazione, ogni commento, ogni mossa segue uno schema più o meno prevedibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>[Apertura] </strong>La Cina avrebbe reagito in risposta alle preoccupazioni manifestate da Unione Europea e Stati Uniti, ed alle pressioni internazionali. Il governo Cinese non sempre è indifferente alle richieste dei suoi partner. <strong>[Scetticismo e diffidenza]</strong> La proposta di emendamento riguarda reati per i quali la pena di morte è applicata poco o per nulla da anni. Gli emendamenti sono una riforma di facciata, che non indurrà una drastica diminuzione delle esecuzioni. Si tratta del tentativo di placare i critici? Data la scarsa trasparenza della Cina, non è dato dirlo. Le statistiche sulla pena di morte sono coperte dal segreto di stato, e ciò rende difficile qualsiasi valutazione obiettiva. <strong>[Cauto ottimismo] </strong>Si tratta in ogni caso di una tendenza positiva, che dimostra l’efficacia delle correnti riformatrici esistenti all’interno degli organi legislativi e giudiziari. Giuristi, che operano silenziosi nel cuore dello stato-partito, sono la forza propulsiva del cambiamento. Brillanti, istruiti, cosmopoliti, aperti alle influenze esterne, rappresentano una nuova avanguardia. Il loro lavoro è non facile, richiederà tempo e sacrifici, ma pian piano indurrà una reale tutela dei diritti umani in Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ad un tavolo di tressette, il quarto giocatore è il morto, un <strong>morto che cammina</strong>. Non siede al tavolo ma in un <em>kanshousuo</em>, un centro di detenzione. La sua partita è giocata dal mazziere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il condannato a morte non ha una voce</strong>. Altri parlano per lui. Poliziotti, giuristi, attivisti, microfoni interviste ed articoli. Mantenere la pena di morte? Si, ma bisogna usarla con cautela, per abolirla gradualmente. No, ed è necessario stabilire un’immediata moratoria sulle esecuzioni. Tutti possono dire la loro, tranne l’uomo che aspetta l’iniezione letale. Ormai egli è <strong>diventato un numero</strong>. La sua umanità è stata inglobata da un macabro indicatore quantitativo delle virtù morali. Che siano mille o diecimila, le condanne a morte in Cina sono sempre più che altrove. Se la civiltà di uno stato si giudica in base al suo rispetto per la vita, allora la Cina era e resta è un paese barbaro. E tale sarà fin quando non abolirà la pena di morte. Che lo si convogli mediante l’eleganza del numero o la brutalità della parola il messaggio non cambia.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong> </strong>Ecco l’uomo</h2>
<p style="text-align: justify;">E’ lì, in quella foto mandata dal TG della sera. Arrestato, torturato, e giudicato in un processo farsa. Vogliono privarlo della vita in nome della legge. Il condannato a morte diventa l’<strong>anti-icona del dispotismo orientale</strong>, un antieroe in balìa di un potere contro il quale non è possibile fare nulla, se non pressione. Pressione di un dito sul tasto invio – l’orrore svanisce a costo zero ed in un secondo. Abbiamo fatto la nostra parte, Hu Jintao riceverà anche la nostra firma.</p>
<p style="text-align: justify;">Signore e signori questa è (una parte del)la <strong>diplomazia dei diritti umani</strong>. E’ una parte importante, ma certamente è qualcosa di diverso dal sistema di giustizia penale cinese, né ne riflette sempre le tendenze. Se vogliamo capire cosa sta succedendo, è qui che dobbiamo guardare.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quattro anni a questa parte, la <a href="http://www.tuttocina.it/mondo_cinese/107/107_alig.htm" target="_blank">strategia di mantenimento dell’ordine pubblico</a> nota come <em>yanda</em> è stata messa seriamente in discussione in quanto poco efficiente.  “Ondate di arresti, processi sommari e migliaia di condanne a morte”, dettati dalla necessità di ottenere risultati immediati e tangibili non hanno indotto una riduzione del tasso di criminalità, né arginato la criminalità organizzata o evitato la commercializzazione di latte alla melamina. Nel frattempo, clamorosi errori giudiziari si verificavano a spese di innocui contadini come<a href="http://www.independent.co.uk/news/world/asia/zhao-zuohai-beaten-framed-and-jailed-for-a-murder-that-never-happened-1973042.html" target="_blank"> Zhao Zuohai</a>, le corti si davano ad una giurisprudenza creativa, degna del<a href="http://www.rodoni.ch/KAFKA/processo.html" target="_blank"> kafkiano giudice</a> che anziché applicare il diritto leggeva ‘I tormenti che Grete …’ , o concedevano ampi quanto arbitrari sconti di pena.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può mettere dentro i buoni e lasciar fuori i cattivi. Se il cittadino chiede sicurezza  (dove non  c’è una porta blindata, un bao’an al cancello o l’uomo dalla fascia rossa a tenere d’occhio il vicolo?) il governo deve rispondere. Bilanciare sentenze miti e sentenze gravose – ma esser pur sempre duri con i criminali.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Una razionalizzazione del sistema</h2>
<p style="text-align: justify;">E la <em>yanda</em> – strategia tutta populista &#8211; <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1622970" target="_blank">andava ripensata da cima a fondo</a>. Gli obiettivi di dure condanne non potevano né dovevano essere individuati entro gli autori di reati comuni, che già si preferisce punire mediante l’ergastolo piuttosto che la pena di morte. Era piuttosto necessario limitare l&#8217;uso della pena di morte ai più gravi delitti contro l&#8217;economia, la persona o le istituzioni. In quest’ottica non ha senso punire mediante la pena di morte chi contrabbanda gusci di tartaruga, rivende falsi titoli di credito o si appropria di reperti archeologici. E se il codice ancora prevede la possibilità di condannare a morte ladri di tombe, donne incinte e vecchietti ultrasettantacinquenni beh, il codice va emendato. Soggetti poco pericolosi &#8211; non sono queste le priorità del sistema di giustizia penale. Non si può sperare di mantenere l’ordine utilizzando ‘strumenti’ non più al passo con i tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Era necessario <strong>razionalizzare il sistema</strong>, aumentarne l’efficienza ed eliminarne i malfunzionamenti. Tutto ciò può indurre un’accresciuta tutela di determinati diritti, posto che ciò non interferisca con  scelte di politica criminale. Di certo non stiamo assistendo ad alcuna inversione di tendenza. Ed è dubbio che il ruolo principale sia stato giocato dalle nostre critiche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">foto di<a href="http://www.flickr.com/photos/bovenx/3697019665/" target="_blank"> bovenx</a></span></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Torture cinesi</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 07:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flora Sapio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una rivista trovata in treno, cortesia del passeggero precedente. Sfoglio leggendo di sbieco fin quando l’occhio non cade sulle parole “Cina” e “tortura”. Stando all’articolo sembra che in Cina la tortura sia ammissibile, permessa o addirittura legalizzata. Il vecchio clichè delle “torture cinesi” di tanto in tanto torna alla ribalta! Poco importa che due nuovi regolamenti antitortura siano entrati in vigore qualche settimana fa. Nei collettivi sogni ad occhi aperti degli “occidentali” la Cina è ormai la casa madre della tortura...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una rivista trovata in treno, cortesia del passeggero precedente. Sfoglio leggendo di sbieco fin quando l’occhio non cade sulle parole “<strong>Cina</strong>” e “<strong>tortura</strong>”. Stando all’articolo sembra che in Cina la tortura sia ammissibile, permessa o addirittura <strong>legalizzata</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vecchio clichè delle “torture cinesi” di tanto in tanto torna alla ribalta! Poco importa che due nuovi <strong>regolamenti antitortura</strong> siano entrati in vigore qualche settimana fa. Nei collettivi sogni ad occhi aperti degli “occidentali” la Cina è ormai la casa madre della tortura. Idea comunicata da giornali, riviste e siti web, ma anche da manufatti. Come un vassoio di bambù con i bordi dipinti di blu raffigurante una scena di fustigazione, dolce ricordo d’infanzia. L’idea di “tortura cinese” era così scontata che nessuno sembrava prestare troppa attenzione alla violenza della scena. Infatti il vassoio era usato per servire tazzine di caffè. Se sul vassoio fosse stato riprodotto <a href="http://zombietime.com/botero_abu_ghraib/abu1.jpg">uno dei recenti quadri di Botero</a> forse gli ospiti se la sarebbero data a gambe.</p>
<p>Scene come questa invece sono accettabili:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/07/torture.jpg"><img class="size-full wp-image-1669   aligncenter" style="margin: 5px;" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/07/torture.jpg" alt="" width="510" height="364" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nulla di straordinario. Si sa che gli <strong>orientali sono crudeli</strong>. Simili oggetti ed idee circolano in Europa dal 1800 circa. Prodotti pensati da Europei per essere venduti agli Europei. Il campionario della tortura cinese <em>prêt à porter </em>include cartoline raffiguranti pene corporali, spedite da intrepidi viaggiatori Europei alla scoperta di <strong>terre esotiche</strong>; foto rubate sul terreno di un’esecuzione, ed esibite al rientro in patria come trofei; incisioni, dipinti, diari di viaggio, libri, articoli di giornale o riviste.</p>
<p style="text-align: justify;">La forma del messaggio è meno importante del contenuto. Il riferimento alla tortura cinese non è <strong>né ingenuo né casuale</strong>. Dietro il mito che in Cina la tortura sia la norma vi è qualcosa di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi racconterò di un signore che risponde al nome di <a href="http://www.nonleggere.it/default.asp?content=/saggi/rosso2/edward_said_testo/schedatesto.asp">Edward Said</a>, ma di un popolo lontano lanciato alla conquista di nuove terre…</p>
<p style="text-align: center;">DIGRESSIONE</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">I <strong>Lunari</strong> avevano bisogno di oro, argento, gas e petrolio, così decisero di approdare a Roma per colonizzare l’Italia. Ma per far ciò era prima necessario conoscere gli Italiani, comprenderne la lingua, gli usi e costumi – in breve appropriarsi delle conoscenze utili per <strong>dominarli</strong>.  I Lunari inviarono a Roma stuoli di antropologi ed altri scienziati sociali per conoscere la cultura degli Italiani. Ovviamente gli Italiani non erano studiati in maniera perfettamente obiettiva. La conoscenza sull’Italia non era cercata per amore della conoscenza, ma per sete d’oro e d’argento. I Lunari pubblicavano libri ove si descriveva l’Italia come un paese nel quale dai tempi di Roma Antica non era cambiato molto. L’Italia era popolata da fannulloni. Gli Italiani erano infidi. La legge contava poco, e l’unico modo per non farsi imbrogliare da un Italiano era stabilire un rapporto personale, meglio se informale. O dargli una bustarella.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Queste idee erano false e distorte. Erano un’invenzione</strong> dei Lunari. Ma facevano comodo, perché consentivano di dipingere gli Italiani <strong>come se essi fossero stati</strong> <strong>inferiori </strong>ai Lunari. Quindi per i Lunari diventava più facile sostenere che gli Italiani fossero passivi, imbroglioni e retrogradi, e che per progredire avessero bisogno dell’aiuto dei civili, onesti ed efficienti Lunari. Per aiutarne lo sviluppo, nel frattempo ci si appropriava delle loro ricchezze.</p>
<p style="text-align: justify;">È chiaro come queste idee fasulle obbedissero ad un progetto di <strong>colonizzazione</strong>. In quanto divulgate da “<strong>esperti</strong>” che conoscevano quel posto esotico e misterioso pian piano queste idee acquisirono credito fino a diventare una <strong>forma di consenso</strong> difficile da essere messa in discussione. Poco importa che gli “esperti” passassero <a href="../storia-dei-corrispondenti-stranieri-in-cina/">tutto il loro tempo in lussuosi hotel</a> e non parlassero una parola d’Italiano  -  sono esperti, no?!?  Gli abitanti della Luna provavano pena per i poveri Italiani, sfortunati abitanti di un paese così arretrato. Si narrava addirittura che in Italia la tortura fosse prassi comune, e che punizioni barbare e rivoltanti fossero la norma.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;">FINE DELLA DIGRESSIONE</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/07/culprit.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1672" style="margin: 5px;" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/07/culprit.jpg" alt="" width="510" height="364" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Fermatevi e rileggete sostituendo “Cina” e “Cinesi” ad “Italia” ed “Italiani”. Cambiate il “Lunari” in “Europei”, ed avrete un’assaggio delle idee che ruotano intorno al clichè della “crudeltà orientale” da un paio di secoli a questa parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1804 il libro <em>The Punishments of China </em> è pubblicato a Londra. Ventidue violente illustrazioni che potete ammirare <a href="http://digitalgallery.nypl.org/nypldigital/dgkeysearchdetail.cfm?trg=1&amp;strucID=1056420&amp;imageID=1565307&amp;total=23&amp;num=0&amp;parent_id=1056419&amp;word=&amp;s=&amp;notword=&amp;d=&amp;c=&amp;f=&amp;k=0&amp;sScope=&amp;sLevel=&amp;sLabel=&amp;lword=&amp;lfield=&amp;imgs=20&amp;pos=1&amp;snum=&amp;e=w" target="_blank">qui</a>. Una <a href="http://turandot.ish-lyon.cnrs.fr/Artworks.php?ID=70" target="_blank">cartolina</a> inviata dall’italiano Domenico Crespi nel maggio del 1903 riproduce la scena di una fustigazione con il bambù, corredata dal messaggio:</p>
<p style="text-align: justify;">“Ho visto a Shanghai questa battitura, ripugnante anch’essa, per quanto meno tragica dell’esecuzione capitale. Saluti.”</p>
<p style="text-align: justify;">La presunta <strong>crudeltà dei Cinesi</strong> era già divenuta una macabro oggetto di consumo, prodotto da “occidentali” ed usato da “occidentali” per illustrare l’inciviltà delle popolazioni oggetto di ambizioni coloniali. In “Occidente” però la tortura giudiziaria esisteva già nel <strong>diritto romano</strong>, ed era stata abolita meno di cento anni prima (metà del XVIII Secolo) non senza resistenze e <a href="http://press.princeton.edu/titles/8490.html" target="_blank">continue ricadute</a>. Nel frattempo le potenze coloniali non esitavano a praticare punizioni corporali sui membri delle popolazioni indigene. Con i barbari bisognava essere spietati, poco male se ciò significava anche <a title="Libro: Gli italiani in Africa Orientale" href="http://www.ibs.it/code/9788804422822/del-boca-angelo/gli-italiani-africa.html" target="_blank">uccidere qualche centinaio di monaci cristiani </a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi gli stati “occidentali” non occupano militarmente altri stati, assumendone direttamente la sovranità, e governandoli a suon di sventagliate di mitra. Il lungo sogno ad occhi aperti sulla crudeltà degli Orientali però continua. Prima le incisioni. Adesso Youtube ed i <a title="video: Die Another Day" href="http://www.youtube.com/watch?v=Mp66uTya7M0" target="_blank">torturatori “orientali” di Madonna</a>.</p>
<p style="text-align: center;"><object style="width: 358px; height: 297px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="358" height="297" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="menu" value="false" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Mp66uTya7M0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?rel=0" /><embed style="width: 358px; height: 297px;" type="application/x-shockwave-flash" width="358" height="297" src="http://www.youtube.com/v/Mp66uTya7M0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?rel=0" menu="false"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta solo di errori o imprecisioni, ma di un <strong>discorso che si riproduce da sé</strong>, continuando nel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbandonare <strong>idee prefabbricate</strong>, nutrite da questo discorso vecchio di un paio di secoli è possibile. Scopriremmo allora che in Cina <strong>la tortura è reato</strong>, che le dichiarazioni ed altri elementi probatori ottenuti mediante la tortura sono inutilizzabili, che si celebrano processi a carico dei poliziotti responsabili di tortura. Che le cause della tortura sono altre. Ma talvolta può essere più utile  o facile  non porsi un certo tipo di domande e non guardare un certo tipo di fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sogno ad occhi aperti sulla “Cina” – sognato dagli “occidentali”  e raccontato agli “occidentali”, consumato da un’opinione pubblica di bocca buona – è già pronto a dar corpo ai nostri fantasmi, a giustificare un’improbabile competizione o contenimento della Cina.</p>
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		<title>Chi ha paura della Rete?</title>
		<link>http://www.cineresie.info/funzionari-paura-rete-cinese/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 08:48:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluigi Negro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>
		<category><![CDATA[popolo della rete]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel corso degli ultimi giorni sono stati registrati alcuni episodi che hanno indotto ad individuare un certo stato di distensione nel controllo del Web cinese. Alcuni servizi come il sito di video sharing Vimeo, l’applicazione Hootsuite, così come il ripristino della connettività nello Xinjiang. Segnali di alleggerimento riscontrabili anche in un articolo pubblicato lo scorso 5 maggio dall’Agenzia di Stampa Nuova Cina in cui si faceva riferimento all’Internet fobia dei funzionari di Partito.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/party_officials.jpg"><img class="size-full wp-image-1326  aligncenter" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="IMG_9421" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/party_officials.jpg" alt="" width="500" height="337" /></a></p>
<h2><strong>Segnali di apertura nel web cinese? </strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni nel popolo della rete  si è registrato un certo stupore alla notizia che <a href="http://www.vimeo.com/" target="_blank">Vimeo</a>, il noto sito di video sharing, è nuovamente accessibile dalla Cina. Stessa reazione per <a href="http://hootsuite.com/" target="_blank">HootSuite</a> , altra applicazione che consente l’accesso a diversi social network, tra cui Twitter. Ed ancora, un ulteriore segno di distensione nel controllo del Web cinese va riscontrato nel pieno ripristino dei servizi Internet nello Xinjiang lo scorso 14 maggio, provincia in cui l’accesso alla Rete era stato totalmente bloccato in seguito agli ormai noti scontri dello scorso luglio. Anche qui la navigazione on line ha iniziato a tornare  verso gli standard nazionali a partire dallo scorso dicembre  seppur con un accesso limitato solo ad alcuni siti web come <em>Xinhua</em>, <em>Peolple’s Daily</em>, <em>Sina</em> e <em>Sohu</em>.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Una preoccupazione ufficiale</h2>
<p style="text-align: justify;">Forse siamo di fronte a una serie di <span style="color: #000000;">piccoli ma significativi segnali di alleggerimento della censura informatica</span>. Indizi che ho percepiti anche  da voci ufficiali che in teoria dovrebbero cercare di non palesare le criticità del partito.  Ad esempio lo scorso 5 maggio l’agenzia di stampa <span style="color: #ff6600;"><span style="color: #000000;"><em>Xinhua</em></span> <span style="color: #000000;">ha pubblicato un articolo</span> <span style="color: #000000;">dal titolo </span><em><span style="color: #000000;"> </span><span style="color: #000000;"><a href="http://news.xinhuanet.com/politics/2010-05/09/c_1281781.htm" target="_blank">Il 70% degli intervistati ritiene che i funzionari soffrano di “internet fobia”.</a></span></em></span><a href="http://news.xinhuanet.com/politics/2010-05/09/c_1281781.htm" target="_blank"><span style="color: #ff6600;"><span style="color: #000000;"> </span></span></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il questionario intitolato &#8220;<em>L’internet fobia dei funzionari nella Cina Contemporanea&#8221;</em> è stato ospitato nei forum on line più importati del Paese, tra cui <em>Renminwang</em> e <em>Tencentwang</em>. Notevole è stato il riscontro da parte dei netizen: basti pensare che solo in tre giorni ben 5.943 utenti hanno partecipato al sondaggio. Il risultato del questionario on line è stato poi rinforzato da una analoga indagine dei giornalisti del <em>People’s Daily</em> che hanno intervistato altri 300 lettori tra politici e quadri di partito, permettendo così di ottenere un campione di <strong>6.243 intervistati</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco i dati più rilevanti del sondaggio:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Il <strong>70%</strong> degli intervistati ritiene che gli ufficiali della RPC soffrano di “Internet fobia”.</li>
<li>Il <strong>68%</strong> degli intervistati ritiene “la preoccupazione di esporre la negligenza lavorativa o cattive azioni può influenzare il lavoro futuro”; il <strong>28%</strong> è dell’idea che “la preoccupazione di esporre informazioni sulla vita privata possa condizionare la vita lavorativa quotidiana”</li>
<li>Un buon <strong>88%</strong> è convinto che l’internet fobia degli ufficiali governativi sia una “buona cosa” poiché in linea con lo sviluppo della società.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">L’articolo si sviluppa analizzando nel dettaglio questi tre dati e rilevando, ad esempio, come i funzionari che temono maggiormente la Rete sono quelli operanti a livello più basso, <strong>nelle contee</strong>, come dimostra il 47% dei trecento funzionari governativi intervistati. (Una panoramica più articolata la offrono le <a href="http://www.slideshare.net/cineresie/chi-ha-paura-di-internet" target="_blank">slides</a> a fondo pagina).</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che ha maggiormente colpito la mia attenzione è <span style="color: #000000;">l’orientamento n</span>ei  confronti della regolamentazione della Rete<span style="color: #000000;"> espresso dai 300 funzionari intervistati. </span><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">Interrogati sulla via migliore per regolamentare il web,</span> </span>le risposte più frequenti  sono state:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>“creare      un meccanismo d’espressione libero garantendo il controllo tradizionale      sui canali aperti” (43%);</li>
<li>“rafforzare      un sistema giuridico che permetta alla Rete di monitorare quelle leggi che      gli utenti devono seguire e quelle regole che devono rispettare” (40%);</li>
<li>“implementare      il sistema della navigazione con i nomi reali” (10%);</li>
<li>“rafforzare      il controllo e il monitoraggio degli amministratori della Rete” (3%).</li>
</ul>
<h2>Legislazione surreale per giochi  on line e e-commerce</h2>
<p style="text-align: justify;">Come si può notare, vi è una forte richiesta di rafforzare il sistema legale atto a <strong>monitorare </strong>e regolamentare la Rete, una necessità che si consolida con il passare dei mesi ma che non riesce a trovare una posizione univoca e chiara. Alcune testimonianze di tale ambiguità sono state riscontrare proprio negli ultimi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, lo scorso 31 maggio il Ministero della Cultura ha promulgato una nuova misura da inserire nel <em>Sistema di monitoraggio famigliare</em>: una regolamentazione che incoraggia i genitori a controllare le abitudini dei loro figli in relazione al gaming on line. La rivisitazione dello scorso 31 maggio impone alle aziende del gaming on line cinese di attenersi agli standard della legge entro la fine del 2010. Una disposizione che non farebbe certo scalpore se non fosse associata al così detto “<a href="http://www.ccnt.gov.cn/xxfb/xwzx/whxw/201005/t20100531_79731.html" target="_blank">Richiamo per l’appropriato gaming degli adolescenti</a>”, un testo siglato dalla Commissione di Supervisione dei Contenuti dei Giochi on line facente riferimento allo stesso Ministero della Cultura insieme ad altre due organizzazioni quali l’ &#8220;Associazione Web per gli adolescenti cinesi&#8221; (<em>zhongguo qingxiaonian wangluo xiehui</em>) e la <span style="color: #ff6600;"><span style="color: #000000;">&#8220;Commissione per l’Informazione Tecnologica nella Scuola Inferiore della Società Cinese dell’Istruzione</span><span style="color: #000000;">&#8220;</span></span> (z<em>hongguo jiaoyu xuehui zhongxiaoxue xinxi jishu jiaoyu xuehui</em>) con lo scopo specifico di ribadire il limite di <strong>20 ore settimanali</strong> di navigazione per gli adolescenti, il <strong>divieto </strong>di dedicarsi a giochi on line a <strong>contenuto violento</strong> e ai giochi di ruolo, (Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Game). Il <em>Richiamo</em> è indirizzato anche alla navigazione dei bambini il cui tetto massimo di gaming on line è fissato a <strong>due ore settimanali</strong>, con una spesa di <strong>10 RMB</strong> al mese.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ evidente che si tratta di disposizioni assolutamente in contrasto con l’ormai consolidata industria del gaming on line cinese e decisamente <strong>inattuabili </strong>per la stragrande maggioranza di giovani netizen cinesi. Una ambiguità che renderà impossibile un’implementazione chiara ed efficace.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro settore che evidenzia una forte difficoltà di regolamentazione è quello dell’<strong>e-commerce</strong>. Dal prossimo primo luglio infatti entrerà in vigore la “<a href="http://politics.people.com.cn/GB/11754879.html" target="_blank">Regolamentazione </a>di gestione temporanea sul commercio di prodotti su Internet e le correlata Guida Linea al servizio” promulgata dall’Amministrazione Statale per l’Industria e il Commercio. L’effetto sarà quello di imporre una licenza che richiede una preventiva registrazione nominale a tutti gli utenti intenzionati a vendere dei prodotti on line. Pene dai <strong>10.000 ai 30.000 RMB</strong> sono previste per i trasgressori.</p>
<p style="text-align: justify;">La mole di burocrazia e annesse contraddizioni è ancora più rilevante se si pensa che l’utente sarà tenuto a conservare tutte le fatture più vecchie di due anni. Richieste a dir poco surreali per un settore, quello dell’e-commerce cinese, che ha raggiunto un giro d’affari pari ai 38,5 miliardi di US dollari.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Leggi non scritte</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Sono consapevole che sarà pressoché impossibile testare con mano la veridicità della paura cui si riferiscono gli organi di stampa governativi, <span style="color: #000000;">tuttavia è interessante rilevare alcuni recenti fatti di cronaca, in particolare l&#8217;evento che si è tenuto lo scorso 26 maggio a Chongqing,  quando in città si sono riunite 42 aziende cinesi impegnate nel settore dei media on line</span>. Tra gli ospiti di spessore emergevano i quadri dirigenti di Sina, Sohu, Wangyi, Baidu, etc., che per l’occasione hanno firmato il cosiddetto <a href="http://news.sina.com.cn/c/2010-05-26/164420351417.shtml" target="_blank">Manifesto Rosso</a>, una dichiarazione congiunta rivolta alla <strong>promozione a livello mediatico di Internet</strong>, alla diffusione di prodotti dal contenuto eccellente e al miglioramento delle capacità creative individuali. Il tutto sottolineando il ruolo di una città come Chongqing e facendo riferimento allo <a href="http://baike.baidu.com/view/327183.htm" target="_blank">scoglio rosso</a>, simbolo distintivo della liberazione dai nazionalisti ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione nel 1949.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le frasi pregne di <strong>retorica </strong>mi ha colpito quella di Li Shanyou, amministratore delegato del noto sito di video sharing <em>Ku6</em>, il quale, dopo aver speso delle parole in ricordo del martire comunista Liu Guozhi,<a href="http://news.sina.com.cn/c/2010-05-26/164420351417.shtml" target="_blank"> ammonisce</a> come “durante il periodo rivoluzionario le squadre che non avevano delle ferme convinzioni non potevano combattere, allo stesso modo oggigiorno chi non ha cultura, così come una squadra priva di valori, non può conseguire un successo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: line-through;"> </span><span style="color: #ff0000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ciononostante, i</span> segnali di apertura di cui si scriveva all’inizio sono forse da leggere come un contentino agli attori del Web stranieri che dovranno iniziare a confrontarsi con una controparte autoctona più forte, anche fuori da confini nazionali, rispetto a qualche mese fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è di più. Nell’ultimo<a href="http://www.cineresie.info/libro-bianco-internet-cinese/" target="_blank"> <strong>libro bianco</strong> </a>sulla situazione di Internet in Cina, pubblicato l’8 giugno dall’Ufficio d’Informazione del Consiglio di Stato, si legge questa dichiarazione:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«proteggere la sicurezza di Internet è una parte importante della gestione di Internet in Cina, un requisito indispensabile per proteggere gli interessi dello Stato e del pubblico. Il Governo Cinese crede che Internet sia un’infrastruttura utile alla nazione. All’interno del territorio cinese Internet è regolamentata dalla giurisdizione della sovranità cinese».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come dire che l<em>’Internet fobia</em> di cui sopra sembra proprio essere un atteggiamento<strong> molto virtuale</strong> e basta.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><object id="__sse4524250" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=060610chihapauradiinternet2-100617043701-phpapp02&amp;stripped_title=chi-ha-paura-di-internet" /><param name="name" value="__sse4524250" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed id="__sse4524250" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="355" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=060610chihapauradiinternet2-100617043701-phpapp02&amp;stripped_title=chi-ha-paura-di-internet" name="__sse4524250" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: left;"><em><span style="color: #808080;">foto credits:</span></em> <a href="http://www.flickr.com/photos/gozilla/4424825944/in/set-72157623474389119/" target="_blank">gozilla</a></p>
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		<title>Sovranità virtuale: il Libro Bianco su Internet in Cina</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 13:43:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flora Sapio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[L’8 giugno scorso le autorità cinesi hanno reso pubblico un Libro bianco su Internet in Cina, un documento programmatico che dovrebbe delineare gli sviluppi della rete cinese nel prossimo futuro. Se molti commentatori si sono soffermati sul fatto che l’edizione inglese del testo contiene un encomio a Twitter, il microblog bloccato in Cina, la gran parte del testo è volta in un’unica direzione: riaffermare la sovranità della RPC sul proprio spazio web. Una riflessione di Flora Sapio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/wang2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1263" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/wang2-297x300.jpg" alt="" width="297" height="300" /></a>Se siete in Cina e non riuscite ad accedere a Facebook, le mail che spedite spariscono nello spazio profondo del web e su Amazon vi sono alcuni libri che non è possibile ordinare, da oggi in poi non dovrete più prendervela con il governo di Pechino.</p>
<p style="text-align: justify">La colpa, piuttosto, è degli squilibrati che usano Facebook per incitare al reato, dei <strong>sovversivi come voi</strong> che complottano nascosti dietro lo schermo di un pc e dei ricercatori che riempiono i loro libri di falsità tese a rovinare l’immagine della Cina. Sono loro, e non la Cina, a limitare la vostra <strong>libertà di espressione</strong> ed il vostro diritto di informazione. In realtà tutti godono del diritto di usare internet, della libertà di espressione e della libertà di informazione. I diritti e le libertà però non sono illimitati, e non possono essere goduti a proprio piacimento. Non è possibile usare Facebook, i blog o i quotidiani online per incitare all’odio tra le etnie, al cambiamento del sistema politico o al sovvertimento del socialismo. L’esercizio dei propri diritti deve avvenire nel rispetto dei diritti degli altri membri della società, e della sovranità della Repubblica Popolare Cinese.</p>
<p style="text-align: justify">Questi i concetti fondamentali del nuovo <strong>Libro Bianco su Internet in Cina</strong> (<a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2010-06/08/content_9950198.htm">Inglese</a> &#8211; <a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2010-06/08/content_9950198_4.htm">Cinese</a>).</p>
<p style="text-align: justify">Quanti pensavano che il minimo comune denominatore della sovranità interna di uno stato fosse la somma dei poteri di governo su tutto il suo territorio sono – pare – ancorati ad una concezione di sovranità ormai superata. La <strong>sovranità</strong>, secondo i teorici Cinesi, si estende bensì su tutto il territorio della Cina – sulle acque territoriali, sullo spazio aereo e sul sottosuolo. Ma va ben oltre, e copre anche lo <strong>spazio virtuale</strong> di internet.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo il Libro Bianco, internet è un’importante infrastruttura. I server internet, e gli spazi virtuali esistenti all’interno dei confini della Repubblica Popolare sono posti sotto la sovranità Cinese. Quindi, la sovranità della RPC su internet va rispettata e salvaguardata. L’utilizzo di internet deve avere luogo entro i <strong>limiti posti dalla legge</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Ergo, tutto quanto viene scritto o detto su internet è come se fosse scritto o detto in un luogo pubblico, un luogo fisico – come una grande piazza dove si possono affiggere manifesti, parlare ad alta voce ed esser visti ed ascoltati da tutti. E come in pubblico ci si contiene e comporta educatamente, autocontrollo ed educazione vanno esercitati anche su internet. Come non è opportuno frequentare i luoghi pubblici mascherati, così non è opportuno postare <a href="http://blogs.wsj.com/digits/2010/03/22/does-anonymity-matter-in-internet-comments/">commenti anonimi</a>, registrare account usando pseudonimi o tenere comportamenti lesivi della <strong><em>sovranità virtuale</em> </strong>della RPC.</p>
<p style="text-align: justify">I comportamenti che potrebbero ledere la sovranità al punto da indurre uno stato di emergenza non possono essere previsti. Minacce al potere statale ed al sistema socialista possono sorgere in qualsiasi momento. Il rifiuto dei valori fondanti del mantenimento della via socialista, della dittatura democratica popolare, della guida del PCC, e della fedeltà ideologica di volta in volta assume forme diverse. E’ possibile definire che chi causa volontariamente la morte di una persona commette un omicidio, e punire l’atto nelle forme previste dalla legge. La sovversione o il semplice<strong> tentativo di sovversione</strong> però va ben oltre la lesione di un interesse individuale – si rivolge al potere sovrano, negandone la legittimità e le fondamenta, si muove al di fuori da tutte le regole ed è difficile da anticipare.</p>
<p style="text-align: justify">Preservare delle definizioni vaghe che consentono di punire ciò che è imprevedibile è uno dei pochi modi per neutralizzare queste ed altre minacce: “<em>Chiunque diffonde voci false e calunnie tese a sovvertire il potere dello Stato…</em>”</p>
<p style="text-align: justify">Cosa sono, di grazia, le voci false e le <strong>calunnie</strong>?</p>
<p style="text-align: justify">Dire che le case a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2008_Sichuan_earthquake">Wenchuan</a> sono crollate alla prima scossa di terremoto perché costruite male potrebbe essere una calunnia. Calunnia potrebbe essere anche documentare la <strong>corruzione dei quadri</strong> del Partito Comunista Cinese, che hanno acquistato enormi appartamenti nel centro di Hangzhou a prezzi irrisori. Per non parlare, poi, di quanti <strong>sfruttano il lavoro</strong> a buon mercato nelle miniere di carbone. Gettiamo davvero fango sulla RPC, se sosteniamo che <em>non tutti</em> i Cinesi sono onesti, ricchi e felici?</p>
<p style="text-align: justify">Non è possibile fornire una risposta certa a queste domande. Né norme vaghe ed aree grigie del diritto aiutano a risolvere simili questioni, nel caso si venga accusati di sovversione. E’ più facile che il giudice adotti interpretazioni diverse – più o meno restrittive – seguendo la direzione dei venti politici, ed ascoltando le “opinioni” delle commissioni politico-giuridiche.</p>
<p style="text-align: justify">Se i <strong>limiti</strong> ai comportamenti leciti sono incerti – e se riguardano solo noi e  non il potere politico, cosa possiamo scrivere, e cosa faremmo meglio a tenere per noi stessi? Fin dove arrivano i nostri diritti alla libertà di espressione e di informazione, e quando si scontrano  con la necessità di <strong><em>mantenere l’armonia</em></strong>?</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a title="articoli di Flora Sapio" href="../author/flora-sapio/" target="_blank">Flora  Sapio</a> <span style="color: #808080">è affidataria del  corso in Storia ed Istituzioni della Cina all’Università degli Studi di  Napoli “L’Orientale”. Ricercatrice attiva in ambito italiano e  internazionale, membro della <em>European China Law Studies Association</em>,  è autrice per <em>Brill</em> del volume “Sovereign Power and the Law in  China”, e di articoli sul sistema di giustizia penale nella Repubblica  Popolare Cinese.</span></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Internet in Cina: una storia di regole</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 13:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluigi Negro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[La regolamentazione di Internet in Cina ha conosciuto tre tappe fondamentali: nella prima si è cercato di individuare soggetti e strutture di riferimento, nella seconda l’obiettivo è stato quello di coinvolgere gli attori economici, l’ultima fase ha invece condotto a ciò che molti osservatori chiamano fase dell’autoregolamentazione. Nonostante il Web cinese sia il più popoloso al mondo, aspetti strutturali e inerenti ad una regolamentazione trasparente sono ancora lontani da definizione chiara. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/internet.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-840" title="internet" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/internet.jpg" alt="" width="584" height="328" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Analizzare le dinamiche storiche di Internet nella Repubblica Popolare Cinese non è impresa facile principalmente a causa di due fattori: la prima criticità è costituita da una prospettiva temporale, la seconda da una quantitativa. Per quanto lo sviluppo di Internet in Cina sia iniziato nei circuiti accademici, è altrettanto vero che la costruzione di un <em>network</em> che permetta l’accesso al pubblico si è avviato solo intorno alla metà degli anni Novanta.</p>
<h2 style="text-align: justify;">1986: i primi passi, senza regole</h2>
<p style="text-align: justify;">Il primo passo fu mosso il 20 settembre<strong> </strong>del 1987. Nella circostanza, il Prof. Qian Tianbai, all’epoca in carica presso il Progetto CANET (<em>Chinese Academic Network</em>) per la promozione di Internet in Cina, inviò la <strong>prima email</strong> con oggetto “Scavalcare la Grande Muraglia per entrare nel Mondo”. Il progetto fu realizzato anche grazie al prezioso contributo dell’Università Karlsruhe della Germania Ovest. Un altro passaggio molto importante in termini di regolamentazione, fu l’individuazione del <strong>dominio .cn</strong> nell’ottobre del 1990 riconosciuto nell’aprile del 1994 dal National Science Fund (NSF), un passaggio questo che avrebbe permesso alla Cina di connettersi a Internet. Per il riconoscimento ufficiale bisogna però attendere il 20 aprile del 1994, anno in cui Sprint Co. realizzò il primo “linkaggio” effettivamente operativo: da allora si è registrata una crescita impressionante sia in termini di strutture che di numero di utenti. Uno sviluppo che rende oggi la Cina il primo paese al mondo in numero di utenti Internet, forte dei suoi <strong>384 milioni</strong> di utenti (statistiche CNNIC dicembre 2009). Un risultato ancora più sorprendente se si considera che nel primo rapporto CNNIC del 1997 si contavano solo <strong>620mila utenti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente lo sviluppo di Internet in Cina può essere letto come una rivoluzione che coinvolge fortemente forme di comunicazione e interazione di molti cittadini, con la conseguente necessità &#8211; sempre più sentita da parte delle autorità &#8211; di formulare una regolamentazione ed avviare una forma di monitoraggio. Nonostante ciò, il periodo che va dal 1987 al 1996 può definirsi <strong>privo di regolamentazione</strong> sia dal punto di vista infrastrutturale che giuridico.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>1995: internet si fa commerciale</strong>, nuove regole</h2>
<p style="text-align: justify;">Fu la <strong>commercializzazione </strong>di Internet nel <strong>1995 </strong>a spianare il terreno per la promulgazione della <em>Temporary Regulation for the Management of Computer Information Network International Connection</em> siglata l’11 febbraio del 1996 e rivisitata il 20 maggio del 1997. Questo può essere considerato il primo set di regolamentazioni orientato a definire/rafforzare il <strong>controllo governativo</strong> su Internet. Un secondo set inclusivo di sei regolamentazioni fu promulgato nel 2000 con l’intento di definire la forma giuridica degli Internet Service Provider nei confronti dei siti Internet cinesi, così come le modalità di investimento previste per le aziende straniere intenzionate ad investire nell’Internet cinese. Tra le due regolamentazioni più importanti incluse in questo nuovo set ricordiamo <em>The Measures for Managing Internet Information Services </em>e <em>The Interim Procedures on Registering</em> and <em>Filing of Online Business Operations. </em>La maggior parte di questi regolamenti fu promulgata direttamente dal Congresso Nazionale del Popolo, dal Consiglio di Stato e dal Ministero dell’Industria e dell’Informazione (MII). Vennero inoltre annunciati altri decreti da governi locali e da altre unità ministeriali.</p>
<h2 style="text-align: justify;">2000: inizia l&#8217;era dell&#8217;auto-regolamentazione</h2>
<p style="text-align: justify;">Un nuovo tipo di regolamentazione iniziò a svilupparsi intorno agli anni 2000. La diffusione dei punti di accesso al Web, in particolare gli Internet Cafè (<em>wangba</em>), così come il proliferare di strumenti comunicativi come BBS, forum e chat condussero ad una nuova forma di controllo che potrebbe essere definita come <strong>autoregolamentazione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2001 ad esempio, gli Internet Cafè iniziarono a essere regolamentati da <em>The Measures for Managing Internet Information Services and the Interim Procedures on Registering</em> che, in seguito ad una decisione del Consiglio di Stato nel settembre del 2002, divennero <em>The Regulations for Managing Internet Information Services and the Interim Procedures on Registering. </em>Stando a questo tipo di regolamentazioni, i gestori di un <em>wangba</em> hanno il dovere di istallare del software di monitoraggio, assumere misure di <strong>sorveglianza </strong>e di <strong>monitoraggio</strong>, riferire alle autorità competenti .</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i soggetti chiamati a monitorare le attività degli utenti cinesi vi sono anche gli Internet <em>publisher</em> e i gestori di siti e portali. Il 27 aprile 2002 il MII promulgò<em> The Interim Provisions on the Administration of Internet Publication </em>definendo gli editori come responsabili circa la “<strong>legalità </strong>dei <strong>contenuti</strong>” presenti nei propri spazi, di conseguenza spettava loro il dovere di rivedere ed esaminare tutti i contenuti pubblicati dagli utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo, è possibile sostenere che la regolamentazione di Internet in Cina ha conosciuto <strong>tre fasi</strong>.</p>
<ul>
<li>La prima va dal 1993 al 1999: durante questo periodo, nè la regolamentazione nè l’attività di monitoraggio erano state ancora indirizzate con precisione da nessuna istituzione.</li>
</ul>
<ul>
<li>La seconda fase si focalizza intorno ai primi anni 2000: nel corso di questa fase si è manifestata un’azione più collaborativa nella regolamentazione in cui gli agenti del business – in particolare gli ISP &#8211;  iniziarono ad essere particolarmente coinvolti anche nell&#8217;auto-regolamentarsi.</li>
</ul>
<ul>
<li>L’ultima fase va dal 2002 ai giorni nostri e può essere considerata l’ultimo livello nella legislazione dell’Internet cinese anche perché è maggiormente orientata agli utenti finali che rischiano sanzioni pesanti se navigano in maniera illecita.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Alcuni ricercatori sono del parare che il mantenimento di questo sistema sia garantito anche dalla <strong>vaghezza </strong>con cui vengono definiti illegali determinati comportamenti che coinvolgono la proliferazione di notizie, atti sovversivi rivolti al rovesciamento dello Stato, divulgazione di <strong>segreti di stato</strong>. I diversi metodi con cui i regolamenti sono interpretati così come gli elementi aggiuntivi introdotti prima che i regolamenti venissero promulgati ufficialmente, inducono l’utente cinese a <strong>desistere</strong> dal gestire un certo tipo di contenuto.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Uno scudo d&#8217;oro per il web cinese</h2>
<p style="text-align: justify;">Da una prospettiva storica, l’approccio alla regolamentazione può dirsi cambiato rispetto ai primi tempi; nel corso dei primi cinque anni il governo cinese ha segnato la distinzione tra “cyberspazio globale” e “cyberspazio domestico”. Questo tipo di distinzione si realizzò anche grazie alla costruzione del più grande firewall al mondo, un’infrastruttura imponente anche in termini di spese con lo scopo di filtrare e censurare le attività on line degli utenti e bloccando l’accesso ad alcuni indirizzi IP. Il<em> <strong>Progetto Scudo d’oro</strong></em><strong> </strong>(<em>jindun gongcheng</em>), il cui nome fu assegnato del Ministero della Pubblica Sicurezza, ha avuto inizio nel 1998. Le operazioni ebbero invece inizio nel 2003 con dei costi decisamente elevati sia per la produzione &#8211; secondo la CCTV,<strong> 6,4 milioni</strong> di RMB (650 milioni di euro) – che per la gestione, come dimostrano i 30.000 poliziotti coinvolti nel progetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il <em>Progetto Scudo d’Oro</em> può essere considerato un espediente per contrastare la proliferazione di contenuti illegali nell’Internet cinese provenienti sia dall’esterno che dall’interno del Paese, è altrettanto importante sottoliniere il fatto che in Cina esistono solo <strong>nove agenzie</strong> riconosciute dal governo cui è permesso di stabilire un <em>Interconnecting network</em> e di erogare le licenze operative ai <em>provider</em> (ISP). Tra queste il CSTNET di proprietà dell’Accademia delle Scienze, UNINET, di proprietà di <em>Unicom</em>, CNCNET di proprietà del <em>ChinaSat</em>, CIETNET di proprietà della<em> China International E-Trade Commission</em> e il CGWNET di proprietà del gruppo <em>China Great Wall</em>. Secondo la struttura gerarchica questi network necessitano di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gateway" target="_blank"><em>gateways</em></a> internazionali che sono controllati dal Ministero dell’Industria e dell’Informazione con sede a Pechino, Shanghai e Canton.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Telecomunicazioni: ministeri in conflitto</h2>
<p style="text-align: justify;">Al vertice della struttura dell’Internet Cinese vi è il Ministero dell’<strong>Industria e dell’Informazione</strong>: ha il compito di gestire i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gateway" target="_blank">gateway</a> governativi al livello più alto. Al secondo livello ci sono gli <em>Internet Service Provider </em>(ISP) con l’obiettivo di gestire gli <em>interconnecting network</em> ed installare filtri per prevenire contenuti <em>nocivi</em>. In questo modo l’Internet cinese potrà contare sia su una cornice giuridica che su una struttura imponente che dovrebbe garantire una sostenibilità del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure permangono alcune criticità<strong> </strong>abbastanza rilevanti per i due maggiori organi che gestiscono struttura e contenuto dell’Internet cinese. Fino al 1998 i Ministeri incaricati della <strong>gestione delle telecomunicazioni </strong>erano due: il Ministero delle Poste e delle Telecom (MOT) e il Ministero dell’Industria Elettronica (MEI). Mentre il primo aveva un controllo sostanziale sulle telecomunicazioni, al secondo spettava prendere decisioni inerenti alla manifattura di prodotti rivolti all’informazione tecnologica (oltre a ciò il MEI era il più grande manifatturiere di settore in Cina). Nel 1998 i due Ministeri vennero uniti dando così vita al Ministero dell’Industria e dell’Informazione (MII) che rappresenta oggi il maggiore regolatore delle telecomunicazioni e di Internet in Cina, assumendosi la responsabilità sull’amministrazione generale ed erogando le licenze necessarie agli operatori delle telecomunicazioni e agli ISP.</p>
<p style="text-align: justify;">La creazione del MII non è stata impresa facile anche perché avrebbe dovuto includere il Ministero della Radio, Film e Televisione (MRFT). L’opposizione di molti burocrati, così come la pressione del dipartimento di Propaganda, i quali credevano che la creazione di un unico Ministero avrebbe danneggiato il ruolo dell’autorità di trasmissione, hanno fatto sì che il MRFT venisse rinominato in SARFT (Amministrazione Statale Radio Film e Televisione) tutelando così il suo precedente potere amministrativo sulle operazioni di trasmissione e cablaggio. Naturalmente il ruolo del SARFT risulta oggi decisivo per il contenuto generato su Internet che negli ultimi anni è cresciuto a dismisura anche a causa della crescita del Web 2.0. Esempi di contrasto tra i due Ministeri furono registrati già nel 1998 quando la SARFT decise di implementare il suo piano di costruire un suo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Backbone_network" target="_blank">backbone network</a> indipendente. Durante lo stesso periodo alcuni network municipali si connessero al backbone della SARFT dal momento che un “acquisto” da parte del MII sarebbe stato letto come un prendere il controllo sulla loro infrastruttura.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni sono stati registrati molti conflitti tra MII e SARFT tanto che il Consiglio di Stato ha dovuto emanare diverse <strong>circolari congiunte</strong> tre i due enti al fine di evitare una politica “anti – convergente”. La diatriba è ancora lungi dall’essere sedata, anche perché potrebbe essere letta come un conflitto tra il Consiglio di Stato e il Dipartimento di Propaganda del Partito. Le scelte del primo derivano da <strong>logiche prevalentemente economiche</strong> e sono rappresentate dal MII, mentre gli atteggiamenti del Dipartimento di Propaganda scaturiscono da <strong>imperativi ideologici</strong> rappresentati dal SARFT.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrasti tra le istituzioni e disordine nella cornice giuridica denotano come l’Internet Cinese sia da definirsi ancora in uno stato di <strong>maturazione</strong>. Per quanto sia considerato lo spazio virtuale più popoloso al mondo molti obiettivi necessitano ancora di essere conseguiti nel prossimo futuro prestando particolare attenzione alla regolamentazione e ad una più trasparente<strong> </strong>gestione interna.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #808080;"><em>Pubblicato in inglese sulla Newsletter del China Media Observatory, Università di Lugano, marzo 2010. L&#8217;autore è a disposizione per fornire le note bibliografiche.</em></span></p>
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		<title>Una tigre di carta?</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 14:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[società civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche settimana fa sono stato invitato a partecipare ad un ciclo di seminari sulla cultura pop cinese organizzato dai dottorandi del Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia Orientale dell&#8217;Università di Venezia. Considerato il mio interesse verso le dinamiche sociali di contestazione all&#8217;interno della società cinese, ho deciso di concentrare il mio intervento su quello che, in maniera un po&#8217; criptica, ho definito come la questione de &#8220;Il popolo della rete e la mobilitazione sul web nella Repubblica Popolare Cinese&#8221;. È stata una buona occasione per riprendere il filo di alcuni post che ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/Shishou.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-99" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/Shishou-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a>Qualche settimana fa sono stato invitato a partecipare ad un <a href="http://culturapop09.wordpress.com/" target="_blank">ciclo di seminari</a> sulla cultura pop cinese organizzato dai dottorandi del Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia Orientale dell&#8217;Università di Venezia. Considerato il mio interesse verso le dinamiche sociali di contestazione all&#8217;interno della società cinese, ho deciso di concentrare il mio intervento su quello che, in maniera un po&#8217; criptica, ho definito come la questione de &#8220;Il <em>popolo della rete </em>e la mobilitazione sul web nella Repubblica Popolare Cinese&#8221;. È stata una buona occasione per riprendere il filo di alcuni post che in passato avevo già avuto modo di pubblicare su entrambi i miei blog e un pretesto per trarre alcune conclusioni di carattere generale su questo fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify">Alla base del mio ragionamento sta la constatazione che negli ultimi anni si sono verificati innumerevoli casi in cui la società civile cinese si è servita della rete come strumento di lotta. Nel mio discorso, ho provato ad argomentare come il 2007 sia stato un anno di svolta per questo tipo di dinamiche, in quanto allora in pochi mesi si sono avuti ben tre casi di portata nazionale in cui il &#8220;<a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/04/il-popolo-della-rete-e-le-nuove.html" target="_blank">popolo della rete</a>&#8221; ha avuto modo di scontrarsi direttamente con le autorità: in primo luogo c&#8217;è stato il caso dell&#8217;impianto chimico di Xiamen, un confronto tra gli abitanti della città, preoccupati per la propria salute in vista dell&#8217;imminente costruzione della fabbrica in un&#8217;area abitata, e le autorità locali e nazionali, interessate innanzitutto allo sviluppo economico dell&#8217;area; in secondo luogo l&#8217;incidente della tigre della Cina meridionale, quando una truffa ordita dalle autorità locali della provincia dello Shaanxi per ottenere finanziamenti per la creazione di un parco naturale protetto per una specie di tigre da tempo estinta è stata smascherata dai netizen; infine la storia delle fornaci di mattoni clandestine, quando il web è stato utilizzato per denunciare un traffico di esseri umani tra le provincie dello Henan e dello Shanxi, portando ad un deciso intervento da parte del governo centrale per stroncare il fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify">Detto questo, la mia analisi si concentrava su alcuni casi in cui il &#8220;popolo della rete&#8221; è arrivato ad influenzare l&#8217;esito di alcuni casi giudiziari di primo piano. Gli esempi che portavo erano quello del caso di Deng Yujiao, la giovane pedicure di Badong che aveva ucciso a coltellate un funzionario che aveva cercato di violentarla, e il caso di Xu Ting, un ragazzo che aveva approfittato del malfunzionamento di un ATM per prelevare l&#8217;equivalente di oltre diciassettemila euro e per questo era stato condannato all&#8217;ergastolo. Per quanto riguarda Deng Yujiao, la mobilitazione della società civile, virtuale e reale, era riuscita a far sì che la ragazza fosse prontamente scarcerata sulla base di presunti disturbi della personalità; nel caso di Xu Ting invece l&#8217;esito era stata una revisione del processo che successivamente aveva portato ad una condanna, comunque severa, a cinque anni di carcere. Partendo da questi due casi, proponevo una duplice conclusione: da un lato esprimevo un certo pessimismo perché situazioni del genere dimostrano l&#8217;immaturità del sistema giuridico e, più in generale, della concezione dello stato di diritto in Cina; dall&#8217;altro mi dichiaravo ottimista, perché un sistema giuridico con evidenti problemi di mancanza di autonomia come quello cinese mostrava di essere sensibile anche a stimoli provenienti dal basso, non solo dall&#8217;alto.</p>
<p style="text-align: justify">Nella seconda parte del mio intervento affrontavo la questione del famigerato &#8220;<a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/il-bene-e-il-male-nel-primo-processo-al.html" target="_blank">motore di ricerca di carne umana</a>&#8220;. Era un modo di bilanciare la visione positiva della rete come uno strumento di lotta sociale con la constatazione che, nel contesto cinese, questo mezzo viene  spesso piegato ai fini di una lotta più personale e privata. Senza dilungarmi troppo sull&#8217;argomento, su cui è già stato scritto in abbondanza, ricordo semplicemente che &#8220;motore di ricerca di carne umana&#8221; non è una definizione riferita ad un qualche particolare sito, ma a quel meccanismo in base al quale gli utenti del web cinese riescono a reperire nuove informazioni attraverso la condivisione delle informazioni a loro disposizione con altri utenti. In sostanza, se un utente ha in mano una fotografia, un nome oppure un qualsiasi altro elemento riferito ad una persona e da questo vuole risalire ad altri dati, pubblicherà quanto ha a disposizione su qualche forum o sito, chiedendo agli altri netizen di condividere quanto sanno in merito. Anche se le potenzialità di un simile strumento sono praticamente infinite (in fondo si tratta di una modalità innovativa di condivisione delle conoscenze), negli ultimi anni si è assistito ad una preoccupante tendenza che vede il motore di ricerca di carne umana utilizzato per pubblicare i dati personali di persone che l&#8217;opinione pubblica cinese considera moralmente riprovevoli, dagli adulteri ai responsabili di maltrattamenti nei confronti di animali, da ragazze ritratte in pose sexy a truffatori di ogni genere. In sostanza, attraverso il motore di ricerca di carne umana gli utenti si trasformano in una sorta di giustizieri, in grado di supplire alle carenze (o ai limiti naturali) del diritto.</p>
<p style="text-align: justify">Il dibattito sulla &#8220;bontà&#8221; o meno del motore di ricerca di carne umana rimane aperto. Da un lato i suoi sostenitori affermano che si tratta di uno strumento importante per rimediare alle ingiustizie sociali e per limitare lo strapotere dei funzionari corrotti. A sostegno di questa tesi portano diversi casi in cui nel tritacarne sono finiti ufficiali locali, da Lin Jiaxiang, funzionario delle dogane di Shenzhen, filmato in un ristorante dopo aver tentato di abusare di una bambina di undici anni, a Zhou Jiugeng, direttore del dipartimento immobiliare di un distretto di Nanchino, il cui lussuosissimo orologio al polso e la carissima marca di sigarette fumate hanno sollevato un&#8217;infinità di dubbi. D&#8217;altro canto invece i detrattori mettono in discussione la dubbia morale di quelli che sono visti alla stregua di veri processi sommari on-line, un&#8217;edizione moderna delle sessioni di critica della Rivoluzione Culturale, senza contare poi la problematicità dal punto di vista della privacy delle vittime. Dal mio personale punto di vista, come ho già avuto modo di scrivere, il motore di ricerca di carne umana non è altro che l&#8217;emanazione di un profondo (ed irrisolvibile) dilemma etico: agli occhi dell&#8217;opinione pubblica alcune persone meritano di essere punite, ma la giustizia ordinaria non è in grado di provvedere. L&#8217;unica via d&#8217;uscita da questa situazione potrebbe essere il completamento dell&#8217;apparato giuridico ed una legislazione più efficace per la tutela dei dati personali.</p>
<p style="text-align: justify">Ritornando alla questione del &#8220;popolo della rete&#8221;, devo dire che questo fenomeno mi affascina principalmente per le sue implicazioni politiche e sociali. A mio avviso, si tratta della chiara dimostrazione che anche in un sistema politico autoritario e repressivo come quello cinese esistono spazi di manovra che i comuni cittadini possono sfruttare per tutelare i propri diritti e promuovere i propri interessi. Questa non è una grande novità per chi segue con una certa attenzione e un minimo di costanza quanto avviene in Cina, eppure credo sia un aspetto che per anni è stato sottovalutato dai media di casa nostra. Nell&#8217;ultimo decennio ai lettori italiani la Cina è stata descritta come uno vero e proprio stato di polizia, una realtà in cui un governo repressivo e violento tiene sotto controllo ogni aspetto della vita dei cittadini, sudditi inermi e impauriti. Con questo si è mancato di cogliere uno dei fenomeni più significativi della Cina di oggi, vale a dire la rinascita della coscienza civile e lo sviluppo di nuove forze sociali dal basso.  Con questo non intendo certo negare gli aspetti più deleteri dell&#8217;esercizio del potere da parte delle autorità cinesi &#8211; si veda ad esempio quanto ho scritto la scorsa estate sulla <a href="http://appunticinesi.blog.unita.it//Repressione_silenziosa_531.shtml" target="_blank">campagna di intimidazioni</a> messa in atto dal governo cinese contro le organizzazioni della società civile -, vorrei semplicemente sottolineare come la società cinese sia molto più complessa ed articolata di come è stata descritta dai media nostrani negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure non tutti condividono il mio ottimismo nei confronti del &#8220;popolo della rete&#8221;. Un paio di giorni prima del mio intervento a Venezia, ho avuto un&#8217;interessante discussione con <a href="http://www.livestream.com/oilproject/video?clipId=flv_515582b3-94f3-47dc-899c-cee999480413" target="_blank">Renzo Cavalieri</a>, docente di diritto dell&#8217;Asia orientale a Ca&#8217; Foscari e da anni analista di affari cinesi, in merito alla questione dell&#8217;influenza dell&#8217;opinione pubblica cinese sul funzionamento dell&#8217;apparato giudiziario. Se io in questo fenomeno leggevo soprattutto una funzione di bilanciamento &#8220;dal basso&#8221; nei confronti di un sistema giudiziario pesantemente condizionato dalle interferenze ufficiali, il professor Cavalieri mi faceva notare come la spontaneità di queste manifestazioni fosse quantomeno dubbia, in quanto in fin dei conti tutto potrebbe non essere nient&#8217;altro che l&#8217;ennesimo meccanismo di legittimazione del potere, una serie di concessioni mirate, finalizzate a convincere la società cinese della bontà della autorità e della loro disponibilità al dialogo. Uno spunto interessante per un&#8217;ulteriore riflessione sull&#8217;argomento.</p>
<p style="text-align: justify">Anche in Cina sono state sollevate diverse perplessità sulle potenzialità del popolo della rete. In un commento intitolato &#8220;La forza della volontà popolare sul web è solo una fantasia&#8221;, pubblicato in novembre sulla rivista <em>Phoenix Weekly</em>, l&#8217;editorialista Shi Yong sosteneva una tesi in controcorrente: anche se siamo entrati in un&#8217;epoca in cui il concetto di &#8220;popolo&#8221; (<em>renmin</em>) è passato di moda e in cui è il &#8220;popolo della rete&#8221; (<em>wangmin</em>) a mostrare appieno la propria forza, affermare che quest&#8217;ultimo è davvero potente è affrettato. &#8220;Per prendere in prestito una citazione del presidente Mao &#8211; scrive Shi Yong -, il popolo della rete è solo una tigre di carta&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Oltre a notare come il motore di ricerca di carne umana sia un deterrente alquanto efficace nei confronti dei funzionari corrotti (la burocrazia cinese sarebbe talmente ampia che un monitoraggio estensivo da parte dell&#8217;opinione pubblica si rivela sostanzialmente impossibile), Shi Yong esprimeva dubbi molto simili a quelli sollevati da Renzo Cavalieri. Per utilizzare le sue parole: &#8220;Di fatto, l&#8217;identità del ‘popolo della rete&#8217; ha ottenuto una certa connotazione politica ed ha attraversato un processo di trasformazione in cui è stata resa affascinante. Ciò è avvenuto solamente quando [le autorità] si sono rese conto di non essere in grado esercitare un controllo efficace sulla rete. Dato che non si poteva ignorare la voce che indicava la corruzione dell&#8217;intero sistema, per risolvere la ‘crisi di legittimazione&#8217; questa voce è stata resa affascinante attraverso l&#8217;etichetta di ‘volontà popolare&#8217;. Riportare alla luce il suo elemento più alla moda può servire a ricreare un senso di vicinanza tra il popolo della rete e i livelli più elevati del potere. Oggi quella del popolo della rete che chiede conto al governo è diventata una vera e propria marea e ciò implica che il sistema di potere è perfettamente consapevole dell&#8217;utilizzo della ‘forza della volontà popolare sul web&#8217; come confezione della legittimazione politica&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">In definitiva, che dire del &#8220;popolo della rete&#8221;? Si tratta di un semplice strumento per la legittimazione del potere oppure dell&#8217;espressione spontanea di forze sviluppatesi in seno alla nascente società civile cinese? Nel primo caso, com&#8217;è riuscito il governo cinese a creare questa formidabile illusione di libertà? Nel secondo caso, come si spiega l&#8217;esistenza di forme virulente di contestazione su una delle reti più controllate al mondo? Tutti interrogativi a cui prima o poi bisognerà rispondere.</p>
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