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Una conversazione con Anita Chan

di | 16 maggio 2012 | 2 Comments |

Anita Chan, visiting fellow dell’Australian National University, è un’autorità indiscussa sulle questioni del lavoro in Cina. Dopo aver iniziato la sua carriera accademica occupandosi della generazione delle guardie rosse, della società rurale cinese e dei movimenti di massa in Cina, da quasi due decenni si occupa di lavoratori cinesi. L’abbiamo incontrata in marzo e abbiamo discusso con lei alcuni degli ultimi sviluppi nella situazione del lavoro in Cina.

Gli ultimi anni in Cina sono stati dominati da un acceso dibattito sulle politiche da adottare nel campo del lavoro. In particolare, molto si è discusso sulla Legge sui contratti di lavoro entrata in vigore all’inizio del 2008. Secondo lei, le leggi che sono state approvate in questi ultimi anni hanno avuto qualche impatto significativo sulle condizioni di lavoro in Cina?

La Legge sui contratti di lavoro è molto controversa. Ci sono state più cause, la Legge è piuttosto favorevole ai lavoratori, ma, così come accade con ogni altra legge, i datori di lavoro la possono scavalcare o addirittura evitare direttamente. Per scavalcarla, negli ultimi anni le imprese hanno iniziato a reclutare lavoratori attraverso agenzie invece che assumerli direttamente. In questo modo, sono le agenzie ad essere responsabili per questi lavoratori e le imprese possono mantenere la propria flessibilità. Un altro nuovo sviluppo è che si è affermata la prassi di assumere stagisti tra gli studenti. Moltissimi studenti stanno lavorando in fabbriche cinesi nell’ambito di “stage” che possono durare fino ad un anno. In teoria, sono lì per imparare qualcosa, nella pratica invece si tratta solamente di un altro modo attraverso cui le imprese possono procacciarsi forza lavoro davvero economica. Dunque, al momento attuale i problemi principali in Cina sono il sistema della somministrazione di manodopera e gli stagisti. E si tratta di problemi davvero seri.

Sull’onda dello sciopero della Honda della primavera del 2010, i media cinesi e stranieri hanno iniziato a parlare di un “risveglio” dei lavoratori cinesi, soprattutto per quanto riguarda i giovani lavoratori migranti. Qual è la sua opinione sulle questioni della consapevolezza giuridica e della coscienza di classe di questi lavoratori? Pensa che lo sciopero della Honda abbia rappresentato un punto di svolta?

Non credo che lo sciopero della Honda sia stato davvero un punto di svolta. Forse, se si pensa che sia stato un punto di svolta, è perchè il governo cinese erroneamente lo ha preso per tale e ha cominciato a parlare un sacco su come fare qualcosa a riguardo. Tuttavia, il governo non ha mai detto che è necessario dare ai lavoratori un peso maggiore sul posto di lavoro. Si è parlato tanto di contrattazione collettiva, ma non si è mai sottolineato come questa contrattazione collettiva non possa avere luogo a meno che i lavoratori non abbiano la possibilità di dire la loro.

Non penso che i lavoratori migranti abbiano una coscienza di classe molto elevata, almeno per il momento. Di fatto, contrariamente a quanto si pensa, la consapevolezza del diritto può diventare un fattore che ostacola lo sviluppo di una coscienza di classe tra i lavoratori. Negli ultimi anni, il governo ha avuto molto successo nel promuovere il sistema legale attraverso il sistema educativo ed altri canali e così ora i lavoratori hanno cominciato a credere in esso.

Essi pensano che la Legge sia la norma e che se affrontano i datori di lavoro in accordo con le leggi vigenti tutto andrà a buon fine. In questo modo, i lavoratori non chiedono nulla che vada oltre quanto previsto dalla Legge e, nel caso di una violazione dei loro diritti, non chiedono niente più che una compesazione in accordo con gli standard giuridici. Penso che questo sia una sorta di limite, un vincolo allo sviluppo di una coscienza di classe.

Oltre all’eccezionale copertura mediatica dello sciopero Honda, nell’ultimo paio d’anni i media internazionali (e cinesi) hanno prestato un’attenzione quasi ossessiva alla questione delle condizioni di lavoro alla Foxconn.

La Foxconn è così grande! Voglio dire, le dimensioni davvero contano in questo caso. E’ il maggior produttore di componentistica elettronica al mondo e in quanto tale sta assumendo moltissime persone in Cina e in molte altre parti del mondo, attirando un sacco di attenzione da parte dei media. Secondo me, ciò è inevitabile, visto che un’impresa del genere finisce per stabilire degli standard, tuttavia rimane il fatto che, in termine di fornitori in Cina, la Foxconn sicuramente non è la peggiore.

Eppure, anche se la Foxconn sembra davvero moderna, la definirei comunque una fabbrica del sudore per quanto riguarda le condizioni di lavoro. Alla catena di montaggio, i tempi sono calcolati in maniera estremamente precisa, al minuto, al secondo, nei singoli movimenti. Il processo produttivo viene spezzato in frammenti davvero minimi. I fornitori in altri settori industriali non possono ricorrere a misure del genere, perchè ciò richiede un livello tecnologico molto elevato e delle strategie di management sofisticate.

Perchè i lavoratori vogliono ancora andare alla Foxconn nonostante la sua pessima reputazione? E’ perchè alla Foxconn almeno hanno la garanzia di essere pagati. E’ terribile, ma dal momento che le imprese più piccole spesso non pagano i lavoratori o li imbrogliano sui salari, lavorare alla Foxconn è davvero meglio per un lavoratore. Inoltre, dal momento che i salari sono così bassi, lavorare alla Foxconn è un vantaggio, visto che almeno in quel caso gli straordinari sono garantiti.

Il fatto che i lavoratori non si rendano conto che dovrebbero chiedere salari più alti e meno straordinari è un altro grave problema. Non fanno altro che chiedere salari più elevati, ma allo stesso tempo anche più ore di straordinario. Questo mostra come la loro coscienza non sia ancora così sviluppata. Moltissimi anni fa, i lavoratori in Inghilterra e in Europa chiedevano orari di lavoro più brevi e salari più elevati.

Sull’onda della nuova legislazione sul lavoro e dei vari sviluppi, veri o presunti, del movimento dei lavoratori cinesi, si parla tanto di una fuga degli investimenti dalla Cina ad altri paesi in via di sviluppo, in particolare il Vietnam. Uno dei suoi ultimi libri riguarda proprio la questione del lavoro in questo paese: quali elementi emergono da un confronto tra Cina e Vietnam?

Innanzitutto, il Vietnam è un paese povero. Quindi, il costo della vita è più basso che in Cina e i salari sono circa la metà. Tuttavia, negli ultimi cinque anni l’inflazione in Vietnam è stata molto elevata, la più alta in tutta l’Asia, intorno al 20-30% su base annuale. Per questa ragione il governo vietnamita ha iniziato ad elevare i salari minimi.

Hanno innalzato i salari minimi, ma dal momento che non potevano controllare l’inflazione non riuscivano a stare al passo. Di conseguenza, negli ultimi cinque o sei anni ci sono stati moltissimi scioperi in Vietnam, con un picco prima nel 2008 e poi nel 2011, quando ufficialmente si sono registrati quasi cento scioperi. Contrariamente a quanto avviene in Cina, il governo vietnamita tiene conto degli scioperi e pubblica i dati relativi.

I media vietnamiti sono molto diversi dalle loro controparti cinesi. In Vietnam è possibile assistere ad un dibattito sulle politiche del lavoro in cui sono coinvolte diverse parti dello stesso governo. Lo stesso sindacato e il Ministero del lavoro hanno posizioni molto differenti. Ad esempio, il sindacato vietnamita recentemente ha fatto pressioni per un massiccio innalzamento dei salari minimi per contrastare l’inflazione, ma il Ministero del lavoro si è opposto e ha ribattuto che avrebbe dovuto essere il sindacato ad aiutare i lavoratori a contrattare collettivamente gli aumenti salariali.

In seguito, vari governi locali a livello cittadino sono intervenuti, affermando che se i lavoratori scendono in sciopero è perchè le imprese straniere stanno violando la legge. Tutti loro sostengono che la responsabilità è delle imprese straniere che non pagano abbastanza i propri lavoratori: non ho mai sentito il governo o il sindacato cinese dire niente del genere, almeno non in pubblico.

2 Commenti »

  • Gabriele said:

    E’ interessante il punto in cui dice che la consapevolezza del diritto allontana dalla coscienza di classe. Questo è universale: più uno fa affidamento sul diritto e meno è disposto a lottare, magari andando anche al di là della legge. L’ho sperimentato più volte anche nelle lotte italiane a cui ho partecipato. Non a caso, l’avvocato del lavoro è spesso visto in alternativa al sindacato: se uno viene licenziato è spesso più disposto a rivolgersi individualmente a un avvocato piuttosto che a lottare collettivamente

  • Andrea said:

    Interessantissimo! Come Gabriele anch’io sono rimasto colpito dalla riflessione di Anita Chan sul rapporto fra diritto/coscienza di classe.

    Soprattutto per l’ironia della cosa: l’argomento della Chan è lo stesso del padre della Teoria Marxista del Diritto, Pasukanis, che vedeva il diritto come una sovrastruttura atta a legittimare l’ordine sociale imposto dallo Stato borghese. Più pensi in termini di diritto insomma, meno pensi in quelli di rivoluzione, e il diritto borghese sarebbe un manuale di conservazione dello status quo, soprattutto dei rapporti di classe.

    Dove sta l’ironia? Arriva fra poco. Per quanto risibile possa sembrare, nella Teoria Generale di Pasukanis, che divenne la base del Diritto Sovietico prima che il suo autore finisse triturato dal solito Stalin, il concetto stesso di diritto sarebbe evaporato una volta realizzato il comunismo. L’evaporazione del diritto è in Pasukanis un processo piuttosto lungo, a bassa pressione: nell’unione sovietica, prima del raggiungimento del comunismo reale, infatti, si sarebbero dovuti comunque punire colpevoli e regolare la vita sociale. Come? Non certo come in Europa, il cui diritto borghese avrebbe corrotto dalle fondamenta la futura società senza classi.

    Per risolvere questo problema entra in scena il “principio di corrispondenza dei fini”. Se nel diritto occidentale a reato corrisponde pena, secondo una logica retributiva che indicizza il male in gradi (uccidere è peggio di rubare), una simile logica non avrebbe avuto senso in Russia, paese comunista che rifiuta il postulato mercantilista alla base della retribuzione del reato, ovvero uno scambio fra atto e punizione. La Russia si sarebbe basata invece su un principio del tutto diverso: punire il reato in base alla minaccia che questo comporta per il fine ultimo -e non per l’ordine morale o la proprietà privata- ovvero la preservazione della rivoluzione e del Partito.

    Il Diritto, così alterato, si politicizza, e assume una foggia molto simile a quella che aveva all’inizio per Pasukanis, un mezzo di continuazione dello status quo e di difesa degli interessi del Partito. Ecco l’ironia: nel tentativo di eliminare il diritto borghese, in quanto mezzo di perpetuazione della società divisa in classi, lo facciamo rientrare dalla finestra, sempre come strumento di controllo, ma questa volta in altre mani.

    Quale è il punto? Che forse, per meglio capire come funziona la legge in Cina, potrebbe essere utile trarre qualche spunto dalla teoria del diritto nella ormai defunta unione sovietica,anche per questioni relative al lavoro. Per una lettura moderna di Pasukanis il bellissimo http://books.google.com/books/about/Between_Equal_Rights.html?id=78L2cVns0ZUC

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