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	<title>Cineresie.info &#187; studenti</title>
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		<title>Abbandoni (II): la &#8220;tribù delle formiche&#8221; se ne va da Tangjialing</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 08:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Da anni luogo di residenza di giovani cinesi in ristrettezze economiche, il villaggio di Tangjialing alla periferia di Pechino è sul punto di essere raso al suolo e ricostruito dalle autorità cittadine. Nel frattempo i giovani residenti, le cosiddette "formiche", sono costretti a trasferirsi in zone sempre più periferiche, lì dove il costo della vita è ancora abbordabile. Lo stesso accade regolarmente anche agli altri gruppi sociali emarginati in Cina. La seconda di due storie che parlano di “abbandono”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1900" style="margin: 6px;" title="formiche_tangjialing_3" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_3-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Mentre le imprese se ne vanno dai grandi centri della costa alla ricerca di maggiori margini di profitto per le proprie attività, altri nel loro piccolo sono costretti a trasferirsi molto meno volentieri in periferie sempre più remote, sempre più lontano dai centri urbani che hanno contribuito a costruire con le proprie forze e il proprio sudore.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono <strong>i perdenti dello sviluppo cinese</strong>, gli emarginati, i poveri, coloro che nel loro piccolo costituiscono il motore umano dello sviluppo economico cinese, non solo i migranti che costruiscono i grattacieli delle città, ma anche la &#8220;<a href="http://www.cineresie.info/formiche/">tribù delle formiche</a>&#8220;, quei giovani istruiti che a causa del surplus di manodopera e della scadente qualità dell’istruzione faticano a trovare un’occupazione all’altezza delle loro aspettative e qualifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio le formiche sono i protagonisti della seconda storia che mi ha colpito nelle ultime settimane: lo <strong>sgombero forzato di Tangjialing</strong>.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Tangjialing, da villaggio a città</h2>
<p style="text-align: justify;">Pochi avranno sentito nominare <a href="http://www.flickr.com/photos/wang_zhou/sets/72157623912684589/" target="_blank">Tangjialing</a>, un piccolo villaggio a nordovest di Pechino, distante circa undici chilometri da Zhongguancun, la <strong>silicon valley cinese</strong>. Fino al 2000 era un’ordinaria comunità rurale come tutte le altre, situata in quella cintura di territorio che si colloca a metà strada tra la città e la campagna. Poi nell’ultimo decennio, man mano che i <strong>giovani istruiti </strong>impiegati nei centri nevralgici della capitale (Zhongguancun, Guomao, Jinrongjie, etc.) arrivavano sul posto alla ricerca di sistemazioni economiche, questa realtà ha subito una <strong>metamorfosi radicale</strong>. Ben servita dai trasporti pubblici e prossima al centro dell’industria hi-tech della capitale, Tangjialing era una sistemazione ideale per queste formiche alla ricerca di una base su cui fondare le proprie precarie esistenze.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 2003 i contadini, fiutando l’affare, hanno <strong>smesso di coltivare</strong> i campi e hanno  concentrato energie e risorse sull’ampliamento delle proprie case. Nel giro di pochi mesi palazzi sono sorti praticamente dal nulla, mentre edifici già esistenti hanno iniziato a crescere in altezza, arrivando a volte fino a sette piani. Nonostante i divieti espliciti delle autorità di villaggio e a dispetto delle più elementari norme di sicurezza, questo trend è continuato indisturbato negli anni, al punto che alcuni stimano che nel 2009, all’apice dello sviluppo, gli edifici illegali fossero ben cinque volte quelli legali. Con il <strong>boom edilizio</strong>, non è passato molto tempo prima che le formiche soverchiassero numericamente gli abitanti locali, tanto che un’indagine condotta lo scorso anno ha contato non più di 2.800 residenti locali e oltre 37.000 affittuari esterni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1902" style="margin: 5px;" title="formiche_tangjialing_4" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_4-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Portato all’attenzione dei media da un noto studio etnografico (“<a href="http://www.amazon.cn/mn/detailApp/ref=sr_1_1?_encoding=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1281491213&amp;asin=B002PY75DO&amp;sr=8-1">La tribù delle formiche</a>” di Lian Si, fenomeno editoriale dello scorso anno) e finito nelle mire di immobiliaristi e funzionari della pianificazione urbana, questo villaggio ormai ha i giorni contati. Da settimane le sue <strong>stanze vanno svuotandosi</strong>, mentre quegli squallidi palazzi sorti dal nulla vengono abbattuti uno dopo l’altro per far spazio ad una capitale che si sta espandendo incessantemente in tutte le direzioni. Entro la fine dell’anno tutti gli edifici dovranno essere sgombrati, mentre la scadenza per la conclusione dei lavori di ricostruzione è già stata fissata per gli ultimi mesi del 2012.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Se la città si allarga la formica si trasferisce</h2>
<p style="text-align: justify;">Per invitare quelli che ormai sono diventati inquilini indesiderati ad andarsene, il comitato di villaggio ha scritto una<strong> </strong><a href="http://gongyi.qq.com/a/20100623/000053.htm" target="_blank">lettera aperta</a><strong> </strong>rivolgendosi in terza persona ad un’ipotetica formica: “Forse lei ha abitato a Tangjialing per molti anni anni e sente questo posto come una seconda casa, o forse ha vissuto qui solamente per un semestre o due o tre mesi: gli abitanti del villaggio le saranno comunque grati in eterno per il suo contributo. Di fronte a questo grande ambiente in via di ristrutturazione, in quanto ospite di Tangjialing, la invitiamo a <strong>collaborare attivamente</strong> al lavoro di sgombero, affrettandosi ad andarsene da Tangjialing, a trovare una nuova residenza e ad iniziare una nuova vita. Fuori da Tangjialing il mondo è grande.”</p>
<p style="text-align: justify;">E si tratta di un vero e proprio addio, visto che gli edifici della nuova Tangjialing non saranno più squallidi e cadenti come prima e difficilmente le formiche potranno permettersi gli affitti maggiorati delle nuove sistemazioni. L’<strong>esodo</strong> di questi giovani verso i villaggi dei dintorni è già iniziato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non sono solamente le formiche a doversi spostare in continuazione da un posto all’altro. All’inizio dell’anno lo <em>Xin Shiji Zhoukan</em> pubblicava <a href="http://magazine.caing.com/2010-01-08/100106713.html" target="_blank">un pezzo</a> in cui si descrivevano le difficoltà dei lavoratori migranti nel <strong>trovare alloggio</strong> a Pechino. Stando a quanto veniva riportato, nel 2009 l&#8217;<strong>espansione della capitale</strong> verso est avrebbe coinvolto oltre 168.000 contadini locali e 442.000 lavoratori migranti. Con un salario medio che si aggira intorno ai 1400 yuan al mese, un lavoratore migrante non può neanche lontanamente permettersi di affittare un&#8217;abitazione nel centro della città, neppure nel sotterraneo di un palazzo, e pertanto è costretto a trasferirsi sempre più lontano dal centro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’articolo in questione, Lin Zhiwu, autrice di uno studio sulla situazione degli<strong> alloggi dei migranti di Pechino</strong>, sintetizzava così lo sviluppo urbano della capitale dal punto di vista dei migranti: &#8220;A Pechino, all&#8217;inizio i migranti vivevano in villaggi nel mezzo della città. In seguito alla riorganizzazione e all&#8217;abbattimento di questi villaggi urbani, nonché a causa della crescita dei prezzi, essi si sono spostati nei seminterrati; una volta che non potevano più permettersi neppure di vivere nei seminterrati, si sono spostati nei sotterranei. Ora anche la domanda dei sotterranei è molto elevata, la maggior parte dei migranti può solamente vivere nei villaggi nelle zone dove città e campagna si incontrano. Dal secondo anello ad oltre il terzo anello e ora fondamentalmente tutti stanno <strong>fuori dal quinto anello</strong>. La città sta continuando ad allargarsi ed essi non possono fare altro che trasferirsi sempre più lontano&#8221;. Un lavoratore migrante di Chengde di nome Li Jiatian ironizzava sulla situazione: &#8220;Dove possiamo trasferirci ancora? Ascolti in giro e senti che ad est stanno abbattendo le case, a nord pure, lo stanno facendo dappertutto. A Pechino non stanno anche sistemando il settimo e ottavo anello? Tanto vale che me ne torni <strong>direttamente a casa</strong> a Chengde [a circa trecento chilometri dalla capitale]!&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<h2 style="text-align: justify;">La forza centrifuga dello sviluppo cinese</h2>
<p style="text-align: justify;">Che cos’hanno in comune la <strong>delocalizzazione</strong> della Foxconn e lo <strong>sfratto</strong> delle formiche di Tangjialing, la vicenda di una delle più grandi imprese in Cina e i piccoli drammi dei tanti emarginati che vivono nelle periferie delle città? Probabilmente niente. Eppure queste storie, lette nel loro insieme, non possono non stimolare una riflessione sulla direzione in cui si sta muovendo lo sviluppo cinese, uno sviluppo che si allontana sempre di più dai grandi centri urbani della costa, sorretto da una f<strong>orza centrifuga</strong> che spinge manodopera e capitali sempre più lontano da quelle aree che hanno beneficiato maggiormente dalle riforme dell’ultimo trentennio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1903" style="margin: 6px;" title="formiche_tangjialing_2" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/08/formiche_tangjialing_2-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le imprese se ne vanno spontaneamente alla ricerca di nuovi lidi in cui <strong>incrementare</strong> i propri profitti, mentre i lavoratori sono obbligati a lasciare, spesso a mani vuote, le città che hanno contribuito a erigere attraverso anni e anni di duro lavoro. Si dirà che questo è parte di un processo naturale di sviluppo economico che sul medio termine si rivelerà benefico per quelle periferie che finora sono rimaste in disparte. Eppure è difficile non provare una certa amarezza nel vedere come gli artefici materiali di questo <strong>boom economico</strong> – i lavoratori cinesi, migranti, <em>xiagang</em> o formiche che siano – vengano ricacciati sempre più <strong>ai margini</strong>, senza godere minimamente del frutto delle proprie fatiche. Ed è triste vedere come le grandi imprese si muovono a loro piacimento sul territorio, abbandonando un luogo non appena i salari (e i diritti) crescono quel tanto da permettere ai lavoratori di condurre una vita dignitosa. Le leggi dell’economia, certo. Le dinamiche della globalizzazione, sicuramente. Ma che squallore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;">photo credits:</span> <a href="http://www.flickr.com/photos/wang_zhou/" target="_blank">Zhou Wang</a></p>
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		<title>Tempo di esami per gli studenti cinesi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 23:53:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[satira]]></category>
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		<description><![CDATA[Per nove milioni e mezzo di giovani studenti cinesi questi sono i giorni del gaokao, la prova che decide, in base al punteggio, l’accesso alle migliori università del Paese. I posti disponibili quest’anno sono 6.570.000. Chi rimarrà fuori si metterà molto probabilmente alla ricerca di un lavoro, cosa non così facile di questi tempi visto l’elevato numero di laureati cinesi ancora disoccupati. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per nove milioni e mezzo di giovani studenti cinesi questi sono i giorni del <em>gaokao</em>, la prova che decide, in base al punteggio, l’accesso alle migliori università del Paese. I posti disponibili quest’anno sono 6.570.000. Chi rimarrà fuori si metterà molto probabilmente alla ricerca di un lavoro, cosa non così facile di questi tempi visto l’elevato numero di laureati cinesi <a href="../avere-una-laurea-e-non-trovare-lavoro/">ancora disoccupati</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/gaokao_pol.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1188" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" title="gaokao_pol" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/06/gaokao_pol-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Intorno alle scuole dove si svolgono gli esami la <strong>trepidazione</strong> è evidente. Molti blog cinesi già dai ieri documentano con <a href="http://blog.sina.com.cn/s/blog_4b2fe92b0100jspg.html?tj=1">fotografie</a> la ressa di <strong>genitori</strong> preoccupati davanti ai cancelli, <strong>studenti</strong> alle prese con l’ultimo ripasso, <strong>professori </strong>stressati dagli ultimi mesi di intensa preparazione e poliziotti che fanno strada ai ragazzi, talvolta addirittura dando loro uno strappo in moto.</p>
<p style="text-align: justify;">Come accade per gli esami di maturità nostrani, stamattina in rete sono usciti i <strong>titoli delle tracce</strong>. Due uguali per tutto il paese e le altre differenziate a seconda delle province (<em>Danwei.org</em> ha già <a href="http://www.danwei.org/scholarship_and_education/gaokao_2010.php">tradotto</a> celermente).</p>
<p style="text-align: justify;">La notizia in evidenza è il <strong>calo del numero di studenti </strong>iscritti. Già dall’anno scorso il trend si è fatto discendente, dopo esser cresciuto ininterrottamente fra il 2002 e il 2008. Quest’anno fonti ufficiali <a href="http://www.infzm.com/content/46048">riportate dalla stampa</a> cinese parlano di circa 650 mila studenti in meno. E’ molto probabile che l’aumento della <strong>disoccupazione dei laureati</strong> abbia spinto molte famiglie a rivedere i progetti per i loro figli unici – “unica speranza” come li ha definiti in un bel libro <a href="http://www.amazon.com/Only-Hope-Coming-Chinas-One-Child/dp/0804749612">Vanessa L. Fong</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra i molti commentatori, dal suo blog personale Xiong Bingqi – professore alla Shanghai Jiaotong University – ha espresso non poche <strong>preoccupazioni</strong> sui dati che descrivono il calo dei participanti agli esami: “nel 2020 i giovani di età compresa fra i 18 e i 22 anni saranno 38 milioni in meno rispetto a oggi; se non si prendono provvedimenti e non si avvia un processo di riforma del sistema di educazione superiore, nei prossimi dieci anni le università rischiano il <strong>collasso</strong>”. Il suo <a href="http://blog.sina.com.cn/s/blog_46cf47710100itpw.html?tj=1">post</a>, è fra i trenta più letti del giorno nella classifica del portale <em><a href="http://blog.sina.com.cn/lm/114/999/day.html">Sina.com</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è consuetudine, molte personalità in questi giorni continueranno a esprimere le loro impressioni sui titoli e si cimenteranno in prima persona svolgendo qualche tema. Yang Hengjun ha appena pubblicato il suo “compito” in un <a href="http://yanghengjunbk.blog.163.com/blog/static/459641932010578558356/">post</a> e ha espresso l’intenzione di iscriversi per partecipare all’esame il prossimo anno, per rivedere, a trent’anni di distanza quelle stanze d’esame che continuano ad affollare i suoi incubi.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <a href="http://www.wangxiaofeng.net/?p=5751">Wang Xiaofeng</a>, celebre giornalista e blogger satirico pechinese, si è esercitato su una delle tracce con una storiella di sua invenzione. Il titolo originale proponeva una riflessione fra idealismo e pragmatismo partendo dalla frase: “Guardare le stelle con i piedi ben piantati al suolo”. Ecco come Wang ha svolto il compito:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In una sera con luna chiara e poche stelle me ne stavo ai piedi di un monte di ceneri a contemplare il cielo. Con lo sguardo rivolto al cosmo infinito il mio pensiero iniziò a scorrere liberamente, come in un sogno a occhi aperti. Mentre continuavo a camminare perso nei miei pensieri inciampai in qualcosa. Chinai la testa e vidi un cadavere. Come è possibile imbattersi in un cadavere in una notte così <a title="la società armoniosa" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Harmonious_society" target="_blank"><em>armoniosa</em></a>? Guardai con più attenzione ed ecco, un altro corpo. Oh, cielo stellato.. ma che diavolo è successo? Aguzzando ancora lo sguardo mi accorsi che il terreno intorno a me era tutto ricoperto di cadaveri: 13 qua, 23 là in fondo. Li contai uno per uno, impiegandoci otto giorni e otto notti con tutti i numeri che sapevo, e ancora non arrivai a conoscere il numero esatto. Quanti erano, insomma, quei corpi? Questo pomeriggio, forse riuscirò a fare il conto totale nell’esame di matematica.</p>
<p style="text-align: justify;">
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La storia è evidentemente <strong>allusiva</strong>, sin dalla storpiatura del titolo in cui, sfruttando l’assonanza dei termini cinesi, i piedi anziché esser poggiati al “suolo” (<em>shidi</em>) calpestano dei “cadaveri” (<em>shiti</em>). I cadaveri cui Wang Xiaofeng si riferisce sono quelli  dei 38 lavoratori deceduti nel disastro minerario verificatosi lo scorso 28 marzo a Wangjialing, nello Shanxi sud-occidentale, che ha visto coinvolti 153 minatori. In quell’occasione i media di stato avevano dato spazio alla notizia e le operazioni di soccorso, durate proprio “Otto giorni e otto notti”, erano state seguite con trepidazione dall’opinione pubblica. Alla fine 115 minatori sono stati tratti in salvo e l’operazione è considerata tuttora un vero e proprio miracolo (<em>qiji</em>) nella tragedia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Otto giorni e otto notti” doveva essere anche il titolo di un<strong> film</strong> sull’eroica operazione di salvataggio. Proprio qualche giorno fa – e qui risiede l’elemento che rende la satira di Wang Xiaofeng doppiamente attuale – la casa di produzione <em>Shanxi Film Studio</em>, che avrebbe dovuto occuparsi della realizzazione del film <a href="http://www.chinanews.com.cn/cul/news/2010/06-07/2327929.shtml" target="_blank">ha fatto sapere</a> a sorpresa che il film non si farà più. “Vogliamo rispettare le opinioni e i suggerimenti della gente a tutti i livelli della società”,  è questa la motivazione poco chiara  usata per spiegare il cambiamento di decisione. Molti sospettano si tratti di una mossa suggerita dalla prudenza: un film che esalta l’eroismo dei soccorritori potrebbe provocare come effetto collaterale ulteriore <strong>indignazione verso i responsabili</strong> a tutti i livelli. Tanto più che le responsabilità non sono state ancora accertate del tutto e, ulteriore aggravante, la miniera aveva il bollino verde governativo, garanzia – in teoria – di sicurezza e rispetto delle norme.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando al <em>gaokao</em>, che voto si meriterebbe Wang Xiaofeng, abilissimo (per noi) nel capovolgere la retorica proposta dagli esaminatori restituendo in cambio una critica impietosa dell’attualità? Inclassificabile, domanda troppo ovvia. Le dinamiche dei quesiti non contemplano una così sfrontata capacità di giudizio critico. E la preparazione degli studenti, come ha fatto notare molto bene Yu Jian in un <a href="http://www.infzm.com/content/44656">articolo</a> pubblicato sul <em>Nanfang Zhoumo </em>(<a href="http://chinageeks.org/2010/05/yu-jian-education-without-heart/comment-page-1/">tradotto da K.E.David</a> per <em>Chinageeks.org</em>), è tutta incentrata sui metodi più efficaci per superare l’esame, non certo sullo sviluppo di un pensiero indipendente (anche ben più moderato rispetto a quello di Wang Xiaofeng).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma d’altra parte, con le dovute proporzioni e distinguo, quale sistema educativo sarebbe disposto ad accettare risposte che non ha insegnato o modi del tutto personali?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Wu Hao e la propaganda 2.0</title>
		<link>http://www.cineresie.info/wu-hao-propaganda/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 20:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Facchin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Bridge Blogging]]></category>
		<category><![CDATA[dissenso]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti di massa]]></category>
		<category><![CDATA[propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>

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		<description><![CDATA[In questa intervista Wu Hao, vice responsabile del dipartimento di propaganda dello Yunnan recentemente criticato in pubblico da alcuni studenti, racconta la sua "propaganda 2.0". Wu è noto per le sue idee all’avanguardia in termini di comunicazione, trasparenza e gestione delle notizie. Oltre a essere stato il primo politico cinese a utilizzare i social network per l’interazione fra istituzioni e cittadini, è divenuto celebre per il modo in cui, nel febbraio del 2009, gestì il famigerato “incidente del nascondino”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/wuhao-wumao.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-726" title="wuhao wumao" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2010/05/wuhao-wumao-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>L’immagine di <strong>Wu Hao</strong> investito da una pioggia di banconote da cinque <em>mao </em>mentre sta per iniziare il suo discorso all’Università del Popolo a Pechino è di quelle che rimangono impresse nella memoria. I due studenti venticinquenni che il 22 aprile scorso hanno deciso di manifestare in questo modo il loro <strong>dissenso</strong> possono dirsi soddisfatti. Ma perché tanto odio contro un funzionario ritenuto da molti illuminato?</p>
<p style="text-align: justify;">Ex reporter dell’agenzia <em>Xinhua</em>, Wu Hao (40) è da due anni il vice responsabile dell’<strong>Ufficio per la Propaganda</strong> nella provincia dello Yunnan. Il suo ruolo istituzionale lo pone al vertice di quell’apparato parastatale che voci popolari definiscono “<a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/50_Cent_Party" target="_blank">partito dei cinquanta centesimi</a>” (<em>wumaodang</em>), una schiera di persone di svariati strati sociali che ricevono questo leggendario ammontare per ogni commento pubblicato on line a sostegno delle politiche del governo. Ecco spiegato il significato simbolico dietro al gesto dei due giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">Wu Hao è noto per le sue <strong>idee all’avanguardia </strong>in termini di comunicazione, trasparenza e gestione delle notizie. Oltre a essere stato il primo politico cinese a utilizzare i social network per l’interazione fra istituzioni e cittadini, Wu è divenuto celebre per il modo in cui, nel febbraio del 2009, gestì il famigerato “<a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yunnan_hide-and-seek_incident" target="_blank">incidente del nascondino</a>”. In quella circostanza le guardie carcerarie di una prigione dello Yunnan avevano giustificato il decesso di un detenuto – l’autopsia evidenziò importanti danni cerebrali – spiegando che stava “giocando a nascondino”. La notizia scatenò la <strong>rabbia furibonda</strong> degli internauti cinesi che in poche ore riempirono con 35.000 commenti la pagina di QQ dov’era postato l’articolo. Alcuni giorni dopo, per iniziativa dell’Ufficio Provinciale per la Propaganda, le autorità lanciarono un appello sul web – primo caso nella storia della rete cinese – per formare una <strong>commissione di inchiesta </strong>popolare che facesse chiarezza sull’accaduto. A molti parve una mossa per placare la tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">La commissione effettivamente prese forma in pochi giorni – il tutto era gestito proprio da Wu Hao attraverso il suo gruppo su QQ – e dieci rappresentanti scelti fra i cinquecentodieci che avevano aderito all’appello visitarono il carcere in cerca di indizi. La “gita” si rivelò poco utile in concreto dato che i membri del gruppo non erano autorizzati a far domande alle guardie, nè a visionare le registrazioni delle videocamere di sorveglianza o esaminare i risultati dell’autopsia. Il processo si concluse con alcune condanne mentre aumentarono i sospetti sull’affidabilità di questo gruppo di inchiesta “spontaneo” e soprattuto sulla provenienza dei suoi componenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In pochi giorni, sul forum <em>Tianya</em>, il “<a href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/01/il-bene-e-il-male-nel-primo-processo-al.html" target="_blank">motore di ricerca di carne umana</a>” si mise in moto e arrivò a svelare l’identità dei componenti della commissione popolare reclutati da Wu Hao: quasi tutti erano vicini ai media ufficiali o ad ambienti <strong>legati alla propaganda</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi molti <em>netizen</em> – come pure i due studenti della <em>Renmin Daxue – </em>rimangono convinti che Wu Hao e il suo ufficio avessero messo in moto un’astuta operazione di propaganda reclutando collaboratori prezzolati e membri del famigerato “<strong>partito dei cinquanta centesimi</strong>”. Wu Hao da parte sua non ha mai smesso di difendere l’iniziativa e, in nome della sua battaglia per la trasparenza, ha reso pubbliche tutte le <em>chat </em>del gruppo su QQ.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa <a title="fonte in cinese" href="http://nf.nfdaily.cn/nfrwzk/content/2010-05/11/content_11821901.htm" target="_blank">intervista</a> pubblicata il 10 maggio scorso su <em>Nanfang</em> <em>Renwu Zhoukan</em> è possibile farsi un’idea del personaggio, esempio emblematico di una propaganda che cerca di ammodernarsi non senza aperture e concessioni – alcune reali – nei confronti di una opinione pubblica sempre più esigente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornalista Yang Xiao ha incontrato Wu Hao a Pechino dove si trovava per un corso di aggiornamento per quadri. Wu Hao, dopo la contestazione del 22 aprile, fedele al suo stile, aveva dato appuntamento ai netizen per un confronto aperto, ma ha poi ritirato l’invito. L’intervista – cui ho praticato qualche taglio – comincia proprio con una domanda su questo punto.</p>
<blockquote>
<h2 style="text-align: justify;"><strong>Wu Hao dopo il lancio di banconote</strong></h2>
<p style="text-align: justify;">di Yang Xiao</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ha aggiornato il suo microblog negli ultimi due giorni? Originariamente il suo incontro con i netizen era fissato per oggi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho riflettuto molto dopo quel che è accaduto e penso che sia stata un po’ una messa in scena. Sembrerò un tipo tronfio, che si mette in mostra, ma c’è un motivo: il nostro lavoro di responsabili della propaganda sta attraversando un momento di svolta e rinnovamento. E’ un cambiamento che riguarda le idee ed è importante far sì che molti colleghi ne siano consapevoli. Perciò bisogna fare divulgazione e parlarne, altrimenti le energie di una singola persona non sono sufficienti. In realtà io sarei una persona remissiva, modesta e prudente nella vita di tutti i giorni, però il lavoro e la condotta pubblica sono un’altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’episodio del lancio di banconote tutto quel che avevo da dire l’ho detto, per cui non c’è molto altro da aggiungere. In passato molti, dentro il sistema, faticavano ad accettare le nostre idee innovative, adesso invece vedo che avviene sempre più spesso. Anche nel mio recente periodo di studio alla <a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/China_National_School_of_Administration" target="_blank">Scuola Nazionale dell’Amministrazione</a> ho avuto modo di esporre i nostri nuovi metodi a quadri provenienti da tutto il Paese. Dipartimenti della propaganda di ogni provincia mi hanno invitato da loro a tenere delle lezioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa vogliono studiare? Delle tecniche o dei princìpi teorici?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto i princìpi. È necessario cambiare le nostre idee. Oggi occuparsi di notizie e propaganda è prima di tutto una questione di princìpi e su questo punto ho avuto anche una discussione accesa qui [alla scuola, ndt]. È successo quando alle lezioni di media e informazione sono venute a parlare personalità come <a title="wikipedia inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bai_Yansong" target="_blank">Bai Yansong </a> [giornalista di punta della CCTV, ndt]. Hanno illustrato questioni squisitamente pratiche, riguardanti ad esempio il modo in cui i giornalisti dovrebbero porsi rispetto ai funzionari o a come i quadri dovrebbero rispondere, eccetera. Io invece ritengo che è sui princìpi che bisogna trovare una direzione nuova: è necessario spostarsi da “partite a scacchi” e antagonismi al lavoro di gruppo e alla cooperazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La trasmissione delle notizie si compone di quattro elementi fondamentali: dipartimenti di competenza, media, supervisori dei media e pubblico. Il punto di incontro fra questi quattro elementi deve essere la pubblicazione trasparente delle notizie.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse la mancanza di reciprocità fra potere e diritti è la questione fondamentale. Rispetto a questo, non è ambiguo parlare di “partite a scacchi”? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È per questo che dico che è necessario cambiare i princìpi di fondo. Se non li si cambia si finisce col servirsi soltanto di norme pratiche, e allora è facile che si arrivi a strappare la macchina fotografica o la penna dalle mani a qualcuno. Ma non è così che si mette in atto l’idea di trasparenza e pubblicità delle notizie. Se io mi nascondo, faccio pressioni, scappo o me la cavo con qualche bella dichiarazione, in realtà dimostro di non avere rispetto per te che sei un giornalista, ti considero pari a nulla, uno a cui non vale la pena di rispondere e può accadere quel che ho appena detto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un amministratore, nella sua posizione, in passato poteva tranquillamente mettere a tacere la gente, per quale ragione adesso dovrebbe cambiare le proprie idee? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ questo il punto cruciale, ecco perchè bisogna far sì che queste idee si diffondano. Vedi che io mi auto esalto sui microblog e appena c&#8217;è qualche commento positivo lo riporto sul mio profilo: non è che voglio fare qualcosa per me stesso, è solo per quella questione molto concreta che hai appena sollevato, vale a dire qual è la ragione alle spalle di questo cambiamento. È importante che più persone possibile [nel governo, ndt] vedano i benefici che un rinnovamento delle idee può portare loro. Dall’anno scorso [nello Yunnan, ndt] ci comportiamo in questo modo: in tutti gli incidenti improvvisi che si sono verificati mai abbiamo proibito ai giornalisti di venire da noi, come invece accade altrove. Non c’erano barriere, occhi puntati addosso o cortesi dinieghi, niente di tutto ciò. Mi pare che questo modo di agire non abbia nuociuto all’immagine dello Yunnan, o sbaglio? Quindi dare trasparenza e pubblicità alle notizie non è un danno per l’immagine di un luogo, anzi, non può che migliorarla e con essa incrementare la credibilità di un governo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’incidente del lancio di<em> </em>soldi che reazioni ci sono state dentro il sistema, per esempio negli altri uffici amministrativi della provincia dello Yunnan?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono state reazioni particolari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci sono state reazioni oppure lei non ne è a conoscenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so, io sono venuto qui a studiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E fra i suoi colleghi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I miei colleghi sono preoccupati. Temono che questo potrà influenzare negativamente la mia carriera istituzionale; dicono che non era mai capitato a nessun funzionario un fatto simile. Certo, se questo dovesse aver oltrepassato il grado di tolleranza di qualche mio superiore allora è possibile che il fatto avrà delle ripercussioni rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E’ una preoccupazione non immotivata, per la verità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo. Ma come ho detto anche a loro, a seguire il dibattito pubblico che c’è stato in questi giorni posso dire che i commenti non sono stati così negativi. Ho anche visto degli esponenti di sinistra che hanno criticato la mia scarsa fermezza sul piano politico e il fatto che non ho dato una risposta netta e decisa ai contestatori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa pensa di queste critiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella società cinese c’è sempre un modo di affrontare le cose come se si trattasse di una partita a scacchi. Noi cerchiamo di trovare un buon canale di comunicazione e interazione con la società. Non importa quanto pesanti siano inimicizia e opposizione se sono in grado di condurre verso il dialogo e la coperazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il suo giudizio su una società cinese che si muove verso il futuro appunto come in una partita a scacchi?<em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario che il Partito sia perfettamente consapevole di questa situazione e metta in atto i cambiamenti necessari a conquistare il consenso da parte della società. Per esempio l’attuale presidente ha detto che vuole far sì che il popolo viva dignitosamente. Ora tutti i funzionari ripetono questa cosa, ma in concreto che cosa fanno? Non molto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da quando ha assunto il suo incarico il 10 dicembre 2008 a oggi ha mai sentito un’opposizione proveniente dall’interno del sistema?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me la cosa più importante è che un’idea entri in collisione con qualcosa – i conservatori, manco a dirlo – poi il concetto nuovo che tu proponi ha bisogno di un po’ di tempo per essere recepito: si tratta di un processo. Tutto sommato siamo arrivati fino a oggi, eppure non erano in pochi quelli che prevedevano che io non avrei superato nemmeno il periodo di prova.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto dura il periodo di prova?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un anno. È già finito in effetti. […] Certamente ogni volta che proponi qualcosa di nuovo c’è qualcuno che non lo accetta. Adesso ad esempio stiamo facendo un test sulla gestione degli incidenti che sollevano l’attenzione dell’opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’episodio del lancio di banconote può essere considerato una specie di test?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In effetti [i contestatori, ndt] non hanno provocato in me alcun tipo di reazione emotiva. Le reazioni sono riflessi incondizionati, una cosa naturale, per questo insisto sempre sull’importanza delle idee di fondo. Vale a dire che le tue reazioni sono conseguenza diretta delle idee che hai in testa. Se ad esempio sei convinto che l’autorità non può subire contestazioni, di sicuro giudicheresti quel che è accaduto come una figuraccia e saresti tremendamente irritato, cercheresti di fermare subito i responsabili o comunque indagheresti sul fatto a cosa finita. E se sei un funzionario con un po’ di conoscenza delle leggi andresti subito a denunciare il fatto in tribunale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perciò lei ritiene che incidenti come questo siano una cosa normale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma in un’intervista al Quotidiano del Popolo lei ha detto di non augurarsi che questo diventi la norma, giusto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuro. Singoli casi è normale che possano verificarsi, ma se questo comportamento diventa una prassi nella società, beh allora è come essere durante la Rivoluzione Culturale!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei paesi occidentali la protesta non è un fatto comune?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma accade ogni giorno? In questi anni hanno tirato una volta delle scarpe addosso a Bush, ma non si può dire che questa sia la prassi! Quando accade si risponde, ma se consideriamo concretamente questi anni credo che la società si sia fatta molto più aperta e progressista.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni sono preoccupati e ritengono che questo episodio del lancio di banconote abbia messo all’angolo un funzionario illuminato. Questo potrebbe farla desistere e ritirarsi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avendo delle ferme convinzioni non si corre il rischio di doversi ritirare. Se uno si dirige con passo fermo nella direzione del progresso, perché non si può lasciare che questa società si adatti a te? Se uno è convinto che ciò che fa è giusto questo genere di problemi non sussistono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però oltre all’approvazione del popolo della rete temo serva anche l’approvazione di persone che stanno un po’ più in alto, no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io credo che voi ragioniate in una maniera per cui o si parla in nome del partito o si parla in nome della gente, come se le due cose fossero separate. Ma nella realtà, qualunque cosa tu faccia, se questa è approvata dal popolo allora lo sarà anche dal partito</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ne è sicuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se la direzione è quella giusta, in linea generale, la volontà popolare può formare un tutt’uno con quella del partito. Nel mio caso, in quest’anno ho avuto non pochi scontri, ma fino a oggi ancora non sono caduto! Perciò non fa differenza se l’approvazione proviene dall’interno del sistema o dalla società, l’importante è che ci sia.</p>
</blockquote>
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		<title>Avere una laurea e non trovare lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 10:37:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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Nello spazio sulla bacheca degli annunci ufficiali dell’Università per le lingue straniere di Pechino che solitamente viene riservato alle offerte di lavoro per gli studenti, nei giorni scorsi spiccavano un paio di fogli intitolati: “Annuncio per il reclutamento nell’esercito dei laureati della presente sessione”. In questo documento, rivolto ai laureandi che completeranno i propri studi nell’anno accademico in corso, si poteva leggere che coloro che dopo la laurea decideranno di arruolarsi per tre anni nell’esercito, al termine del servizio avranno la possibilità di godere di alcuni vantaggi, sia che decidano ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.flickr.com/photos/hiosh/2116864445/" target="_blank"><img class="aligncenter size-large wp-image-372" title="laurea" src="http://www.cineresie.info/wp-content/uploads/2009/06/laurea-1024x682.jpg" alt="" width="569" height="379" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nello spazio sulla bacheca degli annunci ufficiali dell’Università per le lingue straniere di Pechino che solitamente viene riservato alle offerte di lavoro per gli studenti, nei giorni scorsi spiccavano un paio di fogli intitolati: “Annuncio per il reclutamento nell’esercito dei laureati della presente sessione”. In questo documento, rivolto ai laureandi che completeranno i propri studi nell’anno accademico in corso, si poteva leggere che coloro che dopo la laurea decideranno di arruolarsi per tre anni nell’esercito, al termine del servizio avranno la possibilità di godere di alcuni vantaggi, sia che decidano di trovare un lavoro negli organi pubblici a livello di base di base, sia che scelgano di riprendere i propri studi. Xiao He, una studentessa iscritta al primo anno di un master, studia con attenzione i contenuti dell’avviso: “Mi sono fermata un attimo per vedere se c’era qualche offerta di lavoro interessante, non mi aspettavo di trovare questo. Una volta l’esercito cercava di reclutare soprattutto ragazzi dalle campagne e giovani di città che non riuscivano a trovare lavoro”.</p>
<div style="text-align: justify;">Questo annuncio è l’ennesima dimostrazione della crescente preoccupazione delle autorità cinesi nei confronti del fenomeno della disoccupazione intellettuale, un problema che solamente in anni recenti ha iniziato a piagare il paese e che lo scoppio della crisi finanziaria globale non ha fatto altro che aggravare. Come spesso accade in Cina, i numeri coinvolti sono enormi. Quando nel dicembre del 2008 gli specialisti dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno pubblicato il loro “Libro blu”, la consueta analisi sulle tendenze della società cinese per l’anno a venire, essi stimavano che alla fine del 2008 fossero ben 1.500.000 i laureati impossibilitati a trovare lavoro e prevedevano che nel 2009 la situazione si sarebbe ulteriormente aggravata, a causa della continua crescita del numero di studenti arruolati negli istituti superiori ed universitari cinesi in un periodo in cui la crescita economica si sta visibilmente contraendo.</div>
<div style="text-align: justify;">Se si considera il fatto che in Cina l’educazione universitaria è sempre stata riservata ad una ristretta elite di “mandarini”, come è stato possibile arrivare a questo punto? Bai Limin, docente presso l’Università di Wellington in Nuova Zelanda, non mostra dubbi nel ricondurre le radici della situazione alla crisi asiatica del 1997. Le sue ricerche hanno messo in luce come all’epoca, per evitare che una nuova ondata di studenti usciti dalle scuole superiori inondasse un mercato del lavoro già sull’orlo del collasso e, ancor più, per stimolare i consumi interni e garantire così una rapida uscita dalla crisi che allora stava lambendo il paese, le autorità cinesi avessero deciso di ampliare l’accesso all’istruzione universitaria, un processo che in cinese viene definito kuozhao. In quell’occasione, in un solo anno, tra il 1998 e il 1999, l’arruolamento universitario passò da 1.080.000 studenti a 1.537.000 studenti, registrando una crescita del 41,7%.</div>
<div style="text-align: justify;">A partire dal 1998, di anno in anno le autorità hanno incessantemente ampliato l’accesso all’università e quello che era un sistema educativo “d’elite” si è rapidamente trasformato in un sistema “di massa”, al punto che quest’anno le università cinesi arriveranno a sfornare 6.110.000 diplomati. Eppure, come scrive Bai Limin, “le condizioni socio economiche e la struttura del sistema dell’educazione superiore in Cina non erano pronte per una crescita così rapida nelle iscrizioni nelle istituzioni terziarie”. Se indubbiamente si è trattato di una decisione epocale, di fatto essa è stata presa senza valutare attentamente le esigenze del mercato del lavoro: infatti in nessun modo l’offerta di forza lavoro che esce dalle università cinesi di oggi rispecchia quella che è la domanda da parte delle imprese, straniere o locali che siano. Come ha commentato Liu Kaiming, direttore dell’Istituto per l’Osservazione della Società Contemporanea di Shenzhen:”Questo fenomeno dimostra come attualmente i posti di lavoro in Cina si concentrino in settori ad alta densità di manodopera e a basso salario, assolutamente inadatti agli universitari”.</div>
<div style="text-align: justify;">La stampa cinese ha contribuito in più di un modo a creare un clima d’allarme. Già nell’aprile del 2007 sulle pagine del Quotidiano del Popolo si leggeva un articolo retoricamente intitolato: “I nostri laureati dovrebbero fare gli spazzini?”. Nella seconda metà del 2008 poi sui media cinesi sono apparse molte storie relative alla sorte lavorativa dei neolaureati che hanno destato preoccupazione in più di un genitore. Innanzitutto, nel novembre del 2008 è apparsa la notizia che a Canton oltre 1.300 laureati con un master alle spalle si sarebbero presentati per un posto di lavoro come venditori di carne di maiale. In quell’occasione, anche se il salario annuale offerto era di centomila yuan e il lavoro prevedeva la vendita diretta della carne solamente nel primo periodo prima di passare a posizioni manageriali più elevate, i media hanno preso la palla al balzo per raccontare la storia di questi laureati “disperati” al punto da essere disposti a diventare macellai. Quando in dicembre un’azienda di servizi igienici di Dongguan si è presentata ad una fiera dell’occupazione nella Cina meridionale offrendo posizioni ben pagate come fognaioli a condizione di avere una laurea, grida di indignazione si sono levate sul web e sui media a difesa della “dignità violata degli studenti universitari”.</div>
<div style="text-align: justify;">Dopo queste prime avvisaglie, sui media locali e nazionali è capitato di leggere in successione una raffica di storie del genere: universitarie impiegate come strofina-schiene nei bagni pubblici di Pechino per 58 yuan all’ora; neo-laureate desiderose di trovare un lavoro come domestiche a Shenzhen; “tartarughe d’oltremare” (un termine popolare per indicare gli studenti che decidono di tornare in Cina dopo aver conseguito un titolo di studio all’estero) impiegate come estetiste in alberghi della capitale; resse di centinaia di laureati in competizione per alcuni posti da casellanti autostradali nel Zhejiang; migliaia di giovani istruiti in lotta per qualche posto da cassiere in supermercati nella provincia dello Henan; decine di universitari pronti a ricoprire il ruolo di segretario amministrativo in un tribunale sperduto nelle campagne del Jiangsu. Tutto questo sullo sfondo di fiere dell’occupazione affollate come non mai. Il messaggio che è stato fatto passare era molto chiaro: nulla garantisce ai laureati cinesi un futuro diverso da quello di un comune lavoratore migrante.</div>
<div style="text-align: justify;">Al di là degli allarmismi dei media, ci sono serie ragioni per cui preoccuparsi. Come ha affermato Liu Kaiming: “La vera vittima di questa crisi finanziaria in Cina non sono i lavoratori migranti, ma gli studenti universitari. La crisi ha messo in difficoltà molte imprese straniere finalizzate all’esportazione e ciò è andato a colpire molti altri settori, riducendo sensibilmente le occasioni di lavoro per loro”. Dal già citato “Libro blu” dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, si apprende che già nel 2007 il tasso di disoccupazione dei neo-laureati si aggirava attorno al 12%. Di fatto, anche coloro che sono in grado di trovare lavoro hanno ben poco di cui rallegrarsi: gli ultimi dati rilasciati nei giorni scorsi dal Ministero delle risorse umane e della sicurezza sociale mostrano come circa il 70% dei giovani con istruzione superiore occupati trovi lavoro in piccole/medie imprese private, attraverso l’occupazione in proprio o con modalità di lavoro flessibile, mentre appena il 17% viene assorbito negli organi dello Stato e nelle imprese statali di grandi dimensioni. Queste ultime sono le destinazioni più ambite tra i giovani universitari cinesi, desiderosi di trovare stabilità nelle loro vite.</div>
<div style="text-align: justify;">Le autorità cinesi hanno già elaborato alcune strategie per rimediare a questa situazione. Una prima tattica, simile alla pratica post-Rivoluzione Culturale di inviare i giovani istruiti nelle campagne, consiste nel mandare i neo-laureati a lavorare per tre anni come quadri nelle zone rurali o disagiate. Si tratta di una misura molto popolare tra gli universitari della capitale, a giudicare dal fatto che quest’anno a Pechino oltre 20.000 studenti hanno presentato la propria candidatura per appena 1.600 posti disponibili. Ma perché un giovane di oggi dovrebbe lasciare volontariamente le comodità della città e andarsene in campagna? A differenza di quanto avveniva in passato, quando l’indottrinamento politico aveva un ruolo prevalente, oggi gli incentivi sembrano essere soprattutto occupazionali. Come si scopre da un sondaggio aperto al pubblico condotto sul sito dell’agenzia ufficiale Xinhua, su 83 quadri rurali di Pechino che termineranno il proprio servizio nell’anno in corso, 41 hanno in programma di partecipare all’esame per diventare funzionari di Stato, 17 rimarranno in campagna e 12 accetteranno posizioni raccomandate dallo Stato. Simili cifre, nel loro piccolo, sembrerebbero dimostrare come la promessa di un lavoro all’interno della burocrazia statale dopo tre anni di servizio sia un elemento fondamentale nel motivare i giovani a partire per le campagne.</div>
<div style="text-align: justify;">Una seconda strategia, già ampiamente sperimentata in occidente, consiste nel garantire una maggiore flessibilità al mercato del lavoro, un obiettivo che viene perseguito non solo attraverso l’eliminazione graduale delle barriere alla mobilità interna dovute allo hukou (il sistema di registrazione familiare, eredità dell’epoca maoista, che vincola l’individuo al suo luogo d’origine), ma soprattutto attraverso la creazione di centinaia di migliaia di posti pagati da stagista riservati ai neo-laureati. In un’intervista rilasciata lo scorso dicembre ad una rivista economica ufficiale, Hu Angang, una delle massime autorità accademiche cinesi nel campo delle politiche dell’occupazione, ha commentato: “Il nucleo della tutela dell’occupazione sta nel garantire alla gioventù dei posti di lavoro più flessibili e nello stabilire più politiche occupazionali favorevoli ai giovani”. Anche se molti specialisti guardano con favore a questa politica, ritenendola uno strumento efficace sia per alleviare la pressione sull’occupazione che per diminuire gli oneri a carico delle imprese, altri hanno obiettato che essa è in evidente contraddizione con quanto previsto dalla nuova legge sui contratti di lavoro, entrata in vigore nel gennaio del 2008, e pertanto premono perché vengano adottate adeguate misure di supporto “temporanee”. Eppure, a prescindere dall’orientamento del dibattito del mondo accademico e della società, le autorità cinesi si stanno muovendo con rapidità e decisione, tanto che a metà aprile esse hanno deciso di promulgare un piano triennale che prevede la creazione di un milione di posti pagati da stagista tra il 2009 e il 2011.</div>
<div style="text-align: justify;">Le conseguenze della crisi saranno durevoli. Ci sono alcuni segnali che indicano come una generale sfiducia nei confronti dell’istruzione universitaria abbia già iniziato a farsi sentire tra i giovani cinesi. Dal momento che una laurea non garantisce più un posto fisso e ben retribuito, sono sempre meno i giovani disposti ad imbarcarsi in quattro faticosi anni di studi e sempre più i genitori che esitano a farsi carico di tasse scolastiche estremamente onerose. Quando qualche giorno fa le varie provincie hanno resto noti i dati relativi alle iscrizioni al gaokao (l’esame annuale di ammissione all’università) per il 2009, con un certo stupore si è avuto modo di constatare come il numero dei partecipanti abbia subito una forte flessione rispetto agli anni precedenti. Stando ai dati del Ministero dell’educazione, se tra il 2002 e il 2008 il numero di iscritti al gaokao è cresciuto ininterrottamente, passando da 5.270.000 a 10.500.000 candidati, nell’ultimo anno c’è stata una diminuzione del 3,8%, pari a 300.000 iscritti. Anche se ragioni demografiche sicuramente hanno giocato un ruolo importante in questo cambiamento di tendenza, le autorità cinesi non possono non considerare con preoccupazione questo nuovo sviluppo, tanto più che alcune province hanno registrato un vero e proprio tracollo, in alcuni casi superiore al 10%, in particolare lo Shandong e lo Henan, che hanno perso rispettivamente circa 80.000 e 29.000 iscritti.</div>
<div style="text-align: justify;">Il punto è che le politiche adottate dal governo cinese non attaccano il nocciolo della questione, ma si limitano semplicemente a rimandare nel tempo la soluzione del problema. I giovani vengono convinti a partire per le campagne, a prestare il servizio militare, a proseguire gli studi con un master o un dottorato, ma cosa succederà tra qualche anno, quando questi ragazzi, ormai vicini alla trentina, si riverseranno in massa sul mercato del lavoro? La capacità del governo di creare nuovi posti di lavoro nell’apparato statale è limitata e, per quanto sia lecito sperare che un miglioramento della situazione economica porti alla creazione di un numero sufficiente di nuovi posti di lavoro, il rischio di un deterioramento dell’ordine pubblico è molto concreto. Se per ora sembra che i laureati cinesi non ritengano il governo responsabile di questa situazione, nessuno può prevedere gli sviluppi futuri, specialmente nel caso in cui la disoccupazione intellettuale dovesse legarsi ad altre problematiche sensibili quali l’aumento dei prezzi, la corruzione ufficiale e lo sfruttamento del lavoro, come già è avvenuto alla fine degli anni Ottanta. Di fatto, in un’epoca di crisi essere giovani ed avere una laurea non è di grande aiuto. Neppure in Cina.</div>
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