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Torture cinesi

di | 22 July 2010 | 4 Comments |

Una rivista trovata in treno, cortesia del passeggero precedente. Sfoglio leggendo di sbieco fin quando l’occhio non cade sulle parole “Cina” e “tortura”. Stando all’articolo sembra che in Cina la tortura sia ammissibile, permessa o addirittura legalizzata.

Il vecchio clichè delle “torture cinesi” di tanto in tanto torna alla ribalta! Poco importa che due nuovi regolamenti antitortura siano entrati in vigore qualche settimana fa. Nei collettivi sogni ad occhi aperti degli “occidentali” la Cina è ormai la casa madre della tortura. Idea comunicata da giornali, riviste e siti web, ma anche da manufatti. Come un vassoio di bambù con i bordi dipinti di blu raffigurante una scena di fustigazione, dolce ricordo d’infanzia. L’idea di “tortura cinese” era così scontata che nessuno sembrava prestare troppa attenzione alla violenza della scena. Infatti il vassoio era usato per servire tazzine di caffè. Se sul vassoio fosse stato riprodotto uno dei recenti quadri di Botero forse gli ospiti se la sarebbero data a gambe.

Scene come questa invece sono accettabili:

Nulla di straordinario. Si sa che gli orientali sono crudeli. Simili oggetti ed idee circolano in Europa dal 1800 circa. Prodotti pensati da Europei per essere venduti agli Europei. Il campionario della tortura cinese prêt à porter include cartoline raffiguranti pene corporali, spedite da intrepidi viaggiatori Europei alla scoperta di terre esotiche; foto rubate sul terreno di un’esecuzione, ed esibite al rientro in patria come trofei; incisioni, dipinti, diari di viaggio, libri, articoli di giornale o riviste.

La forma del messaggio è meno importante del contenuto. Il riferimento alla tortura cinese non è né ingenuo né casuale. Dietro il mito che in Cina la tortura sia la norma vi è qualcosa di più.

Non vi racconterò di un signore che risponde al nome di Edward Said, ma di un popolo lontano lanciato alla conquista di nuove terre…

DIGRESSIONE

I Lunari avevano bisogno di oro, argento, gas e petrolio, così decisero di approdare a Roma per colonizzare l’Italia. Ma per far ciò era prima necessario conoscere gli Italiani, comprenderne la lingua, gli usi e costumi – in breve appropriarsi delle conoscenze utili per dominarli.  I Lunari inviarono a Roma stuoli di antropologi ed altri scienziati sociali per conoscere la cultura degli Italiani. Ovviamente gli Italiani non erano studiati in maniera perfettamente obiettiva. La conoscenza sull’Italia non era cercata per amore della conoscenza, ma per sete d’oro e d’argento. I Lunari pubblicavano libri ove si descriveva l’Italia come un paese nel quale dai tempi di Roma Antica non era cambiato molto. L’Italia era popolata da fannulloni. Gli Italiani erano infidi. La legge contava poco, e l’unico modo per non farsi imbrogliare da un Italiano era stabilire un rapporto personale, meglio se informale. O dargli una bustarella.

Queste idee erano false e distorte. Erano un’invenzione dei Lunari. Ma facevano comodo, perché consentivano di dipingere gli Italiani come se essi fossero stati inferiori ai Lunari. Quindi per i Lunari diventava più facile sostenere che gli Italiani fossero passivi, imbroglioni e retrogradi, e che per progredire avessero bisogno dell’aiuto dei civili, onesti ed efficienti Lunari. Per aiutarne lo sviluppo, nel frattempo ci si appropriava delle loro ricchezze.

È chiaro come queste idee fasulle obbedissero ad un progetto di colonizzazione. In quanto divulgate da “esperti” che conoscevano quel posto esotico e misterioso pian piano queste idee acquisirono credito fino a diventare una forma di consenso difficile da essere messa in discussione. Poco importa che gli “esperti” passassero tutto il loro tempo in lussuosi hotel e non parlassero una parola d’Italiano  -  sono esperti, no?!?  Gli abitanti della Luna provavano pena per i poveri Italiani, sfortunati abitanti di un paese così arretrato. Si narrava addirittura che in Italia la tortura fosse prassi comune, e che punizioni barbare e rivoltanti fossero la norma.

FINE DELLA DIGRESSIONE

Fermatevi e rileggete sostituendo “Cina” e “Cinesi” ad “Italia” ed “Italiani”. Cambiate il “Lunari” in “Europei”, ed avrete un’assaggio delle idee che ruotano intorno al clichè della “crudeltà orientale” da un paio di secoli a questa parte.

Nel 1804 il libro The Punishments of China è pubblicato a Londra. Ventidue violente illustrazioni che potete ammirare qui. Una cartolina inviata dall’italiano Domenico Crespi nel maggio del 1903 riproduce la scena di una fustigazione con il bambù, corredata dal messaggio:

“Ho visto a Shanghai questa battitura, ripugnante anch’essa, per quanto meno tragica dell’esecuzione capitale. Saluti.”

La presunta crudeltà dei Cinesi era già divenuta una macabro oggetto di consumo, prodotto da “occidentali” ed usato da “occidentali” per illustrare l’inciviltà delle popolazioni oggetto di ambizioni coloniali. In “Occidente” però la tortura giudiziaria esisteva già nel diritto romano, ed era stata abolita meno di cento anni prima (metà del XVIII Secolo) non senza resistenze e continue ricadute. Nel frattempo le potenze coloniali non esitavano a praticare punizioni corporali sui membri delle popolazioni indigene. Con i barbari bisognava essere spietati, poco male se ciò significava anche uccidere qualche centinaio di monaci cristiani .

Oggi gli stati “occidentali” non occupano militarmente altri stati, assumendone direttamente la sovranità, e governandoli a suon di sventagliate di mitra. Il lungo sogno ad occhi aperti sulla crudeltà degli Orientali però continua. Prima le incisioni. Adesso Youtube ed i torturatori “orientali” di Madonna.

Non si tratta solo di errori o imprecisioni, ma di un discorso che si riproduce da sé, continuando nel tempo.

Abbandonare idee prefabbricate, nutrite da questo discorso vecchio di un paio di secoli è possibile. Scopriremmo allora che in Cina la tortura è reato, che le dichiarazioni ed altri elementi probatori ottenuti mediante la tortura sono inutilizzabili, che si celebrano processi a carico dei poliziotti responsabili di tortura. Che le cause della tortura sono altre. Ma talvolta può essere più utile  o facile  non porsi un certo tipo di domande e non guardare un certo tipo di fatti.

Il sogno ad occhi aperti sulla “Cina” – sognato dagli “occidentali”  e raccontato agli “occidentali”, consumato da un’opinione pubblica di bocca buona – è già pronto a dar corpo ai nostri fantasmi, a giustificare un’improbabile competizione o contenimento della Cina.

4 Commenti »

  • Tommaso Facchin said:

    L’articolo cui Flora allude…: pdf scaricabile. Oppure anche sul sito di DWeb

  • renzo cavalieri said:

    Bellissimo post Flora. Quando un giornalista italiano parla con leggerezza salottiera di tortura, magari dicendo che in Cina è legale, si rafforza anche in me il sospetto – da te così elegantemente fatto trasparire – che non si tratti solo di ignoranza, ma di un preciso progetto politico e culturale. E la cosa che più mi preoccupa non è nemmeno questo specifico progetto politico e culturale, ma la logica disinformativa che vi sta dietro, per cui la cosa meno importante è se la notizia sia vera o falsa…

  • Andrea said:

    Splendido.

    In un paese che nega di essere stato coloniale del resto, che spesso e volentieri parla di Eritrea ed Etiopia come progetti falliti, “ridicoli” (dimostrando come gli Imperi vengano giudicati sempre e solo in base alla loro riuscita) è quasi inevitabile il riproporsi di certi vizi del ragionamento come il paternalismo, l’etnocentrismo è una (quasi sempre mal celata) presunzione di superiorità.

    Manca (o almeno ne sento personalmente la mancanza) una riflessione pubblica sulle nostre categorie culturali, sul pericolo di adottare senza accorgercene uno stile di pensiero povero, di breve periodo e circolare (sia questo figlio di un “progetto politico” o delle mancanze personali e irriflesse dell’autore). Recentemente leggendo sul La Stampa un articolo sul tessile cinese di Prato son rimasto amareggiato dall’incosapevole razzismo trasudato dalla prosa:

    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201007articoli/56468girata.asp

    Recentemente un antropologo italiano ha affrontato il problema del risorgimento del pensiero coloniale cercando di smantellare il concetto di identità che ne sarebbe la principale causa. Qui trovate la recensione del libro:

    http://www.ugomorelli.eu/hn/remotti.jpg

  • FSapio (author) said:

    @Renzo.
    Forse la verità o la falsità della notizia non è così importante. Basta che la notizia si inserisca comodamente in certi schemi di pensiero, senza cercare di forzarli o peggio ancora di romperli. In ambiente accademico si è consapevoli dell’Orientalismo, sappiamo riconoscerlo ed evitarlo nei limiti del possibile. Non sto sostenendo la superiorità intellettuale degli accademici su altre categorie. Semplicemente, data la genesi e le caratteristiche della nostra disciplina dobbiamo confrontarci con determinati problemi concettuali giorno dopo giorno. Per un giornalista può essere diverso.

    Il problema dell’Orientalismo è come se non esistesse perché si tratta semplicemente di un percorso professionale diverso. Secondo me il dato importante non è che il pezzo sia stato scritto dall’autore X piuttosto che dall’autore Y.

    Se questi sono i messaggi che vanno per la maggiore, in definitiva il giornalista in quanto individuo dotato di una sua professionalità, autonomia e creatività sparisce, inghiottito dalla struttura del discorso. Come nel post di Ivan sui corrispondenti: nella mia lettura, già allora l’importante era produrre notizie, non importa come.

    @Andrea. Progetti politici di lunga durata si sposano meglio con alcune professionalità e peggio con altre. L’ironia è che questi progetti politici esistono in astratto, perché a differenza di altri paesi da noi una China policy non esiste benchè si parli tanto di tessile. Questo non è un “mondo reale”, di progetti politici reali. Dietro il “progetto politico” non c’è nessun policy paper che specifichi la nostra strategia verso la Cina. Non ci sono analysts che scartabellano fonti cinesi contemporanee. Non ci sono persone che testimoniano davanti alla Commissione Esecutiva per la Cina su questioni di policy.

    Secondo me il nostro “progetto politico” non si riferisce a cose reali, ma a costruzioni concettuali ridigerite dall’Orientalismo anglo-americano, che non hanno alcun nesso con la realtà materiale o con aspettative politiche ben delineate, linee di policy ecc.

    Ci sono solo le categorie concettuali “facili” cui fai riferimento.

    A difesa della nostra realtà posso dire che concetti pret a porter esistono anche in realtà diverse. Certo, sono innestati in dinamiche diverse. Però, almeno hai la possibilità di dire che il concetto X non funziona. Il concetto di identità è uno di quei concetti che non mi piacciono. Cinque o sei fa l’ho attaccato brutalmente durante un workshop, perché avevo fatto esperienza diretta di tentativi di “ripulitura” della mia “italianità” – italianità ovviamente definita da persone che non erano italiane e non parlavano italiano – mediante l’imposizione di un nuovo nome/identità locale = più o meno accettabile perché meno “minacciosa” e spaventevole.

    Non ho letto ancora Remotti, ma lo ordino subito.

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