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Il Treno della Libertà: binari di cooperazione tra Cina e Africa

di | 8 September 2010 | 2 Comments |

Per cortesia degli autori, pubblichiamo un estratto dal libro “Miracolo africano” di Riccardo Barlaam e Massimo di Nola, edito da Il Sole 24 Ore Libri. Uno sguardo su un continente che è un convoglio in marcia: gruppi di stati diversi, immense risorse e una nuova rilevanza strategica. Quale ruolo per la Cina?

Gli amici di Pechino

Milleottocento chilometri di binario che percorrono a sud la fascia costiera della Tanzania per svoltare poi a occidente in direzione della Regione degli altopiani e delle montagne. E’ la Freedom railways, il Treno della Libertà: Uhuru in lingua swahili.

La partenza avviene dai marciapiedi della grande stazione sopraelevata con il tetto a vela di Dar Es Salaam dove una grande scritta inneggia alla perenne amicizia del popolo cinese con la Nazione africana.

Il primo incontro, una volta lasciata la capitale della Tanzania e ciò che resta dell’antica foresta di Kazimzumbwi, sono gli elefanti e le giraffe del Parco del Selous. Instancabili, staccano a ciuffi le foglie dagli arbusti degli alberi di acacia e tamarindo. Poco più in là, placidi capannelli di bufali si bagnano nelle paludi.

Il treno sale e raggiunge il tratto più difficile e spettacolare nella regione montuosa tra il Regno degli Elefanti (Mlimba) e il Pascolo dei Tori (Makambako) Qui la linea dei binari attraversa diversi corsi d’acqua. Il momento più emozionante è il superamento del vertiginoso ponte sul fiume Mpamga che conduce verso gli altipiani costeggiato dalla catena montuosa del Kipengere che arrivano fino a 3mila metri. Questa è la regione dove si coltivano il miglior thè e caffè della Tanzania. Nella stagione umida, i campi sono tappezzati di fiori. Il convoglio effettua continue soste lungo il percorso, facendo salire uomini e donne di tutte le età carichi di ceste, borse, sacchi pieni di cipolle, patate, cavoli.  A Zakonde il treno passa la frontiera e poco dopo si ricongiunge con le ferrovie dello Zambia. Siamo a 1.400 metri di altezza. Lusaka, la capitale, non è lontana: meno di 200 chilometri a Nord. Ma ci vogliono altre sette ore di viaggio.

Un aiuto inaspettato

Il Treno della Libertà, inaugurato il 26 ottobre del 1975, alla presenza di Kenneth Kaunda, primo presidente dello Zambia e Julius Nyerere, fondatore della moderna Tanzania, è anche la prima grande testimonianza della moderna presenza cinese in Africa.

Un intervento che all’epoca era stato provvidenziale. Alla fine degli anni sessanta lo Zambia, secondo esportatore mondiale di rame (dopo il Cile), ma senza sbocchi al mare, era costretto a utilizzare la via del Sudafrica e della Rhodesia per importare i prodotti di cui aveva bisogno ed esportare le sue materie prime.

Questi due Paesi stavano vivendo la fase più cupa del razzismo, con la Rhodesia, la Svizzera d’Africa, che si era appena dichiarata indipendente dalla Gran Bretagna (oggi si chiama Zimbabwe ed è tornato a essere uno dei paesi più poveri del mondo) e il Sudafrica che maturava nuove leggi per rafforzare il regime di apartheid, la separazione per legge di bianchi e neri.

Il neo presidente zambiano Kaunda per evitare di subire pressioni e ricatti aveva rilanciato un antico progetto di ferrovia in direzione della Tanzania. Ma non aveva riscosso grandi consensi. Positivi i sopraluoghi tecnici, però la Gran Bretagna e la stessa Banca Mondiale si erano rifiutati di finanziare l’iniziativa con il pretesto che non sarebbe stata redditizia. Non importava che fosse politicamente indispensabile. L’idea di rivolgersi ai Cinesi venne suggerita a Kaunda dallo stesso Nyerere. Il leader tanzaniano era stato a Pechino, dove si respirava un’aria nuova.

Grazie, fratelli africani!

Chiuso l’ultimo capitolo dell’era maoista, i dirigenti cinesi erano intenzionati a rialzare la testa. Nel Paese era cominciata l’era delle riforme economiche e il progetto di una grande opera infrastrutturale in Africa con un innegabile valore strategico, poteva lanciare un segnale di largo impatto. Negli anni ’50 e ’60 la Repubblica popolare cinese di Mao sosteneva le lotte di indipendenza dei paesi africani “dall’imperialismo, dal colonialismo e dall’egemonia occidentale”. Il primo Paese a stabilire relazioni diplomatiche con Pechino era stato l’Egitto, nel maggio 1956.

Fino ad allora la cooperazione ufficiale cinese con il Continente africano si era tradotta per lo più nell’invio di centinaia di medici e di cosiddetti volontari a supporto delle nazioni che si erano affrancate dal dominio coloniale. In modo non ufficiale, la Cina però sosteneva le lotte coloniali con armi e addestramento militare. Pechino si collocava come alfiere dell’emancipazione del cosiddetto Terzo Mondo. In cambio aveva chiesto all’Africa sostegno politico nelle arene internazionali. Aveva chiesto appoggio in occasione del voto per espellere Taiwan dalle Nazioni Unite, nel 1972, e lo aveva ottenuto. Mao una volta disse che la Cina era riuscita ad entrare nell’Onu (al posto di Taiwan) e ad avere un peso nelle decisioni internazionali “grazie ai nostri Fratelli africani”.

Ora però i leader cinesi erano intenzionati a lanciare un messaggio più ambizioso: il loro Paese era in grado di dare alle nuove nazioni africane ciò che l’Occidente si rifiutava di fare.

Strada ferrata

I lavori della ferrovia iniziano nel 1970. In agosto nel porto di Dar Es Salaam attracca la nave Yao Ha. Dalla passerella sbarca una lunga fila di tecnici cinesi, accompagnati dai canti patriottici diffusi da altoparlanti gracchianti installati per l’occasione sul molo. I tecnici cinesi salutano la folla e vengono subito caricati su un convoglio di camion in attesa. Sono circa un migliaio e hanno il compito di preparare i cantieri.

Nove mesi prima, dodici di loro avevano già percorso, a piedi, l’intero tracciato per segnare le opere da fare e i luoghi dove insediarsi. Negli anni successivi attraccheranno altre navi e sbarcheranno altri uomini e materiali. Il numero dei lavoratori cinesi, con l’arrivo degli operai, salirà a 25 mila a cui si aggiungeranno quasi 50 mila tanzaniani e zambiani.

Ogni 40 chilometri, lungo il percorso, viene insediato un campo base contornato di banani e papaye, che servono anche per dare vitamine agli operai. Il 26 ottobre del 1975, con due anni di anticipo sul programma, la ferrovia viene inaugurata. Il primo convoglio parte da Lusaka e raggiunge la capitale della Tanzania Dar Es Salaam, che vuol dire il luogo della pace. Sono state posate 300 mila tonnellate di rotaie, costruiti 300 ponti, 23 tunnel, 147 stazioni. Il costo dell’opera è tutto sommato contenuto: 500 milioni di dollari che i cinesi finanziano con un prestito ripagabile in 30 anni e senza interessi. L’Africa, per crescere, ha bisogno di soldi ma Pechino è disposta a venire loro incontro. Anche perché sa come rientrare nei capitali investiti.

Negli anni successivi, la ferrovia non manterrà le promesse in termini di trasporto del minerale di rame. In cambio porterà capacità di trasporto, mobilità sul territorio e sviluppo degli scambi in tutta la regione degli altopiani della Tanzania e dello Zambia. Che forse sono un risultato ancora più importante.

Trentacinque anni dopo

Dall’inaugurazione del Treno della Libertà sono trascorsi 35 anni e rispetto ad allora è cambiato completamente lo scenario. Gli investimenti cinesi in Africa sono cresciuti in maniera esponenziale dal 2000 a oggi. Nel solo 2009 a una percentuale del 77,5%, anno su anno, stando ai dati dei primi tre trimestri. Gli investimenti hanno raggiunto i 20 miliardi di dollari: erano 7,8 miliardi nel 2008.

La Cina è diventata il primo esportatore mondiale di prodotti industriali. La sua economia cresce a tassi mai conosciuti in precedenza con fabbriche e cantieri caratterizzati da un insaziabile bisogno di materie prime. Molte devono essere importate: petrolio, minerali (rame, bauxite, ferro, stagno, titanio), legname.

Nel 2008 le importazioni cinesi di questi prodotti dall’Africa ammontavano, in valore, a 56 miliardi di dollari, superiori a quelle degli Stati Uniti.

Nel nuovo contesto infatti, il Continente ha assunto, per i leader di Pechino, un ruolo strategico: uno dei pochi luoghi del globo in cui esistono risorse minerarie e giacimenti di idrocarburi in parte conosciuti, in parte ancora inesplorati, ma comunque sfruttati solo in piccola parte. Sui quali le multinazionali cinesi, fortemente appoggiate dal Governo di Pechino, hanno allungato l’occhio, disposte a mettere sul piatto offerte generalmente più attraenti di quelle dei competitor occidentali già insediati sul territorio.  Il minerale di ferro in Liberia, il petrolio nel Golfo di Guinea, il rame in Zambia.

Un mercato per crescere

Non solo, ma con oltre un miliardo di consumatori a basso reddito, centinaia di grandi città da risanare, un enorme arretrato di infrastrutture da costruire o modernizzare, l’Africa è anche un immenso mercato per grandi e piccole imprese cinesi che possono fornire e realizzare tutto ciò di cui il Continente ha bisogno: dai vestiti ai televisori, dagli aeroporti alle reti di telefonia, dalle fabbriche di cemento a quelle di zucchero.

Sempre nel 2008 le esportazioni cinesi in Africa ammontavano a 51 miliardi di dollari. Il conto tra import ed export era così quasi pareggiato.

In pochi anni la Cina è riuscita quindi a decuplicare l’interscambio con i Paesi del Continente nero: dai 10  miliardi di dollari del 2000 ai 107 miliardi del 2008. Come ha fatto?

Con la diplomazia del sorriso e soprattutto con pragmatismo. In Africa il maggiore ostacolo sono costi, tempi di realizzazione e disponibilità di finanziamenti. Per ognuno di questi problemi, il Sistema Cina è capace di dare una risposta. E’ in grado di offrire prodotti e tecnologia a prezzi imbattibili, non ha problemi a utilizzare la propria manodopera per garantire la realizzazione chiavi in mano delle opere programmate, e può mettere in gioco le sue banche per consentire ai clienti africani di pagare i loro debiti in natura.

La maggior parte dei prestiti all’Africa delle banche di Stato cinesi infatti è garantita da contratti pluriennali di fornitura di materie prime a imprese cinesi: petrolio innanzitutto, ma anche rame, ferro, legname.

Il circolo così si chiude: Pechino apre alle sue imprese petrolifere e metallurgiche nuove fonti di approvvigionamento e paga fornendo ai Governi africani le infrastrutture e i prodotti di consumo di cui hanno bisogno per promuovere lo sviluppo e raccogliere consenso politico nei rispettivi Paesi.

Relazioni vantaggiose

“Con voi abbiamo saputo instaurare una relazione di mutuo vantaggio”, dichiara ai leader dell’Africa, il primo ministro cinese Wen Jiabao, in occasione di un appuntamento preparato da tempo: il FOCAC (Forum di Cooperazione Cina Africa). L’incontro, giunto ormai alla sua quarta edizione, questa volta si tiene in Egitto. E’ un vertice bilaterale un po’ particolare: tra uno stato sovrano, la Cina, appunto, e un intero continente. Partecipano i rappresentanti di 49 stati africani su 53. Pechino fa affari con tutti. Non tratta però con i governi che hanno relazioni diplomatiche con Taiwan. Per questo al non sono presenti i rappresentanti di Gambia, Burkina Faso, Sao Tome e Principe e Swaziland.

In prima fila nella sala spiccano il presidente del Sudan, Omar el Bashir e quello dello Zimbabwe, Robert Mugabe. In Occidente e anche da una buona parte dei loro sudditi, sono considerati dei criminali. Il primo è ricercato dal Tribunale penale delle Nazioni Unite per i massacri di civili effettuati nel Darfur. Il secondo è stato messo al bando dagli Stati Uniti e dalla Ue e contestato anche dai Paesi contigui della Comunità dell’Africa Meridionale (Sadcc) per i ripetuti assassini e le continue violenze contro gli oppositori politici interni, oltre che per i brogli elettorali in occasione delle ultime elezioni. Nel suo discorso Wen, con la consueta pacatezza e un benevolo sorriso d’ordinanza, ribadisce che la Cina, a differenza dei Paesi Occidentali, non si interessa della politica interna dei Paesi con cui opera, non pone e non intende porre condizioni politiche ai suoi aiuti. E così mentre gli osservatori occidentali si limitano a criticare, i governanti cinesi, come tante formiche operose, si mettono al lavoro.

Grazie, facciamo da soli

Ormai, anche gli organismi internazionali sono obbligati a prendere atto del peso politico ed economico acquisito dalla Cina. Uno dei primi a prenderne atto è il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick che si reca a Pechino con l’obiettivo annunciato di coinvolgere China Investment Corporation,  il fondo Sovrano cinese finanziato con una parte delle riserve valutarie del Paese, in operazioni congiunte per sostenere lo sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo in generale e dell’Africa in particolare. Viene ricevuto con la usuale diplomazia del sorriso, ma i leader Cinesi restano fermi dove sono: preferiscono tenersi stretti la loro libertà d’azione piuttosto che farsi coinvolgere  dalle regole restrittive e dai complessi meccanismi burocratici decisionali che presiedono agli interventi della Banca.

foto credits: dodgyforeigner

Il libro:

Riccardo Barlaam già caposervizio della redazione di Economia e politica internazionale del Sole 24 Ore, oggi lavora presso la redazione online del Sole 24 Ore.com e si occupa in particolare dell’Africa. Collabora con Nigrizia e insieme a una rete di colleghi africani ha creato AfricaTimesNews, sito di news in tempo reale, in francese e inglese.

Massimo di Nola già responsabile speciali estero del Sole 24 Ore, gestisce il Notiziario Farnesina dell’Agenzia Radiocor. Ha lavorato in passato a Libèration, Radio Popolare ed è autore di un libro sulla crisi edito dalle Edizioni del Sole 24 Ore.

I ricavati dalla vendita del libro serviranno a finanziare il sito Africa Times News, un portale sull’Africa che si propone di descrivere anche quel lato del continente che solitamente viene fatto passare sotto silenzio.

2 Commenti »

  • Laura said:

    Grazie a Cineresie per aver dato spazio a questo post offrendo così una diversa prospettiva di analisi della Cina. A chi fosse interessato al tema della cooperazione Cina-Africa consiglio “The Dragon’s Gift” di L. Brautigam, libro che sto leggendo e che mi sembra riesca ad andare oltre il semplice discorso dell’impegno economico cinese in Africa, tracciando un quadro più complesso delle relazioni sino-africane.

  • Andrea said:

    Di sicuro interesse per quanti hanno letto questo post:

    http://www2.lse.ac.uk/publicEvents/events/2010/20100920t1630vSZT.aspx

    Per chi non potesse partecipare ricordo che le conferenze vengono caricate online dopo qualche giorno a questo indirizzo:

    http://www.lse.ac.uk/resources/podcasts/publicLecturesAndEvents.htm

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