Tempi duri per le ong cinesi
Gli ostacoli non finiscono mai per le organizzazioni che si occupano dei diritti degli emarginati in Cina.
Qualche giorno fa, un’immagine ha attirato la mia attenzione mentre sfogliavo una rivista: la foto di una donna in lacrime che si copriva gli occhi con una mano davanti ad uno sfondo rosso su cui si intravvedeva la scritta sfocata “gruppo di avvocati per l’interesse pubblico” (gongyi lüshi tuandui).
Leggendo l’articolo, ho scoperto che si trattava di Guo Jianmei, la leader di una nota organizzazione non governativa di Pechino che fino a qualche settimana fa si occupava di tutelare i diritti delle donne. La notizia era che recentemente questa Ong è stata chiusa dopo che l’Università a cui era affiliata aveva deciso di rompere il legame.
A mio avviso, non c’è immagine migliore per descrivere lo stato della società civile nella Cina di oggi. Se ci si aspettava che le Olimpiadi di Pechino portassero a una nuova fase di apertura nella politica interna cinese, gli ultimi due anni sembrano aver dimostrato l’ingenuità di simili aspettative. Mentre il recente omaggio del premier Wen Jiabao al defunto leader riformista Hu Yaobang in occasione del ventunesimo anniversario della morte di quest’ultimo lancia una nuova tornata di speculazioni sul rafforzamento della corrente riformista ai vertici della piramide politica, alla base le prospettive per la società civile di questo paese non sono mai sembrate così sconfortanti.
Yu Fangqiang, responsabile di Yirenping, un’organizzazione della società civile cinese che si occupa della discriminazione nei confronti dei malati di epatite B, così legge l’evoluzione della società civile cinese nell’ultimo periodo: “Negli ultimi due anni abbiamo avuto modo di assistere a due fenomeni paralleli in seno alla società civile cinese: da un lato il numero complessivo delle organizzazioni non governative è aumentato, in particolare in seguito al terremoto del Sichuan e alle Olimpiadi di Pechino, due eventi che hanno messo in luce l’importanza del terzo settore nel garantire servizi là dove il governo non arriva; dall’altro, invece, si è avuto un notevole incremento del numero delle Ong supportate dalle autorità, mentre, al contrario, le organizzazioni autonome stabilite al livello di base sono progressivamente diminuite”. I dati più recenti sembrano supportare questa lettura, in particolare se si considera il fatto che alla fine del 2008 in Cina erano presenti 413.660 organizzazioni non governative, registrate rispettivamente come organizzazioni sociali (shehui tuanti), fondazioni (jijinhui) o unità private non aziendali (minban feiqiye danwei). Come ha affermato Jia Xijin, specialista dell’università Qinghua, tuttavia si stima che le organizzazioni della società civile prive di registrazione o registrate come entità commerciali siano molto più numerose, addirittura alcuni milioni.
Ciò che questi dati nascondono è il fatto che, a fronte di un crescente pluralismo nelle forme di associazionismo “autorizzato”, le autorità cinesi si sono mostrate sempre meno disposte a tollerare associazioni di base in aree politicamente sensibili quali quella della “tutela dei diritti” (weiquan) e quella del “pubblico interesse” (gongyi). Di fatto, non si tratta di un discorso di principio su una questione astratta come quella dei “diritti umani” (renquan), un termine che peraltro non ricorre spesso nella retorica adottata dalle Ong cinesi, quanto piuttosto di un ben più pragmatico discorso di opportunità politica. Le Ong, in Cina come altrove, fanno comodo quando assistono le autorità nel fornire servizi essenziali dai quali lo Stato si è ritirato, ad esempio nel caso di emergenze successive a catastrofi naturali, così come nei casi in cui fungono da ausiliari nel mantenimento di una stabilità sociale sempre più precaria di fronte agli squilibri derivanti dallo sviluppo economico; quando, invece, queste organizzazioni diventano troppo sicure di sé ed iniziano ad agire come dei cani da guardia nei confronti delle autorità, è il momento di lanciare un richiamo all’ordine.
Chiusure forzate e intimidazioni contro gli avvocati
Il primo durissimo avvertimento è arrivato nell’estate del 2009, ad un anno esatto dalle Olimpiadi, con la chiusura forzata della Gongmeng, una nota lega di avvocati per la tutela dei diritti con base a Pechino, un argomento su cui ho avuto modo di soffermarmi già in più di una volta nei miei post. In sostanza, quest’organizzazione contava su una folta schiera di giuristi che mettevano gratuitamente a disposizione le proprie competenze giuridiche in casi di interesse pubblico (uno per tutti, quello della melanina nel latte in polvere). Come un fulmine a ciel sereno, la mattina del 14 luglio 2009 i responsabili della Gongmeng hanno ricevuto un’ingiunzione da parte dell’Ufficio delle imposte della municipalità di Pechino in cui si richiedeva il pagamento di oltre 1.420.000 yuan (circa 140.000 euro) tra tasse non pagate e multe varie, una somma enorme per una struttura non finalizzata al profitto. Scrivendo da un punto di vista puramente personale, questa storia per me è stata uno shock, l’origine di una sensazione di smarrimento che poi non ha fatto altro che aggravarsi in seguito al successivo arresto di Xu Zhiyong, uno dei responsabili dell’organizzazione, un giurista noto al grande pubblico per essere al servizio delle fasce più deboli ed emarginate della popolazione. Se fino ad allora ero stato piuttosto ottimista nei confronti delle prospettive di sviluppo della società civile cinese (come ho cercato ad esempio di sostenere nella mia lettura dello scandalo delle fornaci del 2007), da quel momento in poi la mia fiducia ha cominciato a vacillare. Come poi mi hanno confermato di persona diversi attivisti cinesi, si è trattato di una reazione piuttosto comune tra gli attivisti cinesi: come più d’uno mi ha confermato, l’incidente della Gongmeng ha segnato la definitiva perdita di qualsiasi senso di sicurezza (anquangan) da parte di coloro che lavorano nel terzo settore in Cina. Come ha affermato Zhang Zhiqiang, responsabile di un’Ong che si occupa di lavoratori migranti a Pechino: “Dopo l’incidente della Gongmeng non sento più nessun senso di sicurezza; d’altra parte questo ha anche i suoi lati positivi, visto che ora so che se deve succedere qualcosa, non posso farci proprio niente e mi metto il cuore in pace”.
Contestualmente alla chiusura della Gongmeng (che nel frattempo ha ripreso le proprie attività in sordina lo scorso ottobre), ha avuto luogo un’altra serie di intimidazioni ufficiali che si sono riverberate sull’intero tessuto della società civile cinese. Innanzitutto le autorità giudiziarie di Pechino hanno cancellato le licenze d’esercizio a 53 avvocati, alcuni dei quali erano noti attivisti per la tutela dei diritti. Quando si pensa alla dimensione politica di questo gesto, si tende a trascurare quello che è stato un profondo dramma personale per questi avvocati. Ricordo l’incertezza negli occhi e nelle parole di uno di loro, quando gli chiedevo come avrebbe fatto per il suo futuro, con una famiglia da mantenere, una figlia piccola da crescere e nessun lavoro. Successivamente, ho avuto modo di incontrare questa persona in più di un’occasione e una cosa che non credo dimenticherò facilmente è stato quando una nostra comune conoscenza mi ha chiesto se per caso avrei potuto aiutare costui a trovare un lavoro in qualche organizzazione straniera, visto che in Cina non trovava nessuna possibilità. È stato avvilente vedere come una persona dotata di un coraggio senza pari nello sfidare in pubblico corti popolari e funzionari corrotti fosse stata annichilita nella sua sfera privata, ridotta ad elemosinare un lavoro qualsiasi semplicemente per sopravvivere.
Mentre ci si stava ancora interrogando su che fine avesse fatto Xu Zhiyong, il leader della Gongmeng, prelevato dalla sua abitazione alle cinque di mattina del 29 luglio e poi scomparso senza lasciare traccia (sarebbe riapparso solamente il 23 agosto, dopo aver passato quasi un mese in custodia degli organi di pubblica sicurezza), le autorità non hanno perso tempo. Il bersaglio successivo è stato Yirenping, la già citata organizzazione attiva nel campo della discriminazione dei malati di epatite B. Al pari della Gongmeng, si tratta di una realtà estremamente visibile sui media cinesi, pertanto qualunque cosa le accada assume automaticamente un significato particolare. La mattina del 29 luglio, alcuni funzionari dell’Ufficio della pubblica sicurezza municipale e di un dipartimento del Ministero della cultura per la supervisione delle attività pubblicistiche hanno visitato l’ufficio di Pechino dell’organizzazione e, adducendo il pretesto di un’indagine su alcune “attività di stampa illegali”, hanno sequestrato una pubblicazione ad uso interno. Per cortesia degli attivisti di Yirenping, che sono al corrente del mio interesse nei confronti delle problematiche del lavoro in Cina, questa pubblicazione mi è capitata tra le mani più di una volta: in sostanza, non si trattava di nient’altro che una rassegna stampa in cui di mese in mese si raccoglievano i principali articoli apparsi sulla stampa cinese sul tema della discriminazione. Niente di sensibile, niente che in Cina non fosse già noto al grande pubblico, eppure, a quanto pareva, un pericolo strumento sovversivo.
Allo stesso tempo, un’altra organizzazione attiva nel campo della salute pubblica è finita nel mirino. Si tratta di Aizhixing, una struttura creata negli anni Novanta da un ex-funzionario del Ministero della Salute per far fronte alle problematiche dell’AIDS, delle malattie sessualmente trasmissibili e della diversità sessuale. In questo caso la strategia adottata dal governo cinese è stata quella di una lunga serie di controlli fiscali sulla contabilità dell’organizzazione. Quando nell’ottobre del 2009 ho intervistato Wan Yanhai, il fondatore e responsabile dell’organizzazione, egli ci ha tenuto a ribadire il fatto che i problemi incontrati dalla sua organizzazione erano del tutto relativi a confronto di quelli in cui erano finiti la Gongmeng e Yirenping, ma non ha mancato di sottolineare l’irragionevolezza della normativa in vigore, sottolineando come questa non solo non fornisse alle organizzazioni della società civile cinese un sostegno finanziario, ma anche costringesse buona parte di esse a pagare le tasse alla stregua di una comune impresa. Anche Wan Yanhai ha affermato di aver perso ogni senso di sicurezza durante l’attacco alla Gongmeng, ma ciononostante ha chiuso su una nota ottimistica: “Dopo l’incidente il nostro senso di sicurezza è addirittura aumentato, quando abbiamo capito che il peggio era passato e che le nostre paure peggiori non si erano avverate. Tanto meglio non pensarci più”. Si tratta di parole che, simili a quelle di Zhang Zhiqiang, risultano straordinariamente efficaci nel descrivere il senso di rassegnazione ed impotenza nella società civile post-Gongmeng.
Contro Oxfam, federazione di ong internazionali
Dopo qualche mese di relativa calma, lo scorso marzo è arrivato il nuovo subdolo attacco. Il sentore che una nuova ondata di tensione stava maturando si aveva già da qualche settimana, quando le autorità cinesi avevano iniziato una campagna denigratoria nei confronti di Oxfam, una nota federazione di Ong internazionali finalizzate alla lotta alla povertà e all’ingiustizia. In una direttiva ufficiale del Comitato di Partito del Ministero dell’educazione datata 4 febbraio 2010 si leggeva: “Sin dal 2005 l’ufficio di Oxfam International basato a Hong Kong ha collaborato in maniera continuativa con alcune organizzazioni domestiche per la ‘tutela dei diritti’ (weiquan) per lanciare dei progetti di addestramento per studenti universitari volontari. […] Oxfam di Hong Kong è una delle Ong che cercano di infiltrarsi nelle nostre regioni interne e i suoi leader sono la spina dorsale di alcune fazioni d’opposizione. Considerata la natura particolare del nostro sistema educativo, in particolare per quanto riguarda gli istituti superiori e le università, dobbiamo recidere e rimuovere ogni contatto con tale organizzazione e non avere alcuna forma di cooperazione con essa. I dipartimenti per l’educazione, le scuole superiori e le università in tutte le regioni devono avere un’unica linea di pensiero, stare all’erta, riconoscere le cattive intenzioni di Oxfam nel reclutare ‘studenti universitari volontari’ e adottare in maniera diligente delle misure di sorveglianza. […] Mentre ogni località e ogni istituzione per l’educazione superiore adotta queste misure, tutti devono mostrare una chiara posizione politica e un atteggiamento deciso. Inoltre, tutti devono essere rigidi all’interno e mostrarsi rilassati all’esterno, fare attenzione ai metodi adottati e prevenire le persone in malafede dall’approfittare di questa occasione per creare dei problemi”.
Dopo questo preludio, il vero attacco è giunto alla fine di febbraio, quando le autorità cinesi hanno reso pubblico un nuovo regolamento finalizzato a regolamentare alcune questioni tecniche relative ai trasferimenti bancari internazionali destinati alle “organizzazioni cinesi” (jingnei jigou). Se formalmente lo scopo della normativa risulta essere quello di prevenire il riciclaggio di denaro sporco, gli attivisti di molte Ong cinesi si sono resi conto che in questo modo qualsiasi somma di denaro proveniente dall’estero, compresi i finanziamenti loro destinati, si trovava ad essere oggetto di uno scrutinio senza precedenti. In particolare, il quinto articolo del regolamento imponeva una serie di vincoli molto rigidi ai trasferimenti di denaro da parte di entità no-profit straniere ad organizzazioni cinesi, obbligando queste l’ultime, tra l’altro, a presentare un atto di donazione autenticato in cui si specificava lo scopo del finanziamento e tutta la documentazione relativa alla registrazione ufficiale dell’organizzazione donatrice, documenti che in altri contesti sarebbero innocui, ma che nel caso cinese sarebbero potuti risultare politicamente molto sensibili. Se alcuni hanno salutato la nuova normativa come un passo avanti verso la trasparenza finanziaria delle Ong cinesi, il South China Morning Post in un articolo datato 12 marzo 2010 ha registrato la seguente dichiarazione di Wan Yanhai, il leader di Aizhixing: “Questo mi fa veramente arrabbiare… Sono pronto a chiudere in qualsiasi momento. Ho lavorato duramente per sedici anni in questo campo e ora mi rendo conto che non solo non mi mostrano gratitudine per questo, ma che vogliono pure farci fuori”. Questa preoccupazione di Wan, giustificata in parte dal fatto che Aizhixing notoriamente non versa in ottime condizioni finanziarie, rispecchia un malessere diffuso in seno alla società civile cinese. Alla metà di marzo, mentre Wan Yanhai mandava una richiesta ufficiale alle autorità cinesi per ottenere informazioni sulle basi giuridiche del regolamento, cinque Ong di primo piano hanno inviato una lettera congiunta all’Amministrazione statale della valuta estera, chiedendo chiarimenti interpretativi su alcuni punti del regolamento che avrebbero potuto essere strumentalizzati dalle autorità a scapito delle Ong. Ad oggi non è ancora pervenuta alcuna risposta.
L’ultimo attacco contro l’ong delle donne
Infine, il 25 marzo 2010, prima che si esaurisse la polemica su questo regolamento, è giunta la notizia che un’altra nota organizzazione della società civile cinese, il Centro di servizio e studio legale per le donne (funü falü yanjiu yu fuwu zhongxin), è finita nelle maglie della burocrazia cinese. Fondata nel 1995 come primo centro cinese finalizzato alla tutela dei diritti delle donne, quest’organizzazione fino ad oggi è stata affiliata (guakao) all’Università di Pechino, la quale ha accettato di fungere da organismo supervisore per le sue attività. Già nel febbraio di quest’anno la direzione dell’Università aveva espresso la volontà di dissolvere il proprio legame con il Centro, di fatto condannando quest’ultimo a un’esistenza precaria e priva di qualsiasi tutela giuridica, al pari di molte altre ong cinesi che non godono di “ombrelli” ufficiali. Persone informate dei fatti che vengono citate in un articolo del Xin Shiji Zhoukan affermano che questa decisione sarebbe legata al fatto che l’organizzazione in questione ha ricevuto fondi dall’estero e si sarebbe immischiata in alcuni casi sensibili, al punto che nel 2009 dirigenti scolastici avrebbero ripetutamente avvertito il Centro di “fare più ricerca e occuparsi di meno casi”. In una dichiarazione pubblicata il 2 aprile sul sito dell’organizzazione si legge che la cancellazione dell’affiliazione con l’Università di Pechino è solamente una delle tante difficoltà che il Centro ha incontrato da quando è stato stabilito, mentre Guo Jianmei, la leader dell’organizzazione, ha dichiarato di voler tentare la strada della registrazione come “unità privata non aziendale” o, nel caso in cui questa non venga approvata, come semplice entità commerciale.
Sul numero della rivista Xin Shiji Zhoukan uscito nelle edicole cinesi il 15 aprile, Xiao Han, professore presso l’Università cinese di politica e diritto (Zhongguo zhengfa daxue) di Pechino, in un commento intitolato “Chi danneggia la stabilità sociale?” ha commentato così la chiusura del Centro di Guo Jianmei: “Attaccare, infastidire, punire le Ong in sostanza non significa altro che mandare in frantumi la forza di auto-organizzarsi di una società, far sì che i cittadini si trovino in una situazione di individualismo privo di vie d’uscita. Questa situazione fa sì che i diritti dei cittadini più deboli siano completamente esposti alla forza di un’autorità governativa che non è sottoposta ad alcuna supervisione, al punto che finiscono per trovarsi nella tragica posizione in cui essi non hanno alcun modo per tutelare i propri diritti. Cercando nella storia di tutti i paesi, non ci sono esempi in cui la polverizzazione dei diritti dei cittadini abbia portato a un lungo periodo di pace ed ordine. La storia ci ha insegnato proprio la lezione opposta: schiacciare senza scrupoli i diritti dei cittadini non solo non aiuta la stabilità sociale, ma la danneggia gravemente, un risultato che spesso porta a conseguenze che nessuno vorrebbe vedere”. Considerazioni amare che dovrebbero trovare eco in una dirigenza cinese da sempre ossessionata dallo spettro dell’instabilità sociale, ma che sembrano cadere nel vuoto. Quando si vede che tante organizzazioni che da anni lottano in prima linea per il benessere delle fasce discriminate ed emarginate della popolazione cinese vengono umiliate in questo modo, mentre allo stesso tempo molte altre realtà che hanno trasformato la beneficenza in un puro strumento di arricchimento personale dei propri dirigenti (e anche su questo ci sarebbe molto da scrivere) continuano a prosperare e a crescere con il sostegno delle autorità, non si può fare a meno di dubitare della bontà della direzione in cui si sta muovendo la società cinese. Come si diceva un tempo, mala tempora currunt. Peccato che ancora non si veda una via d’uscita.










Bravo Ivan e un bravo anche ai tuoi colleghi. Nello specifico avrei cercato di dire qualcosa sul lato normativo: la legge che regola e’ insufficiente (spiegare perche’ e per come) e la nuova stenta ad uscire proprio perche’ la materia e’ altamente sensibile e problematica dal punto di vista delle autorita’.
Sono inoltre convinta che l’inasprimento dei fenomeni di repressione sono la risposta “affannata” ad un fenomeno nuovo per ampiezza, per crescita di consapevolezza, per capacita’ organizzativa e informativa (grazie alle nuove tecnologie). Non poteva esserci repressione se non ci fosse stato un movimento “weiquan”!
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