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Una tigre di carta?

di | 13 December 2009 | One Comment |

Qualche settimana fa sono stato invitato a partecipare ad un ciclo di seminari sulla cultura pop cinese organizzato dai dottorandi del Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale dell’Università di Venezia. Considerato il mio interesse verso le dinamiche sociali di contestazione all’interno della società cinese, ho deciso di concentrare il mio intervento su quello che, in maniera un po’ criptica, ho definito come la questione de “Il popolo della rete e la mobilitazione sul web nella Repubblica Popolare Cinese”. È stata una buona occasione per riprendere il filo di alcuni post che in passato avevo già avuto modo di pubblicare su entrambi i miei blog e un pretesto per trarre alcune conclusioni di carattere generale su questo fenomeno.

Alla base del mio ragionamento sta la constatazione che negli ultimi anni si sono verificati innumerevoli casi in cui la società civile cinese si è servita della rete come strumento di lotta. Nel mio discorso, ho provato ad argomentare come il 2007 sia stato un anno di svolta per questo tipo di dinamiche, in quanto allora in pochi mesi si sono avuti ben tre casi di portata nazionale in cui il “popolo della rete” ha avuto modo di scontrarsi direttamente con le autorità: in primo luogo c’è stato il caso dell’impianto chimico di Xiamen, un confronto tra gli abitanti della città, preoccupati per la propria salute in vista dell’imminente costruzione della fabbrica in un’area abitata, e le autorità locali e nazionali, interessate innanzitutto allo sviluppo economico dell’area; in secondo luogo l’incidente della tigre della Cina meridionale, quando una truffa ordita dalle autorità locali della provincia dello Shaanxi per ottenere finanziamenti per la creazione di un parco naturale protetto per una specie di tigre da tempo estinta è stata smascherata dai netizen; infine la storia delle fornaci di mattoni clandestine, quando il web è stato utilizzato per denunciare un traffico di esseri umani tra le provincie dello Henan e dello Shanxi, portando ad un deciso intervento da parte del governo centrale per stroncare il fenomeno.

Detto questo, la mia analisi si concentrava su alcuni casi in cui il “popolo della rete” è arrivato ad influenzare l’esito di alcuni casi giudiziari di primo piano. Gli esempi che portavo erano quello del caso di Deng Yujiao, la giovane pedicure di Badong che aveva ucciso a coltellate un funzionario che aveva cercato di violentarla, e il caso di Xu Ting, un ragazzo che aveva approfittato del malfunzionamento di un ATM per prelevare l’equivalente di oltre diciassettemila euro e per questo era stato condannato all’ergastolo. Per quanto riguarda Deng Yujiao, la mobilitazione della società civile, virtuale e reale, era riuscita a far sì che la ragazza fosse prontamente scarcerata sulla base di presunti disturbi della personalità; nel caso di Xu Ting invece l’esito era stata una revisione del processo che successivamente aveva portato ad una condanna, comunque severa, a cinque anni di carcere. Partendo da questi due casi, proponevo una duplice conclusione: da un lato esprimevo un certo pessimismo perché situazioni del genere dimostrano l’immaturità del sistema giuridico e, più in generale, della concezione dello stato di diritto in Cina; dall’altro mi dichiaravo ottimista, perché un sistema giuridico con evidenti problemi di mancanza di autonomia come quello cinese mostrava di essere sensibile anche a stimoli provenienti dal basso, non solo dall’alto.

Nella seconda parte del mio intervento affrontavo la questione del famigerato “motore di ricerca di carne umana“. Era un modo di bilanciare la visione positiva della rete come uno strumento di lotta sociale con la constatazione che, nel contesto cinese, questo mezzo viene  spesso piegato ai fini di una lotta più personale e privata. Senza dilungarmi troppo sull’argomento, su cui è già stato scritto in abbondanza, ricordo semplicemente che “motore di ricerca di carne umana” non è una definizione riferita ad un qualche particolare sito, ma a quel meccanismo in base al quale gli utenti del web cinese riescono a reperire nuove informazioni attraverso la condivisione delle informazioni a loro disposizione con altri utenti. In sostanza, se un utente ha in mano una fotografia, un nome oppure un qualsiasi altro elemento riferito ad una persona e da questo vuole risalire ad altri dati, pubblicherà quanto ha a disposizione su qualche forum o sito, chiedendo agli altri netizen di condividere quanto sanno in merito. Anche se le potenzialità di un simile strumento sono praticamente infinite (in fondo si tratta di una modalità innovativa di condivisione delle conoscenze), negli ultimi anni si è assistito ad una preoccupante tendenza che vede il motore di ricerca di carne umana utilizzato per pubblicare i dati personali di persone che l’opinione pubblica cinese considera moralmente riprovevoli, dagli adulteri ai responsabili di maltrattamenti nei confronti di animali, da ragazze ritratte in pose sexy a truffatori di ogni genere. In sostanza, attraverso il motore di ricerca di carne umana gli utenti si trasformano in una sorta di giustizieri, in grado di supplire alle carenze (o ai limiti naturali) del diritto.

Il dibattito sulla “bontà” o meno del motore di ricerca di carne umana rimane aperto. Da un lato i suoi sostenitori affermano che si tratta di uno strumento importante per rimediare alle ingiustizie sociali e per limitare lo strapotere dei funzionari corrotti. A sostegno di questa tesi portano diversi casi in cui nel tritacarne sono finiti ufficiali locali, da Lin Jiaxiang, funzionario delle dogane di Shenzhen, filmato in un ristorante dopo aver tentato di abusare di una bambina di undici anni, a Zhou Jiugeng, direttore del dipartimento immobiliare di un distretto di Nanchino, il cui lussuosissimo orologio al polso e la carissima marca di sigarette fumate hanno sollevato un’infinità di dubbi. D’altro canto invece i detrattori mettono in discussione la dubbia morale di quelli che sono visti alla stregua di veri processi sommari on-line, un’edizione moderna delle sessioni di critica della Rivoluzione Culturale, senza contare poi la problematicità dal punto di vista della privacy delle vittime. Dal mio personale punto di vista, come ho già avuto modo di scrivere, il motore di ricerca di carne umana non è altro che l’emanazione di un profondo (ed irrisolvibile) dilemma etico: agli occhi dell’opinione pubblica alcune persone meritano di essere punite, ma la giustizia ordinaria non è in grado di provvedere. L’unica via d’uscita da questa situazione potrebbe essere il completamento dell’apparato giuridico ed una legislazione più efficace per la tutela dei dati personali.

Ritornando alla questione del “popolo della rete”, devo dire che questo fenomeno mi affascina principalmente per le sue implicazioni politiche e sociali. A mio avviso, si tratta della chiara dimostrazione che anche in un sistema politico autoritario e repressivo come quello cinese esistono spazi di manovra che i comuni cittadini possono sfruttare per tutelare i propri diritti e promuovere i propri interessi. Questa non è una grande novità per chi segue con una certa attenzione e un minimo di costanza quanto avviene in Cina, eppure credo sia un aspetto che per anni è stato sottovalutato dai media di casa nostra. Nell’ultimo decennio ai lettori italiani la Cina è stata descritta come uno vero e proprio stato di polizia, una realtà in cui un governo repressivo e violento tiene sotto controllo ogni aspetto della vita dei cittadini, sudditi inermi e impauriti. Con questo si è mancato di cogliere uno dei fenomeni più significativi della Cina di oggi, vale a dire la rinascita della coscienza civile e lo sviluppo di nuove forze sociali dal basso.  Con questo non intendo certo negare gli aspetti più deleteri dell’esercizio del potere da parte delle autorità cinesi – si veda ad esempio quanto ho scritto la scorsa estate sulla campagna di intimidazioni messa in atto dal governo cinese contro le organizzazioni della società civile -, vorrei semplicemente sottolineare come la società cinese sia molto più complessa ed articolata di come è stata descritta dai media nostrani negli ultimi anni.

Eppure non tutti condividono il mio ottimismo nei confronti del “popolo della rete”. Un paio di giorni prima del mio intervento a Venezia, ho avuto un’interessante discussione con Renzo Cavalieri, docente di diritto dell’Asia orientale a Ca’ Foscari e da anni analista di affari cinesi, in merito alla questione dell’influenza dell’opinione pubblica cinese sul funzionamento dell’apparato giudiziario. Se io in questo fenomeno leggevo soprattutto una funzione di bilanciamento “dal basso” nei confronti di un sistema giudiziario pesantemente condizionato dalle interferenze ufficiali, il professor Cavalieri mi faceva notare come la spontaneità di queste manifestazioni fosse quantomeno dubbia, in quanto in fin dei conti tutto potrebbe non essere nient’altro che l’ennesimo meccanismo di legittimazione del potere, una serie di concessioni mirate, finalizzate a convincere la società cinese della bontà della autorità e della loro disponibilità al dialogo. Uno spunto interessante per un’ulteriore riflessione sull’argomento.

Anche in Cina sono state sollevate diverse perplessità sulle potenzialità del popolo della rete. In un commento intitolato “La forza della volontà popolare sul web è solo una fantasia”, pubblicato in novembre sulla rivista Phoenix Weekly, l’editorialista Shi Yong sosteneva una tesi in controcorrente: anche se siamo entrati in un’epoca in cui il concetto di “popolo” (renmin) è passato di moda e in cui è il “popolo della rete” (wangmin) a mostrare appieno la propria forza, affermare che quest’ultimo è davvero potente è affrettato. “Per prendere in prestito una citazione del presidente Mao – scrive Shi Yong -, il popolo della rete è solo una tigre di carta”.

Oltre a notare come il motore di ricerca di carne umana sia un deterrente alquanto efficace nei confronti dei funzionari corrotti (la burocrazia cinese sarebbe talmente ampia che un monitoraggio estensivo da parte dell’opinione pubblica si rivela sostanzialmente impossibile), Shi Yong esprimeva dubbi molto simili a quelli sollevati da Renzo Cavalieri. Per utilizzare le sue parole: “Di fatto, l’identità del ‘popolo della rete’ ha ottenuto una certa connotazione politica ed ha attraversato un processo di trasformazione in cui è stata resa affascinante. Ciò è avvenuto solamente quando [le autorità] si sono rese conto di non essere in grado esercitare un controllo efficace sulla rete. Dato che non si poteva ignorare la voce che indicava la corruzione dell’intero sistema, per risolvere la ‘crisi di legittimazione’ questa voce è stata resa affascinante attraverso l’etichetta di ‘volontà popolare’. Riportare alla luce il suo elemento più alla moda può servire a ricreare un senso di vicinanza tra il popolo della rete e i livelli più elevati del potere. Oggi quella del popolo della rete che chiede conto al governo è diventata una vera e propria marea e ciò implica che il sistema di potere è perfettamente consapevole dell’utilizzo della ‘forza della volontà popolare sul web’ come confezione della legittimazione politica”.

In definitiva, che dire del “popolo della rete”? Si tratta di un semplice strumento per la legittimazione del potere oppure dell’espressione spontanea di forze sviluppatesi in seno alla nascente società civile cinese? Nel primo caso, com’è riuscito il governo cinese a creare questa formidabile illusione di libertà? Nel secondo caso, come si spiega l’esistenza di forme virulente di contestazione su una delle reti più controllate al mondo? Tutti interrogativi a cui prima o poi bisognerà rispondere.

Un Commento »

  • SiFuLan said:

    Anch’io sono ottimista.. mi accorgo del cambiamento soprattutto dalle domande dei miei studenti cinesi.
    Diciamo che ormai, inseriti a pieno nella malvagia favola del capitalismo sfrenato, alcuni avvertono l’esigenza di emancipazione dall’omologante macchina cinese.
    E poi, alcuni blog cinesi sono talmente spietati nella critica all’ “uomo medio cinese”, che non posso accordare una tale acutezza e sagacia ad un burocrate di Stato.

    Grande articolo.

    Francesca

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