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Una “questione morale” cinese? I rischi di dar senso al disagio

di | 30 novembre 2011 | No Comment |

Verso le 5:30 del 13 Ottobre 2011 a Foshan, provincia del Guandong, una bambina di nome Yueyue viene travolta da un piccolo furgoncino fuori da un mercato cittadino. Il conducente si dà subito alla macchia. Nei minuti seguenti una delle telecamere di sorveglianza poste all’esterno dell’edificio riprenderà una decina di persone avvicinarsi, osservare e passar oltre Yueyue senza prestare il minimo soccorso. La bambina verrà in seguito assistita da una passante, Chen Xianmei, purtroppo invano.

Le immagini riprese dalla telecamera vengono immediatamente riproposte dai media nazionali ed internazionali, analizzate da migliaia di blogger, stampate su carta in migliaia di giornali e commentate su internet da altrettante persone in tutto il mondo. La comunità cinese, entro i confini della Repubblica popolare e all’estero, viene profondamente colpita dall’accaduto. Sono una miriade i commentatori che hanno sentito la necessità di condividere il proprio disagio pubblicamente, volendo cogliere nell’incidente di Foshan la manifestazione tangibile di quello che molti ritengono essere il problema essenziale della società cinese contemporanea: l’assenza di moralità.

Una società in frantumi?

Negli ultimi anni in Cina si è assistito ad una crescente attenzione verso simili incidenti (lo scandalo del latte, il “gutter oil”, il caso del conducente di BMW, solo per elencarne alcuni), pezzi di un puzzle che rimandano l’immagine inquitenate di una società in frantumi, desolante per mancanza di coesione e solidarietà.

Yan Yunxiang ha scritto recentemente in relazione al vuoto etico della società cinese in termini di “paradosso del buon samaritano”. Nei casi studiati da Yan, le persone che avevano prestato aiuto a vittime di incidenti stradali si sono poi viste denuciare dalle vittime stesse nel tentativo di estorcere loro denaro. In dodici casi su ventisei il giudice, nel portare la disputa a soluzione civile, avvalorava l’argomentazione dell’accusa: “Per quale motivo lo avresti aiutato se non sei colpevole?”. Ovviamente un tale discredito verso un comune senso di solidarietà reifica in certa misura l’immagine di una società nella quale negligenza, avarizia e falsità appaiono essere istinti primari.

La ricerca verso una spiegazione plausibile di questo supposto e progressivo decadimento nella morale pubblica cinese ha riunito molti in quello che sembra un inevitabile esercizio espiatorio.

La moralità, le leggi, lo stato

Per Yajun Zhang l’assenza di moralità nella Cina di oggi va ricondotta alla brutalità con cui la modernizzazzione ha spazzato via, negli ultimi trent’anni, qualsiasi traccia di una sensibilità condivisa dalla coscienza collettiva cinese: “C’è un vuoto spirituale nella Cina contemporanea e valori a cui un tempo eravamo legati come senso di comunità e armonia sociale sono stati sostituiti da egoismo ed individualismo”.

Lijia Zhang, l’autrice de Il Socialismo è Grande, è dell’opinione che “tirar fuori la Cina da quella che è una vera crisi di moralità sarà una battaglia lunga. La domanda che bisogna porsi è come riuscire a far intervenire le persone in casi di emergenza e la risposta è attraverso la legge”. Come molti hanno sottolineato, in Cina ad oggi manca l’istituto dell’omissione di soccorso e, come ha notato Benjamin van Rooij in una recente lezione sull’inefficacia della regolamentazione volta alla tutela pubblica, allo stato attuale le multe inferte contro chi viola il codice – stradale, di tutela ambientale o di sicurezza sul lavoro e del consumatore – rimangono ridicolmente basse rispetto al danno che queste violazioni possono procurare.

Eppure c’è una lettura di questi eventi, più sottile e spaventosa, che esula dall’avvento del capitalismo o dalla mera inefficacia della attività regolatrice dello Stato cinese.

In un recente articolo pubblicato su Anthropology Today, Hans Steinmüller e Wu Fei ricordano che è la nozione stessa di società, intesa come una sfera associativa che si interpone fra stato e famiglia, ad aver latitato a lungo nella cultura cinese.

Nel sentire comune, “entrare in società” (zou shang shehui) viene spesso immaginato da genitori iper-protettivi come un momento delicato nella vita dei figli, un momento in cui i rischi che albergano in uno spazio composto da sconosciuti e da interessi in competizione violenta tra di loro possono portare ad esiti tragici. Questo è uno spazio in cui lo Stato, padre senza autorità, è incapace di tutelare la sicurezza dei propri figli, per quello stesso motivo per cui le riforme promosse nelle decadi passate hanno voluto fare dell’insicurezza, della mobilità e del rischio la cifra del proprio sviluppo.

Apparentemente, questo ritirarsi dello Stato, mossa comune nelle economie neoliberiste, viene immaginato in Cina come il definitivo abbandono di quel progetto di rivoluzione Maoista – rivoluzione dei costumi e della mentalità “feudale” della società tradizionale cinese – che mirava mediante la politicizzazione di ogni evento pubblico alla responsabilizzazione dei cittadini cinesi in quanto copartecipi del bene pubblico, nonchè garanti della tutela di quest’ultimo.

Sun Liping critica in questi termini il tentativo della dirigenza cinese di camuffare il disagio sociale che oggi si respira in Cina sotto l’ipocrita e propagandistica politica della “società armoniosa”, etichetta che maschera un ideale di stabilità basato sul consumo e sull’inevitabile allargamento dell’iniquità socioeconomica. Ideale che, secondo Sun, porterà la Cina al totale disfacimento.

Sta tornando di moda nel dibattito accademico cinese l’idea che esistano una serie di principi fondanti nella società cinese tradizionale e che questi princìpi possano non piacere e rappresentare un ostacolo per la modernizzazione del paese.

Zhao Xudong in un recente testo sull’introduzione del concetto di diritto in Cina ha voluto riutilizzare Fei Xiaotong e l’idea di “modo di associazione differenziale” (chaxu geju) per spiegare il particolarismo della moralità cinese tradizionale. In questo modello, la morale, il principio di reciprocità, sarebbe intimamente connesso alla rete di conoscenze (guanxi) che caratterizzano il modo in cui in Cina ci si “associa”, si fa società.

Mi sentirò vicino, e quindi indebitato o in dovere di prendermi cura dell’altro, in maniera proporzionale alla posizione che quest’altro occupa nella mia rete di conoscenze. In altre parole baderò prima di tutti ai miei famigliari, ed in seguito in maniera decrescente ai miei vicini, ai miei coetanei, alla mia comunità fino arrivare agli estranei verso cui nulla devo e nulla importa. La società è qui equiparata alla rete di conoscenze personali, chi ne è fuori è banalmente d’intralcio. “Questo modo di concepire la morale si basa sul modello associativo (chexu geju) che è proprio della cultura cinese, ma questa è una realtà che spesso i legislatori cinesi non vogliono vedere” ammonisce Zhao, criticando implicitamente l’idea che la “questione morale” cinese possa risolversi con un semplice rafforzamento della legislazione.

Quale benessere conta davvero?

Fin qui abbiamo visto tre possibili letture del mancato soccorso alla bambina vittima dell’incidente di Foshan. La prima mette in prospettiva storica lo sviluppo economico cinese, rimandandoci l’immagine di un passato idilliaco, dove nulla di questo sarebbe potuto capitare.

La seconda, legalista, vede in simili incidenti la prova di una mancante pressione regolatrice dello Stato cinese sui propri cittadini. Per troppo tempo in Cina al rispetto delle regole è stato preferito uno sviluppo economico ad ogni costo, consapevolmente deregolato, e queste ne sarebbero le conseguenze.

L’ultima pone l’accento su una supposta matrice culturale di tale comportamenti: un campanilismo delocalizzato che porta alla noncuranza verso tutto ciò che gli è estraneo.

Vi sono, credo, diversi e concreti rischi nel porre in questi termini la discussione sulla moralità della società cinese.

Innanzitutto perché ad ognuna di queste argomentazioni può essere mossa una critica. L’idilliaco passato è lo stesso della rivoluzione culturale. In molti casi è proprio il modo in cui il diritto civile ed amministrativo è costruito in Cina a creare soppruso e mancanza di tutela per il bene collettivo. Infine, come discusso di recente sul Liaowang Dongfang Zhoukan, spesso sono proprio le persone più vicine a noi nella nostra rete di conoscenze a subire violenza, piuttosto che gli estranei.

Adottare acriticamente simili spiegazioni appare quindi riduttivo. Tutte inoltre sembrano accantonare l’idea che la possibilità di erigere una morale condivisa fra i cittadini dipenda in larga parte dalla misura in cui i cittadini stessi riusciranno a percepire l’agire morale come contributo essenziale al benessere della propria società. Benessere che per troppo tempo in Cina (e altrove?) è rimasto variabile dipendente della curva del prodotto interno lordo.