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	<title>Cineresie.info &#187; stabilità sociale</title>
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		<title>Cosa ci insegna Wukan? Un editoriale dal Quotidiano del Popolo</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane abbiamo seguito con attenzione l'evolversi della situazione a Wukan, il villaggio teatro di una ribellione contro i funzionari locali, protagonisti dell’ennesimo caso di abusi nella gestione di terreni collettivi. Ora che la situazione sta tornando alla normalità, è interessante osservare il discorso ufficiale sull’argomento. Dopo un lungo silenzio, sul Quotidiano del Popolo di ieri finalmente ha fatto capolino il nome del villaggio ribelle. Ma in quali termini? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: right;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/wukan.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5015" title="wukan" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/wukan.jpg" alt="" width="510" height="340" /></a></h4>
<h4 style="text-align: right;"><span style="color: #888888;">photo credits: associated press</span></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane abbiamo tutti seguito con attenzione l&#8217;evolversi della situazione a <strong>Wukan</strong>, il villaggio della provincia del Guangdong teatro di una ribellione contro i funzionari locali, protagonisti dell’ennesimo caso di <strong>cessione di terreni collettivi</strong> a costruttori senza fornire adeguata compensazione ai contadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scontri hanno raggiunto il culmine dopo la morte in carcere di uno dei leader della protesta, un macellaio locale di nome Xue Jinbo. Il fatto che ad oggi il suo corpo non sia ancora stato riconsegnato ai familiari non ha fatto altro che <strong>incendiare gli animi</strong> degli abitanti, barricati nel villaggio. I resoconti dei molti giornalisti internazionali, una volta tanto presenti sul posto, forniscono un quadro esauriente dell’evoluzione della situazione (su tutti si vedano i reportage del <a href="http://www.telegraph.co.uk/search/?queryText=wukan&amp;Search=">Telegraph </a>e del <a href="http://blogs.wsj.com/chinarealtime/tag/wukan/">Wall Street Journal</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni, dopo lunghe settimane di assedio, la situazione sembra evolversi verso la normalità. Come spesso accade in questi casi la <strong>successione degli eventi</strong> ha seguito una prassi abbastanza consolidata nel caso degli <a href="http://www.cineresie.info/contraddizioni-in-seno-al-popolo/">incidenti di massa</a> (ogni anno in Cina ci sono almeno <strong>centomila proteste</strong> così classificate).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le barricate, la soppressione della notizia sui media tradizionali e il filtro dei contenuti sulla rete, è arrivato l&#8217;<strong>intervento risolutore</strong> delle autorità, in questo caso provinciali, che hanno provveduto a sospendere i funzionari locali – messi sotto inchiesta in <a href="http://cin.sagepub.com/cgi/content/abstract/22/1/7">regime extra giudiziario</a> (<em>shuanggui</em>) – e a negoziare con i manifestanti, promettendo loro un&#8217;equa compensazione e la liberazione dei loro leader ancora detenuti. Le mele marce verranno punite, l&#8217;armonia sociale sarà salva e il Partito ancora una volta avrà mantenuto intatta la propria legittimità <strong>ergendosi a paladino</strong> della gente comune. Poi in un secondo momento, quando i riflettori dei media internazionali si saranno spenti, i leader locali vedranno di <strong>regolare i conti</strong>, in modo da non dare un’immagine di eccessiva debolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo che tanto è stato scritto su Wukan e sulla vera o presunta portata rivoluzionaria di questo evento, è interessante osservare le ultime evoluzioni del discorso ufficiale sull’argomento, finora puntualmente descritto dal <a href="cmp.hku.hk">China Media Project</a>. Dopo un lungo silenzio, a pagina nove del Quotidiano del Popolo di ieri, in una colonna non troppo appariscente, ha finalmente fatto capolino il nome del villaggio rivoltoso.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gli interessi legittimi degli abitanti di Wukan</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://theory.people.com.cn/GB/16678229.html">L&#8217;editoriale</a>, firmato da Zhang Tie, si intitola “Che cosa c&#8217;insegna la risoluzione della situazione a Wukan” e nel sommario enuncia un leitmotiv che verrà ripetuto per tutto l&#8217;articolo, ovvero che “la chiave per la soluzione dei problemi sta nel tenere in considerazione gli interessi legittimi delle masse”. Insomma, come al solito secondo la  <strong>narrazione ufficiale</strong> la responsabilità è tutta delle autorità locali e per fortuna che salendo di grado nelle gerarchie del Partito (e passando al livello Provinciale del Guangdong) si trovano persone che sanno come si governa la società. Dopo i preamboli iniziali infatti leggiamo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Osservando l&#8217;incidente di Wukan ci rendiamo conto che le richieste degli abitanti del villaggio coincidevano proprio con la soluzione del problema. Gli appelli che gli abitanti locali portavano avanti sin da settembre originavano dall’insoddisfazione nei confronti del modo in cui i quadri locali avevano gestito la terra, da questioni economiche e dal ricambio dei leader arrivati alla fine del mandato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se solo gli interessi legittimi e le rimostranze della cittadinanza venissero ascoltate per tempo, se si giudicasse con imparzialità risolvendo prontamente le questioni senza procrastinare, allora non succederebbe che da piccole cose i problemi si ingrandiscano e si sommino l&#8217;uno all&#8217;altro, fino ad esplodere in conflitti sociali. Nel caso di Wukan ciò avrebbe portato i fatti a svilupparsi in una maniera differente. La situazione intricata che oggi si è determinata sta venendo risolta da un gruppo di lavoro provinciale che ha riconosciuto che “le richieste fondamentali della popolazione sono legittime”. Questo dimostra chiaramente che, nell&#8217;affrontare certi conflitti particolari, la chiave per la soluzione dei problemi sta nel considerare gli interessi delle masse.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;osservazione prima di proseguire nella lettura. L&#8217;<strong>interesse legittimo</strong> di cui si parla nel testo (<em>liyi</em>) rientra nel diritto soggettivo di ogni cittadino nei confronti della pubblica amministrazione. Gli abitanti di Wukan possono e devono reclamare il loro interesse privato nei confronti di un bene collettivo (la terra) su cui si fonda il loro sostentamento e per il quale hanno diritto ad un’equa compensazione nel caso in cui essa venga destinata ad altri usi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante i responsabili degli abusi siano quasi sempre <strong>funzionari</strong> locali del Partito, il garante di questi interessi legittimi è proprio il Partito stesso, una situazione che dà origine ad un cortocircuito istituzionale per moltio versi tipico di un contesto autoritario. Ciononostante, il Partito continua a fondare la propria legittimità su questo ruolo di <strong>garante degli interessi legittimi</strong> dei cittadini e della giustizia sociale e gioca sapientemente sulle divisioni tra i vari livelli della gerarchia per <strong>scaricare la responsabilità</strong> alla base e promuovere l’immagine delle alte sfere. Nel pezzo il concetto di <em>liyi</em> viene ripetuto per ben 26 volte!</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Cina odierna si trova ad affrontare un periodo di trasformazione sociale che inevitabilmente comporta dei conflitti, la moltiplicazione degli interessi, la diversificazione dei reclami, l&#8217;emergere di conflitti d’interesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che è accaduto è particolarmente rappresentativo e preoccupante proprio perché coinvolge la provincia del Guangdong, un’area all&#8217;avanguardia nel processo di riforme ed apertura, che ha saputo imporsi per la sua crescita economica, per la sua elevata apertura, per la rapidità delle trasformazioni sociali […]</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esplosione del conflitto legato alla terra è avvenuta a Wukan in un modo che raramente s&#8217;è visto in altre parti della Cina ed ha messo in evidenza un contrasto fra interessi personali legittimi e interessi della comunità, fra interessi e benefici di breve e di lungo periodo. Questo mostra come un conflitto apparentemente imponderabile avesse alle spalle le caratteristiche dell&#8217;inevitabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ci sia dietro una partita a scacchi fatta di interessi legittimi non deve spaventare. È proprio grazie a questo gioco di interessi legittimi che è possibile bilanciare meglio e armonizzare le dinamiche interne alla società.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio che le masse non possono avere reazioni estreme non appena sentono di dover fare delle rimostranze, finendo così per infrangere la legge. Di fronte a richieste ragionevoli è possibile dare una risposta che sia conforme alle leggi. I governi locali d&#8217;altra parte non possono trasformare quelle che sono normali rivendicazioni in contrapposizioni radicali reagendo attraverso divieti e pressioni sulla popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;incidente di Wukan, il primo errore commesso dal governo locale è stato quello di non confrontarsi immediatamente faccia a faccia con le richieste ragionevoli degli abitanti del villaggio, lasciando così che queste degenerassero in una contrapposizione radicale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo di lavoro provinciale, con la più grande determinazione, la più grande sincerità e il più grande impegno ha dimostrato responsabilità e fermezza nel dare una risposta ai ragionevoli appelli della popolazione e ha creato le condizioni per una soluzione dei problemi, la stabilità e l&#8217;armonia nell&#8217;area.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa capacità di correggere un atteggiamento inizialmente sbagliato è l&#8217;espressione di un&#8217;aspirazione del nostro Partito, che vuol adottare un unico principio per gestire il tutto (<em>yiyi guanzhi</em>): responsabilità nei confronti degli interessi legittimi delle masse, ovvero responsabilità verso la causa del Partito stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti incidenti di massa di questi ultimi anni nella maggior parte dei casi hanno avuto origine in situazioni in cui gli interessi legittimi delle masse non venivano soddisfatti. Questo ci mostra che quando siamo di fronte a una rivendicazione dei propri interessi legittimi da parte delle masse, anche in situazioni conflittuali, i governi locali devono avere un&#8217;elevata consapevolezza della situazione generale.</p>
<p style="text-align: justify;">[...]</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, che la <em>governance</em> sociale sia buona o meno non si valuta dall&#8217;insorgenza dei conflitti, ma dalla capacità di risolverli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel principio fondamentale del governo della legge (<em>fazhi</em>) come si attua una distribuzione equa degli interessi legittimi? Come si fa in modo che gli interessi legittimi si esprimano senza impedimenti? Come si garantisce la difesa di tali interessi?</p>
<p style="text-align: justify;">Se si risponde bene a queste domande, i conflitti verranno risolti come l&#8217;acqua che in un canale scorre verso una via d&#8217;uscita e non si scontra in prossimità di sbarramenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lenin usava dire che l&#8217;indole di ogni uomo è mossa dall&#8217;interesse personale. Il cambiamento di situazione a Wukan ci insegna che per diminuire la conflittualità sociale è necessario dare maggiore importanza alla <em>governance </em>sociale e risolvere la questione degli interessi legittimi delle masse.</p>
<p style="text-align: justify;">Zhang Tie</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Leggi l&#8217;articolo in cinese:</span> <a href="http://theory.people.com.cn/GB/16678229.html" target="_blank">乌坎转机提示我们什么</a></p>
<p style="text-align: justify;">
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Movimenti ambientalisti: uno sguardo incrociato fra Cina e Occidente</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 02:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa dell’ambiente. Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di questi movimenti in Cina e in Occidente. Questi due scenari rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Un post scritto con Marco Tonino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I <strong>conflitti ambientali locali</strong> sono un fenomeno comune in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti alla Cina, succede sempre più spesso che la società civile si opponga a scelte progettuali non condivise in nome della difesa della salute, dell’ambiente e, a volte, addirittura della stessa democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi sono però i processi che hanno portato alla nascita di movimenti locali in campo ambientale <strong>in Occidente e in Cina</strong>. Si tratta di due scenari che rivelano punti in comune e divergenze non solo nelle poste in gioco da difendere, ma anche nel recepimento delle tematiche ambientali da parte del mondo politico e nelle modalità di mobilitazione. Uno sguardo comparato è necessario per meglio comprendere le dinamiche in gioco e azzardare alcune ipotesi su quello che sarà <strong style="text-align: justify;">il futuro</strong> della Cina se si manterrà sul presente corso di sviluppo</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4959" title="China-Pollution-Problem" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/12/China-Pollution-Problem.jpg" alt="" width="521" height="694" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Ambientalismo &#8220;giovane&#8221; sul versante cinese</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>NIMBY</strong>. “<em>Not In My Backyard</em>”, non nel mio cortile. Questo acronimo, noto in Italia grazie a decenni di lotte contro opere che lo Stato ritiene di interesse pubblico ma che i cittadini osteggiano per timore di possibili <strong>ricadute su ambiente e salute</strong>, da qualche mese è un termine di uso corrente anche in Cina. Questo da quando, lo scorso 14 agosto, i <a href="http://globalvoicesonline.org/2011/08/14/china-large-nimby-protest-erupts-in-dalian/">cittadini di Dalian</a>, un centro urbano nel nordest del Paese, sono scesi in piazza a migliaia per chiedere la <strong>rilocazione di un impianto chimico</strong> per la produzione di parasilene, strappando alle autorità locali la promessa che la loro richiesta sarebbe stata esaudita. La mobilitazione era nata sulla scia dell’allarme scattato la settimana precedente a causa del cedimento di una diga protettiva della fabbrica durante un tifone e la voce si era poi diffusa a macchia d’olio attraverso il web e i cellulari.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto ampliamente pubblicizzato sui media internazionali, il caso di Dalian non è certo il primo esempio di protesta NIMBY in Cina. Già quattro anni prima, nel giugno del 2007, i <a href="http://www.zonaeuropa.com/20070601_1.htm">cittadini di Xiamen</a> si erano mobilitati a migliaia contro il progetto di aprire un altro impianto per la produzione del parasilene non lontano da una zona residenziale. La fabbrica in questione, che aveva ottenuto il supporto dei vertici dello Stato e aveva già attratto quasi 11 miliardi di yuan di investimenti, avrebbe arricchito enormemente le casse cittadine, tanto che si calcolava che il nuovo impianto avrebbe portato al prodotto interno lordo cittadino oltre 80 miliardi di yuan, un quarto del totale di allora. Anche in quel caso però <strong>migliaia di persone</strong> si erano date appuntamento nel centro cittadino per “fare una passeggiata” e protestare pacificamente contro il piano del governo locale. Non appena i cittadini erano scesi in piazza, il <strong>web si era mobilitato</strong> per coprire la protesta e i media nazionali avevano seguito a ruota, spingendo le autorità di Xiamen a fare un clamoroso passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando ancora più in là nel tempo, molti specialisti sono concordi nell’indicare come prima grande mobilitazione ambientale in Cina il caso della resistenza contro la costruzione di una serie di <a href="http://books.google.it/books?id=mdlSyAHSHrQC&amp;lpg=PA152&amp;ots=jzVo8RuVAo&amp;dq=nujiang%20protest&amp;hl=it&amp;pg=PA143#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">dighe sul fiume Nujiang</a>, nella provincia dello Yunnan, tra il 2003 e il 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo evento, che giustamente viene descritto come un punto di svolta per la società civile cinese, sia per il ruolo giocato in quell’occasione dalle ONG ambientali, sia per la (temporanea) capitolazione delle autorità centrali, tuttavia non è rappresentativo di quella che è la tendenza generale nelle proteste ambientali in Cina. Mobilitazioni per la preservazione dell’ambiente naturale, del paesaggio o dell’identità culturale, rimangono eventi molto rari. Anche casi di proteste NIMBY come quelle di Xiamen e Dalian – ma si potrebbero citare anche la lotta dei <a href="http://www.zonaeuropa.com/20091123_1.htm">cittadini di Panyu</a> contro l’apertura di un inceneritore nel 2009 o la resistenza dei <a href="http://www.reuters.com/article/2008/01/12/us-china-maglev-protest-idUSPEK32757920080112">cittadini di Shanghai</a> contro l’espansione del Maglev nel 2008 – per quanto significativi, <strong>rimangono un’eccezione</strong> più che la regola.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, al giorno d’oggi le mobilitazioni ambientali dei cittadini cinesi si configurano come lotte “a posteriori” per la salute o, addirittura, per la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha riconosciuto nel febbraio del 2009 <a href="http://www.hnhbjn.com/newsshow.asp?id=2214">Chen Xiwen</a>, un importante funzionario del governo centrale, “il problema dell’inquinamento ambientale è ormai diventato una delle cause principali che portano allo scoppio di incidenti di massa tra i contadini”. Timothy Hildebrandt e Jennifer Turner in <a href="http://books.google.it/books?hl=it&amp;lr=&amp;id=SDaEslFSP4oC&amp;oi=fnd&amp;pg=PA89&amp;dq=Timothy+Hildebrandt+green+activism&amp;ots=B-Dq2LqSLp&amp;sig=DWLpKdwfhEdxaH6X2SL0sQsRxwI#v=onepage&amp;q=Timothy%20Hildebrandt%20green%20activism&amp;f=false">uno studio</a> pubblicato nel 2009 hanno riportato alcuni indicatori particolarmente significativi: stando a dati diffusi dall&#8217;Amministrazione statale per la protezione dell&#8217;ambiente  (oggi Ministero della protezione ambientale), nel 2005 nell’intero paese avrebbero avuto luogo oltre <strong>51.000 proteste</strong> dovute all’inquinamento, molte delle quali dovute alle crescenti perdite economiche da parte di contadini impossibilitati a vendere i propri raccolti “tossici”; nel 2007, inoltre, il Ministero della salute avrebbe riportato che tra il 2005 e il 2007 il numero di coloro che hanno contratto il cancro a causa dell’inquinamento sarebbe cresciuto del 19% nelle aree urbane e del 23% in quelle rurali. Di fatto, <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">indagini ufficiali</a> condotte di recente su 7.555 progetti chimici di grandi dimensioni hanno dimostrato come ancora oggi l’81% degli impianti chimici si trovino in aree fluviali, zone densamente popolate e altri <strong>luoghi “sensibili” dal punto di vista ambientale</strong>, mentre il 45% sarebbero addirittura considerati “fonte di elevato rischio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è dunque da stupirsi se nell’aprile del 2009, <a href="http://bbs.ccvic.com/thread-120-1-1.html">uno speciale</a> sui cosiddetti “villaggi del cancro” (<em>aizhengcun</em>), pubblicato dalla rivista <em>Fenghuang Zhoukan</em>, riportava <a href="http://wx.house365.com/bbs/showthread.php?threadid=58338">una mappa</a> della Cina con ben 110 villaggi finiti nel mirino dei media cinesi nel decennio precedente a causa dell’elevato tasso di mortalità legato all’inquinamento. A margine della mappa si notava che “questi ‘villaggi del cancro’ per la maggior parte si trovano nelle cinture territoriali intorno ai parchi industriali delle città, a valle lungo il corso dei fiumi oppure nei pressi di miniere, e subiscono così l’inquinamento delle acque reflue industriali, dei gas di scarico, dei residui, dei rifiuti della vita quotidiana, così come dei metalli pesanti e di altre cause molteplici e combinate”. I giornalisti raccoglievano testimonianze drammatiche di genitori che avevano visto i propri figli morire di leucemia uno dopo l’altro, senza poter garantire loro alcuna cura medica, né ottenere alcuna forma di assistenza dallo Stato. Il tutto, a volte, a due passi dalla capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo un <a href="http://www.ndcnc.gov.cn/datalib/NewBook/2011/2011_09/newbook.2011-07-28.7817892265/">recente studio</a> dell’Accademia delle scienze sociali, nel biennio 2009-2010 in Cina avrebbero avuto luogo ventidue <strong>incidenti ambientali gravi</strong> – o, per usare l’eufemismo ufficiale, “con impatto elevato” (<em>yingxiang jiaoda</em>) – che in un modo o nell’altro hanno smosso l’opinione pubblica cinese. Di fronte a una situazione così drammatica, le proteste ambientali non possono che registrare una continua crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 2009, presentando l’edizione del Libro Blu sulla Società Cinese per l’anno successivo, <a href="http://news.qq.com/a/20091221/001334_1.htm">Li Peilin</a> rilevava come delle dieci grandi proteste per l’ambiente accadute nel decennio precedente, ben sei avessero avuto luogo nell’anno appena concluso. Stando a <a href="http://www.cass.net.cn/file/20101102286576.html">più recenti stime</a> della stessa Accademia delle Scienze Sociali, gli incidenti di massa causati dall’inquinamento ambientale stanno crescendo del 29% all’anno, una velocità ben superiore a quella degli incidenti dovuti ad altre cause. Inoltre tali incidenti sarebbero classificabili come “<a href="../contraddizioni-in-seno-al-popolo/">non di classe e non riconducibili ad interessi diretti</a>”, dunque si tratterebbe di situazioni repentine ed altamente imprevedibili, il genere di incidente che le autorità cinesi considerano più rischioso per la stabilità  sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In <a href="http://news.163.com/11/0314/13/6V42PS5100014JB6.html">un sondaggio</a> condotto dal <em>Quotidiano del Popolo</em> nel febbraio del 2011, tra i “dieci problemi caldi del nuovo anno secondo i netizen”, l’inquinamento ambientale figurava al quinto posto, con 7.583 voti. Tra i 3.207 partecipanti ad un ulteriore sondaggio più specifico sulle questioni ambientali, il 93% riteneva che “in Cina i problemi ambientali fossero molto gravi” e, per quanto riguardava le cause di questa situazione, il 75% sosteneva  che “i governi locali hanno sacrificato l’ambiente per il profitto economico”, contro un 11% che riteneva che “la gestione non è all’altezza degli standard”. Dati simili, per quanto basati su un campione decisamente non scientifico, dimostrano come in Cina l’ambiente possa facilmente trasformarsi da questione di salute pubblica a <strong>problema politico</strong>, un fatto di cui il Partito è ben consapevole.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza occidentale</h2>
<p style="text-align: justify;">In Occidente, le prime forme di movimento in campo ambientale sono nate nella seconda metà del secolo scorso grazie ad una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica degli effetti spesso devastanti delle attività economiche sull’ambiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1962 viene pubblicato il libro  “<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=primavera%20silenziosa&amp;source=web&amp;cd=4&amp;ved=0CDYQFjAD&amp;url=http://books.google.com/books/about/Primavera_silenziosa.html?id=xsfa6U1O4M4C&amp;ei=X1beTqiBCoWB4gTE3eSLBw&amp;usg=AFQjCNELDWwyR4R-bdnsfdLU5nVjJFFbcA&amp;sig2=8l36_W9OsVJBw8GsxzWHpg&amp;cad=rja">Primavera Silenziosa</a>”, una denuncia alla distruzione di interi ecosistemi causati dall’uso indiscriminato dei pesticidi: scritto dalla biologa <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Rachel_Carson">Rachel Carson</a>, questo libro segna convenzionalmente l’inizio del movimento ambientalista. Durante gli <strong>anni Sessanta</strong> il movimento ambientalista vive un periodo di forte crescita in seguito all’acuirsi dei problemi di inquinamento, traffico, smaltimento dei rifiuti. L’interesse verso la questione ambientale subisce però un ridimensionamento a seguito della <strong>crisi energetica del 1973</strong>, quando i problemi dell’ambiente tornano in secondo piano, cedendo il passo alle questioni della ripresa e della crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l’Italia negli anni Settanta vive un’eclissi dei movimenti ambientali causata anche da contingenze storiche interne come i gravi problemi di ordine pubblico (agitazione studentesca, scioperi, criminalità organizzata, terrorismo). Di fatto, gli anni Settanta sono caratterizzati in generale da una lenta istituzionalizzazione dei valori ambientalisti nelle politiche pubbliche: vengono approvate leggi di tutela di aria, acqua, suolo, natura; inoltre si inseriscono criteri ecologici nella progettazione di opere destinate a modificare l’ambiente, cresce la ricerca e l’educazione ambientale. Questo è anche il decennio della nascita dell’<a href="http://www.exibart.com/Libri/dettaglio_libro.asp?IDLibro=1142872">ecologia politica</a>, che si sviluppa in due modalità: la prima riguarda l’adozione di temi ecologici nelle ideologie e nelle forze politiche tradizionali, la seconda riguarda la trasformazione dei movimenti ambientalisti in partiti definiti “Verdi”. Tale fenomeno ha avuto maggiori sviluppi in Europa dove, a differenza degli Stati Uniti, c’è la possibilità di presentare liste politiche monotematiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni Ottanta vedono una ripresa ed espansione del movimento ambientalista in tutto il mondo mentre si susseguono e moltiplicano le conferenze su temi ambientali a livello internazionale. Gli anni successivi vedono infine la progressiva istituzione di Ministeri dell’ambiente nei governi di tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente alla Cina, i paesi occidentali hanno una <strong>lunga tradizione</strong> di proteste per l’ambiente. Considerando i soli conflitti ambientali locali, diverse sono le poste in gioco che vengono messe in discussione da chi si oppone ad un progetto: la salute, il reddito, una specifica componente ambientale (e.g. l’aria, l’acqua, il suolo, una  particolare specie animale); più recenti sono le poste in gioco riguardanti il paesaggio (sia come parte di un ecosistema sia come rappresentazione dell’identità culturale), l’ambiente in senso più ampio e l’idea di uno sviluppo diverso del territorio. Quando una protesta sposta la sua attenzione dalla locazione del progetto alla tipologia di progetto allora non si parla più di protesta NIMBY (<em>Not in My Back Yard</em>) ma di <strong>NIABY</strong> (<em>Not in Anyone’s Back Yard</em>). Non vi è più dunque un atteggiamento di rifiuto spontaneo, “epidermico” ed egoistico ma si passa ad un’opposizione più consapevole, sostenuta da una conoscenza più specifica. Stando ad <a href="http://books.google.com.co/books?id=TcmKDsRLhbMC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">una ricerca</a> su sei città italiane, degli ottantanove comitati di cittadini censiti in uno studio del 2004, solo poco più di un quarto si mobilita secondo logiche NIMBY, mentre i restanti  tre quarti tendono ad ampliare il loro raggio territoriale e/o tematico della loro protesta.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda della <strong>protesta “NO TAV”</strong> della Val di Susa in Piemonte è un caso di opposizione ad un’opera infrastrutturale cominciato nel 1990 e da allora periodicamente all’attenzione dell’opinione pubblica. La Val di Susa rappresenta una situazione d’incontro di fattori predisponenti alla manifestazione del conflitto quali la bassa qualità ambientale e l’alto grado di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte territoriali. La valle, in cui è prevista la  costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, è infatti già sottoposta ad alto <strong>stress ambientale</strong> a causa dell’inquinamento dovuto ai viadotti ed alle aree industriali presenti; il degrado della zona interessata dal progetto e la partecipazione inadeguata alle procedure prevista dalla legge obiettivo 121/2001 hanno portato alla degenerazione in protesta del conflitto. Il difetto di partecipazione all’interno della procedura di valutazione del progetto è confermato dall’<a href="http://temi.repubblica.it/limes/litalia-presa-sul-serio">assenza degli stessi conflitti</a> nei cantieri sul versante francese: grazie al lavoro di ricerca del consenso compiuto in Francia i valligiani locali sembrano essere consapevoli dei benefici che l’opera potrà apportare al loro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nata come fenomeno locale, la protesta della Val di Susa è cresciuta diventando un movimento coordinato ed organizzato  sin a livello sovranazionale che ha elaborato <strong>proposte progettuali alternative</strong>. Se all’inizio del conflitto ambientale i valori da difendere erano la salute ed un’<strong>idea diversa di sviluppo</strong>, ora – soprattutto dopo il ricorso alle forza del governo nel presidiare e difendere i cantieri nella valle &#8211; la  posta in gioco è diventata la democrazia, così come la giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, nonostante l’esistenza di procedure che prevedono la <strong>partecipazione</strong> come strumento chiave per la pianificazione territoriale (VIA, VAS, Agenda 21 Locale) in Italia le situazioni di conflittualità ambientale sono in crescita, grazie anche alla facilità di creare reti e condividere esperienze offerte da internet e nuovi media. Nel solo Veneto, i conflitti ambientali identificati all’interno dell’<a href="http://www.veronainblog.it/wp/2011/11/10/legambiente-veneto-e-universita-iuav-di-venezia-redigono-l%D5-atlante-dei-conflitti-territoriali/">atlante del “malessere territoriale”</a> (redatto nel 2011 da Legambiente ed Università IUAV di Venezia) sono 49 e, di questi, 41 sono ancora in atto. La maggior parte dei conflitti riguarda progetti che minacciano il paesaggio.</p>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Affinità, differenze e scenari futuri<br />
</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">Quali conclusioni possiamo trarre da questa breve e incompleta panoramica?</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, possiamo notare alcune differenze sostanziali tra quello che sono le proteste ambientali in Cina e ciò che sono stati e sono ancora oggi i movimenti ambientalisti in Europa e negli Stati Uniti. Se in Occidente, questi movimenti si sono rapidamente <strong>evoluti in partiti</strong> (e poi come tali sono entrati in crisi), in Cina questa evoluzione al momento non è possibile a causa del monopolio politico da parte del Partito comunista. Per questa ragione la forma organizzativa più comune rimane quella della <em>grassroots organization</em>, ciò che in genere gli osservatori definiscono “ONG ambientale”.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, se in Occidente l’<strong>impianto normativo</strong> in campo ambientale è nato nel tempo come risposta a pressioni della società civile e del mondo accademico, in Cina questo è stato introdotto d’autorità dall’alto, senza un reale coinvolgimento dei cittadini. Infine, se in Occidente sempre più spesso le proteste ambientali sono riconducibili alla <strong>difesa di  valori profondi</strong> –la cultura e l’identità territoriale, una certa concezione di sviluppo, l’idea stessa della democrazia partecipativa – in Cina, nonostante si siano verificate mobilitazioni classificabili come NIABY, rimangono prevalenti le proteste legate a questioni ben più concrete come l’<strong>interesse economico</strong> o la <strong>salute</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, queste differenze non possono e non devono oscurare quelli che sono i <strong>punti in comune</strong> tra Cina e Occidente quando si tratta di proteste ambientali.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, in Cina come nel resto del mondo un ruolo sempre più importante nelle mobilitazioni dal basso stanno assumendo i <strong>nuovi media</strong>, come si è visto nel caso della TAV in Italia e nei casi di Dalian e Xiamen in Cina. In secondo luogo, in entrambi i contesti si è assistito e si sta assistendo allo sviluppo di movimenti a-partitici e a-politici che ruotano attorno ai principi della tutela dell’ambiente e dello <strong>sviluppo sostenibile</strong>. Infine, sia in Occidente che in Cina si è avuta una graduale <strong>assimilazione</strong> del discorso ambientalista da parte delle autorità. In Cina questo si è visto soprattutto nell’ultimo decennio, dopo l’ascesa al potere di Hu Jintao e Wen Jiabao e l’affermarsi di una nuova <strong>retorica ufficiale</strong> basata sull’idea di “società armoniosa” (<em>hexie shehui</em>). Non si può infatti dimenticare che una delle componenti fondamentali di questa &#8220;armonia&#8221; sta nel <strong>rapporto tra uomo e natura</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza dei movimenti ambientali occidentali si dimostra particolarmente significativa per le autorità cinesi. A dispetto delle mille leggi adottate in materia, in assenza di canali di <strong>partecipazione democratica</strong> alla vita politica, in Cina esiste un rischio concreto che le varie istanze in campo ambientale evolvano in direzione di un movimento politico “verde” più o meno radicale. Se al momento questa eventualità sembra ancora lontana, resta da vedere se le autorità di Pechino riusciranno ad andare oltre la pura retorica e ad imprimere una <strong>nuova direzione</strong> al modello di sviluppo del paese, accogliendo gli stimoli provenienti dalla base e prevenendo che l’instabilità sociale degeneri. In fondo, lo aveva teorizzato per primo <strong>Mencio</strong> oltre duemila anni fa: le catastrofi naturali non sarebbero altro che un segnale divino secondo cui una dinastia ha perso il proprio “mandato del Cielo”, la propria legittimità a governare. Secondo questo antico ma mai dimenticato filosofo, in presenza di terremoti, inondazioni, raccolti tossici ed altre calamità, il popolo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di ribellarsi e mettere sul trono una nuova dinastia. Parole che, dopo millenni, suonano ancora minacciose alle orecchie di coloro che siedono ai vertici del potere a Pechino.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">Scritto in collaborazione con </span><strong>Marco Tonino</strong><span style="color: #888888;">, dottorando in Scienze ambientali presso l&#8217;Università Ca&#8217; Foscari di Venezia. Si occupa principalmente di gestione integrata delle zone costiere e di processi partecipativi.</span></p>
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		<title>Hukou, esperimenti per una riforma della cittadinanza</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 06:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[La questione del sistema di registrazione familiare, il cosiddetto hukou, è uno degli aspetti più complessi delle riforme cinesi. Se sono anni che la comunità internazionale critica questa forma di discriminazione istituzionale, non altrettanto evidenti sono gli esperimenti di riforma delle autorità cinesi. Di fatto, nell’ultimo biennio diverse località si sono lanciate in audaci sperimentazioni in materia, prime fra tutte Shanghai, Chongqing, Chengdu e il Guangdong.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4806" title="hukou" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou.jpg" alt="" width="483" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più spinosi e complessi delle riforme nella Cina contemporanea riguarda la questione del <strong>sistema di registrazione familiare</strong>, il cosiddetto <em>hukou</em>. Nato alla metà degli anni Cinquanta come strumento di controllo della popolazione, questo meccanismo ancora oggi vincola la popolazione cinese al proprio luogo d’origine, distinguendo tra una forma di cittadinanza “agricola” (<em>nongye hukou</em>) e “non agricola” (<em>fei nongye hukou</em>). Se i residenti delle aree urbane, in quanto portatori di <em>hukou</em> non rurale, possono godere di un <strong>trattamento preferenziale</strong> dal punto di vista della sanità, degli alloggi, dell’educazione e delle pensioni, i portatori di <em>hukou</em> rurale continuano ad avere un accesso molto limitato ai servizi pubblici, quasi come se si trattasse di cittadini di seconda classe. Se poi si considera che attualmente decine di milioni di contadini – le <a href="http://news.163.com/11/1009/19/7FURNSIO00014JB5.html">ultime cifre</a> parlano di oltre 220 milioni di individui – sono emigrati nelle città per lavorare, la portata di questo problema sociale appare evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui non c’è niente di nuovo. Da anni la comunità internazionale e i media cinesi e stranieri criticano costantemente la discriminazione istituzionale derivante da questo sistema. Non altrettanto evidenti sono però gli esperimenti con cui le autorità cinesi stanno cercando di cambiare la situazione. Di fatto, nell’ultimo biennio molto è stato fatto per gettare le basi di un futuro cambiamento e, come di consueto, si è deciso di partire da alcune specifici esperimenti su base locale in diverse <strong>aree “campione”</strong>. In particolare, nel solo 2010 ben quattro località sono finite sotto i riflettori per le proprie innovazioni in questo campo: Shanghai, Chongqing, Chengdu e l’intera provincia del Guangdong.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Quattro luoghi, quattro esperimenti</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4807" style="margin: 5px;" title="hukou2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/11/hukou2.jpg" alt="" width="180" height="280" /></a>Se <strong>Shanghai</strong> si è limitata ad adottare <a href="http://www.shanghai.gov.cn/shanghai/node2314/node2319/node12344/userobject26ai23100.html">nuove misure</a> finalizzate ad attrarre e trattenere manodopera qualificata, permettendo ad alcune categorie professionali di richiedere lo <em>hukou </em>urbano, decisamente più interessante è l’esperimento attuato dalla provincia del <strong>Guangdong</strong>, dove nel giugno del 2010 è stato adottato in via sperimentale uno “<a href="http://news.sina.com.cn/c/2010-06-07/195220428892.shtml">hukou a punti</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, il nuovo regolamento introduce un sistema in cui i lavoratori migranti, una volta raggiunto un determinato punteggio, possono richiedere lo <em>hukou </em>urbano. I criteri di valutazione comprendono un misto di indicatori decisi a livello provinciale e cittadino, pensati prendendo in considerazione la “qualità”, la partecipazione ai fondi previdenziali, il contributo alla società, la situazione occupazionale e fiscale dei singoli individui. Il tutto con l’obiettivo dichiarato di assorbire a pieno titolo nei centri urbani oltre 1,8 milioni di migranti entro la fine del 2012, una cifra non poi così notevole, se si considera che nell’intera provincia i lavoratori migranti sono quasi 30 milioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Una risonanza ancora maggiore hanno avuto gli esperimenti di riforma che stanno avendo luogo a Chongqing e Chengdu. Le autorità di <strong>Chongqing</strong> hanno deciso di adottare un <a href="http://baike.baidu.com/view/4272326.htm">approccio graduale</a> alla riforma, impegnandosi a creare nuovi alloggi, nuove scuole e nuovi posti di lavoro per accogliere la popolazione proveniente dalle campagne.</p>
<p style="text-align: justify;">I numeri ancora una volta sono massicci, tanto che si parla di 5-6 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di cinque anni, così come di oltre 30 milioni di metri quadri di nuove abitazioni e cento scuole medie ed elementari nello stesso arco di tempo. L’obiettivo è quello di avere 7 milioni di nuovi residenti urbani entro il 2020, il 60% della popolazione totale. Al contrario, <strong>Chengdu</strong> ha adottato un <a href="http://news.xinhuanet.com/politics/2010-11/28/c_12824443.htm">approccio più radicale</a>, attuando una serie di politiche mirate alla completa abolizione di ogni distinzione tra <em>hukou</em> rurale e urbano entro il 2012.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cosa ne pensano i cittadini cinesi?</h2>
<p style="text-align: justify;">La società cinese segue con grande interesse e partecipazione questi tentativi di cambiamento. In un’iniziativa senza precedenti, il primo marzo del 2010 ben tredici differenti testate sparse in tutto il paese hanno pubblicato uno <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703429304575095153343091306.html">stesso editoriale</a> richiedendo a gran voce un’<strong>accelerazione della riforma</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a href="http://baike.baidu.com/view/6232137.htm">uno studio</a> dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, nel maggio del 2011 erano oltre 18mila gli articoli sulla riforma dello <em>hukou </em>disponibili su <em>Baidu News</em>, per la maggior parte focalizzati sulla descrizione delle nuove politiche, ma con una non trascurabile vena critica. Secondo un <a href="http://news.sohu.com/20100604/n272557326.shtml">sondaggio d’opinione</a> condotto nel giugno del 2010 dal portale web Sohu.com, su 47.932 rispondenti il 49% riteneva che fosse necessario abolire il sistema dello <em>hukou</em>, permettendo ai cittadini una totale libertà di movimento; il 39% si schierava a favore di un avanzamento delle riforme, al fine di separare i diritti e il welfare collegati al sistema della registrazione e trovando un sistema di gestione della popolazione alternativo in modo da garantire flussi migratori ordinati; il 9% era assolutamente contrario a qualsiasi riforma; il 3% semplicemente non era interessato al problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, nonostante tutta quest’attenzione, nella società cinese rimangono <strong>notevoli resistenze</strong> ad una riforma radicale dello <em>hukou</em>. Da un lato, la popolazione urbana teme gli effetti che una mobilità incontrollata potrebbe avere sui servizi pubblici, dall’altro i migranti temono di perdere il <strong>diritto alla terra</strong>, quell’unica forma di sicurezza sociale che sostiene le loro famiglie in caso di crisi o disoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, la riforma dello <em>hukou </em>non è solamente una questione astratta di diritti, ma anche e soprattutto un processo strettamente legato alla questione della riforma della terra e alla disponibilità di risorse pubbliche da erogare nella forma di servizi. Si tratta di una complessità che a volte rischia di sfuggire all’osservatore straniero, ansioso com’è di articolare il discorso esclusivamente in termini di “diritti”. Il punto è che la situazione sta cambiando, lentamente ma sta cambiando. Sta a noi cogliere il significato e la portata di questo cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">anche su</span> <a href="http://www.twai.it/article/153/pubblicato-il-n.-11/2011-di-%3Ci%3Eorizzontecina%3C/i%3E">Orizzonte Cina</a></p>
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		<title>Zhou Benshun, un breviario per la governance sociale</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 11:51:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[modello cinese]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>
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		<description><![CDATA[Traduciamo integralmente un articolo di Zhou Benshun, segretario generale della Commissione Affari Politici e Legislativi del Partito Comunista Cinese, pubblicato la scorsa settimana su Qiushi, rivista di teoria politica del Partito. L’autore, figura prominente fra gli alti quadri dell’oligarchia comunista, in questo breve saggio indica la strada per rinnovare le strategie di “governance sociale” (shehui guanli) e adattare ai tempi il controllo e la supervisione del Partito sulla società contemporanea.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/Zhou-Benshun.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3707" title="Zhou-Benshun" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/Zhou-Benshun.jpg" alt="" width="403" height="286" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il testo che segue è la traduzione di un articolo firmato da <a href="http://www.chinavitae.com/biography/Zhou_Benshun|4421" target="_blank">Zhou Benshun</a>, segretario generale della Commissione Affari Politici e Legislativi del Partito Comunista Cinese e pubblicato la scorsa settimana su <a href="http://www.qstheory.cn/" target="_blank">Qiushi</a>, rivista di teoria politica del Partito. L’autore, figura prominente fra gli alti quadri dell’oligarchia comunista, in questo breve saggio indica la strada per rinnovare le strategie di “governance sociale” (<a href="http://baike.baidu.com/view/1763642.htm" target="_blank"><em>shehui guanli</em></a>) e adattare ai tempi il controllo e la supervisione del Partito sulla società contemporanea. Il pezzo ha fatto scalpore anche a livello internazionale per i passaggi in cui l’autore mette in guardia contro l&#8217;emergere della <strong>società civile,</strong> giudicata un vero e proprio “tranello senza scampo” preparato <em>ad hoc</em> dalle potenze occidentali contro la Cina. In realtà tutto il testo risulta interessante e va letto come una sorta di breviario che riassume l’approccio dirigista del partito alla società. Un miscuglio di teoria socialista sul “lavoro con le masse” (<em>qunzhong gongzuo</em>), princìpi morali pescati dalla tradizione Confuciana e pratiche occidentali adattate alla realtà cinese. Questo tipo di approccio – che, considerando i recenti sviluppi, sembra essere maggioritario all&#8217;interno del Partito – lascia davvero poche speranze a chi vorrebbe intravedere spiragli di luce per le organizzazioni di base in Cina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<h2>La strada di rinnovamento per una governance sociale con caratteristiche cinesi</h2>
<p>Zhou Benshun</p>
<p style="text-align: justify;">Rafforzare e rinnovare la <strong>governance sociale</strong> (<em>shehui guanli</em>), innalzare il livello scientifico delle discipline deputate alla governance sociale, garantire una società forte e vitale oltre che armoniosa e stabile sono questioni estremamente dense di significato.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina e l’Occidente hanno due sistemi di governo e di gestione della società completamente differenti, così come sono differenti le condizioni in cui si trovano i vari stati e il loro livello di sviluppo. Questi fattori fanno sì che la governance sociale in Cina sia ciò che deve tenere alta la bandiera del socialismo cinese. Affrontare i problemi che riguardano la supervisione della società, nonché le ragioni profonde alla base di questi problemi, rinnovare la teoria, l’organizzazione del sistema, i metodi e mezzi, condurrà la governance sociale su un nuovo cammino, un cammino <strong>con caratteristiche tutte cinesi</strong> […].</p>
<p style="text-align: justify;">Per rinnovare la governance sociale il nostro governo e le nostre istituzioni devono essere mantenuti come <strong>elementi fondamentali</strong>. I leader del Partito, le persone che ricoprono ruoli nel governo, coloro che lavorano in coordinamento con la società, le strutture di controllo a partecipazione pubblica sono i nostri <strong>punti saldi </strong>sul piano politico. […]</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario mantenere salda la <strong>posizione dominante del Partito</strong>, a difesa di un lungo periodo di buon governo e pace nella Nazione. Bisogna inoltre garantire al popolo la possibilità di vivere e lavorare in tranquillità, affrontando e risolvendo in modo pragmatico tutti quegli aspetti del management sociale inadatti allo stato attuale delle cose. Per fare tutto questo vanno combattute le false credenze (<em>wuxin</em>) e le <strong>mistificazioni</strong> (<em>wuchuan</em>), onde evitare di finire nel <strong>tranello senza scampo</strong> che alcune nazioni occidentali hanno preparato per noi, ovvero la cosiddetta “società civile” (<em>gongmin shehui</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Rafforzare e rinnovare la governance sociale non significa delegare eccessivamente alla società le questioni di competenza del Governo. Piuttosto significa garantire al Comitato Centrale del Partito e al Governo il ruolo preminente di direzione della società e servizio per il popolo. Non significa nemmeno lasciare che le organizzazioni della società civile si diffondano in proporzione alla popolazione, significa altresì incentivare una riforma delle organizzazioni di massa, delle organizzazioni di autogoverno di base, delle imprese e degli enti statali. Non significa incentivare l’indipendenza delle organizzazioni sociali, quanto piuttosto la regolamentazione e la guida di queste affinché possano ben inserirsi nel sistema sociale governato dal Comitato Centrale e dal Governo. In questo modo verrà ad esse garantito uno sviluppo sano e ordinato così da poter fornire il loro importante <strong>contributo alla governance sociale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In passato alcuni commettevano due errori fondamentali nello studiare i processi di governance sociale fuori dalla Cina: il primo è riassunto nel <strong>motto “piccolo governo, grande società”</strong> (<em>xiao zhengfu da shehui</em>), come se il grosso del lavoro di supervisione della società dovesse essere affidato alla società stessa. In realtà, fra i paesi sviluppati, pochissimi applicano questo motto, anzi, in molti grandi paesi è attuato un “grande governo”, ossia è il governo ad assumere un ruolo primario per quanto riguarda la supervisione della società. Il secondo errore è <strong>considerare le organizzazioni sociali come “parti terze” </strong>(<em>di san bumen</em>), come fossero qualcosa di indipendente rispetto al sistema governativo di supervisione della società. In realtà, fuori dalla Cina, la maggior parte delle organizzazioni non governative ha radici legate in qualche modo ai governi e opera con l’autorizzazione dei governi stessi. In Cina, le organizzazioni che si occupano di formazione (<em>peiyu</em>) e sviluppo (<em>fazhan</em>), devono rispettare alcune regole di comportamento, stabilire in anticipo delle “valvole di sicurezza”, per prevenire che fioriscano e si diffondano organizzazioni con secondi fini.</p>
<p style="text-align: justify;">Per rinnovare le strategie di governance sociale è necessario affidarsi con convinzione alla migliore tradizione del Partito. E la migliore tradizione del nostro Partito è proprio il <strong>lavoro con le masse</strong> (<em>qunzhong gongzuo</em>). Il lavoro con le masse ha gli stessi caratteri fondativi e di continuità propri del lavoro di governance sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">[…] Prendiamo la numerosissima “popolazione fluttuante” (<em>liudong renkou</em>) e agiamo rispetto ad essa attenendoci all’essenza del servizio pubblico (<em>gonggong fuwu</em>). Rendiamo migliori le loro vite, diamo loro speranza per il futuro, ed ecco che essi cammineranno senza esitazioni al fianco del Partito, abbracceranno e sosterranno le politiche del Comitato Centrale e del Governo, abbracceranno e sosterranno la governance sociale. Il 70% delle persone che lavorano in imprese private si trova nelle città. Ora, si prenda l’esperienza dei servizi al personale manageriale nelle imprese statali e la si estenda alle imprese private, facendo in modo che queste si facciano realmente carico della responsabilità sociale per quanto riguarda il loro personale manageriale,  in questo modo i rapporti di lavoro sarebbero molto più armoniosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo i 457 milioni di <em>netizen</em>, e gli 859 milioni di utenti di telefonia mobile. Mentre gli organi competenti mettono in atto le funzioni di controllo in accordo con la legge, al contempo si faccia sì che l’entusiasmo e lo spirito d’iniziativa dell’immenso “popolo della rete” venga convogliato in un’azione di pulizia della rete, in funzione di <strong>mutua supervisione e controllo sulla società</strong>. In questo modo anche la società virtuale potrà svilupparsi in modo sano e ordinato.</p>
<p style="text-align: justify;">In una società come quella odierna, in cui pressione e competizione sono sempre più grandi e i disagi psicologici sempre più diffusi, noi dobbiamo promuovere la sollecitudine nei confronti degli altri (<em>guan’ai</em>) e i servizi di sostegno psicologico. In questo modo gli incidenti di massa vedranno una notevole diminuzione. Basta soltanto che la migliore tradizione del lavoro con le masse venga fatta penetrare in tutte le iniziative di governance sociale per far sì che quest’ultima ne esca rinnovata.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel processo di rinnovamento delle strategie di governance sociale bisogna tener conto anche dei notevoli conseguimenti ottenuti nella <strong>storia della Civiltà Cinese</strong> in questo campo.  La Civiltà Cinese è fra le più grandi dell’umanità, con migliaia di anni di esperienza nel governo della società. Essa ci può offrire importanti insegnamenti per almeno due aspetti: il primo è l’insegnamento etico-morale riassunto nel sistema di valori come “benevolenza” (<em>ren</em>), “senso di giustizia” (<em>yi</em>), “norme rituali”(<em>li</em>), “rapporto di fiducia”(<em>xin</em>) oltre che nell’insegnamento di classici come il “Classico dei tre caratteri” (<em>sanzi jing</em>) o il “Norme per il buon figlio e studente” (<em>dizi gui</em>). Molti di questi insegnamenti sono ormai entrati nel sangue che scorre nelle vene del popolo di questa Nazione e possono essere utili nel guidare la condotta umana così come nel fissare le norme che devono garantire l’ordine sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo aspetto è l’importanza accordata all’<strong>autogoverno di base</strong>.  Nella società tradizionale, una volta al di sotto del livello di contea, non esistevano organi amministrativi e tutto si basava sui gentiluomini di villaggio, sulla struttura sociale <em>lijia </em>e sull’autogoverno. Al di fuori degli omicidi e dei crimini gravi, tutte le controversie venivano risolte autonomamente dal popolo. Nella Cina odierna, con l’enorme sviluppo economico, è facile che le persone abbiano grosse aspettative nei confronti della vita, ma se in assenza di una guida etica e morale permettiamo che gli appetiti e i desideri puntino sempre più in alto, finiremo per rendere difficile l’attuazione della pace sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Venendo alla politica, sta aumentando sempre più la <strong>consapevolezza</strong> che la gente ha dell’imparzialità, della democrazia, dei diritti, del governo della legge e della supervisione (da parte dell’opinione pubblica, <em>ndt</em>). Se nel salvaguardare diritti e interessi delle persone così come sono garantiti dalla legge allo stesso tempo non limitiamo l’influenza delle opinioni individuali più estremiste,  sarà ben difficile mettere in pratica l’armonia e la stabilità sociale. Nella società, le <strong>contraddizioni in seno al popolo</strong> (<em>renmin neibu maodun</em>) sono molteplici e di varia natura, se nell’affrontarle in modo equo e in accordo con la legge noi non cerchiamo al contempo di diffondere uno spirito tollerante e armonioso, non facciamo si che i problemi vengano risolti autonomamente alla base, consentendo invece che venga scelta sempre più la strada dei tribunali, avremo, oltre che un aumento del costo della giustizia, una inevitabile alterazione della società stabile e armoniosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel processo di rinnovamento e consolidamento delle strategie di governance sociale, possiamo scegliere, adattandoli ai tempi, i valori morali tradizionali come “per il bene pubblico” (<em>weigong</em>), “a fin di bene” (<em>weishan</em>), “armonia” (<em>hemu</em>), “pietà filiale” (<em>xiaoti</em>) […].</p>
<p style="text-align: justify;">Prendendo a prestito gli <strong>insegnamenti etici e morali degli antichi </strong>è possibile raffinare ulteriormente il sistema di valori del socialismo e trasformarlo in qualcosa in cui tutti potranno facilmente identificarsi. Sarebbe un valore inestimabile avere un sistema di valori fondato su pochi semplici caratteri cui tutti possano conformarsi, dai bambini cresciuti secondo questi principi fino ad arrivare […] a tutta la società. Dobbiamo analizzare a fondo il modo in cui le controversie venivano risolte autonomamente in seno al popolo così come avveniva nella tradizione di autogoverno propria dei villaggi rurali […] e, partendo da questi metodi, dobbiamo riuscire a implementarne ancora di migliori. Ciò sarebbe di grande utilità per dare un fondamento all’armonia e alla stabilità sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i buoni <strong>esempi che vengono dall’estero</strong> possono essere d’aiuto al rinnovamento delle pratiche di governance sociale. Ogni tradizione, nei vari paesi, ha seguito un suo sviluppo storico anche in virtù di caratteristiche acquisite attraverso gli scambi e i contatti reciproci. […] Per esempio in alcuni paesi esiste un sistema per raccogliere […] su un carta magnetica tutti i dati relativi a professione, reddito, affidabilità, fedina penale e in questo modo si attua un maggiore controllo sul rispetto delle leggi. In alcuni Paesi l’identificazione avviene attraverso sistemi di lettura dell’iride, le impronte digitali, il DNA, in modo da garantire ai cittadini nazionali ed esteri diritti e interessi e al contempo attuare un controllo efficace su di essi. In alcuni Paesi, ogni anno in primavera o autunno si tiene una consultazione che vede coinvolti rappresentanti del governo, dell’impresa e dei sindacati nella definizione dei salari degli operai. Ciò aiuta a diminuire notevolmente le tensioni fra impresa e lavoratori per quanto riguarda i salari.</p>
<p style="text-align: justify;">In alcuni Paesi i rappresentanti del governo partecipano ad attività di servizio per le comunità locali in modo da innalzare la capacità di influenza del partito di governo fra le persone comuni. In alcuni Paesi la tassa sugli immobili viene ridistribuita fra le comunità in modo da garantire un’entrata fissa che possa consentire alle comunità locali di garantire dei piccoli servizi a coloro che le abitano. In alcuni Paesi autorità viene accordata allo stato di diritto, che è ciò su cui il sistema sociale viene fondato; in questo caso le controversie non si risolvono al prezzo del sacrificio dei singoli. Anche questo è un esempio cui ci si può ispirare, purchè venga adattato alla situazione del nostro Paese. Da questo punto di vista, ci opponiamo fermamente a questa sorta di “ideologia del trasloco” (<em>banlai zhuyi</em>) secondo cui ogni cosa va copiata, indipendentemente dalla sua utilità,  mentre al contrario approviamo un <strong>assorbimento ed un’assimilazione</strong> che si integri con la nostra situazione nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">testo originale:</span> <a href="http://news.ifeng.com/mainland/detail_2011_05/16/6422514_0.shtml" target="_blank"><em>Zou zhongguo tese shehui guanli chuangxin zhi lu</em></a></p>
</blockquote>
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		<title>La Cina oggi: società armoniosa o vulcano sociale?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 10:33:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[armonia]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[modello cinese]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cosa pensano i cinesi? La società cinese è un vulcano sul punto di esplodere a causa dello scontento popolare oppure il Partito comunista gode di un consenso senza precedenti? Il dibattito rimane aperto. Anche se i sostenitori della seconda tesi spesso si nascondono dietro astruse teorizzazioni sul “modello cinese”, alcuni studi pubblicati di recente hanno cercato di analizzare più a fondo gli umori della società cinese, giungendo a conclusioni apparentemente paradossali. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/crowd.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3670" title="Seen enough" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/crowd.jpg" alt="" width="537" height="357" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tra le domande che vengono regolarmente rivolte agli osservatori della Cina contemporanea, una si rivela particolarmente insidiosa: “Che cosa pensano in realtà i cinesi?”. Mi è capitato più volte di essere messo di fronte a questo interrogativo – ricordo ad esempio che è accaduto nel 2009 in occasione del ventesimo anniversario dei fatti di Tiananmen e non più di un paio di mesi fa in merito alla vicenda dei “<a href="http://www.cineresie.info/gelsomini-appassiti-rivoluzione-cinese/" target="_blank">gelsomini</a>” – e  ogni volta ho avuto non poche difficoltà a elaborare una risposta coerente, un po’ per la natura pretenziosa di una domanda che vorrebbe raccogliere un intero popolo in una semplice etichetta – “i cinesi” – un po’ per la difficoltà di interpretare i <strong>reali umori dell’opinione pubblica</strong> di questo paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Io stesso mi sono trovato più volte a chiedermi: che cosa pensano veramente “i cinesi”? Qual è la loro opinione del sistema politico in cui si trovano a vivere? Qual è il loro livello di<strong> fiducia nelle autorità</strong> che li governano? Per anni ho pensato – e in parte penso ancora – che la società cinese fosse una pentola a pressione sul punto di scoppiare. Ricordo che in un mio <a href="http://www.cineresie.info/contraddizioni-in-seno-al-popolo/" target="_blank">vecchio post</a> pubblicato all’inizio del 2010 facevo il punto sulla situazione dei cosiddetti “incidenti di massa” (<em>quntixing shijian</em>). Se nel 1993 gli incidenti di massa erano stati meno di novemila, nel 2006 le autorità cinesi ne contavano oltre novantamila, una tendenza in crescita che ancora oggi, pur in assenza di dati certi, sembra ben lungi dall’arrestarsi. Come tanti altri, in questo leggevo il sintomo di uno <strong>scontento sociale diffuso</strong> e radicato, pronto ad esplodere in qualsiasi momento con conseguenze potenzialmente distruttive per l’ordine sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, questa pare essere la percezione dominante tra gli osservatori di vicende cinesi. Innumerevoli studi evidenziano come nella Cina degli ultimi anni si stia assistendo ad un aggravamento del <strong>divario economico tra città e campagne</strong>, così come non si contano le analisi sulle implicazioni sociali della disoccupazione e della sotto-occupazione che serpeggia in fasce sociali un tempo privilegiate come gli ex-lavoratori statali e i laureati. Esiste una sterminata letteratura accademica sui problemi di sussistenza dei <strong>gruppi sociali svantaggiati</strong> (<em>ruoshi qunti</em>), in particolare migranti, <em>xiagang</em> e contadini, esattamente come sono sempre più numerosi gli studi sui limiti delle riforme in campo sanitario, pensionistico e previdenziale. Ancor più martellante, se possibile, è poi il messaggio che è arrivato dai media cinesi e occidentali, i quali in tutti questi anni non hanno mai mancato di denunciare i vari <strong>scandali</strong> che di volta in volta hanno sconvolto l’opinione pubblica cinese, dai <a href="http://www.cineresie.info/malattie-salute-cina-2010/" target="_blank">cibi adulterati</a> ai traffici di esseri umani, dalla corruzione dei funzionari agli abusi di potere nei confronti dei più deboli.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti questi problemi sociali naturalmente non sfuggono ai cittadini cinesi, anzi. Come si legge nel <em>Libro blu </em>sulla società cinese nel 2011, nell’anno appena trascorso gli abitanti delle aree urbane così classificavano le proprie preoccupazioni: al primo posto si trovava l’aumento dei prezzi (42%), seguito dalle difficoltà nell’accesso al sistema sanitario (37%), i prezzi eccessivi degli immobili (33,6%), la disoccupazione (25,8%), la previdenza sociale (24,2%), la sicurezza alimentare (17,8%), l’aggravarsi del divario nei redditi tra ricchi e poveri (13,3%), la corruzione (9,9%). Diversa era invece la graduatoria per i residenti nelle aree rurali: al primo posto vi era la riforma del sistema sanitario rurale (38,6%), seguito dall’aumento dei prezzi (36%), le pensioni (29,9%), l’aumento dei redditi nelle campagne (16%), l’occupazione dei contadini (12,4%), le politiche per l’agricoltura (12,3%), l’educazione dei giovani (12%) e la riforma dell’educazione (12%).</p>
<h2>Il vulcano sociale è un mito?</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma tutto ciò è sufficiente ad argomentare che in Cina siamo in presenza di un “<strong>vulcano sociale</strong>”? La risposta a questa domanda è controversa. Se un gran numero di commentatori – forse la maggioranza – è concorde nell’affermare che la società cinese è pericolosamente vicina ad un punto di rottura, non mancano coloro che sostengono il contrario. Molti in particolare ritengono che il Partito goda di un <strong>livello di consenso elevatissimo</strong>, soprattutto in virtù della propria performance economica. Se gli aderenti a questa seconda “fazione” in genere si sono scontrati con l’impossibilità di portare dati solidi a supporto delle proprie affermazioni, la loro posizione –che spesso si sovrappone ad un certo entusiasmo in merito al cosiddetto “modello cinese” – sembra prendere sempre più piede nell’opinione pubblica di diversi paesi occidentali, tra cui l’Italia. Se questo nel caso italiano è indubbiamente conseguenza di una fascinazione per il fenomeno cinese da parte di certi settori della società delusi dai limiti evidenti della democrazia parlamentare, nonché del populismo di alcuni autori desiderosi di cavalcare l’onda, non mancano esempi di studi autorevoli che supportano questa tesi. In particolare, nel solo 2010 due studi accademici sono riusciti ad analizzare in maniera articolata ed equilibrata la questione del supporto di cui gode il Partito in Cina, senza cadere nelle solite semplificazioni e luoghi comuni: <a href="http://www.amazon.com/Myth-Social-Volcano-Distributive-Contemporary/dp/0804769427" target="_blank"><em>Myth of the social volcano</em></a> di Martin King Whyte e <a href="http://www.amazon.com/Accepting-Authoritarianism-State-Society-Relations-Chinas/dp/0804769044" target="_blank"><em>Accepting authoritarianism</em></a> di Teresa Wright, entrambi editi dalla Stanford University Press.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/vulcano-sociale.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3668" style="margin: 5px 6px;" title="vulcano sociale" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/vulcano-sociale.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Il libro di Martin K. Whyte, docente di sociologia presso l’Università di Harvard e antico osservatore di vicende cinesi, analizza i risultati di un’indagine condotta nel 2004 da un team di specialisti cinesi e americani su un campione di oltre tremila persone selezionate in tutto il paese in base a criteri rigorosamente statistici. Tralasciando gli aspetti tecnici, quest’indagine sfata non pochi luoghi comuni sulla percezione delle disuguaglianze socio-economiche da parte dei cittadini cinesi. Innanzitutto, dai dati raccolti emerge un notevole <strong>ottimismo nei confronti del futuro</strong>, tanto che oltre il 60% degli intervistati si è mostrato convinto del fatto che “l’ondata crescente dello sviluppo economico sta sollevando tutte le barche, anche se non alla stessa velocità” e si è detto sicuro che nel giro di cinque anni la propria famiglia sarebbe stata meglio; in secondo luogo, la povertà non sarebbe da attribuire ad una struttura sociale ingiusta, quanto piuttosto a mancanza di talento, basso livello di educazione e scarso impegno, mentre al contrario il successo sarebbe il frutto di impegno e duro lavoro; infine, gli intervistati mostravano una certa tolleranza per il fatto che i ricchi si servissero della propria ricchezza per fare una bella vita, ma non accettavano che i politici possano servirsi della propria autorità per migliorare il proprio benessere materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile districarsi tra la miriade di dati – anche contraddittori – contenuti nel libro di Martin Whyte. Eppure nel complesso le poche affermazioni riportate qui sopra sono sufficienti a catturare il nucleo della sua analisi. In sostanza, i dati raccolti dimostrerebbero che “i cinesi” nel 2004 non vedevano negativamente lo <em>status quo</em>, anzi, ritenevano di <strong>vivere in una società meritocratica</strong> in cui le persone con maggiori doti e disposte a lavorare più duramente venivano premiate. Allo stesso modo, il gap nei redditi e negli stili di vita risultava accettabile alla maggioranza – a meno che non fossero coinvolti politici – perché ritenuto fondato essenzialmente sul merito. Per converso, permaneva una certa insoddisfazione per l’assenza di reti di sicurezza per i più poveri e per la disparità nelle opportunità di mobilità sociale, così come per i privilegi dei funzionari e degli uomini di Stato. Tutto questo porta Whyte alla conclusione che all’epoca dell’indagine – il 2004 – le questioni relative all’ingiustizia distributiva e alla disuguaglianza non costituivano una fonte di instabilità politica, anzi, al contrario, potevano essere lette come un indicatore di stabilità, un’idea molto distante dalla percezione comune che vede nella polarizzazione dei redditi il punto cruciale che potrebbe portare ad un futuro cambiamento politico.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Accettare l&#8217;autoritarismo <em> </em></h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/teresa_wright.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3667" style="margin: 6px 7px;" title="teresa_wright" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2011/05/teresa_wright-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Per passare al secondo studio, Teresa Wright nel suo <em>Accepting autoritharianism</em> propone un tipo di analisi differente, molto lontana dalle fredde statistiche di Whyte. In sostanza, essa passa in rassegna lo stato della ricerca su alcuni dei gruppi sociali più prominenti in Cina e da questo cerca di dedurre le dinamiche per cui ognuno di questi segmenti avrebbe più o meno interesse a <strong>mantenere lo <em>status quo</em></strong>. La sua analisi spazia dagli imprenditori privati, che avrebbero interesse a supportare le autorità non solo per i vantaggi economici derivanti dalla cooperazione con lo Stato-Partito, ma anche per il timore per le conseguenze di un eventuale <em>empowerment </em>di massa in una società di contadini e lavoratori, agli universitari, che avrebbero tutto da guadagnare in termini socio-economici da una vicinanza con le autorità e allo stesso tempo sarebbero sempre più alienati dalle persone di strati sociali considerati “inferiori” in termini di “qualità” (<em>suzhi</em>); dai lavoratori statali, vincolati economicamente allo Stato e tuttora pervasi dall’idea di essere parte di una aristocrazia operaia, ai lavoratori migranti, discriminati da tutti ma socialmente superiori ai propri compaesani rimasti in campagna e  convinti che lo Stato centrale sia dalla loro parte nelle varie lotte contro i datori di lavoro; fino ai contadini, legati allo Stato centrale in quanto solo quest’ultimo si farebbe garante della proprietà della terra e si presenterebbe come loro protettore nei confronti delle autorità locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ridurre il libro a queste poche righe significa fare un torto all’autrice. Eppure in fondo la Wright non fa altro che sostenere che in Cina i gruppi sociali citati, in un modo o nell’altro, hanno qualcosa da guadagnare dallo <em>status quo</em> e molto da perdere in caso di un eventuale cambiamento politico. In particolare, la sua analisi mette in luce come l’atteggiamento “positivo” della società cinese nei confronti dell’attuale leadership sia plasmato da quattro fattori: in primo luogo, il fatto che politiche di sviluppo confluenti abbiano portato una <strong>grande mobilità socioeconomica</strong> verso l’alto per ampi segmenti della popolazione, in particolare gli imprenditori privati, i professionisti, i lavoratori nel settore privato e i contadini; in secondo luogo, il fatto che alcuni settori chiave abbiano mantenuto rapporti privilegiati con il Partito, in particolare gli imprenditori privati e i lavoratori statali; in terzo luogo, il fatto che le politiche statali e le forze di mercato abbiano portato ad una struttura socio-economica polarizzata, con una maggioranza povera e una minoranza benestante, cosa che non solo ha minato i sentimenti di solidarietà tra le varie classi sociale, ma ha anche creato un’elite per cui un governo liberale e democratico riveste scarso appeal; infine, il fatto che con l’avanzare delle riforme si è registrato un <strong>percepito aumento delle possibilità</strong> sul piano politico, ad esempio con le petizioni e il consolidamento dello stato di diritto, e la contemporanea diminuzione delle alternative politiche appetibili.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Un equilibrio fragile</h2>
<p style="text-align: justify;">Per tornare alla domanda con cui si è aperto questo post – cosa pensano veramente i cinesi del sistema politico in cui si trovano a vivere? – i due libri in questione, così come tanta letteratura che li ha preceduti, non forniscono risposte definitive. Essi sollevano però interessanti interrogativi in merito alle tecniche adottate dal Partito comunista per rafforzare la propria <strong>legittimità</strong> e delineano un ritratto estremamente sfaccettato e sfumato di quelli che sono i sentimenti contraddittori che oggi attraversano l’opinione pubblica cinese. Per citare ancora una volta Martin Whyte, nonostante la maggioranza dei cinesi consideri “giusta” la società in cui vive, rimane il fatto che esistono comunque sostanziali <strong>minoranze insoddisfatte</strong>. Tra gli esempi che egli porta: nel 2004 il 26,1% dei cinesi prevedeva che nei cinque anni successivi la proporzione dei poveri nel paese sarebbe cresciuta; il 27,9% riteneva che le diseguaglianze esistenti fossero in conflitto con i principi del socialismo; il 17,4% era convinto che la disonestà fosse un fattore importante o molto importante per determinare chi si arricchiva, mentre il 26% attribuiva questo all’ingiustizia della struttura economica; il 29,1% riteneva che sarebbe stato giusto distribuire i redditi e la ricchezza in maniera equa; il 33,8% pensava che il governo avrebbe dovuto porre dei limiti ai redditi; il 27,6% avvertiva come ingiusto il fatto che i ricchi potessero godere di migliori cure mediche; il 38,5% percepiva conflitti grandi o molto grandi tra ricchi e poveri; il 34,4% affermava che era inutile parlare di giustizia sociale perché il sistema esistente non poteva essere sfidato o cambiato. Numeri forse ridotti, ma comunque potenzialmente destabilizzanti. Siamo dunque sicuri che quello del vulcano sociale sia solamente un mito?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/triplefivechina/5648038849/" target="_blank">triplefivechina</a></p>
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		<title>Wang Xiaofeng, patriottismo a comando</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 02:45:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Da settembre la tensione diplomatica tra Cina e Giappone è salita nuovamente a causa dell'annosa contesa per la sovranità sulle isole Diaoyu. I fenqing, “giovani arrabbiati”, sono scesi in piazza a Chengdu, Xi’an e in altre città,  bruciando merci giapponesi e creando non poca apprensione per l’ordine pubblico. Un commento in cui il blogger Wang Xiaofeng sottolinea i paradossi del patriottismo nella Cina di oggi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/anti-japan.jpg"><img class="size-full wp-image-3093  aligncenter" title="anti-japan" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/anti-japan.jpg" alt="" width="490" height="328" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un commento dal blog di <a href="http://www.wangxiaofeng.net/?p=6632" target="_blank">Wang Xiaofeng</a> che prende spunto dalla recente ondata di <a href="http://www.chengduliving.com/anti-japan-demonstration-ignites-chengdu/" target="_blank">manifestazioni anti-giapponesi </a>esplose in varie città cinesi. Da settembre la tensione diplomatica tra Cina e Giappone è molto alta e ruota intorno alla contesa per la <strong>sovranità sulle isole Diaoyu</strong> (Senkaku, in giapponese). I <em>fenqing</em>, “giovani arrabbiati”, sono scesi in piazza a Chengdu, Xi’an e in altre città creando non poca apprensione per l’ordine pubblico. Il loro amore misto a risentimento fa comodo finchè si tratta di mantenere una coesione nazionale, ma quando la rabbia esplode e l’amore si tramuta in caos (<em>luan’ai</em>) i primi a preoccuparsi sono i leader su in alto, ossessionati – a ragione – dal mantenimento dell’ordine interno e preoccupati che quella rabbia prenda la direzione sbagliata, come è accaduto tante volte nella storia cinese.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Amare la patria, due parole così imbarazzanti. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">di Wang Xiaofeng &#8211; (18.10.2010)</span><strong> </strong></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[…]<br />
Il patriottismo è un sentimento nobile, ma nel mio Paese è sempre una questione imbarazzante. Come fai ad amare un Paese se ancora  non ti è stata concessa completamente la capacità civile di compiere azioni patriottiche?</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo per esempio l’incidente delle isole Diaoyu. La questione riguarda il diritto di sovranità, cioè qualcosa che deve essere risolto dai governi; e dal momento che noi cittadini non abbiamo garanzie per difendere nemmeno le nostre proprietà personali, come possiamo occuparci della sovranità su un territorio? A chi se ne occupa dico: “il vostro dev’esser proprio un grande amore!”. Secondo alcuni, tuttavia, questo grande amore è anche un grande ostacolo e sarebbe meglio se ognuno se ne restasse buono buono a casa anziché uscire a fare casino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente ogni patriota mi insegna che, se non c’è una grande casa [il territorio, <em>ndt</em>] allora non può esserci nemmeno una piccola casa [le case dei singoli, <em>ndt</em>]. Certo, sono anni che, pieni di gratitudine, consideriamo questa una logica sacrosanta. Però senza la casa piccola, nessuno avrebbe un posto dove stare!* E chi non mi crede provi ad andare in Antartide a fondare una nazione!</p>
<p style="text-align: justify;">Questa nostra società, che in origine doveva essere di mutuo servizio (<em>huxiang fuwu</em>), si è trasformata in una società in cui bisogna essere grati a qualcuno, proprio come al tempo dell’Infinità Magnanimità Imperiale (<em>huang’en haodang</em>). Come disse quel vice direttore del dipartimento dello sport, “prima di tutto devi ringraziare la nazione!”. Appunto, una versione <em>bonsai</em> dell’infinita bontà imperiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal primo giorno in cui ho cominciato a pagare le tasse so che questa faccenda del provare gratitudine (<em>gan’en</em>) è una cosa senza senso. In parole semplici, se tu sei un grande amministratore condominiale e io sono il proprietario di una casa, tu devi essere al mio servizio e fare le cose fatte bene è un dovere da parte tua. Per quanto mi riguarda, se proprio dovessi ringraziare qualcuno, ringrazierei la natura! Ovviamente, nel mio Paese, i cittadini che vogliono promuovere questa mentalità di riconoscenza verso il cosmo hanno vita difficile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni epoca ha la sua gioventù dal sangue bollente (<em>rexue qingnian</em>), che in modi diversi manifesta il suo sentimento d’amore per la patria. Ma, non so se avete notato, da quando, cent’anni fa, la Cina è stata aperta al mondo a suon di cannonate, il nostro patriottismo è diventato qualcosa che crea sempre più imbarazzo. Da dove nasce questo problema? Andando a sfogliare i libri di storia forse possiamo trovare la risposta. E se non la trovate è perché forse state sfogliando i libri di testo della scuola media o elementare!</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti siamo di fronte a una percezione dissimile del patriottismo da parte della base e dei piani alti. Per chi è al potere patriottismo significa: puoi amare il tuo paese quando io ti concedo di farlo, mentre quando non te lo concedo, non puoi amarlo ugualmente senza controllo (<em>luan’ai</em>)! In questo il governo rivela un atteggiamento dettato dall’interesse e dalla convenienza. Per la base invece è abbastanza spontaneo: se vogliono amare amano in modo disinteressato – tipico atteggiamento della folla cieca. Questo ovviamente porta a degli scontri, perché è prioritario mantenere l’ordine interno prima di resistere contro l’esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora noi, alla fine di tutto, come dovremmo amare il nostro Paese? Ho riflettuto a lungo sulla questione… poi a un certo punto ho smesso di pensarci e ho pensato che prima, piuttosto, sarebbe stato meglio andare a cercare una ragazza da amare. E siccome non ho ancora ben capito quando di preciso devo scattare in piedi e mostrare il mio sentimento patriottico e quando invece no, non posso dire d’aver compreso del tutto la logica con cui ragionano quelli là in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo i cortei anti-giapponesi sono qualcosa che in alto vogliono vedere […], tuttavia non vogliono che le cose si facciano più grandi del dovuto […]. Perchè tu non sai in che cosa potrebbe trasformarsi una manifestazione di patriottismo, quando tutti sono in strada e, una volta finiti i prodotti giapponesi da spaccare, la manifestazione magari diventa una protesta contro la corruzione. A quel punto che si fa?! La storia procede per imprevisti…</p>
<p style="text-align: justify;">I cittadini del mio Paese ancora oggi non sanno bene come disporre dei propri diritti. Pensateci, dopo esser stati da sempre recintanti, di colpo si è lasciati liberi: è probabile che non si sappia bene dove andare. Correre come dei pazzi è meglio che esser accerchiati, e se sei sempre accerchiato non saprai mai quale direzione prendere. A pensarci bene, piuttosto che lasciarli fare casino è meglio mettercisi in prima persona.</p>
<p style="text-align: justify;">In rete ho visto moltissime foto di queste ultime manifestazioni in cui venivano distrutti dei prodotti giapponesi… ma quanto sono scontate! Spacca questo, spacca quell’altro alla fine comunque rompevano sempre dei beni di loro proprietà. I prodotti giapponesi secondo me sono di ottima qualità… per esempio la macchina fotografica Nikon che mi hanno regalato quelli della Canon, è diecimila volte meglio di qualunque macchina fotografica di marca patriottica! Se siete capaci, provate a portare in strada i prodotti giapponesi che avete a casa vostra per spaccarli davanti a tutti. Secondo me boicottare un certo prodotto oppure distruggere delle proprietà è la condotta patriottica più priva di senso in assoluto. La Cina è diventata un grande compratore, a differenza dell&#8217;epoca di Zhu Ziqing [un noto scrittore patriottico vissuto nella prima metà del ventesimo secolo, <em>ndt</em>]. Le merci coreane, giapponesi, americane, francesi e norvegesi&#8230; mi piacciono tutte, mi sono reso conto che le merci che arrivano dai paesi di tutto il mondo che si oppongono alla nostra patria sono tutte non male, quindi alla fine qual è il problema?</p>
<p>＊ Qui nella traduzione si perde il gioco di parole dell’autore fra piccola casa <em>xiaojia</em> e grande casa <em>dajia </em>che in cinese indica anche la collettività. Letteralmente sarebbe “Senza la casa piccola neanche la casa grande [<em>dajia</em>=tutti, ndt] avrebbe un posto dove star comoda!”</p></blockquote>
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		<title>Senza demolizioni forzate, niente nuova Cina?</title>
		<link>http://www.cineresie.info/senza-demolizioni-forzate-niente-nuova-cina/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 19:06:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice He</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertine]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>
		<category><![CDATA[urbanizzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo Xin Shiji Zhoukan si interroga sull’importanza delle demolizioni forzate. Lo spunto sono due episodi recenti: prima, la morte di un cittadino, immolatosi per difendere un edificio nella contea di Yihuang nel Jiangxi; poi, la sospensione degli abbattimenti nel villaggio di Baihutou nel Guangxi. Dopo che un funzionario di Yihuang ha dichiarato che senza gli abbattimenti forzati non esisterebbe la nuova Cina, ancora una volta divampa la polemica: alla fine prevarrà la logica dell’interesse pubblico o quella dei diritti individuali?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/XinShijiZhoukan18_10_2010.jpg"><img class="size-full wp-image-2976  aligncenter" title="XinShijiZhoukan18_10_2010" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/10/XinShijiZhoukan18_10_2010.jpg" alt="" width="370" height="482" /></a><strong><em></em></strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong><em>Xin Shiji Zhoukan</em></strong>, <a href="http://magazine.caing.com/2010/cw421/" target="_blank">18.10.2010</a>, <em>Le dinamiche delle demolizioni forzate</em></h3>
<p style="text-align: justify;">Sulla copertina dell’ultimo numero dello <em>Xin Shiji Zhoukan </em>campeggia il titolo &#8220;<strong>Le dinamiche delle demolizioni forzate</strong>&#8220;, accompagnato da un sottotitolo in forma interrogativa: “Quale avvertimento possiamo trarre dal caso della demolizione forzata del villaggio di Baihutou a Beihai?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello dei <strong>conflitti</strong> tra famiglie sfollate (<em>chaiqianhu</em>) e le forze impiegate dai governi locali per portare termine le demolizioni è un argomento che periodicamente ritorna in auge in Cina, in genere in seguito a qualche episodio di resistenza estrema in cui dei cittadini finiscono per perdere la vita. Purtroppo, ogni volta che i media riportano un caso di <strong>demolizione forzata</strong> che si conclude nel sangue, dopo i soliti appelli di rito da parte dell’opinione pubblica e gli avvertimenti lanciati dalle autorità centrali affinché simili eventi non si ripetano, tutto torna esattamente come prima, l’unica incognita è solamente il dove e il quando.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena un mese fa, il 10 settembre, durante una demolizione forzata nella contea di <a href="http://globalvoicesonline.org/2010/09/21/china-yihuang-self-immolation-incident-and-the-power-of-microblogging/" target="_blank">Yihuang</a> nella provincia del Jiangxi,<strong> tre persone si sono date fuoco</strong> sul tetto dell’abitazione circondata dalle forze di sicurezza. Una di queste tre persone, un amico del capofamiglia, è morto in seguito alle ustioni riportate, mentre le altre due persone hanno subito gravi ferite. Meno di trenta giorni dopo, la sera del 7 ottobre, le autorità locali hanno iniziato una serie di demolizioni a tappeto nel <strong>villaggio di Baihutou</strong>, sottoposto all’amministrazione della città di Beihai nel Guangxi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortunatamente, i funzionari di Beihai hanno imparato la lezione del caso di Yihuang e i conflitti con i residenti non sono degenerati in episodi di violenza. Eppure il 12 ottobre, esattamente il giorno dopo che il segretario del comitato di Partito e il capo della contea coinvolti nel caso di Yihuang sono stati <strong>costretti a dimettersi</strong> a causa delle pressioni dall’alto – un fatto senza precedenti, visto che mai era capitato che fossero i leader di massimo grado del governo locale a prendersi la responsabilità per eventi del genere – gli ufficiali di Beihai hanno annunciato alla stampa che la demolizione forzata del villaggio di Baihutou è temporaneamente sospesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre il 12 ottobre, sul sito della stessa rivista è stato pubblicato un <a href="http://policy.caing.com/2010/qiangchaitaolun/">commento</a> di un funzionario di Yihuang che ha subito scatenato un’accesa discussione sul web e sui media tradizionali cinesi. Nel testo in questione, questo funzionario affermava:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Non ci sono dubbi sul fatto che le demolizioni forzate causino facilmente dei problemi, ma il governo non per questo può rinunciarvi. Se le regioni vogliono continuare a svilupparsi, se l’urbanizzazione non vuole subire una battuta d’arresto, i lavori di demolizione forzata <strong>devono essere portati avanti</strong>”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Poi si spingeva oltre:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel momento in cui tutti stanno attaccando la politica delle demolizioni forzate con le proprie penne e la propria voce, sembra che si ignori il fatto basilare che in realtà una simile politica <strong>beneficia tutti</strong>. In un certo senso, se non ci fossero state le demolizioni forzate, in Cina <strong>non si sarebbe avuta l’urbanizzazione</strong>, e senza quest’ultima non ci sarebbe stato un paese tutto nuovo. Per questa ragione, possiamo o no affermare che senza le demolizioni forzate non ci sarebbe stata <strong>una nuova Cina?</strong>”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La discussione è ancora in corso sui principali siti web cinesi, nell’ennesima edizione dell’annoso scontro tra la dimensione collettiva del <strong>potere pubblico</strong> e quella privata dei <strong>diritti individuali</strong>. L’ultimo numero della rivista ospita un <a href="http://magazine.caing.com/2010-10-16/100188914.html">commento</a> di Si Weijiang, partner di uno studio legale di Shanghai, il quale in particolare afferma che:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“una nuova Cina deve essere un paese in cui il <strong>potere è vincolato alla legge</strong> e all’ordinamento, in cui i diritti personali del popolo vengono rispettati, in cui si gode sia dei diritti politici che di quelli economici. Chi se ne importa di un’apparenza splendente, chi se ne importa del Prodotto Interno Lordo? Nel percorso verso questa nuova Cina, si deve cominciare dal <strong>rispetto</strong> dei diritti personali, passo dopo passo, senza salti e i grandi balzi in avanti. Ci deve essere una giustizia equa, delle leggi benevole e le regole devono essere seguite rigorosamente”.</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Sciopero dei lavoratori Honda: un cambiamento di tendenza?</title>
		<link>http://www.cineresie.info/sciopero-lavoratori-honda/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 14:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo il caso della serie di suicidi alla Foxconn, in questi giorni i media internazionali stanno dedicando particolare attenzione ad un’altra storia che coinvolge i lavoratori cinesi: lo sciopero dei dipendenti degli impianti Honda in Cina. Nonostante blocchi del lavoro ed episodi di resistenza operaia siano molto frequenti in Cina, il caso della Honda presenta alcune specificità che potrebbero preludere ad un cambiamento di tendenza nei rapporti tra Stato e lavoratori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/honda_strike_3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1115" title="honda_strike_3" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/honda_strike_3.jpg" alt="" width="327" height="216" /></a>Dopo il caso dei <a title="the Guardian" href="http://www.guardian.co.uk/world/2010/may/28/foxconn-plant-china-deaths-suicides" target="_blank">suicidi in serie alla Foxconn</a>, in questi giorni i media internazionali stanno dedicando particolare attenzione ad un’altra storia che coinvolge i lavoratori cinesi: lo <strong>sciopero dei dipendenti</strong> degli impianti <strong>Honda </strong>in Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è iniziato il 17 maggio, quando i dipendenti della fabbrica Honda di Foshan sono entrati in sciopero per richiedere un <strong>aumento salariale</strong> che portasse i loro stipendi da 900-1500 <em>yuan</em> a circa 2000-2500 <em>yuan</em>. Nonostante in seguito alle promesse dei manager lo sciopero fosse stato richiamato, la rabbia dei lavoratori si è riaccesa il 24 maggio, quando l’azienda ha dischiuso un piano di aumenti salariali ampiamente inferiore alle aspettative dei lavoratori. Nei giorni successivi i quattro impianti della Honda in Cina hanno bloccato la produzione, con centinaia di lavoratori che gridavano slogan come “se le nostre richieste non saranno accolte, sciopereremo fino alla fine” (<em>bu da yaoqiu,  bagong daodi</em>). L’azienda ha immediatamente cercato di spezzare il fronte degli scioperanti, intimidendo le fasce più deboli, in particolare gli stagisti inviati dagli istituti professionali, e minacciando di licenziamento i leader operai. Lo stesso <strong>sindacato aziendale</strong> è stato chiamato in causa dai dirigenti per convincere i lavoratori a riprendere la produzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/honda_strike_2.jpg"><img class="alignright size-medium  wp-image-1119" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="honda_strike_2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/honda_strike_2-300x233.jpg" alt="" width="284" height="220" /></a></strong>L’apice della tensione è stato toccato il 31 maggio, quando nell’impianto di Foshan si è arrivati ad uno <strong>scontro fisico</strong> che, abbastanza singolarmente, ha visto contrapposti lavoratori e sindacalisti. Pare che questi ultimi fossero impegnati a fotografare i partecipanti allo sciopero. Il pestaggio dei lavoratori da parte dei sindacalisti, avvenuto a più riprese, ha alimentato ulteriormente uno scontro ancora oggi in corso.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quello che si pensa comunemente, il ricorso all’arma dello sciopero è <strong>piuttosto diffuso</strong> nelle fabbriche cinesi e spesso gli scioperanti riescono a raggiungere, almeno in parte, i propri obiettivi. Per citare qualche cifra, seppur datata, in uno studio dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali pubblicato nel 2005 si leggeva che nel 2003 avevano avuto luogo circa 58.000 incidenti di massa: degli oltre tre milioni di persone coinvolte, il 46,9% risultava essere lavoratori o pensionati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciononostante, il caso della Honda presenta alcune caratteristiche particolari. In primo luogo, si tratta di una mobilitazione che, pur limitandosi ad un solo impianto, ha innescato una reazione a catena che ha colpito la produzione in diverse fabbriche e ha rischiato di allargarsi a macchia d’olio tra lavoratori in località completamente differenti, una dinamica estremamente rara in Cina, ove il Partito guarda con preoccupazione a qualsiasi movimento con una base più ampia della singola impresa. In secondo luogo, la storia è stata <strong>ampiamente riportata</strong> dai media nazionali, fatto notevole se si considerano gli effetti galvanizzanti che questo potrebbe avere sui lavoratori e le relative conseguenze per la <strong>stabilità sociale</strong>. In terzo luogo, il sindacato in questa storia non si è limitato a giocare un ruolo di mediatore, ma è sceso apertamente in campo a favore dei datori di lavoro, arrivando persino ad aggredire i manifestanti. Queste, ben prima che la forte reazione da parte dell’azienda, sono le ragioni dell’unicità di questa storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Restano aperti dei dubbi: perché si dà risalto a quanto avviene proprio in imprese straniere di primo piano come Foxconn e Honda? Perché il governo in questi casi non è (ancora) intervenuto per mettere il bavaglio ai media? La possibilità è quella che si tratti, come spesso accade, di un avvertimento alle imprese straniere che operano in Cina. Dopo le lunghe polemiche seguite all’entrata in vigore della nuova legge sui contratti di lavoro nel 2008, dopo che la crisi finanziaria ha demolito buona parte dei progressi degli ultimi anni negli standard lavorativi cinesi, forse si tratta di un segnale con cui lo Stato avverte che è il momento di cambiare tendenza: non più tagli e corsa al ribasso per attirare investimenti, ma maggiori <strong>tutele</strong> e <strong>aumenti salariali</strong>. In questo forse pesa la consapevolezza delle autorità che, qualora i salari non dovessero crescere, sarà difficile stimolare quella domanda interna tanto necessaria allo sviluppo del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso discorso naturalmente vale per il caso Foxconn, ove in seguito ai suicidi dei lavoratori e all’attenzione dei media, l’azienda ha deciso di concedere ai lavoratori un aumento salariale del 20%. Poco importa se sindacati aziendali o governi locali oppongono resistenza, vincolati all’obbligo di <strong>attrarre investimenti</strong> per garantire lo sviluppo economico delle aree sottoposte alla propria amministrazione, il fatto stesso che la storia appaia diffusamente sui media dimostra come i livelli più elevati della politica vi prestino un’attenzione particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #808080;">Per un approfondimento sul ruolo del sindacato nella Repubblica Popolare Cinese segnalo questo mio intervento (<a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/Liberta_sindacali_RPC.pdf" target="_blank">pdf</a>) pubblicato su <em><a href="http://www.lex.unict.it/eurolabor/news/dlm/default.htm" target="_blank">Diritti, lavori e mercati</a> </em>n.2 del 2009. </span></p>
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		<title>Tempi duri per le ong cinesi</title>
		<link>http://www.cineresie.info/tempi-duri-ong-cinesi/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 17:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[avvocati]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[ong]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>
		<category><![CDATA[stabilità sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[A due anni dalle Olimpiadi di Pechino e dal terremoto del Sichuan, i rapporti tra Stato e società civile in Cina sono sempre più tesi. Dalla chiusura della Gongmeng nell’estate del 2009, i continui attacchi alle ong che si occupano dei diritti delle fasce emarginate della popolazione dimostrano come le autorità cinesi siano sempre meno disposte a tollerare associazioni di base in aree ritenute politicamente sensibili. La società civile cinese annaspa sotto la presa dello Stato: anche se si spera in tempi migliori, le prospettive rimangono grame.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli ostacoli non finiscono mai per le organizzazioni che si occupano dei diritti degli emarginati in Cina.</h2>
<p><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/04/2009317755461.jpg"><img class="size-medium wp-image-224    alignleft" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/04/2009317755461-300x213.jpg" alt="" width="377" height="267" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Qualche giorno fa, un’immagine ha attirato la mia attenzione mentre sfogliavo una rivista: la foto di una donna in lacrime che si copriva gli occhi con una mano davanti ad uno sfondo rosso su cui si intravvedeva la scritta sfocata “gruppo di <strong>avvocati per l’interesse pubblico</strong>” (<em>gongyi lüshi tuandui</em>).</p>
<p style="text-align: justify">Leggendo l’articolo, ho scoperto che si trattava di Guo Jianmei, la leader di una nota <strong>organizzazione non governativa</strong> di Pechino che fino a qualche settimana fa si occupava di tutelare i <strong>diritti delle donne</strong>. La notizia era che recentemente questa Ong è stata chiusa dopo che l’Università a cui era affiliata aveva deciso di rompere il legame.</p>
<p style="text-align: justify">A mio avviso, non c’è immagine migliore per descrivere lo stato della <strong>società civile</strong> nella Cina di oggi. Se ci si aspettava che le Olimpiadi di Pechino portassero a una nuova fase di apertura nella politica interna cinese, gli ultimi due anni sembrano aver dimostrato l’ingenuità di simili aspettative. Mentre il <a href="http://leviedellasia.corriere.it/2010/04/la_resurrezione_di_hu_yaobang.html"><span style="text-decoration: underline">recente omaggio</span></a> del premier Wen Jiabao al defunto leader riformista Hu Yaobang in occasione del ventunesimo anniversario della morte di quest’ultimo lancia una nuova tornata di speculazioni sul rafforzamento della <strong>corrente riformista</strong> ai vertici della piramide politica, alla base le prospettive per la società civile di questo paese non sono mai sembrate così sconfortanti.</p>
<p style="text-align: justify">Yu Fangqiang, responsabile di Yirenping, un’organizzazione della società civile cinese che si occupa della discriminazione nei confronti dei malati di epatite B, così legge l’evoluzione della società civile cinese nell’ultimo periodo: “Negli ultimi due anni abbiamo avuto modo di assistere a due fenomeni paralleli in seno alla società civile cinese: da un lato il numero complessivo delle organizzazioni non governative è aumentato, in particolare in seguito al terremoto del Sichuan e alle Olimpiadi di Pechino, due eventi che hanno messo in luce l’importanza del <strong>terzo settore</strong> nel garantire servizi là dove il governo non arriva; dall’altro, invece, si è avuto un notevole incremento del numero delle <strong>Ong supportate dalle autorità</strong>, mentre, al contrario, le <strong>organizzazioni autonome</strong> stabilite al livello di base sono progressivamente diminuite”. I dati più recenti sembrano supportare questa lettura, in particolare se si considera il fatto che alla fine del 2008 in Cina erano presenti 413.660 organizzazioni non governative, registrate rispettivamente come organizzazioni sociali (<em>shehui tuanti</em>), fondazioni (<em>jijinhui</em>) o unità private non aziendali (<em>minban feiqiye danwei</em>). Come ha affermato Jia Xijin, specialista dell’università Qinghua, tuttavia si stima che le organizzazioni della società civile prive di registrazione o registrate come entità commerciali siano molto più numerose, addirittura<strong> alcuni milioni</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Ciò che questi dati nascondono è il fatto che, a fronte di un crescente pluralismo nelle forme di associazionismo “autorizzato”, le autorità cinesi si sono mostrate sempre meno disposte a tollerare associazioni di base in <strong>aree politicamente sensibili</strong> quali quella della “tutela dei diritti” (<em>weiquan</em>) e quella del “pubblico interesse” (<em>gongyi</em>). Di fatto, non si tratta di un discorso di principio su una questione astratta come quella dei “<strong>diritti umani</strong>” (<em>renquan</em>), un termine che peraltro non ricorre spesso nella retorica adottata dalle Ong cinesi, quanto piuttosto di un ben più pragmatico discorso di opportunità politica. Le Ong, in Cina come altrove, fanno comodo quando assistono le autorità nel fornire servizi essenziali dai quali lo Stato si è ritirato, ad esempio nel caso di emergenze successive a catastrofi naturali, così come nei casi in cui fungono da ausiliari nel mantenimento di una <strong>stabilità sociale </strong>sempre più precaria di fronte agli squilibri derivanti dallo sviluppo economico; quando, invece, queste organizzazioni diventano troppo sicure di sé ed iniziano ad agire come dei <strong>cani da guardia</strong> nei confronti delle autorità, è il momento di lanciare un richiamo all’ordine.</p>
<h2 style="text-align: justify">Chiusure forzate e intimidazioni contro gli avvocati</h2>
<p style="text-align: justify">Il primo durissimo avvertimento è arrivato nell’estate del 2009, ad un anno esatto dalle Olimpiadi, con la <strong>chiusura forzata</strong> della <strong>Gongmeng</strong>, una nota <strong>lega di avvocati</strong> per la tutela dei diritti con base a Pechino, un argomento su cui ho avuto modo di soffermarmi già in più di una volta <a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/12/alcune-riflessioni-sulla-dialettica-tra.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline">nei miei post</span></a>. In sostanza, quest’organizzazione contava su una folta schiera di giuristi che mettevano gratuitamente a disposizione le proprie competenze giuridiche in casi di interesse pubblico (uno per tutti, quello della melanina nel latte in polvere). Come un fulmine a ciel sereno, la mattina del 14 luglio 2009 i responsabili della Gongmeng hanno ricevuto un’ingiunzione da parte dell’Ufficio delle imposte della municipalità di Pechino in cui si richiedeva il pagamento di oltre 1.420.000 yuan (circa 140.000 euro) tra tasse non pagate e multe varie, una somma enorme per una struttura non finalizzata al profitto. Scrivendo da un punto di vista puramente personale, questa storia per me è stata uno shock, l’origine di una sensazione di smarrimento che poi non ha fatto altro che aggravarsi in seguito al successivo <strong>arresto</strong> di Xu Zhiyong, uno dei responsabili dell’organizzazione, un giurista noto al grande pubblico per essere al servizio delle fasce più deboli ed emarginate della popolazione. Se fino ad allora ero stato piuttosto ottimista nei confronti delle prospettive di sviluppo della società civile cinese (come ho cercato ad esempio di sostenere nella mia lettura dello <a href="http://www.unive.it/media/allegato/dep/n12-2010/Ricerche/02_Franceschini_c.pdf" target="_blank"><span style="text-decoration: underline">scandalo delle fornaci</span> </a>del 2007), da quel momento in poi la mia fiducia ha cominciato a vacillare. Come poi mi hanno confermato di persona diversi attivisti cinesi, si è trattato di una reazione piuttosto comune tra gli attivisti cinesi: come più d’uno mi ha confermato, l’incidente della Gongmeng ha segnato la definitiva <strong>perdita </strong>di qualsiasi <strong>senso di sicurezza</strong> (<em>anquangan</em>) da parte di coloro che lavorano nel terzo settore in Cina. Come ha affermato Zhang Zhiqiang, responsabile di un’Ong che si occupa di lavoratori migranti a Pechino: “Dopo l’incidente della Gongmeng non sento più nessun senso di sicurezza; d’altra parte questo ha anche i suoi lati positivi, visto che ora so che se deve succedere qualcosa, non posso farci proprio niente e mi metto il cuore in pace”.</p>
<p style="text-align: justify">Contestualmente alla chiusura della Gongmeng (che nel frattempo ha ripreso le proprie attività in sordina lo scorso ottobre), ha avuto luogo un’altra serie di <strong>intimidazioni ufficiali</strong> che si sono riverberate sull’intero tessuto della società civile cinese. Innanzitutto le autorità giudiziarie di Pechino hanno cancellato le licenze d’esercizio a 53 avvocati, alcuni dei quali erano noti attivisti per la tutela dei diritti. Quando si pensa alla dimensione politica di questo gesto, si tende a trascurare quello che è stato un profondo <strong>dramma personale</strong> per questi avvocati. Ricordo l’incertezza negli occhi e nelle parole di uno di loro, quando gli chiedevo come avrebbe fatto per il suo futuro, con una famiglia da mantenere, una figlia piccola da crescere e nessun lavoro. Successivamente, ho avuto modo di incontrare questa persona in più di un’occasione e una cosa che non credo dimenticherò facilmente è stato quando una nostra comune conoscenza mi ha chiesto se per caso avrei potuto aiutare costui a trovare un lavoro in qualche organizzazione straniera, visto che in Cina non trovava nessuna possibilità. È stato avvilente vedere come una persona dotata di un coraggio senza pari nello sfidare in pubblico corti popolari e funzionari corrotti fosse stata annichilita nella sua sfera privata, ridotta ad elemosinare un lavoro qualsiasi semplicemente per <strong>sopravvivere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Mentre ci si stava ancora interrogando su che fine avesse fatto Xu Zhiyong, il leader della Gongmeng, prelevato dalla sua abitazione alle cinque di mattina del 29 luglio e poi scomparso senza lasciare traccia (sarebbe riapparso solamente il 23 agosto, dopo aver passato quasi un mese in custodia degli organi di pubblica sicurezza), le autorità non hanno perso tempo. Il bersaglio successivo è stato <strong>Yirenping</strong>, la già citata organizzazione attiva nel campo della discriminazione dei malati di epatite B. Al pari della Gongmeng, si tratta di una realtà estremamente visibile sui media cinesi, pertanto qualunque cosa le accada assume automaticamente un significato particolare. La mattina del 29 luglio, alcuni funzionari dell’Ufficio della pubblica sicurezza municipale e di un dipartimento del Ministero della cultura per la supervisione delle attività pubblicistiche hanno visitato l’ufficio di Pechino dell’organizzazione e, adducendo il pretesto di un’indagine su alcune “attività di stampa illegali”, hanno <strong>sequestrato</strong> una pubblicazione ad uso interno. Per cortesia degli attivisti di Yirenping, che sono al corrente del mio interesse nei confronti delle problematiche del lavoro in Cina, questa pubblicazione mi è capitata tra le mani più di una volta: in sostanza, non si trattava di nient’altro che una rassegna stampa in cui di mese in mese si raccoglievano i principali articoli apparsi sulla stampa cinese sul tema della discriminazione. Niente di sensibile, niente che in Cina non fosse già noto al grande pubblico, eppure, a quanto pareva, un pericolo <strong>strumento sovversivo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Allo stesso tempo, un’altra organizzazione attiva nel campo della salute pubblica è finita nel mirino. Si tratta di <strong>Aizhixing</strong>, una struttura creata negli anni Novanta da un ex-funzionario del Ministero della Salute per far fronte alle <strong>problematiche dell’AIDS</strong>, delle malattie sessualmente trasmissibili e della diversità sessuale. In questo caso la strategia adottata dal governo cinese è stata quella di una lunga serie di <strong>controlli fiscali </strong>sulla contabilità dell’organizzazione. Quando nell’ottobre del 2009 ho intervistato Wan Yanhai, il fondatore e responsabile dell’organizzazione, egli ci ha tenuto a ribadire il fatto che i problemi incontrati dalla sua organizzazione erano del tutto relativi a confronto di quelli in cui erano finiti la Gongmeng e Yirenping, ma non ha mancato di sottolineare l’irragionevolezza della normativa in vigore, sottolineando come questa non solo non fornisse alle organizzazioni della società civile cinese un sostegno finanziario, ma anche costringesse buona parte di esse a pagare le tasse alla stregua di una comune impresa. Anche Wan Yanhai ha affermato di aver perso ogni senso di sicurezza durante l’attacco alla Gongmeng, ma ciononostante ha chiuso su una nota ottimistica: “Dopo l’incidente il nostro senso di sicurezza è addirittura aumentato, quando abbiamo capito che il peggio era passato e che le nostre paure peggiori non si erano avverate.  Tanto meglio non pensarci più”. Si tratta di parole che, simili a quelle di Zhang Zhiqiang, risultano straordinariamente efficaci nel descrivere il senso di<strong> rassegnazione ed impotenza</strong> nella società civile post-Gongmeng.</p>
<h2 style="text-align: justify">Contro Oxfam, federazione di ong internazionali</h2>
<p style="text-align: justify">Dopo qualche mese di relativa calma, lo scorso marzo è arrivato il nuovo subdolo attacco. Il sentore che una nuova ondata di tensione stava maturando si aveva già da qualche settimana, quando le autorità cinesi avevano iniziato una campagna denigratoria nei confronti di <strong>Oxfam</strong>, una nota federazione di Ong internazionali finalizzate alla <strong>lotta alla povertà e all’ingiustizia</strong>. In una <a href="http://chinadigitaltimes.net/2010/03/notice-from-the-education-bureau%E2%80%99s-party-organization/"><span style="text-decoration: underline">direttiva ufficiale</span></a> del Comitato di Partito del Ministero dell’educazione datata 4 febbraio 2010 si leggeva: “Sin dal 2005 l’ufficio di Oxfam International basato a Hong Kong ha collaborato in maniera continuativa con alcune organizzazioni domestiche per la ‘tutela dei diritti’ (<em>weiquan</em>) per lanciare dei progetti di addestramento per studenti universitari volontari. […] Oxfam di Hong Kong è una delle Ong che cercano di infiltrarsi nelle nostre regioni interne e i suoi leader sono la spina dorsale di alcune fazioni d’opposizione. Considerata la natura particolare del nostro sistema educativo, in particolare per quanto riguarda gli istituti superiori e le università, dobbiamo recidere e rimuovere ogni contatto con tale organizzazione e non avere alcuna forma di cooperazione con essa. I dipartimenti per l’educazione, le scuole superiori e le università in tutte le regioni devono avere un&#8217;unica linea di pensiero, stare all’erta, riconoscere le cattive intenzioni di Oxfam nel reclutare ‘studenti universitari volontari’ e adottare in maniera diligente delle misure di sorveglianza. […] Mentre ogni località e ogni istituzione per l’educazione superiore adotta queste misure, tutti devono mostrare una chiara posizione politica e un atteggiamento deciso. Inoltre, tutti devono essere rigidi all’interno e mostrarsi rilassati all’esterno, fare attenzione ai metodi adottati e prevenire le persone in malafede dall’approfittare di questa occasione per creare dei problemi”.</p>
<p style="text-align: justify">Dopo questo preludio, il vero attacco è giunto alla fine di febbraio, quando le autorità cinesi hanno reso pubblico un <a href="http://www.safe.gov.cn/model_safe_en/laws_en/laws_detail_en.jsp?ID=30600000000000000,58&amp;type=&amp;id=3" target="_blank"><span style="text-decoration: underline">nuovo regolamento</span></a> finalizzato a regolamentare alcune questioni tecniche relative ai<strong> trasferimenti bancari internazionali</strong> destinati alle “organizzazioni cinesi” (<em>jingnei jigou</em>). Se formalmente lo scopo della normativa risulta essere quello di prevenire il riciclaggio di denaro sporco, gli attivisti di molte Ong cinesi si sono resi conto che in questo modo qualsiasi somma di denaro proveniente dall’estero, compresi i finanziamenti loro destinati, si trovava ad essere oggetto di uno scrutinio senza precedenti. In particolare, il quinto articolo del regolamento imponeva una serie di vincoli molto rigidi ai trasferimenti di denaro da parte di entità no-profit straniere ad organizzazioni cinesi, obbligando queste l’ultime, tra l’altro, a presentare un atto di donazione autenticato in cui si specificava lo scopo del finanziamento e tutta la documentazione relativa alla registrazione ufficiale dell’organizzazione donatrice, documenti che in altri contesti sarebbero innocui, ma che nel caso cinese sarebbero potuti risultare politicamente molto sensibili. Se alcuni hanno salutato la nuova normativa come un passo avanti verso la trasparenza finanziaria delle Ong cinesi, il South China Morning Post in un articolo datato 12 marzo 2010 ha registrato la seguente dichiarazione di Wan Yanhai, il leader di Aizhixing: “Questo mi fa veramente arrabbiare… Sono pronto a chiudere in qualsiasi momento. Ho lavorato duramente per sedici anni in questo campo e ora mi rendo conto che non solo non mi mostrano gratitudine per questo, ma che vogliono pure <strong>farci fuori</strong>”. Questa preoccupazione di Wan, giustificata in parte dal fatto che Aizhixing notoriamente non versa in ottime condizioni finanziarie, rispecchia un <strong>malessere diffuso</strong> in seno alla società civile cinese. Alla metà di marzo, mentre Wan Yanhai mandava una richiesta ufficiale alle autorità cinesi per ottenere informazioni sulle basi giuridiche del regolamento, cinque Ong di primo piano hanno inviato una lettera congiunta all’Amministrazione statale della valuta estera, chiedendo chiarimenti interpretativi su alcuni punti del regolamento che avrebbero potuto essere strumentalizzati dalle autorità a scapito delle Ong. Ad oggi non è ancora pervenuta alcuna risposta.</p>
<h2 style="text-align: justify">L&#8217;ultimo attacco contro l&#8217;ong delle donne</h2>
<p style="text-align: justify">Infine, il 25 marzo 2010, prima che si esaurisse la polemica su questo regolamento, è giunta la notizia che un’altra nota organizzazione della società civile cinese, il <strong>Centro di servizio e studio legale per le donne</strong> (<em>funü falü yanjiu yu fuwu zhongxin</em>), è finita nelle maglie della burocrazia cinese. Fondata nel 1995 come primo centro cinese finalizzato alla tutela dei diritti delle donne, quest’organizzazione fino ad oggi è stata affiliata (<em>guakao</em>) all’<strong>Università di Pechino</strong>, la quale ha accettato di fungere da organismo supervisore per le sue attività. Già nel febbraio di quest’anno la direzione dell’Università aveva espresso la volontà di dissolvere il proprio legame con il Centro, di fatto condannando quest’ultimo a un’esistenza precaria e priva di qualsiasi tutela giuridica, al pari di molte altre ong cinesi che non godono di “ombrelli” ufficiali. Persone informate dei fatti che vengono citate in un articolo del Xin Shiji Zhoukan affermano che questa decisione sarebbe legata al fatto che l’organizzazione in questione ha ricevuto fondi dall’estero e si sarebbe immischiata in alcuni casi sensibili, al punto che nel 2009 dirigenti scolastici avrebbero ripetutamente avvertito il Centro di “fare più ricerca e occuparsi di meno casi”. In una <a href="http://www.woman-legalaid.org.cn/detail.asp?id=1090"><span style="text-decoration: underline">dichiarazione</span></a> pubblicata il 2 aprile sul sito dell’organizzazione si legge che la cancellazione dell’affiliazione con l’Università di Pechino è solamente una delle tante difficoltà che il Centro ha incontrato da quando è stato stabilito, mentre Guo Jianmei, la leader dell’organizzazione, ha dichiarato di voler tentare la strada della registrazione come “unità privata non aziendale” o, nel caso in cui questa non venga approvata, come semplice entità commerciale.</p>
<p style="text-align: justify">Sul numero della rivista Xin Shiji Zhoukan uscito nelle edicole cinesi il 15 aprile, Xiao Han, professore presso l’Università cinese di politica e diritto (<em>Zhongguo zhengfa daxue</em>) di Pechino, in <a href="http://www.chinaelections.org/newsinfo.asp?newsid=174241"><span style="text-decoration: underline">un commento</span></a> intitolato “Chi danneggia la stabilità sociale?” ha commentato così la chiusura del Centro di Guo Jianmei: “Attaccare, infastidire, punire le Ong in sostanza non significa altro che mandare in frantumi la <strong>forza di auto-organizzarsi di una società</strong>, far sì che i cittadini si trovino in una situazione di individualismo privo di vie d’uscita. Questa situazione fa sì che i diritti dei cittadini più deboli siano completamente esposti alla forza di un’autorità governativa che non è sottoposta ad alcuna supervisione, al punto che finiscono per trovarsi nella tragica posizione in cui essi non hanno alcun modo per tutelare i propri diritti. Cercando nella storia di tutti i paesi, non ci sono esempi in cui la polverizzazione dei diritti dei cittadini abbia portato a un lungo periodo di pace ed ordine. La storia ci ha insegnato proprio la lezione opposta: schiacciare senza scrupoli i diritti dei cittadini non solo non aiuta la stabilità sociale, ma la danneggia gravemente, un risultato che spesso porta a conseguenze che nessuno vorrebbe vedere”. Considerazioni amare che dovrebbero trovare eco in una dirigenza cinese da sempre ossessionata dallo spettro dell’<a href="http://appunticinesi.blog.unita.it//Contraddizioni_in_seno_al_popolo_868.shtml"><span style="text-decoration: underline">instabilità sociale</span></a>, ma che sembrano cadere nel vuoto. Quando si vede che tante organizzazioni che da anni lottano in prima linea per il benessere delle fasce discriminate ed emarginate della popolazione cinese vengono umiliate in questo modo, mentre allo stesso tempo molte altre realtà che hanno trasformato la beneficenza in un puro strumento di arricchimento personale dei propri dirigenti (e anche su questo ci sarebbe molto da scrivere) continuano a prosperare e a crescere con il sostegno delle autorità, non si può fare a meno di dubitare della bontà della direzione in cui si sta muovendo la società cinese. Come si diceva un tempo, <strong><em>mala tempora currunt</em></strong>. Peccato che ancora non si veda una via d’uscita.</p>
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		<title>Contraddizioni in seno al popolo</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 19:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/mao-deng.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-114" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/01/mao-deng-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Qualche giorno fa la <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTRE5BR0AQ20091228" target="_blank">Reuters </a>ha battuto la notizia che Yang Huanning, vice-ministro della Pubblica Sicurezza del governo di Pechino, nel corso di una conferenza per funzionari della sicurezza tenutasi il 18 dicembre avrebbe richiamato l&#8217;attenzione del pubblico sul fatto che &#8220;le macchinazioni delle forze occidentali anti-cinesi per occidentalizzarci e dividerci, gli attriti e le dispute tra i paesi, le forze ostili che creano caos e sabotano rimangono importanti fattori che mettono a rischio la nostra sicurezza nazionale e la stabilità sociale&#8221;. La soluzione che proponeva era quella di &#8220;colpire duro contro le forze ostili nell&#8217;interno del paese e all&#8217;estero&#8221; e di &#8220;darsi da fare per anticipare e prevenire, ricorrendo ad attacchi preventivi&#8221;. Anche se tra le minacce citate in maniera esplicita ovviamente apparivano i movimenti separatisti nelle regioni di confine del Tibet e dello Xinjiang, il fatto che questo discorso sia stato reso pubblico appena tre giorni dopo la condanna di Liu Xiaobo lasciava ben pochi dubbi su quale sia il reale significato di queste parole.</p>
<p style="text-align: justify">Il Partito Comunista Cinese è ossessionato dall&#8217;idea di stabilità sociale <em>(shehui wending)</em> e non è disposto a soprassedere su qualunque minaccia in questo senso, percepita o reale che sia. Qualche giorno fa, gli specialisti dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno tenuto la consueta <a href="http://news.qq.com/a/20091221/001334_1.htm" target="_blank">conferenza stampa</a> annuale per presentare il nuovo &#8220;Libro Blu sulla Società Cinese nel 2010&#8243;, un volume che viene pubblicato alla fine di ogni anno per presentare quelle che, secondo gli analisti, dovrebbero essere le tendenze sociali in Cina per l&#8217;anno successivo. Uno degli argomenti fondamentali toccati dagli esperti in quest&#8217;ultima occasione era proprio quello della stabilità sociale, a partire dalla constatazione che anche se la società cinese nel 2009 è rimasta sostanzialmente stabile, al suo interno ha continuato a registrarsi una preoccupante tendenza all&#8217;aumento degli incidenti di massa <em>(quntixing shijian)</em>. Anche se durante la presentazione del volume non è stato fornito alcun dato quantitativi sull&#8217;aumento di questi incidenti, possiamo constatare la realtà di questo fenomeno semplicemente prendendo in considerazione <a href="http://special.globaltimes.cn/2009-05/433271.html" target="_blank">alcuni dati</a> degli ultimi anni: se nel 1993 gli incidenti erano stati appena 8.700, nel 2005 il Ministero della Pubblica Sicurezza ne contava 87.000, nel 2007 circa centomila.</p>
<p style="text-align: justify">Nei lontani anni Cinquanta, un altro periodo di grande conflittualità sociale in Cina, Mao Zedong aveva tenuto un <a href="http://www.bibliotecamarxista.org/Mao/libro_14/sull_sol_cd_sen_pop.pdf" target="_blank">importante discorso</a> in cui aveva distinto le tensioni all&#8217;interno della società cinese in due categorie molto nette: le &#8220;contraddizioni in seno al popolo&#8221; (<em>renmin neibu maodun</em>) e le &#8220;contraddizioni tra noi e i nostri nemici&#8221; (<em>diwo maodun</em>).  Mentre queste ultime erano considerate contraddizioni &#8220;antagoniste&#8221;, che andavano risolte attraverso l&#8217;uso della forza, le prime &#8220;esistevano sulla base di una fondamentale identità degli interessi del popolo&#8221; e quindi andavano risolte &#8220;attraverso i metodi della discussione, della critica, della persuasione e dell&#8217;educazione&#8221;. In una recente <a href="http://q.sohu.com/forum/20/topic/4808244" target="_blank">intervista</a> rilasciata al settimanale Liaowang, Huang Huo, direttore dell&#8217;Ufficio di Chongqing dell&#8217;agenzia di stampa ufficiale Xinhua, ha affermato: &#8220;Per definire gli incidenti di massa [nella Cina di oggi] sarebbe opportuno continuare ad utilizzare il vecchio modo di pensare delle &#8216;contraddizioni in seno al popolo&#8217;, evitando assolutamente di definirli in maniera ingiustificata e di &#8216;politicizzarli&#8217;&#8221;. Eppure, dopo oltre cinquant&#8217;anni, gli specialisti dell&#8217;Accademia delle Scienze Sociali hanno deciso di mandare in pensione questa teoria tradizionale della conflittualità sociale, proponendo una nuova chiave di lettura più adatta alla situazione reale della Cina di oggi. Nel nuovo Libro Blu infatti viene proposta una distinzione in due categorie: da un lato i &#8220;conflitti di massa non di classe e non legati ad interessi diretti&#8221; (<em>fei jiecengxing de, wuzhi liyi de quntixing chongtu</em>), dall&#8217;altro i &#8220;conflitti di massa con natura di classe e legati ad interessi diretti&#8221; (<em>you jiecengxing de, you zhijie liyi de quntixing chongtu</em>).</p>
<p style="text-align: justify">Consideriamo innanzitutto la prima categoria di incidenti di massa, quelli privi di natura di classe e non legati ad interessi diretti. Stando a quanto affermato dagli specialisti dell&#8217;Accademia: &#8220;&#8216;Privi di natura di classe&#8217; fa riferimento al fatto che i partecipanti provengono da qualsiasi aspetto della società; non legati ad interessi diretti significa che gli interessi dei partecipanti non hanno alcun legame con l&#8217;incidente in sé&#8221;. Secondo loro, tutto sarebbe riconducibili a questioni sociali originate dal processo di transizione innescato dalle riforme degli ultimi trent&#8217;anni &#8211; ristrutturazioni aziendali malfatte che hanno decimato la classe operaia, espropri di terreni ai danni dei contadini, sfratti forzati che hanno colpito la classe media urbana -, tutti problemi che avrebbero trasformato l&#8217;intera società in una polveriera pronta a scoppiare alla prima scintilla. Come ha affermato Huang Huo nella già citata intervista: &#8220;Le caratteristiche comuni agli incidenti di massa di oggi possono essere riassunte in questo modo: le contraddizioni sociali hanno già una certa base nella società e nelle masse, quindi non appena c&#8217;è una miccia adeguata, l&#8217;esplosione è rapida. Questo [processo] mette in luce le caratteristiche di una rapida escalation, di un confronto accesso, di una grande forza distruttiva contro la società e di una difficile gestibilità&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Per illustrare questa prima tipologia, gli specialisti dell&#8217;Accademia hanno proposto due esempi di conflitto avvenuti negli ultimi due anni con dinamiche praticamente identiche, vale a dire l&#8217;<a href="http://www.zonaeuropa.com/20080701_1.htm" target="_blank">incidente di Weng&#8217;an</a>, verificatosi nel giugno del 2008 nell&#8217;omonima località della provincia del Guizhou, e <span style="text-decoration: underline">l<a href="http://www.zonaeuropa.com/20090621_1.htm" target="_blank">&#8216;incidente di Shishou</a></span>, avvenuto nello Hubei nel giugno del 2009. In entrambi i casi una persona era morta in circostanze misteriose &#8211; a Weng&#8217;an una quindicenne era annegata in un fiume in piena notte, a Shishou un giovane cuoco era stato trovato morto ai piedi dell&#8217;albergo in cui lavorava &#8211; e le autorità avevano dichiarato in tutta fretta che si era trattato di suicidio, alimentando la diffidenza dei famigliari delle vittime. Sempre in entrambi i casi, per ottenere giustizia i famigliari avevano deciso di difendere e conservare i corpi dei defunti fino al momento in cui la polizia non avesse deciso di avviare nuove indagini sulle circostanze della morte e questo aveva attirato l&#8217;attenzione della rete e dell&#8217;opinione pubblica. La scarsa trasparenza nella gestione di questi incidenti da parte dei governi locali, le voci incontrollate su presunti complotti messi in atto da funzionari corrotti per insabbiare l&#8217;accaduto e l&#8217;assenza di fonti d&#8217;informazione attendibili successivamente hanno portato ad un rapido deteriorarsi della situazione, causando incidenti di massa in cui sono state coinvolte decine di migliaia di persone, con conseguente assalti e violenze contro uffici e beni pubblici (in particolare a Weng&#8217;an).</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto riguarda invece la seconda categoria di incidenti, quelli che hanno natura di classe e comportano il coinvolgimento di interessi diretti, gli specialisti dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno proposto un singolo esempio: l&#8217;incidente collettivo che nel luglio di quest&#8217;anno ha coinvolto i lavoratori dell&#8217;<a href="http://chinanewswrap.com/2009/07/28/general-manager-of-steel-company-beaten-to-death-by-employees/" target="_blank">acciaieria Tonggang</a> di Jilin e ha portato alla morte di Chen Guojun, il direttore generale della società. La situazione che ha originato lo scontro non è niente di eccezionale nel contesto della Cina delle riforme e, come è stato detto durante la conferenza stampa, &#8220;riflette il fatto che dopo che le politiche di riforma ed apertura sono state portate avanti per trent&#8217;anni, succede ancora che si vada a colpire in questo modo i diritti e gli interessi dei lavoratori&#8221;. La storia si è svolta in questo modo: il gruppo Jianlong, la più grande società privata nel campo dell&#8217;acciaio in Cina, nel 2005 aveva preso il controllo di una quota di minoranza nella Tonggang, una vecchia impresa di Stato, imponendo un piano di ristrutturazione doloroso che aveva portato al licenziamento di diverse migliaia di lavoratori. Per questa ragione il 24 luglio, quando si era diffusa la notizia che la Jianlong stava per assumere il controllo dell&#8217;acciaieria, alcuni lavoratori hanno attaccato Chen Guojun, il futuro direttore generale, ferendolo a morte. Questo incidente ha gettato una nuova luce sui lavoratori cinesi, tradizionalmente raffigurati come un&#8217;entità passiva e inerme e ora presentati come una massa violenta e minacciosa, tanto che il China Labour Bulletin, un&#8217;organizzazione non governativa basata ad Hong Kong, ha sentito la necessità di lanciare <a href="http://www.clb.org.hk/en/node/100528" target="_blank">un appello</a> per ricordare come in realtà &#8220;i lavoratori siano con molta maggiore probabilità le vittime di violenze, minacce, intimidazioni e abusi, piuttosto che i perpetratori di tutto ciò&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Ma, al di là di queste distinzioni teoriche, quali sono le ragioni concrete che spingono i cittadini cinesi a riversarsi sulle strade a proprio rischio e pericolo? Per rispondere a questa domanda, è necessario far riferimento ad un altro <a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/su-alcune-tendenze-della-societ-cinese.html" target="_blank">documento</a> dell&#8217;Accademia delle Scienze Sociali, l&#8217;edizione precedente del Libro Blu, pubblicata alla fine del 2008. In questo volume, che poneva fortemente l&#8217;accento sul problema della disoccupazione, considerata la più grande minaccia per la società cinese in un&#8217;epoca di crisi, gli autori esponevano i risultati di un&#8217;indagine sulle questioni che più avevano preoccupato i cittadini cinesi nel 2008: al primo posto si trovava l&#8217;aumento dei prezzi (63,5%), seguito dalle difficoltà nell&#8217;accesso al sistema sanitario (42,1%), l&#8217;aggravarsi dei divario nei redditi tra città e campagna (28%), la disoccupazione (26%), i prezzi eccessivi degli immobili (20,4%), la corruzione (19,4%) e la pensione (17,7%). Se ciò permette di stabilire a grandi linee quali sono le principali fonti di preoccupazione (e quindi di tensione) in seno alla società cinese, questo documento era ancora più esplicito riguardo alle ragioni alla base degli incidenti di massa, distinguendo sei ordini di cause: a) i governi locali infrangono gli interessi del popolo; b) l&#8217;allargamento del divario tra ricchi e poveri; c) la forte insoddisfazione dell&#8217;opinione pubblica nei confronti dell&#8217;ingiusta distribuzione delle risorse e dell&#8217;irragionevole ricchezza di alcuni; d) la violazione degli interessi economici e dei diritti democratici del popolo; e) l&#8217;impossibilità per gli individui di trovare meccanismi per il negoziato e per la tutela dei propri diritti; f) l&#8217;inadeguatezza delle modalità di gestione sociale e dell&#8217;economia socialista di mercato rispetto alla crescente coscienza democratica del popolo e delle masse.</p>
<p style="text-align: justify">Stando ad <a href="http://www.infzm.com/content/39165" target="_blank">un articolo </a>pubblicato la settimana scorsa sul Nanfang Zhoumo, i manuali su come gestire gli incidenti di massa starebbero andando a ruba tra i burocrati del Partito e dello Stato, mentre le istituzioni incaricate di addestrare le nuove generazioni di funzionari starebbero adottando simili testi come lettura obbligatoria. Se si presta fede a quanto riportato in questo articolo, nel solo 2009 sono stati pubblicati ben otto libri sull&#8217;argomento, contro gli appena due del 2008. Inoltre, se prima del 2005 sull&#8217;argomento venivano pubblicati appena trenta studi accademici all&#8217;anno, nel solo 2006 il numero era schizzato a 170, per poi passare a 320 nel 2009. Questo non solo riflette una crescente apprensione da parte delle autorità cinesi, ma anche una sempre maggiore consapevolezza della necessità di gestire lo scontento della popolazione con misure ragionate che non si limitino semplicemente allo spiegamento della forza bruta delle armi. Eppure, se prima non si risolvono i problemi strutturali alle spalle degli incidenti di massa, in particolare quelle carenze dello stato di diritto che spesso non lasciano ai cittadini alcuna alternativa allo scendere in piazza, difficilmente sarà possibile mantenere la &#8220;stabilità sociale&#8221;. Come mi ha detto recentemente un noto avvocato impegnato nella tutela dei diritti delle fasce sociali più deboli: &#8220;Sai cosa dico quando un lavoratore mi chiama per chiedermi come può risolvere i suoi problemi? Gli dico di raccogliere quante più persone può e di scendere in strada a protestare, facendo più casino possibile. Non c&#8217;è altro modo&#8221;.</p>
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