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	<title>Cineresie.info &#187; Mao</title>
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		<title>Radio rassegna: viaggio a Sud, pena di morte per Wu Ying e opere scelte di Mao</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 14:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Radicioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[anniversari]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa settimana al centro della nostra consueta rassegna in collaborazione con Radio Radicale vi sono il ventesimo anniversario del "Viaggio a Sud" di Deng Xiaoping, la vicenda della condanna a morte dell'imprenditrice Wu Ying e la recrudescenza del dibattito sull'autenticità delle "Opere scelte di Mao Zedong".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="400" height="24" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/344752?30105" /><embed width="400" height="24" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer.swf?30105&amp;config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/344752?30105" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Questa settimana al centro della nostra consueta rassegna in collaborazione con Radio Radicale vi sono il ventesimo anniversario del &#8220;Viaggio a Sud&#8221; di Deng Xiaoping, la vicenda della condanna a morte dell&#8217;imprenditrice Wu Ying e la recrudescenza del dibattito sull&#8217;autenticità delle &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Deng-1992.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-5282" title="Deng-1992" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Deng-1992.jpg" alt="" width="500" height="369" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Ventesimo anniversario del &#8220;Viaggio a Sud&#8221; di Deng Xiaoping</h2>
<p style="text-align: justify;">Sono passati vent’anni dal &#8220;Viaggio a Sud&#8221; di Deng Xiaoping, uno degli ultimi atti  pubblici compiuti dall’architetto delle riforme economiche cinesi. Nel giro di conferenze del <strong>gennaio 1992</strong>, Deng continuò a marcare l’importanza che la Cina proseguisse sul <strong>cammino di riforme</strong> e di apertura. Si è trattato di un gesto di portata epocale, soprattutto considerato il fatto che erano passati solo pochi anni dagli eventi della Primavera  del 1989, cosa che non solo aveva portato alla tragica repressione del movimento studentesco e operaio, ma anche ad una <strong>drammatica spaccatura</strong> all’interno del Partito e al temporaneo arresto di qualisiasi tentativo di riforma. Il <em><a href="[http://news.qq.com/a/20120118/001643.htm">Xinjingbao</a> </em>così ricorda il &#8220;Viaggio a Sud&#8221;:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dal 18 gennaio al 21 febbraio 1992, Deng Xiaoping viaggiò per Wuchang, Shenzhen, Zhuhai, Shanghai ed altri luoghi, tenendo una serie di “Conferenze sul viaggio a Sud”. Questi discorsi contribuirono a far avanzare la politica delle Riforme e dell’Apertura cinese, stabilendone i nuovi punti chiave e concludendo la lunga disputa sulla definizione “Capitalista Vs. Socialista” della Cina. La strada per le riforme era stata ritracciata e si spingeva per la <strong>messa in pratica</strong> di queste ultime a partire da quel momento. I “Tre vantaggi” [sviluppare le forze produttive della società, rinvigorire i Paesi Socialisti, migliorare gli standard di vita del popolo, <em>NdT</em>] erano da considerare come base comune della nuova fase di “liberazione del pensiero”, diventando degli importanti criteri per la valutazione e l’ orientamento  dello<strong> sviluppo dell’economia di mercato</strong> della Cina socialista a partire dagli anni ’90; nell’intera società c’era un’atmosfera di libera innovazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi dieci anni dopo, alla fine del 2001, la Cina si unì alla <strong>WTO</strong>: per la prima volta da più di un Secolo c’era stata un’iniziativa di legarsi al sistema economico globale alla guida dei Paesi sviluppati; avvicinandosi al ventennale, nel <strong>2011</strong>, il sistema economico occidentale è sprofondato più volte in una crisi socioeconomica che ha inglobato ogni cosa ed ha reso difficile liberarvisi, mentre l’economia cinese ha fatto diventare lo Stato la seconda potenza mondiale, e continua la <strong>tendenza al rapido svilupp</strong>o.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma proprio come molte persone credono, trent’anni dopo la politica di Riforme ed Apertura, la società cinese sta entrando in una fase chiave di “fortificazione”, continuando ad aver bisogno di prendere delle decisioni, aprire una nuova strada al passaggio delle riforme. <strong>Solo con le riforme si può ottenere una vera stabilità ed un vero sviluppo</strong>;  per “fare progressi mantenendo la stabilità”, ci vuole la stabilità e ci vuole anche il progresso.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche su Weibo non mancano i commenti. Ad esempio <a href="http://weibo.com/u/1496825941">Yang Jinlin</a>, personaggio noto nell’ambiente mediatico, capo di una stazione televisiva satellitare ad Hong Kong e già esperto di attualità alla Phoenix TV, ha commenato:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A più di trent’anni dalle Riforme e dall’apertura, a vent’anni dal viaggio a Sud di Deng Xiaoping, a quindici anni dal ritorno di Hong Kong alla Cina, le relazioni fra le due parti sono entratie in una fase di interazione pacifica per lo sviluppo; per il quinto anno i rapporti fra le due sponde e le quattro terre (Cina, Hong Kong, Macao e Taiwan) si avvicinano sempre più, cercando la riconciliazione, cercando di ottenere un’armoniosa coesistenza; un vantaggio per tutte le parti è già stato conquistato nelle prime fasi, e per i problemi che già esistevano si tenderà ad un’interazione da vicino, in modo da annullarli o da cercare un modo per risolverli; si deve stare attenti alla potenza del linguaggio dell’ultra-sinistra, che ora è in una posizione di riguardo.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sempre su Weibo, <a href="http://weibo.com/xzp9hmvmvhskcf8q">Lu Guoping</a>, noto opinionista, ha affermato :</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se diciamo che 20 anni fa, durante il viaggio a Sud, Deng Xiaoping avesse sostenuto la protezione dell’economia di mercato, liberando a fondo la forza produttiva e lasciando che la Cina diventasse davvero benestante, avrebbe lasciato questo alla generazione di vent’anni dopo: forse ci sarebbe stato bisogno di Governare secondo la Legge e di attuare lo sviluppo della democrazia, risolvere la “divisione  delle fette di torta” ed il problema dell’equilibrio dei poteri successivo allo sviluppo delle ricchezze, attraverso delle riforme strutturali del sistema politico. Altrimenti si sarebbe tornati ad uno stato di cose stabile ma dominato dal terrore, e prima o poi l’operato di riforma sociale della Cina del compagno Deng sarebbe andato sprecato, e la sua scelta di Riformare ed aprire sarebbe stata condannata.</p>
</blockquote>
<h2>La condanna a morte di Wu Ying</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Wu-Ying.jpg"><img class="alignleft  wp-image-5283" style="margin: 8px;" title="Wu-Ying" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/Wu-Ying-291x300.jpg" alt="" width="206" height="212" /></a>Sta crescendo in questi giorni il <strong>dibattito in Cina sulla pena di morte</strong>. E’ di questa settimana la sentenza capitale per Wu Ying – una-tycoon cinese già indicata come la sesta donna più ricca della Repubblica Popolare – <strong>condannata a morte per truffa</strong> nella gestione della raccolta di fondi, per un reato economico e non di sangue. Sono in molti, nella blogsfera e sui social network cinesi, a ritenere che una condanna così severa sia la conseguenza del fatto che Wu Ying abbia coinvolto nello scandalo alcuni funzionari locali. L&#8217;avvocato Liu Xiaoyuan così ha commentato <a href="[http://blog.sina.com.cn/s/blog_49daf0ea0102dxay.html">sul proprio blog</a>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Secondo quanto riportato dai media, il 18 gennaio 2012 la Corte suprema del Popolo della provincia del Zhejiang ha condotto la seconda udienza per il caso di raccolta fondi fraudolenta dell’imputato Wu Ying, respingendone l’appello, e confermando la condanna a morte già espressa nella prima udienza, dopo che il caso è stato rivisto dalla Corte Suprema. La Corte è convinta che la somma raccolta in maniera fraudolenta dalla signorina Wu Ying sia immensa, e rappresenti un’importante perdita per il Paese e per il popolo; la sinopsi del crimine è particolarmente grave, e la Legge prevede una pena importante. Dal maggio 2005 al febbraio 2007, Wu Ying ha raccolto illegalmente 770 milioni di Yuan, dei quali 380 milioni erano già impossibili da recuperare quando il caso è venuto allo scoperto, rappresentando un grande debito. Date le caratteristiche particolari del caso di Wu Ying, non solo molta gente segue la vicenda con interesse, ma anche all’interno della stessa Corte, la responsabilità penale e la misura della pena continuano senza sosta a scatenare dispute.</p>
</blockquote>
<div>Su Weibo il dibattito è acceso. <a href="http://weibo.com/liugecctv">Liu Ge</a>, noto commentatore economico, afferma che:</div>
<blockquote>
<div style="text-align: justify;">Riguardo al caso di Wu Ying, ritengo che: 1) anche se adesso le accuse hanno stabilito che la colpevolezza Wu Ying non debba essere punita con la pena capitale, è come se condannare Wu Ying a morte fosse un dispiacere delle amministrazioni cinesi; 2) Se le dispute all’interno dell’ economia popolare non prevedono l’intervento delle amministrazioni e dell’esecutivo, torniamo all’antico “Il popolo non chiede, il governo non investiga”; 3) Il monopolio delle banche non è il pretesto per un’azione di frode, il punto centrale del caso di Wu Ying è definire se il suo comportamento sia una “ raccolta illegale di fondi” oppure  una “frode bancaria”.</div>
</blockquote>
<div style="text-align: justify;"><a href="http://www.weibo.com/fanlixiang21">Fan Lixiang</a>, un altro commentatore economico, scrive:</div>
<blockquote>
<div style="text-align: justify;">(Secondo l’attivista Teng Biao, la vita di Wu Ying dipende da noi) “gli impostori vanno puntiti, ma chi usurpa il potere del Paese punisce gli altri. Le amministazioni della giustizia sono solo un’apparenza, vanno a caccia di persone da uccidere e strumentalizzare, e basta.” “Nella società ci sono troppe idee e dogmi rigidi, politiche e leggi arretrate, che vanno contro la natura umana” “Wu Ying è una che si muove sfruttando una falla dopo l’altra del Sistema. La disperazione ed il senso di impotenza mostrati quando lei ha sentito il verdetto di condanna a morte,  sono la nostra disperazione ed il nostro senso di impotenza.“</div>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">Dibattito sull&#8217;autenticità delle &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221;</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/poster-mao.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5285" style="margin: 6px 8px;" title="poster-mao" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2012/01/poster-mao-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>Sono quasi vent&#8217;anni che in Cina si discute dell&#8217;autenticità delle &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221;, che secondo alcuni sarebbero opera di un team di ghost writer. Recentemente un testo circolato in rete intitolato &#8220;La verità sulle opere scelte di Mao&#8221;, firmato da Luo Bing, ha portato ad una recrudescenza del dibattito. In <a href="http://apps.hi.baidu.com/share/detail/19568415">questo scritto</a> si leggeva:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A metà del giugno 1995, il Centro di Ricerca sulla Letteratura del Partito, il Centro Ricerche di Storia del Partito e la Scuola del Partito si sono coordinati per presentare al Segretariato della Commissione Centrale un rapporto scritto intitolato &#8220;Verifiche, idee e ricerche testuali sui manoscritti delle <em>Opere scelte di Mao Zedong</em> &#8220;.<br />
Secondo questo rapporto, &#8220;di tutti i 160 articoli nei quattro volumi delle <em>Opere scelte di Mao Zedong</em>, solo 12 sono stati scritti di suo pugno, 13 sono stati da lui rivisti, mentre il resto è stato redatto da altri leader del Comitato Centrale, oppure dagli uffici del Comitato Centrale e dai segretari di Mao».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non solo il termine &#8220;Opere scelte di Mao Zedong&#8221; è stato bloccato nelle ricerche su Weibo, ma questo ha portato ad un&#8217;immediata reazione da parte del <em>Quotidiano del Popolo</em>, che ha pubblicato un <a href="http://art.people.com.cn/GB/205643/206272/206275/16906890.html">lungo articolo</a> firmato da Qi Deping, specialista degli archivi del Comitato Centrale del Partito:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">I nostri funzionari degli Archivi confermano che  lo scritto “La verità sulle<em> Opere scelte</em>” è infondato. L’articolo dice che: <em>«Le opere scelte</em>» dal volume 1 al 4 sono state scritte di proprio pugno dal compagno Mao Zedong, principalmente durante il periodo della nuova rivoluzione democratica. Questi scritti, nell’esplorare  la via della rivoluzione in Cina, catturano la vittoria della nuova rivoluzione democratica, stabilendo la nuova Cina, rappresentando una profonda ed enorme influenza per il popolo. Si può tranquillamente affermare che nella storia moderna della Cina nessuno scritto di nessun personaggio storico può essere paragonato a questo come importanza. Il compagno Mao Zedong ed il suo pensiero sono la sublime immagine nel cuore del popolo cinese, sono qualcosa che nessuna forza, né fisica né di tipo intellettuale, riuscirà mai a calunniare. Chi prova a farlo, non fa altro che darsi la zappa sui piedi. I documenti sono prove storiche, e la storia non tollera manomissioni!</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>(in collaborazione con Beatrice He; traduzioni di Antonio Leggieri)</em></p>
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		<title>Cheng Wenjun: sulle tracce di Mao</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 12:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallerie]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante nel 1980 le autorità cinesi avessero emanato un’ordinanza che imponeva di ridurre il numero delle statue di Mao, qualche centinaio di sculture è arrivato intatto fino ai giorni nostri. Sono ormai quindici anni che Cheng Wenjun percorre in lungo e in largo il Paese alla ricerca delle ultime effigi rimaste. Con Searching for Mao, uno slide-show di otto minuti, vi presentiamo una selezione delle sue foto, mai pubblicate né in Cina né all’estero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><iframe src="http://player.vimeo.com/video/35243527?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" frameborder="0" width="549" height="309"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Cheng Wenjun</strong> è un fotografo e scultore cinese.</p>
<p align="JUSTIFY">Circa vent&#8217;anni fa, quando ancora lavorava per un&#8217;agenzia pubblicitaria e si trovava in trasferta nella provincia dello Xinjiang, si trovò a <strong>scattare una fotografia</strong> che gli avrebbe cambiato la vita. Il soggetto era una<strong> statua</strong> di Mao Zedong, il braccio destro a indicare verso mete lontane, che sorgeva al centro della piazza di Kashgar, antico centro lungo la Via della Seta.</p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto Cheng ne sapeva, un’ordinanza emanata dal governo centrale nel lontano 1980 aveva imposto che le statue di Mao sparse per il paese venissero abbattute. Quella foto lo colpì come un fulmine: quel giorno comprese che se una statua di Mao <strong>si era conservata</strong> anche in quel luogo così lontano dal mondo e dall&#8217;immaginario comunista, le effigi dedicate al Presidente Mao sparse per il Paese dovevano essere ancora decine, se non centinaia. I luoghi e le storie legate a questi simboli del <strong>culto della personalità</strong> del Grande Timoniere andavano documentati prima che fosse troppo tardi.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel frattempo la Cina si è trasformata, la forma di molte città è stata stravolta, molte statue non ci sono più, ma altre sono rimaste in piedi, protette dalle comunità locali o assurte a simbolo di un passato sempre più mitizzato.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Dal 1997</strong> Cheng viaggia per il paese cercando di documentare quanto di questo passato è sopravvissuto. Nel suo cammino incrocia storie, persone e luoghi che raccontano del cambiamento e della memoria di colui che, nonostante le immense tragedie causate nei decenni in cui è stato al potere, è rimasto sempre <strong>nel cuore del popolo</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo slideshow che proponiamo è stato realizzato in occasione della mostra che si è tenuta a dicembre 2011 a Venezia nella Biblioteca alle Zattere, in collaborazione con il Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia e sull&#8217;Africa Mediterranea dell&#8217;Università Ca&#8217; Foscari e l&#8217;Istituto Confucio veneziano.</p>
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		<title>I dannati di Jiabiangou</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 13:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[È trascorso appena mezzo secolo da quando tremila “elementi di destra” sono stati condannati alla rieducazione attraverso il lavoro a Jiabiangou, una località ai margini del deserto del Gobi. Nel triennio successivo, appena trecento di questi sono sopravvissuti, mentre tutti gli altri sono morti di fame e di stenti nella terribile carestia seguita al Grande balzo in avanti. Cinquant’anni dopo, cosa resta di quell’insensata tragedia? Un reportage sulle orme della memoria. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/09/jiabiangou.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-4470" title="jiabiangou" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/09/jiabiangou-1024x576.jpg" alt="" width="577" height="365" /></a>un fotogramma tratto da <em>The Ditch &#8211; Jiabiangou</em>, di Wang Bing</h3>
<p style="text-align: justify;">Jiabiangou. Quello che un tempo era un inferno di sabbia e polvere, ora è un’oasi di verde ai confini dell’immensa distesa del Gobi. Là dove poco più di cinquant’anni fa gli “elementi di destra”, i reietti della società cinese, scavavano e seminavano fino allo sfinimento, in un disperato quanto folle tentativo di rendere coltivabile il suolo desertico, ora contadini sorridenti sono al lavoro in campi di mais, peperoncino e girasoli, ignari di beneficiare del frutto del sangue e del sudore dei loro predecessori. Le baracche che allora alloggiavano i detenuti sono state rase al suolo e le tombe delle centinaia di caduti nella grande carestia del Sessanta sono state inghiottite dalla sabbia, i loro occupanti consegnati all’oblio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1957 tremila persone erano arrivate nel campo di lavoro di Jiabiangou, condannate a espiare le proprie colpe; tre anni dopo, meno di trecento ne erano uscite vive. Tutte le altre erano state uccise dalla<strong> fame</strong> e dalla <strong>fatica</strong>. Eppure, nessuna targa commemora quanto accadde quaggiù: uomini e deserto per una volta sembrano essere in perfetta sintonia nel <strong>cancellare ogni traccia</strong> della tragedia avvenuta in queste terre. Quello che altrove sarebbe una meta di pellegrinaggio, qui è l’apoteosi della smemoratezza e dell’indifferenza. Emblematica è la scritta su una lavagna nei pressi dell’ingresso, un invito ad “accogliere con gioia il novantesimo anniversario della fondazione del Partito, lanciare un <em>grande balzo</em> nella forestazione”. Certo, quello stesso Partito che cinquant’anni fa qui causò la morte di centinaia di persone con la sua folle idea di “un grande balzo in avanti”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arco che segnala l’ingresso a quella che oggi è un’area forestale riporta una semplice calligrafia con i caratteri che compongono il nome “Jiabiangou”, ma agli occhi di un occidentale non può che evocare orride visioni d’altri tempi e d’altri luoghi. Avrebbe potuto benissimo esserci scritto “il lavoro rende liberi” e nessuno se ne sarebbe stupito.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/09/Jiabiangou-7.jpg"><img class="size-medium wp-image-4479 alignleft" style="margin: 8px;" title="Jiabiangou 7" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/09/Jiabiangou-7-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>In un cartello posto nei pressi dell’ingresso, poche righe ricostruiscono la storia pluridecennale della fattoria di Jiabiangou: “Costruita nel 1954, ha cinquant’anni di storia. Nel 1957 è diventata la fattoria per la rieducazione e per la riforma attraverso il lavoro (<em>laogai laojiao nongchang</em>) di Jiuquan, nel 1962 è diventata la fattoria Stella Rossa, nel 1968 è stata presa in gestione dall’esercito…”</p>
<p style="text-align: justify;">E i dannati di Jiabiangou, quelle persone innocenti condannate a lavorare allo sfinimento nel deserto, <strong>abbandonate dallo Stato</strong> e dalla società nel momento del bisogno, costrette a divorare i corpi dei propri compagni per sopravvivere? Non meritano neppure un cenno? Nell’intera area forestale, l’unica traccia che rimane di costoro sono alcuni alberi piantati in quei tempi oscuri, nient’altro. E poco importa che tutta la vegetazione che ora ricopre l’area abbia potuto crescere solamente grazie lavoro di quegli schiavi d’altri tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non tutti però hanno dimenticato. La sabbia del deserto e l’indifferenza delle successive generazioni non sono state sufficienti a soffocare le voci dei sopravvissuti, raccolte grazie al coraggio e alla pazienza di poche persone. Chi erano i dannati di Jiabiangou? Che cosa hanno patito e perché? Per cominciare a capire, è importante rievocare la storia di una primavera di tanti anni fa.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Dai cento fiori ai campi di lavoro</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Tutto era iniziato nel migliore dei modi nel maggio del 1957, quando l’intero paese aveva vissuto un mese di inattesa apertura e vivacità intellettuale grazie alla nuova campagna di massa lanciata dai vertici del Partito, una grande mobilitazione poi passata alla storia come “<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CCAQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fen.wikipedia.org%2Fwiki%2FHundred_Flowers_Campaign&amp;rct=j&amp;q=hundred%20flower&amp;ei=nfV2ToqQNIT0sgaHqqyqCw&amp;usg=AFQjCNF-ULHeJziWs46YPvDVRkTBoUBOwQ&amp;sig2=LAW64iYcgo7fpYHrcUv-Lg&amp;cad=rja">movimento dei cento fiori</a>” (<em>baihua yundong</em>). Lo stesso Mao in un suo <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CB4QFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.bibliotecamarxista.org%2FMao%2Flibro_14%2Fsull_sol_cd_sen_pop.pdf&amp;rct=j&amp;q=contraddizioni%20in%20seno%20al%20popolo&amp;ei=zfV2TvreOIn2sgaB5pS7Cw&amp;usg=AFQjCNFcTRqRKdqjzWJVWDq1ol1Mc_YEsw&amp;sig2=encbAuUTQjDJNY_BK1OS6Q&amp;cad=rja">celebre discorso</a> era intervenuto per incoraggiare la popolazione ad offrire le proprie critiche alla classe dirigente, sulla base dello slogan “che cento fiori sboccino e cento scuole di pensiero dibattano” (<em>baihua qifang, baijia zhengming</em>). Eppure, anche se l’obiettivo, in linea teorica, era quello di permettere al Partito di raccogliere critiche e rettificare il proprio stile di governo, inizialmente la società aveva risposto con scarso entusiasmo. Solamente dopo un periodo iniziale di diffidenza, gli intellettuali cinesi, inebriati dalla ritrovata libertà, si erano lanciati in un <strong>crescendo di critiche</strong> nei confronti dei propri governanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben presto, qualcosa era andato storto. Anche se solamente una minoranza si era spinta al punto di mettere in discussione il monopolio politico del Partito, la voce di questi era risuonata forte e chiara, un fatto che aveva spinto la leadership cinese a fare un clamoroso passo indietro. Già nel luglio del 1957 il Partito aveva lanciato un nuovo movimento di segno opposto rispetto a quello appena concluso, la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anti-Rightist_Movement">Campagna contro gli elementi di destra</a> (<em>fanyoupai yundong</em>). Di fatto, si trattava di un attacco senza precedenti c<strong>ontro gli intellettuali</strong> che nei mesi precedenti avevano espresso le proprie opinioni. In quell’occasione, centinaia di migliaia di persone erano state condannate come “elementi di destra” (<em>youpai</em>), molte delle quali semplicemente per coprire quote prestabilite dagli organi centrali o per ritorsioni da parte di colleghi privi di scrupoli. Costoro erano stati mandati a rieducarsi in <strong>campi di lavoro</strong> sparsi nelle campagne e avevano così popolato l’arcipelago dei gulag cinesi. Le cifre erano imponenti, basti pensare che nel 1980, quando il governo cinese ha deciso di riabilitare questi “elementi di destra”, sono state ben 552.877 le persone che hanno beneficiato della nuova politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significava “rieducarsi attraverso il lavoro” nella Cina della metà degli anni Cinquanta? La “rieducazione attraverso il lavoro” (<em>laodong jiaoyang</em>, da non confondere con la “riforma attraverso il lavoro”, <em>laodong gaizao</em>, riservata ai criminali condannati penalmente) era un istituto giuridico applicato  a “coloro che non possono essere incarcerati e condannati, che non sono politicamente affidabili e quindi non possono mantenere i propri posti, e che andrebbero ad aumentare il peso della disoccupazione se rilasciati in seno alla società.”</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’agosto del 1957, in coincidenza con la Campagna contro gli elementi di destra, un nuovo documento emesso dal Consiglio degli affari di Stato aveva ampliato le categorie che potevano essere soggette alla <strong>rieducazione attraverso il lavoro</strong> a coloro che, privi di un’occupazione, commettevano ripetutamente reati minori; ai contro-rivoluzionari di secondaria importanza; ad ex-dipendenti statali espulsi dalla propria unità di lavoro e incapacitati a guadagnarsi da vivere; a dipendenti indisciplinati che creavano continue difficoltà sul posto di lavoro; ai recidivi che  commettevano attività dannose per l’ordine pubblico e alle prostitute.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, nonostante in linea teorica all’epoca il focus del <em>laojiao </em>fosse occupazionale, la campagna contro gli elementi di destra aveva immediatamente messo in luce le implicazioni di questo istituto per la <strong>dissidenza politica</strong>. Dati precisi non ce ne sono, ma stando alle statistiche ufficiali relative agli internati in un campo di lavoro nello Shandong nel triennio 1957-59 – gli unici dati del genere ad oggi disponibili – risulta che in quel periodo su 16.695 condannati, 9.858 (il 59%) fossero detenuti per ragioni politiche, con l’etichetta di contro-rivoluzionari, elementi di destra o reazionari, tre termini adottati dal Partito per giustificare gli arresti in occasione delle varie campagne di massa degli anni Cinquanta e successivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Se l’essere “<a href="http://baike.baidu.com/view/228981.htm">contro-rivoluzionario</a>” (<em>fangeming fenzi</em>) si era configurato come un vero e proprio reato sin dal 1951, quando era stata lanciata la “Campagna per reprimere i contro-rivoluzionari” (<em>zhenya fangeming yundong</em>), e ancora nel 1979 tale crimine (<em>fangemingzui</em>) sarebbe stato inserito nel codice penale, dove sarebbe rimasto fino al 1997, il termine “<a href="http://baike.baidu.com/view/1634468.htm">elemento di destra</a>” (<em>youpai fenzi</em>) era stato coniato specificamente in occasione della repressione seguita ai Cento fiori. Una circolare del Partito datata 15 ottobre 1957 che aveva stabilito una serie di criteri, alquanto sfuggenti, per identificare un “elemento di destra”: l’opposizione al sistema socialista, l’opposizione alla dittatura del proletariato, l’opposizione al ruolo dominante del Partito comunista nella vita politica nazionale, e così via. Ancora più vaga era poi la definizione di “reazionario” (<em>fandong fenzi</em>), per cui non risulta alcuna codificazione scritta, neppure di facciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Nuove istituzioni si erano rese necessarie per raccogliere la grande quantità di persone condannate per questi crimini arbitrari. Come ha scritto Fu Hualing in <a href="http://journals.cambridge.org/production/action/cjoGetFulltext?fulltextid=358803">uno studio</a> del 2005, “l’espansione dell’uso del <em>laojiao </em>e la campagna contro gli elementi di destra contribuirono al crescente abuso del <em>laojiao</em>. Le istituzioni del <em>laojiao </em>furono estese anche al livello locale del governo. Nelle aree rurali, ad esempio, le contee e le comuni iniziarono a stabilire le proprie istituzioni per il <em>laojiao </em>per incarcerare persone che le autorità locali consideravano deviate, in particolare i fannulloni.” La cosa peggiore era che prima del 1963 i documenti amministrativi non prevedevano alcun limite temporale alla durata di questa rieducazione: per quanto ne sapevano i condannati poteva trattarsi di un paio d’anni, così come di decenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Jiabiangou era uno dei campi di lavoro in questo arcipelago, e <strong>nemmeno uno dei più grandi</strong>. Sottoposto direttamente all’amministrazione provinciale del Gansu, questo campo si trovava qualche decina di chilometri a nord della città di Jiuquan, ai margini del deserto del Gobi. I primi “elementi di destra” erano giunti il 16 novembre del 1957 e da quel momento i nuovi arrivi si erano susseguiti ininterrotti per mesi, mentre l’ultima campagna politica svolgeva il suo corso. Stando a statistiche provinciali del Gansu, nel luglio del 1957, appena un mese dopo l’inizio della campagna, nell’intera provincia erano ben 11.132 le persone condannate come “elementi di destra”. Oltre tremila di questi erano stati inviati nella sola Jiabiangou, costretti a reclamare qualche appezzamento di terra al deserto scavando pozzi e canali di irrigazione, lottando contro la sabbia e la salinità del terreno. Allora nessuno poteva immaginare la catastrofe che stava per arrivare.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Un inferno in terra</strong></h2>
<p style="text-align: justify;"> Nessuno saprà mai quante persone sono <strong>morte di fame</strong> a Jiabiangou. Questo semplicemente perché quando, nei primi mesi del 1961, le autorità centrali avevano deciso di chiudere il campo dopo essere state informate dell’entità del disastro, un medico era rimasto indietro con l’incarico di falsificare una per una le cartelle cliniche dei prigionieri deceduti, inventando una causa di morte “naturale” per ognuno di questi. Eppure non è difficile credere ai racconti apocalittici sulla vita nel campo di lavoro. In fondo, sulla tragica carestia seguita al <strong>Grande balzo in avanti</strong> è stato scritto molto – e presumibilmente si scriverà ancora molto in futuro, soprattutto se un giorno gli archivi della pubblica sicurezza cinese saranno aperti al pubblico – basta pensare a libri come “<a href="http://www.amazon.it/Hungry-Ghosts-Maos-Secret-Famine/dp/0805056688/ref=sr_1_16?ie=UTF8&amp;qid=1316418183&amp;sr=8-16">Hungry ghosts</a>” di Jasper Becker (Henry Holt and Company, 1996), o ai più recenti “<a href="http://www.amazon.it/Maos-Great-Famine-Devastating-Catastrophe/dp/1408810034/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1316418152&amp;sr=8-1">Mao’s great famine</a>” di Frank Dikötter (Walker &amp; Company, 2010) e “<a href="http://www.scribd.com/doc/19496707/%E5%A2%93%E7%A2%91-%E4%B8%AD%E5%9B%BD%E5%85%AD%E5%8D%81%E5%B9%B4%E4%BB%A3%E5%A4%A7%E9%A5%A5%E8%8D%92%E7%BA%AA%E5%AE%9E">Pietre tombali</a>” (<em>mubei</em>) di Yang Jisheng (Xianggang Tiandi Tushu, 2008).</p>
<p style="text-align: justify;">Sia Jasper Becker che Frank Dikötter dedicano un capitolo intero dei propri libri alla questione della carestia nei campi di lavoro. Se Becker menziona Jiabiangou solamente di passaggio, riferendo la testimonianza del pittore Gao Ertai, salvato da morte certa solamente per essere stato convocato dal segretario di Partito del Gansu per dipingere un quadro celebrativo del decimo anniversario dell’apertura del giacimento petrolifero di Daqing, Dikötter offre alcune cifre ricavate da documenti d’archivio fino a poco tempo fa inaccessibili:</p>
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<p style="text-align: justify;">Il primo gruppo di 2.300 prigionieri arrivò a Jiabiangou nel dicembre del 1957. Quando, nel settembre del 1960, i detenuti erano stati spostati in un’altra fattoria [Mingshui, nella contea di Gaotai], un migliaio di persone erano già morte in condizioni terribili. Erano poi seguiti altri 640 morti tra novembre e dicembre, quando il campo era finalmente stato chiuso sulla scia della caduta dal potere di Zhang Zhongliang [l’allora segretario di Partito della provincia]. In tutto, nell’intera provincia, circa 82.000 prigionieri lavoravano in un centinaio di campi per la riforma attraverso il lavoro. Nel dicembre del 1960, rimanevano appena 72.000 prigionieri, con oltre 4.000 detenuti deceduti solamente in quell’ultimo mese.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le cifre, tuttavia, non sono sufficienti a rendere l’idea dell’orrore della vita a Jiabiangou. Mentre l’intero paese era alle prese con una terribile carestia, Jiabiangou era un inferno nell’inferno. I detenuti, quasi tutti intellettuali di una certa età privi di esperienza di lavoro manuale, morivano a centinaia, i corpi rigonfi per l’edema causato dalla malnutrizione. Se all’inizio la razione mensile per ogni detenuto era di venti chili di grano, dopo il 1958 questa era scesa prima a tredici chili, poi a dieci e infine a poco più di sette. Già dopo il raccolto primaverile del 1959 le persone avevano cominciato a cadere, ma la situazione era peggiorata drasticamente nei primi mesi del 1960, quando, nel freddo e nel gelo, duemila detenuti erano stati trasferiti in un altro campo nei pressi del villaggio di Mingshui, a qualche centinaio di chilometri di distanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni si addormentavano pacificamente e il mattino seguente venivano trovati morti dai compagni, altri morivano tra atroci dolori dopo aver inghiottito cose impensabili che finivano per distruggere il loro stomaco o lacerare i loro intestini. I corpi venivano avvolti in coperte e interrati in sepolture improvvisate nel deserto, tanto che per diversi anni dopo la chiusura del campo <strong>le ossa hanno continuato ad affiorare</strong> dalla sabbia, spaventando i contadini subentrati nell’area. Nonostante nel 1969 l’esercito fosse intervenuto per recuperare i resti e seppellirli in una duna di cui ad oggi nessuno conosce l’ubicazione, nei decenni successivi il deserto avrebbe continuato a restituire ossa umane che nessuno ormai avrebbe più reclamato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se le ossa non hanno più voce, i sopravvissuti fortunatamente possono ancora parlare in loro vece. Le testimonianze dei pochi superstiti ancora in vita, raccolte negli ultimi anni da giornalisti e scrittori cinesi, restituiscono istantanee di una realtà tragica di sangue, sudore e morte. A volte non mancano <strong>risvolti grotteschi</strong>, come nel caso di Chen Zonghai, il quale era stato internato all’età di venticinque anni a causa di un gesto commesso qualche anno prima, quando ancora frequentava la scuola superiore. In quell’occasione, colpito dalla morte del figlio di Mao in Corea, aveva disegnato alcune lacrime su una foto di quest’ultimo pubblicato in prima pagina su un giornale. La sua intenzione era stata quella di esprimere la sua compassione e il suo dolore per la perdita subita dall’anziano presidente, ma come spesso capitava in quegli anni, il suo gesto era stato equivocato e il ragazzo era stato duramente criticato, finendo per abbandonare gli studi. Anni dopo, questa futile azione giovanile sarebbe tornata a perseguitarlo, portandolo a Jiabiangou.</p>
<p style="text-align: justify;">Chen Zonghai, che ancora oggi che ha più di ottant’anni fa <strong>incubi ambientati a Jiabiangou</strong>, ricorda che quando si trovava nel campo di lavoro si era convinto che i criminali condannati alla riforma attraverso il lavoro in altri <em>laogai </em>nei dintorni se la passassero molto meglio degli “elementi di destra” di Jiabiangou. Per questo aveva deciso di farsi condannare come criminale, nella speranza di ottenere un trasferimento in qualche altro istituto penale. L’unico problema era che per farsi arrestare prima doveva commettere un reato. Come prima cosa, aveva ammazzato un maiale della fattoria, cucinandolo e condividendolo con altri prigionieri, ma la cosa non era mai stata scoperta. Poi la stessa sorte era toccata ad una capra, ma anche in questo caso nessuno era venuto a cercarlo. Per ironia della sorte, solamente nel settembre del 1960, era stato condannato a cinque anni di <em>laogai</em> come contro-rivoluzionario, il tutto a causa di un’<strong>innocente dedica</strong> su una foto scattata molti anni prima con un paio di amici. Sarebbe stato rilasciato dopo un anno e due mesi in seguito al rovesciamento del verdetto, ma la definitiva riabilitazione da “elemento di destra” sarebbe arrivata solamente nel 1980.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha scritto Primo Levi in un celebre passaggio de “<a href="http://www.amazon.it/I-sommersi-i-salvati-Super/dp/8806186523/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1316418103&amp;sr=8-1">I sommersi e i salvati</a>” (Einaudi, 2007):</p>
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<p style="text-align: justify;"> I &#8220;salvati&#8221; del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l&#8217;esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della &#8220;zona grigia&#8221;, le spie. Non era una regola certa (non c&#8217;erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’ormai ultra-ottantenne He Fengming ha imparato sulla propria pelle che anche a Jiabiangou valeva lo stesso principio. Condannata come elemento di destra a causa delle attività del marito, un noto giornalista, nel 1958 He era stata mandata in un campo di lavoro nei pressi di Jiuquan, non lontano da Jiabiangou, dov’era rinchiuso il coniuge. Nei campi di lavoro della zona le donne erano un numero molto limitato, basti pensare che fra i tremila detenuti di Jiabiangou, le donne erano non più di venti. Se c’è una cosa per cui ancora oggi He Fengming prova rimorso, è il fatto di aver scritto al marito una lettera in cui affermava che gli “elementi di destra” erano tenuti a mantenere un elevato senso di auto-rispetto, non rubando il cibo della fattoria. He è tuttora convinta che queste sue parole abbiano spinto il marito a mantenere la faccia a tutti costi, portandolo a morire di fame. Quando, nel gennaio del 1961 He Fengming ha trovato per la prima volta il coraggio di chiedere un permesso per recarsi a Jiabiangou per vedere il consorte, ha scoperto che quest’ultimo era morto un mese prima. Prima di morire, per “mantenere la faccia”, non aveva mandato neppure un telegramma per chiedere aiuto ai famigliari.</p>
<p style="text-align: justify;">E sempre con la difficoltà ad adattarsi a condizioni estreme ha a che fare la storia della “donna di Shanghai”, una vicenda che, con alcune varianti, ricorre più volte nella produzione letteraria e artistica legata a Jiabiangou. I protagonisti della storia sono un giovane medico cinese laureato a Yale, tornato in Cina nel 1952 per partecipare alla ricostruzione post-bellica del paese, e sua moglie. Questa è la storia come appare in “Pietre tombali”, il già citato volume di Yang Jisheng:</p>
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<p style="text-align: justify;">Un giorno di inizio novembre, il medico Dong Jianyi si era reso conto che non gli rimaneva molto da vivere. Allora aveva detto al caposquadra Liu Wenhan: “In base alla mia esperienza, mia moglie viene una volta ogni tre mesi e le mie condizioni di salute non mi permetteranno di vederla ancora”. Dal momento che un gran numero di cadaveri giacevano esposti sul terreno, Dong Jianyi aveva spiegato a Liu Wenhan come avvolgere il suo corpo in un piumino e una coperta di cotone. Dopo tre giorni, Dong, che all’epoca aveva 35 anni, era morto. Liu Wenhan lo aveva avvolto strettamente nella coperta e lo aveva sepolto in un pozzo scavato dall’acqua piovana.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sera sette o otto giorni dopo la morte di Dong, sua moglie Gu Xiaoying era arrivata da Shanghai. Aveva aperto la tenda di stracci che copriva l’ingresso alla grotta dove vivevano i detenuti ed era entrata, chiedendo tutta eccitata: “E’ qui il vecchio Dong?”. Liu Wenhan non aveva potuto far altro che dirle: “Il vecchio Dong è morto da sette otto giorni”. Non appena aveva pronunciato questa frase, Gu Xiaoying si era abbandonata ad un pianto inconsolabile. I compagni di sventura di Dong avevano già visto moltissime morti ed erano diventati completamente indifferenti, ma alla vista del pianto della donna, lacrime silenziose avevano cominciato a solcare i loro volti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo due o tre ore, Gu si era finalmente calmata e aveva chiesto ai compagni di sventura di Dong di accompagnarla a vedere il corpo del marito. Con grande meraviglia di tutti, una volta arrivati al pozzo dove Dong doveva essere sepolto avevano scoperto che il cadavere era scomparso. Avevano dovuto cercarlo in molti, prima di trovarlo in un fossato lì dietro, abbandonato sul terreno. La coperta di cotone e il piumino che avvolgevano il corpo erano scomparsi, e la carne era stata tagliata via e mangiata. Dal momento che sul cranio non c’era carne, la testa rimaneva ancora intatta attaccata allo scheletro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gu Xiaoying allora si era gettata sullo scheletro piangendo a dirotto e baciandolo senza sosta! Lentamente era calato il buio e tutti avevano cercato di convincerla a tornare indietro a riposare, ma Gu tra le lacrime aveva detto: “Non tornerò, voglio morire con lui, voglio morire con lui”! Alcune persone allora avevano trascinato Gu Xiaoying alla grotta. In seguito, i compagni di sventura di Dong avevano recuperato alcuni pezzi di legno e del combustibile e avevano incenerito il cadavere. Liu Wenhan aveva preso una coperta per uso militare che aveva riportato con sé dalla prima linea in Corea del Nord e vi aveva avvolto le ossa, trasformando il tutto in un bagaglio che la donna poteva riportare con sé a Shanghai.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Un grande <strong>punto interrogativo</strong> rimane sulle ragioni per cui, anche quando i detenuti avevano cominciato a morire a centinaia, solamente in pochi avevano tentato la fuga. Nonostante la sorveglianza non fosse poi così stretta, la maggioranza aveva deciso di rimanere. Come interpretare questa scelta? Una delle ragioni più immediate è sicuramente di natura pratica: i detenuti semplicemente non avevano forze a sufficienza per affrontare alcune decine di chilometri di camminata nel deserto. Alcuni fuggiaschi si trovavano sfiniti a metà strada nel deserto e finivano per essere divorati dagli animali selvatici, mentre altri decidevano di tornare indietro seguendo le proprie orme nella sabbia. Tuttavia, non era solamente questo. La questione di fondo era che questi “elementi di destra” avevano un solo sogno, quello di redimersi agli occhi del Partito e della società. L’unico modo per scrollarsi di dosso l’infamante accusa era scontare fino in fondo la propria condanna. Come spiega un personaggio in un racconto dello scrittore Yang Xianhui, uno dei primi a riscoprire le vicende di Jiabiangou negli anni Novanta:</p>
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<p style="text-align: justify;">Quando avrei parlato di Jiabiangou negli anni successivi, qualcuno inevitabilmente mi avrebbe chiesto perché non avevamo provato a scappare. Alcuni scapparono. Ma la maggioranza rimase. Anche nei momenti peggiori, riponevamo grandi speranze nei nostri leader. Ci illudevamo che un giorno il Partito avrebbe capito che eravamo stati imprigionati ingiustamente e avrebbe rovesciato i nostri verdetti. Consideravamo la rieducazione attraverso il lavoro pesante una prova della nostra lealtà nei confronti del Partito comunista. Se fossimo scappati, questo sarebbe stato un tradimento della fiducia del Partito e ce ne saremmo pentiti per il resto delle nostre vite.</p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Primi passi sul cammino della memoria</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Dopo decenni di silenzio, negli ultimi anni il nome di Jiabiangou ha cominciato a ricorrere con una certa insistenza in Cina. Tutto è iniziato una decina di anni fa con il lavoro di Yang Xianhui, uno scrittore originario del Gansu oggi residente a Tianjin. Yang aveva sentito parlare per la prima volta di Jiabiangou nel 1965, quando, appena ventenne, stava lavorando in una fattoria collettiva nel deserto del Gobi. Gliene aveva parlato il direttore della cooperativa, il quale aveva accennato anche al fatto che quasi tutti gli elementi di destra lì mandati erano morti di fatica e di fame durante la carestia seguita al Grande balzo in avanti. Altri dettagli erano arrivati da alcuni suoi colleghi, elementi di destra che avevano vissuto in prima persona l’esperienza del campo di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se il giovane Yang sin dal primo istante aveva provato l’impulso di scriverne, erano dovuti passare altri trent’anni prima che decidesse di prendere in mano il telefono e iniziasse a rintracciare i sopravvissuti per raccogliere le loro storie. Allora era il 1997, il quarantesimo anniversario della campagna contro gli elementi di destra e Yang era un cinquantenne pieno di energie. Questa sua ricerca si è tradotta in una serie di storie pubblicate in sequenza sulla rivista <em>Shanghai Wenxue </em>a partire dal 2000 e poi raccolte nel 2003 in un volume intitolato “<a href="http://baike.baidu.com/view/6399059.htm">Addio Jiabiangou</a>” (<em>Gaobie Jiabiangou</em>, Shanghai Wenyi Chubanshe), parzialmente tradotto in inglese come “<a href="http://www.amazon.com/Woman-Shanghai-Tales-Survival-Chinese/dp/0307390977/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1316418027&amp;sr=8-1">Woman from Shanghai</a>” (Pantheon Books, 2009).</p>
<p style="text-align: justify;">I racconti di Yang Xianhui appartengono ad un filone letterario tipicamente cinese, la cosiddetta “<a href="http://baike.baidu.com/view/16751.htm">letteratura d’inchiesta</a>” (<em>baogao wenxue</em>), un genere a metà strada tra la letteratura e il giornalismo che è stato particolarmente in voga nella Cina degli anni Ottanta. In sostanza si trattava di vero e proprio giornalismo d’inchiesta mascherato da romanzo al fine di evitare la ghigliottina della censura. Ad un espediente simile è ricorso il documentarista Wang Bing, quando ha deciso di portare le storie di Jiabiangou all’attenzione del pubblico internazionale con un adattamento cinematografico del libro di Yang. Il risultato, un film di quasi due ore intitolato semplicemente “<a href="http://www.tudou.com/programs/view/dGFFgBT-YXo/">Jiabiangou</a>”, è stato presentato nell’edizione del 2010 della Mostra del cinema di Venezia. Appena tre anni prima, nel 2007, lo stesso Wang Bing aveva girato un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HcqnqWrhgU4">documentario su He Fengming</a>, la donna che aveva esortato il marito internato a Jiabiangou a mantenere la propria dignità.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre testimonianze letterarie da Jiabiangou sono un volume di memorie intitolato “<a href="http://baike.baidu.com/view/5847867.htm">Esperienza: il mio 1957</a>” (<em>Jingli – Wo de 1957 nian</em>, Dunhuang Wenyi Chubanshe, 2001), pubblicato a proprie spese dalla stessa He Fengming nel 2001 e un libro pubblicato dall’artista Gao Ertai “<a href="http://www.amazon.com/Search-My-Homeland-Memoir-Chinese/dp/B0046LUD4C/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1316417678&amp;sr=8-1">Alla ricerca della mia casa</a>” (<em>Xunzhao wo de jiahuan</em>, Huacheng Chubanshe, 2004).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse ancora più coraggiosa dal punto di vista editoriale è stata l’iniziativa della redazione del <em>Nandu Zhoukan</em>, che nel dicembre del 2010 ha dedicato la propria <a href="http://news.qq.com/a/20101203/000777.htm">storia di copertina</a> ai “cinquant’anni del campo di lavoro per gli elementi di destra”. Due giornalisti della rivista hanno visitato quello che rimaneva del campo di lavoro e hanno intervistato alcuni dei sopravvissuti, portando all’attenzione del grande pubbliche le loro tragiche storie. Le poche righe di presentazione della storia inserite in copertina sono sufficienti a dare un’idea della temerarietà dell’iniziativa:</p>
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<p style="text-align: justify;"> Jiabiangou è il ricordo collettivo di una ferita degli “elementi di destra”, la narrazione cinese di una situazione estrema molto simile ai gulag. Tra il 1957 e il 1960, nell’arco di tre anni, una grande carestia con pochi precedenti ha portato le migliaia di “elementi di destra” di Jiabiangou a morire di fame. Per ragioni che si possono immaginare, dopo cinquant’anni questo pezzo di storia da non dimenticare è ancora sepolto nella sabbia gialla del deserto.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dopo cinquant’anni di silenzio, nonostante il disinteresse o addirittura l’ostracismo dello Stato, grazie a questi giornalisti, scrittori e registi, i sopravvissuti finalmente hanno potuto raccontare le proprie storie, salvandole così dall’oblio. Se le ferite di Jiabiangou sono ben lungi dall’essersi rimarginate, le molteplici testimonianze pubblicate in questi anni costituiscono l’inizio di un percorso critico della memoria, un tassello nel più vasto mosaico di quello che è stato uno dei periodi più tragici per la Cina del secolo scorso. Come ha affermato Yang Xianhui, intervistato <a href="http://www.cineresie.info/addio-jiabiangou-unintervista-con-yang-xianhui/">per Cineresie</a>:</p>
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<p style="text-align: justify;">Se ho deciso di raccontare questo periodo storico non è solo per far sì che la gente rifletta su questi problemi, ma anche perché la gente si opponga a questo tipo di campagne, onde evitare che il nostro popolo debba subire ancora una volta un dolore del genere. Non possiamo assolutamente permettere che la nostra società si incammini nuovamente su quella strada. Dobbiamo trarre delle lezioni dalla nostra storia: proprio per questo ho scritto questo libro.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> E, di fatto, mentre la Cina riscopre una <strong>generale fascinazione per il mito di Mao</strong> e per l’epoca “maoista” e la memoria storica viene sistematicamente cancellata o alterata, è importante che qualcuno tenga vivo il ricordo di luoghi come Jiabiangou. Forse un giorno anche Jiabiangou verrà visitata dalle scolaresche cinesi e in Cina sarà istituita una giornata della memoria per ricordare il sacrificio di tante persone condannate ingiustamente per <strong>politiche folli</strong>. Oppure, più semplicemente, qualcuno troverà il coraggio di rompere il silenzio ufficiale e ricordare con una targa, una scritta, un memoriale, quello che Jiabiangou è stata e sempre sarà: un monito storico, il segno tangibile della <strong>follia di un’epoca</strong>. Nel frattempo, finché i tempi non saranno maturi, non si può far altro che sforzarsi di conservare quel poco che resta del passato, proteggendolo dalla sabbia del deserto e dalla deperibilità della memoria umana. Il rischio che la storia si ripeta è minimo, ma non si sa mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
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		<title>I novant&#8217;anni del Partito // Zhang Guotao, un racconto &#8220;eretico&#8221; della nascita del Partito</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 07:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[anniversari]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Zhang Guotao, uno dei fondatori del Partito comunista cinese, è stato il principale rivale di Mao Zedong nella lotta interna per il potere alla metà degli anni Trenta. Sconfitto dal rivale, passato ai nazionalisti e successivamente fuggito a Hong Kong, Zhang ha lasciato ai posteri una straordinaria autobiografia in cui ricostruisce l’ascesa del Partito comunista nel periodo tra il 1921 e il 1938. Il primo post di una trilogia su personaggi “eretici” o dimenticati del Partito delle origini.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/Zhang-Guotao-e-Mao.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3991" title="Zhang Guotao and Mao" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/06/Zhang-Guotao-e-Mao.jpg" alt="" width="322" height="336" /></a>Shanglishi, un paesino nella provincia meridionale del Jiangxi. In un pomeriggio d’inverno del 1906, un ragazzino di nove anni si affaccia alla finestra di una scuola privata e osserva con curiosità gli abitanti del paese raccogliere in fretta le proprie merci e allontanarsi di corsa in direzione delle campagne. Il suo sguardo si sofferma sulle donne e i bambini che <strong>scappano dalla città</strong> in preda al panico, sui negozianti che sbarrano l’ingresso ai propri negozi e nascondono la propria mercanzia, sulle sentinelle nervose ai piedi delle mura. Quando alle cinque del pomeriggio le porte di legno del paese vengono chiuse e l’ abitato è definitivamente separato dalla campagna circostante, egli è ancora lì alla finestra, intento ad osservare.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ragazzino si chiama Zhang Guotao e, nonostante sia figlio di una famiglia benestante, sa che, contrariamente a molti suoi compagni, i suoi genitori oggi non passeranno a prenderlo perché troppo lontani da Shanglishi. Convinto da un compagno a scappare dalla città con un paio di amici, non dimenticherà mai per il resto della sua vita il terrore provato quando, nel cuore della notte, un gruppo di briganti assetati di sangue lo sveglia mentre dorme nel retro di un negozio lungo la strada. “Tagliamo la testa ai bambini e bagniamo le nostre bandiere di battaglia nel loro sangue”; “Sarebbe bello provare le nostre sciabole sulla loro carne”; “Leghiamoli e portiamoli via con noi per chiedere un riscatto alle loro famiglie”. Solamente le suppliche del negoziante, confratello dei banditi, gli salvano la vita. Il piccolo Zhang non può sapere che questa è la <strong>prima esperienza “rivoluzionaria”</strong> della sua esistenza. Solamente qualche anno dopo capirà infatti che la ragione che aveva spinto gli abitanti del paese a darsi alla macchia non era niente meno che la prima di una serie di ribellioni associate alla <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tongmenghui"><em>Tongmenghui</em></a> di <strong>Sun Yat-sen</strong>.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Un&#8217;altra prospettiva sulla nascita del Partito</h2>
<p style="text-align: justify;">È con questa vicenda che si apre <em><a href="http://www.amazon.com/rise-Chinese-Communist-Party-1921-1927/dp/0700600728/ref=sr_1_4?ie=UTF8&amp;qid=1308656419&amp;sr=8-4">The rise of the Chinese Communist Party</a>, </em>l’ormai classica narrazione della nascita del Partito comunista cinese scritta da <strong>Zhang Guotao</strong>, uno dei fondatori del Partito stesso, nonché il principale <strong>rivale di Mao</strong> all’epoca della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lunga_Marcia">Lunga Marcia</a>. Scritta a più riprese tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, quando la stella politica di Zhang era ormai declinata e l’autore era in esilio all’estero, quest’opera in due volumi costituisce un documento storico di fondamentale importanza per comprendere le dinamiche che hanno portato alla nascita e alla crescita di un movimento politico che a breve festeggerà il suo novantesimo compleanno. Scritto da uno dei protagonisti di quell’epoca ormai lontana, il libro di Zhang Guotao infatti non solo è <strong>immune alla prospettiva “mao-centrica” </strong>che caratterizza tanta letteratura sull’argomento, ma soprattutto riporta la <strong>prospettiva  di un <em>insider</em></strong> su eventi fin troppo spesso circondati dall’alone del mito.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Le lezioni del movimento studentesco</h2>
<p style="text-align: justify;">Alcuni passaggi del libro sono vere e proprie epifanie per il lettore. Ad esempio, nel capitolo dedicato al <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/May_Fourth_Movement">movimento patriottico del quattro maggio 1919</a>, l’autore ricorda la propria <strong>esperienza di leader studentesco</strong> all’Università di Pechino. In un memorabile passaggio, egli si sofferma su un incontro avvenuto durante una delle tante spedizioni studentesche finalizzate a sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi dell’attualità:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tenendo alti i nostri striscioni, ci siamo rivolti ad una folla di oltre un centinaio di persone che si era raccolta ad un angolo di strada per ascoltarci. Il sole torrido dell’estate non li aveva scoraggiati dallo starci a sentire. Ci portavano tè e acqua e applaudivano di frequente per dimostrare la loro approvazione. Zuppi di sudore, ormai rauchi, io e i miei compagni abbiamo continuato con le nostre arringhe. Quando abbiamo finito, un anziano pastore cristiano tra il pubblico, commosso dal nostro fervore patriottico, ci ha portati a casa sua, dove ci ha edotti sull’argomento del parlare in pubblico. Ci ha fatto notare come i nostri discorsi non fossero abbastanza colloquiali e come non toccassimo argomenti che interessavano direttamente il pubblico. Inoltre, secondo lui, avevamo fallito nel collegare le ragioni della sofferenza del popolo con il movimento patriottico. Anche se stavamo facendo del nostro meglio, l’uomo medio semplicemente non poteva capire appieno cosa stavamo cercando di esprimere. Sembrava che quest’uomo vulcanico stesse cercando di trasmetterci in una sola conversazione tutta la conoscenza ottenuta grazie ad una vita di prediche. Commossi, abbiamo preso a cuore i suoi suggerimenti per migliorare il nostro lavoro.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Una lezione che in seguito sarebbe tornata utile al Partito comunista cinese.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza del movimento dei lavoratori</h2>
<p style="text-align: justify;">Notevoli sono soprattutto le parti dedicate al <strong>movimento dei lavoratori cinesi</strong>, di cui negli anni Venti Zhang Guotao è stato uno dei principali organizzatori. Zhang ricorda con particolare nostalgia la sua prima esperienza a contatto con i lavoratori di Changxingdian nell’estate del 1919. Changxingdian, un insediamento sorto in coincidenza con un importante snodo ferroviario una ventina di chilometri a sud di Pechino, all’epoca aveva una popolazione composta per la quasi totalità da lavoratori, per la maggior parte ferrovieri. Si trattava di un pubblico ideale per dei giovani usciti dal movimento del Quattro maggio, ansiosi di allargare la base del proprio movimento patriottico, e non per caso già nel 1920 proprio laggiù sarebbe sorta <strong>la prima scuola “operaia”</strong> cinese. Zhang nelle sue memorie si sofferma su un dettaglio della sua prima visita a Changxingdian, alla testa di un gruppo studentesco di propaganda. In quell’occasione, i lavoratori li avevano accolti a braccia aperta e li avevano invitati ad approfittare della loro magra ospitalità. A differenza degli altri ragazzi, che avevano rifiutato con educazione il magro pasto a base di acqua calda, verdure e panini al vapore offerto loro dai lavoratori, Zhang aveva divorato tutto con avidità, incurante delle mosche che continuavano a svolazzare intorno al cibo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ero stato l’unico che aveva inghiottito il cibo rumorosamente, proprio come loro, mentre gli parlavo di patriottismo. Forse fu proprio per questo mio comportamento che i lavoratori non crearono una barriera mentale tra me come studente e loro come operai. Il risultato fu che riuscii a stabilire un rapporto intimo con alcuni di loro.</p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">Giganti della storia moderna cinese</h2>
<p style="text-align: justify;">Lavoratori, studenti, banditi, passanti, spie sovietiche, intellettuali di belle speranze: questi sono solo alcuni dei personaggi che affollano le pagine delle memorie di Zhang Guotao. Poi ci sono anche tutti quei <strong>giganti della storia cinese moderna</strong> che Zhang ha avuto modo di conoscere di persona, da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Sun_Yat-sen">Sun Yat-sen</a> a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Li_Dazhao">Li Dazhao</a>, da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chen_Duxiu">Chen Duxiu</a> a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Li_Lisan">Li Lisan</a>, per citarne solo alcuni. Molte di queste persone sono oggi finite nel dimenticatoio, la loro storia offuscata dalla stella di Mao, eppure Zhang nelle sue memorie riesce a rendere loro giustizia, ricostruendone il carattere, il pensiero, le azioni, e non esitando a soffermarsi su quelle interminabili discussioni teoretiche sulla corretta interpretazione del marxismo e sulla linea politica da seguire con il neonato Partito. Ne emerge il ritratto straordinario di un <strong>universo intellettuale dinamico e variegato</strong>, ben lungi dall’avere un centro ideologico o un leader designato.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Mao Zedong, l&#8217;eterno nemico</h2>
<p style="text-align: justify;">Mao come esce da questa narrazione? Naturalmente a pezzi. Zhang Guotao non ha mai perdonato al suo arci-rivale la maniera in cui lo ha sconfitto nella lotta per il potere. Nei primi anni Trenta Zhang, che all’epoca era basato nella provincia del Sichuan, si era trovato a comandare un esercito numericamente di gran lunga superiore a quello di Mao, ma poi per una serie di decisioni strategiche errate – che alcuni considerano il frutto di un complotto dell’avversario – aveva perso gran parte dei suoi uomini ed era stato estromesso dal potere. Queste vicende, così come la successiva emarginazione politica maturata ai <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yan%27an">tempi di Yan’an</a>, culminata con la defezione dal Partito comunista al Partito nazionalista nel 1938 e la fuga a Hong Kong nel 1949, hanno segnato a vita Zhang e le sue simpatie. L’<strong>odio per Mao</strong> è così profondo che egli accusa apertamente Mao (e Stalin) di aver “avvelenato” il Partito comunista cinese:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ed io, allora così entusiasta dell’ideale comunista e uno dei fondatori del movimento, io che per diciotto anni avrei sgobbato come un coolie al servizio [del Partito] tra mille difficoltà, mai avrei potuto credere che non avrei avuto altra scelta che lasciare questo Pcc dopo il suo avvelenamento ad opera di Stalin e Mao Tse-tung.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nella sua <strong>amarezza</strong>, Zhang vede nella storia l’unica forza impersonale in grado di fare giustizia nei confronti di colui che lo aveva sconfitto:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le persone possono solo avvertire che in questo dramma storico Mao Tse-tung è l’unico vincitore. È vero che sin dall’inizio di questa recita Mao Tse-tung è stato un attore importante. Egli ha assorbito le esperienze di molte parti […] e ha aggiunto a tutto questo i metodi di lavoro coltivati nella sua carriera politica, inclusa l’acredine, le tattiche da gangster, l’indifferenza per i metodi utilizzati, nonché la sua versatile teoria della guerriglia. E lui se ne sta lì, che calpesta in tutte le direzioni, che balla con mani e piedi. Non è ancora certo se non finirà con la testa rotta. Quantomeno, un giudizio finale non potrà essere dato fino a quando non sarà sepolto</p>
</blockquote>
<h2 style="text-align: justify;">Un Partito di individui</h2>
<p style="text-align: justify;">Zhang Guotao non era certo un santo, anzi. Diversi resoconti lo descrivono come un <strong>comandante spietato e sanguinario</strong>, assetato di potere almeno quanto il suo rivale. Eppure, rileggere la sua testimonianza oggi, in occasione del novantesimo anniversario della fondazione del Partito, è quanto più importante perché ci permette di avere una prospettiva differente, non convenzionale, quasi “eretica”, su un evento fondamentale della storia moderna e contemporanea. Non solo. Zhang ripercorrendo la sua gioventù riesce anche a trasmettere parte dello spirito, dell’entusiasmo e degli ideali di quei giovani d’altri tempi, all’epoca poco più che ragazzini ma già al centro del vortice della storia. Questo ci ricorda che <strong>il Partito delle origini prima di tutto era formato da persone</strong>. Persone che non erano tutte uguali, come spesso tendiamo a dimenticare.</p>
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		<title>44 anni dopo, una lettera di scuse dalle guardie rosse</title>
		<link>http://www.cineresie.info/44-anni-dopo-una-lettera-di-scuse-dalle-guardie-rosse/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 02:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertine]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Solamente nel 1966, a Pechino 1772 persone morirono per le violenze delle Guardie Rosse. Oggi, oltre quarant’anni dopo, accade che le storie degli ormai anziani insegnanti e quelle degli ex studenti oggi sessantenni tornino ad incrociarsi attraverso una serie di lettere di scuse rese pubbliche dai media cinesi. I più ottimisti in questo leggono l’avvio di un processo di riconciliazione, anche se, per citare il titolo di un servizio sull’ultimo Nanfang Zhoumo, si tratta di “un inizio che è soltanto un inizio”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-3180" title="nfzm_20101104" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/nfzm_20101104.jpg" alt="" width="398" height="631" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><em>Nanfang Zhoumo</em> <a href="http://nf.nfdaily.cn/epaper/nfzm/content/20101104/PageA01CJ.htm" target="_blank">4.11.2010</a>, &#8220;Una lettera dai recessi della storia&#8221;</h3>
<p style="text-align: justify;">La storia di copertina dell’<a href="http://nf.nfdaily.cn/epaper/nfzm/content/20101104/ArticelA01002FM.htm" target="_blank">ultimo numero</a> del <em>Nanfang Zhoumo</em> è intitolata “Lettera dai recessi della storia – finalmente, 44 anni dopo, alcune guardie rosse chiedono pubblicamente scusa”.  L’articolo in prima pagina prosegue nelle pagine interne e racconta delle <strong>lettere di scuse</strong> scritte da alcuni ex studenti a professori che avevano selvaggiamente picchiato e umiliato durante la Rivoluzione Culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">A molti anni di distanza tornano a incrociarsi le storie degli ormai anziani insegnanti e quelle degli ex studenti oggi sessantenni che, allora giovanissimi, si erano uniti alle <strong>guardie rosse</strong> per portare in tutto il Paese il germe della Rivoluzione rilanciata da Mao.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/riv_culturale.jpeg"><img class="size-full wp-image-3191  aligncenter" title="riv_culturale" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/11/riv_culturale.jpeg" alt="" width="454" height="267" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1966 a Pechino <strong>1772 persone morirono per le violenze</strong> delle Guardie Rosse. Poi la rivoluzione culturale è finita, Mao è morto ed è iniziata l’era di una nuova Cina. Ma il rimorso, la sofferenza e la vergogna sono rimasti per decenni negli animi di molti ad esprimere la difficoltà di un’intera nazione di fare i conti con la propria storia. Oggi, siamo forse all’avvio di un processo di riconciliazione, di certo “un inizio che è soltanto un inizio” come recita il titolo in <a href="http://nf.nfdaily.cn/epaper/nfzm/content/20101104/PageA02CJ.htm" target="_blank">seconda pagina</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">I personaggi al centro di questo scambio di lettere divenuto pubblico sono gli ormai <strong>anziani insegnanti</strong> di alcune scuole pechinesi Cheng Bi (86), Guan Qiulan (81), Li Huangguo (79) e le ex guardie rosse (oggi tutte intorno ai 60 anni) Shen Xiaoke, Hu Bin e Guo Canhui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci limiteremo, per ragioni di spazio alla storia di Cheng Bi e Shen Xiaoke.  Cheng Bi all’epoca insegnava in una scuola di lingue straniere a  Pechino. Il suo incarico le venne revocato, venne imprigionata nella scuola, le venne rasata la testa e subì umiliazioni e violenze fisiche da parte dei giovani “rivoluzionari” che avevano la missione di <strong>rinfrescarle le idee </strong>su quali fossero i veri ideali della Cina maoista. Oggi l’ex studente-guardia rossa Shen Xiaoke ha 63 anni e nella sua lettera scrive:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>Ci siamo incontrati faccia a faccia a scuola solo due volte, entrambe durante la rivoluzione culturale. Una volta i ragazzi della mia classe la chiamarono in dormitorio per interrogarla su come mai lei non stesse portando avanti la rivoluzione culturale come Mao aveva ordinato. La seconda volta fu durante il periodo del rilancio della rivoluzione (<em>fuke nao geming</em>), parlammo insieme in classe, non ricordo di cosa, probabilmente io usavo un’ideologia di ultra sinistra per darle una lezione. Provo soltanto vergogna se ci penso, anche se non l’ho mai colpita fisicamente o torturata. Quando la rinchiusero nel dormitorio insieme ad altri funzionari della scuola nella primavera del 1968 io facevo la guardia.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">E poi dopo aver raccontato il rimorso e il pentimento conclude:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>Oggi Lei ha 86 anni. Mia madre ne ha 83. Spero che vivrà ancora a lungo, nello stesso modo in cui lo spero per mia madre. Lei mi ha dato il dono dell’istruzione, mia madre mi ha cresciuto. Non ho mai smesso di pensare a tutto il dolore che voi avete patito durante la rivoluzione culturale ed è per questo che mi sono preso la libertà di scriverle questa lettera. Se ho scritto qualcosa che le sembra sbagliato non esiti a segnalarmelo. Sarò per sempre un suo studente. Con i migliori auguri di salute e felicità, Shen Xiaoke.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Per la verità non è la prima volta che Shen Xiaoke tenta di rifare i conti con il proprio passato. Già nel 1986 aveva pubblicato nella rivista <em>Letteratura del Popolo</em> un racconto intitolato “Figlio del nemico” che, anche se non esplicitamente, alludeva a quegli anni terribili. Poi i contatti telefonici con alcuni ex compagni la scorsa estate, il ricordo sofferto di quegli anni, i sensi di colpa e infine la decisione di scrivere a Cheng Bi. Sono seguiti più di un incontro e anche una risposta da parte dell’ex insegnante, pubblicata dal <em>Nanfang Zhoumo</em> nella quale si legge fra l’altro:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>Mi sento in dovere di far sapere a questi ragazzi quello che penso. Credo che <strong>anche voi siate stati delle vittime</strong>. All’epoca i ragazzi che non capivano granchè si unirono al tumulto e anche quelli che erano più consapevoli erano sotto una grossa pressione psicologica. Avevano paura di non riuscire a stare al passo con i tempi, avevano paura di sbagliare.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Con queste storie si riapre un ferita mai rimarginata nella storia della RPC, un capitolo i cui testimoni sono ancora in vita e vogliono finalmente rendere giustizia a chi ha sofferto ingiustamente, prendendo distanza dagli errori commessi durante quegli anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">- &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; -<br />
</span></p>
<h3 style="text-align: justify;">Aggiornamenti:</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Il pezzo è stato tradotto su ESWN: <a href="http://www.zonaeuropa.com/20101107_1.htm" target="_blank">Red Guards Apologize forty four years later</a></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Alcune delle lettere pubblicate il 20 ottobre tradotte: <a href="http://tim.z.infzm.com/2010/10/27/%E6%96%87%E7%AB%A0%E7%BF%BB%E8%AF%91%EF%BC%9A%E2%80%9Cyou-set-a-good-example%E2%80%9D-a-red-guard-apology/" target="_blank">You set a good example &#8211; a Red Guard apology</a></h3>
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		<title>Foto: essere Mao Zedong</title>
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		<pubDate>Sat, 29 May 2010 10:08:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cineresie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallerie]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>

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		<description><![CDATA[Reportage fotografico. In Cina esistono alcuni attori che sono specializzati nell’impersonare Mao Zedong. Con questo progetto Tommaso Bonaventura (produzione: Ivan Franceschini) ha cercato di raccontare la quotidianità di alcuni di questi attori, mettendo in luce come la personalità di Mao influisca sulla loro vita di tutti i giorni. Il servizio è stato pubblicato sull'edizione in rete della rivista Times e ha ottenuto il prestigioso Sony World Photography Award 2010 nella sezione ritratti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: justify;">[[Mostra come slideshow]]</p>
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<p style="text-align: justify;">In Cina esistono alcuni attori che sono specializzati nell’impersonare <strong>Mao Zedong</strong>. Avvantaggiati da una somiglianza fisica a volte davvero straordinaria, essi passano anni a studiare le movenze, il linguaggio, la calligrafia e le poesie del Grande Timoniere, cercando di assimilare al massimo la sua personalità. Si tratta di un processo di immedesimazione così profondo che spesso non è chiaro dove finisca la personalità dell’attore e dove inizi quella del personaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Con questo progetto <a href="http://www.tommasobonaventura.com/" target="_blank">Tommaso Bonaventura</a> ha cercato di raccontare la quotidianità di alcuni di questi attori, mettendo in luce come la personalità di Mao influisca sulla loro vita di tutti i giorni. Il servizio è stato pubblicato sull&#8217;edizione in rete della rivista <a href="http://www.time.com/time/photogallery/0,29307,1987074_2133559,00.html" target="_blank"><em>Times</em></a> e ha ottenuto il prestigioso <a href="http://www.worldphotographyawards.org/" target="_blank">Sony World Photography Award</a> 2010 nella sezione ritratti. Su Cineresie questo <a title="Reportage di Ivan Franceschini" href="http://www.cineresie.info/in-auto-con-il-presidente-mao" target="_blank">reportage</a> racconta le vite di queste persone.</p>
<p style="text-align: justify;">In collaborazione con <a href="http://www.contrasto.it/" target="_blank">Contrasto</a>, © tutti i diritti riservati.</p>
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		<title>In auto con il presidente Mao</title>
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		<pubDate>Sat, 29 May 2010 10:07:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>

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		<description><![CDATA[In Cina esistono diversi attori specializzati nell’impersonare il presidente Mao. Avvantaggiati da una somiglianza fisica a volte davvero straordinaria, essi passano anni a studiare le movenze, il linguaggio, la calligrafia e le poesie del Grande Timoniere, cercando di assimilare al massimo la sua personalità. Si tratta di un processo di immedesimazione così profondo che spesso non è chiaro dove finisca la personalità dell’attore e dove inizi quella del personaggio. In questo reportage il ritratto di alcune di queste pittoresche figure.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/Hunan-agosto-2009-025.jpg"><br />
</a><img class="size-large wp-image-1051  aligncenter" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/Hunan-agosto-2009-0251-1024x768.jpg" alt="" width="535" height="400" /></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/Hunan-agosto-2009-0251.jpg"></a>Il 9 settembre 1976 è una data che è rimasta nel cuore di molte persone in Cina. Quel giorno infatti si è spento Mao Zedong, colui che per ben tre decenni è stato al centro della vita politica del paese e che ha dato origine ad un <strong>culto della personalità</strong> che non si è mai spento.</p>
<p style="text-align: justify">Liang Cheng, che oggi ha 54 anni, ricorda ancora molto chiaramente cosa stava facendo nel momento in cui ha appreso la notizia della morte del presidente. Allora, esattamente come oggi, era su un palcoscenico, impegnato nel <strong>recitare</strong> un’opera rivoluzionaria. Non ha mai dimenticato quello che ha provato nell’udire l’annuncio dagli altoparlanti del teatro: “Allora abbiamo pensato: com’è possibile che il presidente Mao sia morto? Ci sembrava impossibile, irreale, una cosa impensabile”. Ora, trent’anni dopo, egli è un <strong>attore specializzato</strong> nell’interpretare il ruolo di un Mao di mezza età, per essere più precisi di quel Mao che è stato immortalato nel ritratto di piazza Tiananmen.</p>
<p style="text-align: justify">Quando l’ho incontrato nell’estate del 2009 a Shaoshan, il villaggio natale del grande timoniere, era impegnato nelle prove di uno spettacolo intitolato “Mao torna a Shaoshan”, un dramma intervallato da balletti rivoluzionari in cui si raccontava come un Mao in età avanzata ritornasse alle origini e si confrontasse con i fantasmi della sua infanzia e giovinezza. Quando mi sono recato sul posto, oltre a Liang Cheng, erano altri cinque gli attori specializzati nell’interpretare il <strong>ruolo del presidente</strong> in età matura che si alternavano sul palco, tutti accuratamente scelti in un concorso a livello provinciale dello Hunan a cui avevano preso parte centinaia di aspiranti. Se Liang Cheng è un attore professionista e necessita di un trucco molto pesante prima di andare in scena, visto che in fondo non è poi così somigliante, diverso è il discorso per gli altri <strong>sosia</strong>, i quali hanno alle spalle carriere molto diverse che non hanno niente a che fare con il mondo dello spettacolo.</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft size-medium wp-image-996" style="margin: 10px 10px" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/BOT09016_004-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Zheng Qiang</strong>, ad esempio, è un manager di successo, un mestiere che gli ha instillato una mentalità competitiva che trova riflesso nelle sue  parole, quando puntualizza come il “popolo” lo ritenga l’attore più <strong>somigliante a Mao</strong>, “non come quegli altri, che devono andare in scena con delle scarpe con un rialzo di venti centimetri per sembrare alti come lui”. Il suo passato è quello di un “rivoluzionario-doc”. Orfano di martiri rivoluzionari, ex-guardia rossa e membro del Partito comunista sin dal 1977, Zheng Qiang si dice convinto che non ci saranno mai più uomini come il presidente Mao.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Approfittando della sua lussuosissima vettura, mi sono fatto accompagnare da Changsha a Shaoshan in una calda mattina d’estate e lungo il percorso abbiamo avuto occasione di chiacchierare con calma, interrotti solamente dagli sguardi meravigliati degli impiegati dei due caselli autostradali all’inizio e alla fine del tragitto. Spesso la gente gli fa dei favori o dei regali in virtù del suo aspetto – mi ha detto – ma assomigliare così tanto a Mao non è tutto rose e fiori, visto che a volte è davvero pesante essere riconosciuto ed accerchiato ovunque. Ne ho avuta una prova quando, arrivati finalmente a Shaoshan, siamo passati sulla piazza principale del villaggio, ai piedi della statua di Mao che è meta di un <strong>pellegrinaggio costante</strong> da tutto il paese, e siamo stati immediatamente circondati da una ressa di persone che lo supplicavano di farsi fotografare.</p>
<p style="text-align: justify">Fama a parte, per alcuni essere un attore specializzato nel ruolo di Mao è una scelta di vita radicale che mette in discussione tutte le precedenti certezze. Essi passano mesi, se non anni, ad esercitarsi nel dialetto del grande timoniere (un’impresa pressoché impossibile per coloro che non sono originari dei dintorni), nella sua calligrafia, nel suo pensiero politico. È un impegno profondo e totalizzante che spesso richiede concentrazione, perseveranza e grandi rinunce.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-952   alignleft" style="margin: 10px 20px 10px 30px" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/BOT09016_002-235x300.jpg" alt="" width="235" height="300" /> <img class="size-medium wp-image-949   alignleft" style="margin: 10px 30px 10px 20px" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/BOT09016_001-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify">Lo sanno bene <strong>Yang Huiming</strong> e <strong>Peng Tian</strong>, i quali hanno messo da parte le proprie ben avviate carriere per rincorrere il “destino”. Yang Huiming nel 2007 ha rinunciato ad una stabile e ben remunerata occupazione come funzionario pubblico, una decisione maturata nell’arco di cinque anni, dopo che i suoi colleghi gli avevano fatto notare la sua straordinaria somiglianza con Mao. Nel 2007 si è iscritto ad un corso biennale presso l’Istituto cinematografico di Xi’an per perfezionare la propria recitazione e da allora non ha più avuto alcun ripensamento su quale sarebbe stato il suo futuro. Peng Tian, che ho incontrato in uno squallido albergo nel centro di Changsha in compagnia del sosia di un altro rivoluzionario dei primi anni Venti, in passato invece era il capo di un villaggio nei pressi di Zhangjiajie.  Per sei anni, tra il 1996 e il 2002,  ha ricoperto questa carica, ed è tuttora un suo vanto ricordare a chi lo ascolta come la sua leadership illuminata abbia condotto gli abitanti del posto alla prosperità.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-953  alignright" style="margin: 10px" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/BOT09016_006-235x300.jpg" alt="" width="235" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify">Il membro più particolare della troupe di Shaoshan tuttavia rimane <strong>Yi Xiaojian</strong>, un cinquantenne dalla risata poderosa che nel taschino della camicia porta sempre un <strong>neo finto</strong> da applicare al mento nel caso in cui qualcuno volesse fotografarlo. Ex dirigente in un dipartimento commerciale di distretto, ha scoperto per la prima volta la sua somiglianza con Mao nel 2004, in occasione di un’intervista ai giornalisti di un quotidiano locale. Se originariamente l’argomento dell’articolo doveva essere prettamente economico, alla fine questi ultimi avevano scritto solamente di questa sua somiglianza, facendo finire il pezzo in prima pagina. Per qualche anno, Yi Xiaojian ha affiancato le esibizioni al lavoro ordinario nella burocrazia, fino a quando, nel 2007, un drammatico incidente stradale lo ha spinto a riflettere a fondo sul proprio futuro. “Avevo quasi cinquant’anni e avevo lavorato per oltre trent’anni, dando non pochi contributi. Ho pensato che fosse giunto il momento di abbandonare il mio mestiere e lasciare spazio ai giovani”. È stato allora che ha deciso che avrebbe passato il tempo che gli rimaneva a <strong>interpretare</strong> il presidente <strong>Mao</strong>, la sua vera vocazione. Nonostante ricordi ancora con commozione la sofferenza della sua famiglia durante la <strong>Rivoluzio</strong><strong>ne culturale</strong>, in particolare il pestaggio della madre da parte di alcune guardie rosse, Yi non per questo se la sente di biasimare il grande timoniere: “Alcune persone malvagie hanno sovvertito la Rivoluzione culturale, ma il presidente Mao amava il suo popolo e il suo paese, ciò che è successo non era assolutamente nelle sue intenzioni”.</p>
<p style="text-align: justify">L’identità di questi sosia non sempre è ben definita e spesso sfuma in quella del personaggio che interpretano. Questo è il caso di <strong>Du Tianqing</strong>, un Mao sessantenne che, a differenza degli altri, è originario dello Henan e da tempo vive a Pechino. “Sì, il presidente è qui, glielo passo subito”, mi ha risposto il suo assistente quando ho provato a contattarlo per un’intervista.</p>
<p style="text-align: justify">L’avevo conosciuto per caso qualche mese prima in un internet bar, quando lo avevo sorpreso a guardare foto storiche del <strong>vero Mao</strong> sullo schermo di un computer. Allora ci avevo messo una decina di minuti prima di rendermi conto che il mio vicino assomigliava in maniera straordinaria al defunto presidente, non solo nei lineamenti del volto, ma anche nella pettinatura e nell’abbigliamento. Proveniente da una carriera nell’esercito, Du Tianqing è forse colui che maggiormente si identifica con il personaggio che interpreta. Si fa chiamare presidente dalle persone che lo circondano, si veste alla maniera di Mao anche quando non è in scena e condisce i suoi discorsi con slogan rivoluzionari. La sua casa è un piccolo <strong>santuario</strong> dedicato al proprio culto della personalità, comprese diverse fotografie con personalità legate in un modo o nell’altro a Mao. Anche le sue opinioni politiche sono modellate di conseguenza. “Non parlare bene della Rivoluzione culturale!”, è stato <img class="alignleft size-medium wp-image-954" style="margin: 5px" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/BOT09016_022-235x300.jpg" alt="" width="235" height="300" />l’ordine perentorio che la moglie gli ha lanciato da un lato all’altro del tavolo, quando, in maniera imprudente, il marito si stava abbandonando ad un elogio del fermento rivoluzionario che aveva spazzato la Cina negli anni Sessanta. Du Tianqing mantiene un rapporto particolare con il suo mentore, tanto da vederlo spesso <strong>in sogno</strong> e riceverne i consigli. Eppure, la <strong>svolta capitalista</strong> del paese non ha mancato di contagiare anche questo fedele seguace, il quale alla fine del pranzo si è mostrato particolarmente insistente nella richiesta di trovargli qualche agenzia pubblicitaria occidentale per girare qualche spot.</p>
<p style="text-align: justify">Nella Cina di oggi, le persone che sfruttano in un modo o nell’altro la propria somiglianza con il grande timoniere sono centinaia, se non migliaia. Si è avuta persino notizia di donne che si sono arricchite in virtù di una loro presunta somiglianza, si sono spacciate per la prole illegittima del vecchio presidente, hanno millantato crediti e accumulato consistenti fortune. Che dire di questo fenomeno? Ad un occhio idealista o nostalgico l’accoglienza riservata a questi sosia può apparire come la prova che la popolazione cinese continua a provare un genuino affetto nei confronti del suo <strong>leader </strong>storico, un sentimento in cui, andando un po’ più a fondo, forse si può leggere il rimpianto per un’epoca passata in cui tutti avevano di meno ma a nessuno mancava l’indispensabile. Eppure, uno sguardo più cinico s’interroga se in realtà non si tratti d’altro che dell’ennesimo fenomeno di costume in una società che, come la nostra, è sempre più orientata al consumo e allo spettacolo. In fondo, quale testimonial migliore del presidente Mao per garantire la qualità di un prodotto?</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #808080">Le foto (ad eccezione della prima) sono di <a href="http://www.tommasobonaventura.com/" target="_blank">Tommaso Bonaventura</a>/<a href="http://www.contrasto.it/" target="_blank">Contrasto</a>. Il servizio fotografico di Tommaso Bonaventura</span><span style="color: #808080">, organizzato da Ivan Franceschini, è stato pubblicato sull&#8217;edizione in rete della rivista<em> <a href="http://www.time.com/time/photogallery/0,29307,1987074_2133559,00.html" target="_blank">Time</a></em> e ha ottenuto il <a href="http://www.worldphotographyawards.org/" target="_blank">Sony World Photography Award</a> 2010 nella sezione ritratti. Vedi la <a href="http://www.cineresie.info/sosia-mao-zedong/" target="_blank">galleria</a> completa.<br />
</span></p>
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		<title>Contraddizioni in seno al popolo</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 19:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/mao-deng.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-114" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/mao-deng-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Qualche giorno fa la <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTRE5BR0AQ20091228" target="_blank">Reuters </a>ha battuto la notizia che Yang Huanning, vice-ministro della Pubblica Sicurezza del governo di Pechino, nel corso di una conferenza per funzionari della sicurezza tenutasi il 18 dicembre avrebbe richiamato l&#8217;attenzione del pubblico sul fatto che &#8220;le macchinazioni delle forze occidentali anti-cinesi per occidentalizzarci e dividerci, gli attriti e le dispute tra i paesi, le forze ostili che creano caos e sabotano rimangono importanti fattori che mettono a rischio la nostra sicurezza nazionale e la stabilità sociale&#8221;. La soluzione che proponeva era quella di &#8220;colpire duro contro le forze ostili nell&#8217;interno del paese e all&#8217;estero&#8221; e di &#8220;darsi da fare per anticipare e prevenire, ricorrendo ad attacchi preventivi&#8221;. Anche se tra le minacce citate in maniera esplicita ovviamente apparivano i movimenti separatisti nelle regioni di confine del Tibet e dello Xinjiang, il fatto che questo discorso sia stato reso pubblico appena tre giorni dopo la condanna di Liu Xiaobo lasciava ben pochi dubbi su quale sia il reale significato di queste parole.</p>
<p style="text-align: justify">Il Partito Comunista Cinese è ossessionato dall&#8217;idea di stabilità sociale <em>(shehui wending)</em> e non è disposto a soprassedere su qualunque minaccia in questo senso, percepita o reale che sia. Qualche giorno fa, gli specialisti dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno tenuto la consueta <a href="http://news.qq.com/a/20091221/001334_1.htm" target="_blank">conferenza stampa</a> annuale per presentare il nuovo &#8220;Libro Blu sulla Società Cinese nel 2010&#8243;, un volume che viene pubblicato alla fine di ogni anno per presentare quelle che, secondo gli analisti, dovrebbero essere le tendenze sociali in Cina per l&#8217;anno successivo. Uno degli argomenti fondamentali toccati dagli esperti in quest&#8217;ultima occasione era proprio quello della stabilità sociale, a partire dalla constatazione che anche se la società cinese nel 2009 è rimasta sostanzialmente stabile, al suo interno ha continuato a registrarsi una preoccupante tendenza all&#8217;aumento degli incidenti di massa <em>(quntixing shijian)</em>. Anche se durante la presentazione del volume non è stato fornito alcun dato quantitativi sull&#8217;aumento di questi incidenti, possiamo constatare la realtà di questo fenomeno semplicemente prendendo in considerazione <a href="http://special.globaltimes.cn/2009-05/433271.html" target="_blank">alcuni dati</a> degli ultimi anni: se nel 1993 gli incidenti erano stati appena 8.700, nel 2005 il Ministero della Pubblica Sicurezza ne contava 87.000, nel 2007 circa centomila.</p>
<p style="text-align: justify">Nei lontani anni Cinquanta, un altro periodo di grande conflittualità sociale in Cina, Mao Zedong aveva tenuto un <a href="http://www.bibliotecamarxista.org/Mao/libro_14/sull_sol_cd_sen_pop.pdf" target="_blank">importante discorso</a> in cui aveva distinto le tensioni all&#8217;interno della società cinese in due categorie molto nette: le &#8220;contraddizioni in seno al popolo&#8221; (<em>renmin neibu maodun</em>) e le &#8220;contraddizioni tra noi e i nostri nemici&#8221; (<em>diwo maodun</em>).  Mentre queste ultime erano considerate contraddizioni &#8220;antagoniste&#8221;, che andavano risolte attraverso l&#8217;uso della forza, le prime &#8220;esistevano sulla base di una fondamentale identità degli interessi del popolo&#8221; e quindi andavano risolte &#8220;attraverso i metodi della discussione, della critica, della persuasione e dell&#8217;educazione&#8221;. In una recente <a href="http://q.sohu.com/forum/20/topic/4808244" target="_blank">intervista</a> rilasciata al settimanale Liaowang, Huang Huo, direttore dell&#8217;Ufficio di Chongqing dell&#8217;agenzia di stampa ufficiale Xinhua, ha affermato: &#8220;Per definire gli incidenti di massa [nella Cina di oggi] sarebbe opportuno continuare ad utilizzare il vecchio modo di pensare delle &#8216;contraddizioni in seno al popolo&#8217;, evitando assolutamente di definirli in maniera ingiustificata e di &#8216;politicizzarli&#8217;&#8221;. Eppure, dopo oltre cinquant&#8217;anni, gli specialisti dell&#8217;Accademia delle Scienze Sociali hanno deciso di mandare in pensione questa teoria tradizionale della conflittualità sociale, proponendo una nuova chiave di lettura più adatta alla situazione reale della Cina di oggi. Nel nuovo Libro Blu infatti viene proposta una distinzione in due categorie: da un lato i &#8220;conflitti di massa non di classe e non legati ad interessi diretti&#8221; (<em>fei jiecengxing de, wuzhi liyi de quntixing chongtu</em>), dall&#8217;altro i &#8220;conflitti di massa con natura di classe e legati ad interessi diretti&#8221; (<em>you jiecengxing de, you zhijie liyi de quntixing chongtu</em>).</p>
<p style="text-align: justify">Consideriamo innanzitutto la prima categoria di incidenti di massa, quelli privi di natura di classe e non legati ad interessi diretti. Stando a quanto affermato dagli specialisti dell&#8217;Accademia: &#8220;&#8216;Privi di natura di classe&#8217; fa riferimento al fatto che i partecipanti provengono da qualsiasi aspetto della società; non legati ad interessi diretti significa che gli interessi dei partecipanti non hanno alcun legame con l&#8217;incidente in sé&#8221;. Secondo loro, tutto sarebbe riconducibili a questioni sociali originate dal processo di transizione innescato dalle riforme degli ultimi trent&#8217;anni &#8211; ristrutturazioni aziendali malfatte che hanno decimato la classe operaia, espropri di terreni ai danni dei contadini, sfratti forzati che hanno colpito la classe media urbana -, tutti problemi che avrebbero trasformato l&#8217;intera società in una polveriera pronta a scoppiare alla prima scintilla. Come ha affermato Huang Huo nella già citata intervista: &#8220;Le caratteristiche comuni agli incidenti di massa di oggi possono essere riassunte in questo modo: le contraddizioni sociali hanno già una certa base nella società e nelle masse, quindi non appena c&#8217;è una miccia adeguata, l&#8217;esplosione è rapida. Questo [processo] mette in luce le caratteristiche di una rapida escalation, di un confronto accesso, di una grande forza distruttiva contro la società e di una difficile gestibilità&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Per illustrare questa prima tipologia, gli specialisti dell&#8217;Accademia hanno proposto due esempi di conflitto avvenuti negli ultimi due anni con dinamiche praticamente identiche, vale a dire l&#8217;<a href="http://www.zonaeuropa.com/20080701_1.htm" target="_blank">incidente di Weng&#8217;an</a>, verificatosi nel giugno del 2008 nell&#8217;omonima località della provincia del Guizhou, e <span style="text-decoration: underline">l<a href="http://www.zonaeuropa.com/20090621_1.htm" target="_blank">&#8216;incidente di Shishou</a></span>, avvenuto nello Hubei nel giugno del 2009. In entrambi i casi una persona era morta in circostanze misteriose &#8211; a Weng&#8217;an una quindicenne era annegata in un fiume in piena notte, a Shishou un giovane cuoco era stato trovato morto ai piedi dell&#8217;albergo in cui lavorava &#8211; e le autorità avevano dichiarato in tutta fretta che si era trattato di suicidio, alimentando la diffidenza dei famigliari delle vittime. Sempre in entrambi i casi, per ottenere giustizia i famigliari avevano deciso di difendere e conservare i corpi dei defunti fino al momento in cui la polizia non avesse deciso di avviare nuove indagini sulle circostanze della morte e questo aveva attirato l&#8217;attenzione della rete e dell&#8217;opinione pubblica. La scarsa trasparenza nella gestione di questi incidenti da parte dei governi locali, le voci incontrollate su presunti complotti messi in atto da funzionari corrotti per insabbiare l&#8217;accaduto e l&#8217;assenza di fonti d&#8217;informazione attendibili successivamente hanno portato ad un rapido deteriorarsi della situazione, causando incidenti di massa in cui sono state coinvolte decine di migliaia di persone, con conseguente assalti e violenze contro uffici e beni pubblici (in particolare a Weng&#8217;an).</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto riguarda invece la seconda categoria di incidenti, quelli che hanno natura di classe e comportano il coinvolgimento di interessi diretti, gli specialisti dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno proposto un singolo esempio: l&#8217;incidente collettivo che nel luglio di quest&#8217;anno ha coinvolto i lavoratori dell&#8217;<a href="http://chinanewswrap.com/2009/07/28/general-manager-of-steel-company-beaten-to-death-by-employees/" target="_blank">acciaieria Tonggang</a> di Jilin e ha portato alla morte di Chen Guojun, il direttore generale della società. La situazione che ha originato lo scontro non è niente di eccezionale nel contesto della Cina delle riforme e, come è stato detto durante la conferenza stampa, &#8220;riflette il fatto che dopo che le politiche di riforma ed apertura sono state portate avanti per trent&#8217;anni, succede ancora che si vada a colpire in questo modo i diritti e gli interessi dei lavoratori&#8221;. La storia si è svolta in questo modo: il gruppo Jianlong, la più grande società privata nel campo dell&#8217;acciaio in Cina, nel 2005 aveva preso il controllo di una quota di minoranza nella Tonggang, una vecchia impresa di Stato, imponendo un piano di ristrutturazione doloroso che aveva portato al licenziamento di diverse migliaia di lavoratori. Per questa ragione il 24 luglio, quando si era diffusa la notizia che la Jianlong stava per assumere il controllo dell&#8217;acciaieria, alcuni lavoratori hanno attaccato Chen Guojun, il futuro direttore generale, ferendolo a morte. Questo incidente ha gettato una nuova luce sui lavoratori cinesi, tradizionalmente raffigurati come un&#8217;entità passiva e inerme e ora presentati come una massa violenta e minacciosa, tanto che il China Labour Bulletin, un&#8217;organizzazione non governativa basata ad Hong Kong, ha sentito la necessità di lanciare <a href="http://www.clb.org.hk/en/node/100528" target="_blank">un appello</a> per ricordare come in realtà &#8220;i lavoratori siano con molta maggiore probabilità le vittime di violenze, minacce, intimidazioni e abusi, piuttosto che i perpetratori di tutto ciò&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Ma, al di là di queste distinzioni teoriche, quali sono le ragioni concrete che spingono i cittadini cinesi a riversarsi sulle strade a proprio rischio e pericolo? Per rispondere a questa domanda, è necessario far riferimento ad un altro <a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/su-alcune-tendenze-della-societ-cinese.html" target="_blank">documento</a> dell&#8217;Accademia delle Scienze Sociali, l&#8217;edizione precedente del Libro Blu, pubblicata alla fine del 2008. In questo volume, che poneva fortemente l&#8217;accento sul problema della disoccupazione, considerata la più grande minaccia per la società cinese in un&#8217;epoca di crisi, gli autori esponevano i risultati di un&#8217;indagine sulle questioni che più avevano preoccupato i cittadini cinesi nel 2008: al primo posto si trovava l&#8217;aumento dei prezzi (63,5%), seguito dalle difficoltà nell&#8217;accesso al sistema sanitario (42,1%), l&#8217;aggravarsi dei divario nei redditi tra città e campagna (28%), la disoccupazione (26%), i prezzi eccessivi degli immobili (20,4%), la corruzione (19,4%) e la pensione (17,7%). Se ciò permette di stabilire a grandi linee quali sono le principali fonti di preoccupazione (e quindi di tensione) in seno alla società cinese, questo documento era ancora più esplicito riguardo alle ragioni alla base degli incidenti di massa, distinguendo sei ordini di cause: a) i governi locali infrangono gli interessi del popolo; b) l&#8217;allargamento del divario tra ricchi e poveri; c) la forte insoddisfazione dell&#8217;opinione pubblica nei confronti dell&#8217;ingiusta distribuzione delle risorse e dell&#8217;irragionevole ricchezza di alcuni; d) la violazione degli interessi economici e dei diritti democratici del popolo; e) l&#8217;impossibilità per gli individui di trovare meccanismi per il negoziato e per la tutela dei propri diritti; f) l&#8217;inadeguatezza delle modalità di gestione sociale e dell&#8217;economia socialista di mercato rispetto alla crescente coscienza democratica del popolo e delle masse.</p>
<p style="text-align: justify">Stando ad <a href="http://www.infzm.com/content/39165" target="_blank">un articolo </a>pubblicato la settimana scorsa sul Nanfang Zhoumo, i manuali su come gestire gli incidenti di massa starebbero andando a ruba tra i burocrati del Partito e dello Stato, mentre le istituzioni incaricate di addestrare le nuove generazioni di funzionari starebbero adottando simili testi come lettura obbligatoria. Se si presta fede a quanto riportato in questo articolo, nel solo 2009 sono stati pubblicati ben otto libri sull&#8217;argomento, contro gli appena due del 2008. Inoltre, se prima del 2005 sull&#8217;argomento venivano pubblicati appena trenta studi accademici all&#8217;anno, nel solo 2006 il numero era schizzato a 170, per poi passare a 320 nel 2009. Questo non solo riflette una crescente apprensione da parte delle autorità cinesi, ma anche una sempre maggiore consapevolezza della necessità di gestire lo scontento della popolazione con misure ragionate che non si limitino semplicemente allo spiegamento della forza bruta delle armi. Eppure, se prima non si risolvono i problemi strutturali alle spalle degli incidenti di massa, in particolare quelle carenze dello stato di diritto che spesso non lasciano ai cittadini alcuna alternativa allo scendere in piazza, difficilmente sarà possibile mantenere la &#8220;stabilità sociale&#8221;. Come mi ha detto recentemente un noto avvocato impegnato nella tutela dei diritti delle fasce sociali più deboli: &#8220;Sai cosa dico quando un lavoratore mi chiama per chiedermi come può risolvere i suoi problemi? Gli dico di raccogliere quante più persone può e di scendere in strada a protestare, facendo più casino possibile. Non c&#8217;è altro modo&#8221;.</p>
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		<title>Turismo rosso</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 10:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In pellegrinaggio a Shaoshan, città natale di Mao: in viaggio nei luoghi simbolo della Rivoluzione che attrae turisti da tutta la Cina.

Su uno dei sedili posteriori dell’autobus che dalla città di Changsha porta i turisti a Shaoshan, il villaggio natale di Mao Zedong, siede un signore di mezza età, il volto celato da un giornale. Sono passati oltre quarant’anni dall’ultima volta che Fan Jing ha percorso questa strada per rendere omaggio al grande timoniere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><a href="http://www.flickr.com/photos/danwashburn/50822312/sizes/o/" target="_blank"><img class="size-full wp-image-347 aligncenter" title="mao shaoshan" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2009/10/mao-shaoshan.jpg" alt="" width="375" height="500" /></a></h3>
<h3>In pellegrinaggio a Shaoshan, città natale di Mao: in viaggio nei luoghi simbolo della Rivoluzione che attrae turisti da tutta la Cina.</h3>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Su uno dei sedili posteriori dell’autobus che dalla città di Changsha porta i turisti a <strong>Shaoshan</strong>, <strong>il villaggio natale di Mao Zedong</strong>, siede un signore di mezza età, il volto celato da un giornale. Sono passati oltre quarant’anni dall’ultima volta che Fan Jing ha percorso questa strada per rendere omaggio al grande timoniere. Allora la Cina era nel pieno della <strong>Rivoluzione Culturale</strong> e lui non era altro che un adolescente che, come tanti altri, si era unito con entusiasmo alle guardie rosse, i giovani rivoluzionari che all’epoca imperversavano per il paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre fuori dal finestrino scorre un paesaggio di colline bruciate dal sole e risaie, Fan Jing, che ora è professore in uno degli atenei della capitale, rievoca la sua adolescenza: “La Rivoluzione Culturale<strong> non è stata solamente distruzione</strong>. Per noi giovani è stata innanzitutto una grande occasione, perché in quegli anni potevamo viaggiare a piacimento per tutto il paese, senza dover pagare alcunché. Bastava sventolare un <strong>libretto rosso</strong> e le macchine si fermavano per darti un passaggio, treni e autobus erano completamente gratuiti”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ stato grazie alla Rivoluzione Culturale che un’intera generazione di cinesi, quella nata nella prima metà degli anni Cinquanta, ha imparato a conoscere e ad amare i luoghi simbolo della rivoluzione comunista. Allora il <strong>culto della personalità di Mao</strong> era alle stelle, il Partito controllava ogni aspetto della vita degli individui e visitare queste mete – il villaggio natale del grande timoniere, le basi della guerriglia comunista negli anni Venti e Trenta, le città che per prime si erano ribellate al controllo dei nazionalisti – assumeva il valore di un vero e proprio <strong>pellegrinaggio religioso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, a quarant’anni di distanza, le cose sono molto cambiate. L’esperienza storica che alcuni, semplificando, indicano come “maoismo” sembra essere stata definitivamente relegata al passato, mentre è emersa una società sempre più materialistica, disomogenea e competitiva. Eppure, nonostante questa <strong>nuova Cina</strong> devota al mercato sembri lasciare poco spazio al mito del grande timoniere, tutti i <strong>luoghi classici del comunismo</strong> cinese ogni anno continuano ad attirare un numero enorme di <strong>visitatori</strong>: studenti, pensionati, funzionari, comuni lavoratori, persone di ogni strato sociale e di ogni età che, novelle guardie rosse, sperano di sperimentare almeno un briciolo dello spirito della rivoluzione vissuta dai loro genitori o dai loro nonni. Ovviamente a pagamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “<strong>turismo rosso</strong>” negli ultimi anni è diventato un vero e proprio fenomeno di massa, un giro d’affari imponente che ha cambiato l’aspetto di più di un luogo. A Shaoshan ad esempio il cambiamento è arrivato a partire dal 1993, quando in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Mao al centro del paese è stata edificata una piazza, uno spazio che con un insolito slancio di fantasia è stato battezzato “<strong>Piazza Mao Zedong</strong>”. A un’estremità della piazza, una statua di Mao alta sei metri accoglie ieraticamente i pellegrini, in fila per posare delle corone di fiori ai piedi del piedistallo. Lo stand delle corone non è molto lontano e, stando a quanto racconta la gente del posto, gli affari vanno molto bene: ogni giorno vengono vendute tra le due e le trecento ghirlande, ognuna delle quali costa una somma compresa tra i venti e i cento euro. A fianco, un altro stand offre un servizio di fotografie per i turisti, non tutti abbastanza ricchi da potersi permettere una propria macchina fotografica. Alcuni però non sono soddisfatti di questi sviluppi. Ai margini, un giovane contadino del posto che da qualche tempo si è improvvisato fotografo per i turisti si sfoga: “Quello stand è gestito da conoscenze di alti papaveri, solo i loro fotografi sono autorizzati a fare le foto ai visitatori. Mao non è una grande <strong>fonte di guadagno</strong> per noi del popolo, solamente per chi sta in alto”.</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza di quanto accade nelle altre mete del turismo rosso, a Shaoshan lo sviluppo economico non è ancora riuscito ad offuscare la dimensione religiosa del pellegrinaggio maoista. Lo spettacolo è impressionante: cinesi più o meno giovani che uno dopo gli altri si inchinano ai piedi del simulacro del grande vecchio, chiudono gli occhi, congiungono le mani e pregano. “Il <strong>popolo onora Mao</strong> come un dio, anzi, più che un dio”, spiega Zhou Xinhua, un giovane contadino del posto, uno dei tanti che hanno abbandonato i campi per guidare moto-taxi, fotografare o vendere souvenir nel tentativo di sfruttare l’ondata di turisti che ogni giorno si riversa nella zona. “Io stesso ogni mattina mi inchino davanti alla statua del presidente per chiedergli di preservare la pace della mia famiglia”, racconta, “tutte le persone che vengono qui hanno qualche favore da chiedergli, qualche desiderio da esaudire”. Ma succedono mai dei miracoli? Zhou sembra non avere dubbi: “Non accade spesso, ma ci sono stati dei casi”. Al suo fianco un altro giovane scherza: “Il presidente anche adesso è troppo impegnato, non ha il tempo di rispondere a tutti”.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte il “<strong>turismo rosso</strong>” non è altro che uno strumento per educare le nuove generazioni di cinesi, cresciute nella bambagia della Cina del miracolo economico, allo spirito di sacrificio dei loro progenitori. Infatti, parafrasando una celebre massima di Mao, si può affermare che la rivoluzione cinese non è stata certo un pranzo di gala. “Siamo venuti qui in vacanza per vedere di persona i luoghi della rivoluzione e comprendere meglio la forza e il coraggio di coloro che hanno combattuto per costruire la nuova Cina”, racconta una coppia di funzionari statali sulla quarantina proveniente della provincia del Guizhou. Essi fanno parte di un gruppo turistico in visita sui monti Jinggangshan, ex-base comunista degli anni Venti situata nella provincia del Jiangxi, qualche centinaio di chilometri a sud-est di Shaoshan. E il loro figlio sedicenne? “Ha preferito rimanere a casa a navigare su internet. Non gli andava davvero di muoversi”, sospirano.</p>
<p style="text-align: justify;">Miglior fortuna ha avuto la signora Hui Min, una donna sulla quarantina originaria di Shanghai, che senza troppi sforzi è riuscita a convincere l’intera famiglia – suocero, marito, figlio e nipote – a seguirla sui monti Jinggangshan s<strong>ulle tracce della rivoluzione</strong>. “Ho pensato: i monti Jinggangshan sono un posto bellissimo dal punto di vista naturale, in più i ragazzi possono imparare qualcosa di utile. Perché non venirci in viaggio?”, racconta. Spiega di essere molto preoccupata per il decadimento morale della nuova generazione di giovani: “A causa della <strong>politica del figlio unico</strong>, i ragazzi di oggi crescono come piccoli imperatori, sono davvero egoisti. Vorrei che mio figlio venendo qui potesse assorbire qualcosa dello spirito della rivoluzione”. Donna pragmatica, solamente nel 2001 è entrata nel Partito Comunista: “All’epoca mi sono resa conto che nella mia unità di lavoro, una grande impresa statale, c’erano moltissimi membri del Partito e mi sono detta: perché no? Alla fine si è rivelata una buona scelta”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle strade del turismo rosso a volte capita di fare incontri inaspettati. E così può succedere che un mattino di buon’ora, ai piedi di una stele commemorativa eretta nella località di Huangyangjie per commemorare una storica battaglia avvenuta nell’estate del 1928, ci si imbatta in un folto gruppo di persone tra i trenta e i cinquant’anni, molti sovrappeso, tutti nella divisa militare che i guerriglieri rossi usavano indossare nei lontani anni Venti. Sembrerebbe una rievocazione storica ad uso e consumo dei turisti e invece da una bandiera portata a spalla da uno dei “soldati” si apprende che si tratta di una serissima “sessione di addestramento sul Jinggangshan” riservata ad un gruppo di <strong>quadri del Partito provenienti dalla capitale</strong>. Ai piedi del monumento un oratore, un uomo anziano, figlio di personaggi di spicco che hanno preso parte alla rivoluzione, quella vera, avvia la sua arringa sullo spirito rivoluzionario del Jinggangshan, mentre fiumi di sudore iniziano a scendere dalle facce del plotone schierato di fronte a lui. Probabilmente il fatto di indossare un’uniforme completa in pieno agosto è una parte fondamentale del processo di formazione di un vero rivoluzionario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Shaoshan</strong> e i <strong>Jinggangshan</strong> sono solamente due delle innumerevoli <strong>mete del turismo rosso </strong>in Cina. In questo paese praticamente ogni luogo può contare su qualche martire, qualche dramma, qualche storia legata in un modo o nell’altro ai quasi trent’anni di lotta che il Partito Comunista ha impiegato per raggiungere il potere. A sessant’anni esatti dalla <strong>fondazione della Repubblica Popolare</strong>, un fenomeno come quello del turismo rosso sembrerebbe rappresentare l’esigenza di parte della società cinese di riscoprire i <strong>valori rivoluzionari </strong>di cui hanno sentito parlare sui banchi di scuola: frugalità, solidarietà, coraggio e umiltà. Eppure, se questo poteva essere vero quarant’anni fa per i pellegrinaggi delle guardie rosse, oggi il tutto si riduce a tour frenetici con guide asfissianti, souvenir di Mao in tutte le posizioni e salse, foto ricordo in raffazzonati costumi d’epoca. Sono finiti i tempi in cui Fan Jing, la guardia rossa, poteva sventolare il libretto rosso e viaggiare gratis fino al villaggio natale di Mao: oggi in Cina <strong>tutto ha un prezzo</strong>, anche la <strong>Rivoluzione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">(questo articolo è uscito anche sul Venerdì di Repubblica n. 1123 del 25 settembre 2009)</p>
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		<title>L&#8217;isola maoista</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2009 10:33:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
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		<description><![CDATA[In un'epoca di profonde riforme e grandi incertezze, mentre la Cina intera sta facendo passi da gigante nell'affrancarsi dall’ingombrante eredità del maoismo, alcune piccole comunità locali continuano a guardare al passato alla ricerca di qualche punto di riferimento per orientarsi nel caos del presente. Nanjiecun, un villaggio sperduto nelle campagne della provincia settentrionale dello Henan, è una di queste realtà sospese nel tempo, un mondo in cui ancora oggi la vita dei residenti ruota intorno ad una grande statua di Mao che nella piazza centrale del paese alza il braccio destro...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.flickr.com/photos/91041608@N00/310133984/" target="_blank"><img class="size-full wp-image-364 aligncenter" title="nanjiecun" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2009/07/nanjiecun.jpg" alt="" width="330" height="440" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<h2 style="text-align: justify;">Nel villaggio di Nanjiecun, provincia dello Henan, tutto è rimasto fermo all&#8217;epoca del Grande Timoniere Mao Zedong.</h2>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In un&#8217;epoca di profonde riforme e grandi incertezze, mentre la Cina intera sta facendo passi da gigante nell&#8217;affrancarsi dall’ingombrante eredità del maoismo, alcune piccole comunità locali continuano a guardare al passato alla ricerca di qualche punto di riferimento per orientarsi nel caos del presente. Nanjiecun, un villaggio sperduto nelle campagne della provincia settentrionale dello Henan, è una di queste realtà sospese nel tempo, un mondo in cui ancora oggi la vita dei residenti ruota intorno ad una grande statua di Mao che nella piazza centrale del paese alza il braccio destro, quasi a benedire i passanti, sotto lo sguardo tacito e compiacente dei ritratti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, posti in un circolo ideale alle spalle del Grande Timoniere. Due miliziani, ragazzini dall&#8217;aria ben poco marziale, fanno la guardia giorno e notte ai piedi del simulacro di colui che, come un&#8217;iscrizione sul piedistallo ricorda, &#8220;era un uomo e non un dio, ma attraverso il suo pensiero ha sconfitto gli dei&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Mao è una presenza palpabile nella vita degli abitanti di Nanjiecun: poco più di tremila residenti locali e oltre ottomila lavoratori migranti, provenienti per lo più dai villaggi dei dintorni. Ogni giorno essi si svegliano all’alba, accompagnati dalle note dell&#8217;inno maoista &#8220;L&#8217;Oriente è rosso&#8221;, trasmesso a tutto volume dagli altoparlanti installati a ogni angolo di strada. Quando il coro rivoluzionario intona il verso &#8220;il sole è sorto, in Cina è nato un Mao Zedong&#8230;&#8221;, le strade del villaggio, prima silenziose, si riempiono di vita. Soprattutto di giovani in motorino che vanno a lavorare nelle oltre venti fabbriche locali di proprietà collettiva. La cerimonia si ripete, assolutamente identica eccetto che per il differente sfondo musicale, alle 11.30 e alle 17.30, segnando così la pausa pranzo e la fine del turno pomeridiano in fabbrica.</p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente come nella Cina di trent&#8217;anni fa, al di fuori del lavoro a Nanjiecun la vita scorre monotona: non solo non esistono pub, karaoke, sale da massaggio &#8211; divertimenti considerati moralmente dannosi per la salute spirituale delle masse &#8211; ma anche i ristoranti si contano sulla punta delle dita. Con il buio le strade, tanto pulite da risultare asettiche, si svuotano e ai giovani del posto non rimane che ciondolare per i parchi in piccoli gruppi oppure concedersi qualche partita a ping pong nella locale sala da gioco. &#8220;Certamente a volte noi giovani sentiamo il bisogno di andarcene dal villaggio per divertirci in altri modi&#8221;, racconta Wang Yanming, un giornalista ventiseienne della radio locale. Per chi desiderasse qualcosa di più, è sufficiente prendere una bicicletta e fare qualche centinaio di metri per uscire dai confini della cittadina e immergersi nella realtà comune a tanta parte della Cina rurale contemporanea. Un mondo fatto di rifiuti gettati con noncuranza sul terreno, piccoli ristoranti in cui si può mangiare con pochi soldi, banchetti improvvisati per la strada, sale da ballo, karaoke e bordelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché questo è il paradosso di Nanjiecun, un&#8217;isola maoista nel mare della Cina capitalista. Nei primi anni Ottanta le riforme in questo villaggio, allora un semplice paesino povero come tanti altri nella pianura dello Henan, erano state applicate senza troppi problemi: la terra era stata ridistribuita alle famiglie contadine perché la coltivassero individualmente e godessero dei frutti del loro lavoro e piccole imprese individuali cominciavano ad aprire per iniziativa degli abitanti. Poi, qualcosa è andato storto e la leadership locale ha deciso di fare marcia indietro. Dal 1984 le imprese sono state nuovamente collettivizzate e tra il 1986 e il 1990 tutti i terreni sono tornati sotto il controllo della collettività. Questo cambiamento può essere ricondotto all’influenza di Wang Hongbin, figura carismatica che da oltre trent&#8217;anni ricopre la carica di segretario di Partito del villaggio. È stato lui infatti che all&#8217;epoca convinse i compaesani a stabilire le prime imprese collettive, esaltando i vantaggi del modello di vita comunitario proprio nella congiuntura storica in cui il resto della nazione si accingeva a percorrere una via differente.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I villaggi dei dintorni sono ancora così arretrati perché hanno un sistema sociale basato sulla famiglia, noi invece ci siamo resi conto della superiorità del modello collettivo: questo è il segreto del nostro successo&#8221;, spiega un insegnante della scuola superiore locale. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, gli abitanti di Nanjiecun hanno avviato la gestione collettiva di una serie di fabbriche, la più famosa delle quali rimane quella che produce i fangbianmian: gli spaghetti istantanei venduti in tutta la Cina, pranzo quotidiano di milioni di persone. I proventi delle imprese, sopravvissute ad un decennio di perdite grazie ai generosi finanziamenti delle banche statali, hanno sovvenzionato il welfare della popolazione locale. Gli abitanti del villaggio percepiscono salari bassissimi (al massimo 250 yuan al mese, trenta euro circa), ma godono di benefici previdenziali che susciterebbero invidia nella più generosa socialdemocrazia occidentale. Dalla culla alla tomba, tutte le loro spese sono coperte: istruzione (fino all’università), cure mediche (negli ospedali di tutta la regione), alloggi, luce, gas, acqua e persino la cremazione. Di fatto le spese per mantenere questa imponente macchina sono enormi: soltanto nell&#8217;ultimo anno l&#8217;amministrazione locale ha speso oltre quindici milioni di yuan per garantire il benessere dei propri cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;In passato la maggior parte delle case erano di paglia, le migliori erano di coccio: avevamo sempre freddo&#8221;, ricorda Liu Gailian, una signora di 76 anni che ha passato tutta la vita nel villaggio. Nel 1993 i vecchi edifici trasandati di un solo piano in cui vivevano gli abitanti di Nanjiecun sono stati abbattuti e i loro ex-abitanti trasferiti in moderni condomini costruiti appositamente per ospitare l&#8217;intera comunità della popolazione indigena: un passo in più verso la collettivizzazione di questa micro-società. Eppure soltanto gli abitanti del villaggio hanno ottenuto il permesso di trasferirsi nelle nuove residenze, così come solamente loro in genere sono titolati a godere di tutti i benefici del welfare. E i lavoratori immigrati impiegati nelle locali industrie collettive? Ricevono salari più alti (intorno agli ottocento yuan al mese) e vitto e alloggio gratuiti, ma non possono usufruire delle stesse agevolazioni dei loro omologhi locali. Stando a quanto riportato da alcuni media nazionali, nel 2004 queste ineguaglianze, esasperate in un momento in cui le finanze del villaggio erano profondamente in crisi, avrebbero scatenato un&#8217;ondata di scioperi. Questo fatto però non è confermato da Qu Yuhong, un quadro del sindacato locale, che commenta: &#8220;Le nostre imprese sono armoniose: allora si è trattato solamente di un malinteso con i media e con la società&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo dell&#8217;esperimento di Nanjiecun inevitabilmente ha finito per suscitare l&#8217;invidia di molte persone. &#8220;Gli abitanti di Nanjiecun se la passano troppo bene!&#8221; esclama seccato un signore di mezza età che vive ad un paio di chilometri dal villaggio. Tra gli abitanti dei dintorni, realtà rurali tuttora immerse nella povertà e nel degrado, serpeggia il malcontento: se la fama del &#8220;villaggio maoista&#8221; ha aiutato enormemente a sviluppare l&#8217;industria turistica dell&#8217;intera zona (le statistiche ufficiali vogliono che ogni anno dai trecento ai quattrocentomila turisti transitino per l&#8217;area), sono in molti a ritenere ingiusto il trattamento di favore che Nanjiecun ha sempre ricevuto dalle banche e dai governi provinciale e centrale. Anche se da qualche anno a questa parte l&#8217;era dei prestiti facili si è conclusa in seguito a un cambiamento di politica del centro in merito al credito rurale, questo esperimento di ingegneria sociale continua ad esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Interrogato su quale sia la prossima tappa che si propone di raggiungere nel processo di creazione di una vera e propria &#8220;comunità comunista&#8221; basata sui precetti di Mao, Wang Hongbin ha risposto: &#8220;Entro tre anni stabiliremo una mensa comune in cui tutti potranno mangiare gratuitamente a piacimento, entro dieci anni tutti gli oggetti quotidiani saranno disponibili senza spesa in apposite stazioni di rifornimento: questo sarà il passo finale verso l&#8217;instaurazione del comunismo reale. Allora le masse saranno ricche al punto da non aver bisogno di mettere da parte un solo yuan&#8221;. La stessa affermazione che compariva in un articolo pubblicato su una rivista cinese quattro anni fa. Da allora, nulla è cambiato: forse se ne riparlerà tra un&#8217;altra decina di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>questo articolo è uscito anche su D di Repubblica n.655 del 18 luglio 2009</em>)</p>
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